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Il mondo di Guatri

2026/17

Indro Montanelli

Considero tra le iniziative della mia vita delle quali tuttora sono orgoglioso l’avere creato una collaborazione sistematica, a partire dal 21 aprile 1992, con Il Giornale di Indro Montanelli (foto pag. 286). Più precisamente, intendo per l’Istituto di economia delle aziende industriali e commerciali, all’epoca da me diretto. Era uno dei maggiori istituti bocconiani (che in quel periodo annoverava 130 docenti e ricercatori, e 6 “centri” di ricerca).

Fu lo stesso Indro, con una sua nota (Riquadro 1) a inaugurare la collaborazione. Egli scrisse di considerare l’Università Bocconi un partner ideale: “Come noi è ‘laica’. Come noi ama l’efficienza. E come noi crede nell’imprenditore e nell’iniziativa privata”. Una consonanza perfetta, dunque.

 

Riquadro 1 Per capirne di più (di Indro Montanelli)

Di economia, devo confessarlo, non mi intendo granché. Alla riunione quotidiana con i miei giornalisti, il punto più basso di comprensione si raggiunge quando parla il collega delle pagine economiche. Tassi che vanno su e giù, banche che “ritoccano il prime rate”, aziende che lanciano Opa e si uniscono in misteriose “joint venture”. Gli altri caporedattori e il sottoscritto ascoltiamo in religioso silenzio. Non capiamo e ci affidiamo, fideisticamente, alla professionalità dei nostri inviati nel mondo degli affari.

Credo che molti lettori siano nella mia identica situazione. Beninteso, non è che ci sfuggano i grandi movimenti dell’economia. Anzi, più passano gli anni, più è migliorata la divulgazione in questo campo. E all’economia dedichiamo molto spazio nelle nostre pagine. Ma spesso è uno spazio riservato a quella parte di lettori, per fortuna numerosa, che fa l’imprenditore o il professionista. E che con l’economia ha a che fare tutti i giorni.

Perciò dobbiamo fare di più, avvicinare più persone al mondo dell’economia perché è attraverso la comprensione dei fatti economici che ciascuno di noi può migliorare la propria vita, capire dove sta andando il Paese e anticipare le decisioni importanti; acquistare una casa, o investire in una certa azienda, o scegliere una strada professionale piuttosto che un’altra. Per andare un po’ al di là della pura cronaca finanziaria daremo dunque ai lettori un quadro sulle nuove teorie economiche.

Perciò abbiamo chiesto la collaborazione dell’Università Bocconi di Milano che da questo mese fornirà il suo contributo di esperienza nella divulgazione economica. Devo dire che la Bocconi è in questa iniziativa un “partner” ideale. Come noi è “laica”. Come noi ama l’efficienza. E come noi crede nell’imprenditore e nell’iniziativa privata.

Il “sistema paese” di cui tanto si parla, spesso a sproposito, si fa anche così, offrendo le colonne di un giornale a docenti che si battono per aumentare la cultura economica della gente. L’esperimento è avviato: cari lettori, buonelezioni.

 

Questa convinzione era maturata in lui anche per l’amicizia che lo legava a Giovanni Spadolini, nostro presidente dal 1975, che quand’era di passaggio a Milano aveva due appuntamenti costanti: con la Bocconi e con Montanelli.

All’inizio della collaborazione, ricordo a titolo d’esempio che scrissi:

L’oggetto principale della nostra collaborazione riguarderà l’anticipazione, in forme sintetiche ed in versione adatta ad un pubblico anche non specialista, degli studi che stanno per essere presentati nei libri, nelle riviste, nei working papers, nelle relazioni e convegni ecc. In generale negli strumenti che usiamo per la diffusione alla comunità scientifica ed ai manager dell’elaborazione dottrinale e delle analisi empiriche in atto nell’Istituto.

Del rapporto che mi legava a Montanelli e al suo Il Giornale ricordo due circostanze. Quando ero commissario giudiziale, nel biennio d’amministrazione controllata della Rizzoli, ai miei uffici dell’allora via Civitavecchia (oggi via A. Rizzoli) piovevano continuamente domande di notizie e richieste di interviste da giornalisti delle più varie testate. A tutte mi sottraevo: ho fatto qualche (rara) eccezione solo per Il Giornale.

In un casuale incontro, a una pubblica manifestazione bocconiana, io e mia moglie ci trovammo davanti a Montanelli. Lei, per essere gentile, gli disse: “Ogni mattina, all’ora del caffè, io e mio marito ci disputiamo la lettura del suo Giornale”. Rispose salomonicamente: “Ma perché, signora, non ne comprate due copie?”.

* * *

Conservo un dossier Montanelli con centinaia di appunti. Ne citerò alcuni che mi sembrano particolarmente utili non tanto per fare un ritratto di Indro quanto per comprendere quale legame si era creato fra me, suo lettore affezionato, e lui, il mio idolo dell’informazione.

La prima volta (inizio anni Ottanta) che lo incontrai personalmente fu al Rotary Centro di Milano, dove tenne un intervento applauditissimo. Tracciò, come lui sapeva fare, un efficace quadro politico dell’Italia del tempo. Fu la prima volta che potei stringergli la mano; ma ero stato suo fervente lettore fin da ragazzo, quando scriveva le sue indimenticabili corrispondenze belliche. Avevo 13 anni e quelle pagine mi affascinavano. In quei tempi, neppure nei sogni, avrei sperato di poterlo conoscere personalmente; e perfino di potergli essere in qualche modo utile. Ripercorriamo sinteticamente questi quarant’anni.

1940. Treviglio. Mio padre è un lettore assiduo del Corriere. Rientrando da scuola, me ne appropriavo e lo leggevo avidamente. Le corrispondenze di Montanelli da Helsinki erano il mio primo obiettivo; dopo averle lette, le conservavo tra i miei documenti: le trovavo affascinanti. Non mi chiedevo se fossero pro o contro l’Asse (l’alleanza italo-tedesca-nipponica); mi affascinavano... e basta.

Ero – seguendo Indro – divenuto pro-Finlandia: Golia che si batteva con coraggio contro il Sansone russo (e con me lo erano tutti i miei compagni di scuola e dell’oratorio di Treviglio, dove andavo per giocare a calcio) nonostante fossimo tutti, per obbligo, iscritti alla GIL (Gioventù Italiana del Littorio) quella, per intenderci, dei “moschetti di latta”.

1941. Montanelli segue, in Grecia, la “disastrosa campagna militare italiana” (dove a combattere sui monti furono inviate truppe “con le scarpe di cartone”): molti caduti; inutile coraggio dei singoli; dopo alcuni mesi non avevamo fatto un passo in avanti! Fin quando la Germania, entrando dalla Macedonia, risolse tutto in una settimana o poco più: e la Grecia si arrese.

Per Montanelli, richiamato dalla direzione del Corriere, finisce la vita di corrispondente di guerra.

1943. Montanelli sparisce: si saprà poi che era riuscito per poco a sfuggire all’arresto nei primi mesi di quell’anno. Per noi viene il 25 luglio: una mattina alle 7 un annuncio via radio c’informa che “Sua maestà il Re Vittorio Emanuele III aveva accettato le dimissioni del Cav. Benito Mussolini [non più “il Duce”] da capo del Governo”, carica cui veniva chiamato il generale Badoglio.

In quella mattinata estiva, passeggiando curiosi per le vie della cittadina bergamasca, ci accorgemmo che il distintivo fascista, che tutti gli adulti portavano all’occhiello della giacca, era sparito...

Nel mese successivo (non avevo ancora compiuto i 16 anni) il direttore del Popolo Cattolico – settimanale trevigliese diretto da un sacerdote – mi pregò di scrivere gli articoli di fondo del giornaletto (venduto in un migliaio di copie) perché sapevo scrivere, avevo le idee “giuste” ma, soprattutto, perché non disponeva più di alcuno che non avesse portato il distintivo fascista all’occhiello. Lo feci per un paio di mesi, finché all’8 settembre, con l’armistizio, s’installò a Treviglio la Kommandantur tedesca: mio padre inizialmente si preoccupò, ma i tedeschi avevano ben altro in mente che non Il Popolo Cattolico.

1956. Montanelli è a Budapest, dove assiste alla rivolta e racconta sul Corriere l’arrivo dei carri armati sovietici, che spengono nel sangue il sussulto dell’opposizione al comunismo.

1974. Montanelli lascia il Corriere, passato sotto la direzione di Piero Ottone (dopo che la “zarina” Giulia Maria Crespi aveva ingiustamente defenestrato addirittura il grande Giovanni Spadolini) “per incompatibilità con la linea politica di Ottone”. Fonda Il Giornale Nuovo, portando con sé (com’era fatale) una buona fetta dei suoi fedeli lettori, così preparando (come constaterò direttamente nel 1981, con l’amministrazione controllata) il disastro della Rizzoli (che nel frattempo aveva acquisito il quotidiano, oltre che dai Crespi, dai grandi gruppi industriali nel frattempo intervenuti con quote significative di capitale).

1975. Un memorabile “Controcorrente” del 25 giugno 1975 saluta, con parole che condivido una per una, la nomina a governatore di Banca d’Italia di Paolo Baffi (bocconiano illustre e all’epoca membro del Consiglio d’Amministrazione della Bocconi). Lo possiamo leggere assieme in ricordo del grande governatore:

Dicono che il successore di Guido Carli al Governatorato della Banca d’Italia sarà Paolo Baffi, attuale direttore generale. Sono in pochi a conoscerlo, e noi non siamo di questi. Volendo un poco ragguagliarcene, abbiamo raccolto di lui le seguenti referenze: 63 anni, grandissima competenza, grandissima esperienza, immacolata onestà, completa indipendenza da partiti e uomini politici. Purtroppo, aggiungono i nostri informatori, ha un cattivo carattere. Purtroppo? Ma gli uomini di carattere hanno sempre un cattivo carattere. E ce ne fossero, in questo Paese d’indulgenze plenarie, ce ne fossero!

1977, 2 giugno, ore 10. Indro Montanelli viene “gambizzato” dalle Brigate Rosse all’ingresso di piazza Cavour dei giardini pubblici di Milano, mentre a piedi sta raggiungendo la redazione de Il Giornale. Il giorno successivo, 3 giugno, lo stesso Indro scrisse sul Giornale al posto del solito “Controcorrente” una trentina di righe intitolate: “Una testimonianza che vale 4 pallottole”, che ricordo con commossa ammirazione:

Se questi aggressori credono di tappare la bocca al Giornale si sbagliano proprio di grosso perché anche se mi facessero fuori, rimane il Giornale. Non c’è uno nel Giornale che si arrende a questa tattica. Quello che mi è accaduto è grave non perché è accaduto al direttore del Giornale, che è una voce che non si adegua.

Evidentemente in questo Paese restare fuori dell’area comincia a diventare pericoloso per la vita di chi lo fa. Importante è non lasciarsi intimidire. Certo sono criminali agguerriti, come tecnica di aggressione squadrista è molto più raffinata di quella dei fascisti. I quali, di solito, attaccavano banda contro banda e di fronte. Qui no. Qui si attaccano in gruppo uomini inermi. Che cerchino di eliminarmi perché sono un avversario, questo lo posso anche capire; ma perché – a quanto mi riferiscono – hanno detto che io sono un servo delle multinazionali, allora questo sta a dimostrare la confusione di idee di questi poveretti che, evidentemente, non sanno cosa sono le multinazionali. Io chiedo scusa ai lettori se oggi non ci sarà il Controcorrente per “indisposizione del titolare”. Però non mi sento di prendermi queste vacanze senza un ringraziamento di cuore ai lettori che mai come in questa occasione ci hanno fatto sentire il coro del loro affetto, della loro simpatia e della loro solidarietà. Io penso che questa stupenda testimonianza quattro pallottole di rivoltella le vale.

1994, 12 gennaio. Con un memorabile articolo di fondo (“Al lettore. Vent’anni dopo”) Indro lascia Il Giornale:

Questo è l’ultimo articolo che compare a mia firma sul giornale da me fondato e diretto per vent’anni. Per vent’anni esso è stato – i miei compagni di lavoro possono testimoniarlo – la mia passione, il mio orgoglio, il mio tormento, la mia vita. Ma ciò che provo a lasciarlo riguarda solo me: i toni patetici non sono nelle mie corde e nulla mi riesce più insopportabile del piagnisteo.

Sento però di dovere una spiegazione ai lettori coi quali mi ero impegnato a restare al mio posto “finché morte sopravvenga” come dicevano i boia inglesi nell’annodare la corda al collo degl’impiccandi.

Sia chiara una cosa: nessuno mi ha scacciato. Sono io che mi ritiro per una di quelle situazioni di incompatibilità, di cui i lettori avranno preso atto dallo scambio di lettere, da noi pubblicate ieri, fra me e l’editore.

[...] Me ne vado. Ma non senza avvertire i lettori che manterrò l’impegno preso con loro. Fra poche settimane essi riavranno il loro giornale, fatto dagli stessi uomini del Giornale, illustrato dalle stesse firme e nutrito dalle stesse idee del Giornale. Con qualche difetto – speriamo – in meno, ma una cosa in più, di cui l’esperienza mi ha dimostrato l’assoluta necessità: un assetto azionario che mi garantisca l’incondizionata indipendenza.

[...] A presto dunque, cari lettori. Anche a costo di ridurlo, per i primi numeri, a poche pagine, riavrete il nostro e vostro giornale. Si chiamerà La Voce. In ricordo non di quella di Sinatra. Ma di quella del mio vecchio maestro – maestro soprattutto di libertà e indipendenza – Prezzolini.

* * *

A Indro ho anche dato (a sua insaputa) un modesto contributo per la difficile battaglia del suo ultimo giornale La Voce, la cui avventura giornalistica è stata ben descritta da Ferruccio de Bortoli nella prefazione al libro Indro Senza Voce:

Fu un alito di libertà pagato a caro prezzo [...] Dimostrò la difficoltà, se non l’impossibilità, di fare un giornale senza un padrino o un patrono [...] Montanelli sbagliò giudizi e analisi, certo. E non fece mai mistero degli errori, numerosi, che aveva commesso, primo fra tutti una gestione economica dell’impresa editoriale quantomeno rischiosa e velleitaria [...] Quando si congedò dai suoi lettori (“Uno straniero in Italia”) scrisse: “Noi volevamo fare, da uomini di Destra, il quotidiano di una destra veramente liberale, ancorata ai suoi storici valori: lo spirito di servizio, il senso dello Stato, il rigoroso codice di comportamento che furono appannaggio dei suoi rari campioni, da Giolitti a Einaudi a De Gasperi. Insomma, l’organo di una destra che si senta oltraggiata dall’abuso che ne fanno gli attuali contraffattori”.

Il nuovo quotidiano era nato il 22 marzo 1994; il 12 aprile 1995 cessò le pubblicazioni. La Voce fu la prova che Montanelli era un grandissimo e coraggioso giornalista (il più grande di tutti, ritengo, nel nostro Paese); e nel contempo che non era un uomo di marketing e tanto meno un manager. Di questo ebbi le prove schiaccianti quando, verso la fine ormai inarrestabile dell’avventura, cercai invano – per la stima e l’affetto che avevo per lui – di dargli una mano.

Come aveva fatto, col consueto coraggio e disinteresse, Victor Uckmar, arrivando all’ultimo perfino ad assumere la presidenza del Consiglio della Piemmei SpA, la società editrice de La Voce.

Il 25 febbraio 1995 (un mese e mezzo prima della fine delle pubblicazioni) mi fu notificato dal Tribunale di Milano l’avviso della nomina a esperto ex art. 2343 del codice civile della Piemmei SpA “intendendo questa società conferire il proprio complesso aziendale in una nuova società, ovvero in una società esistente a fronte di aumento di capitale della stessa”.

Presentai la mia relazione il 27 aprile 1995 (15 giorni dopo la cessazione delle pubblicazioni): si basava, sostanzialmente, su informazioni aggiornate al 3 aprile 1995 (9 giorni prima della cessazione delle pubblicazioni).

Le informazioni sul bilancio 1994 contenevano, innanzitutto, notizie altamente significative sull’andamento delle vendite medie giornaliere da marzo a dicembre: passavano dalle 339.115 copie giornaliere del marzo alle 145.137 dell’aprile, alle 71.338 del dicembre. Inoltre, in quei tre trimestri, la perdita accertata a bilancio era stata di 14,9 miliardi di lire (oltre alla capitalizzazione di costi per 4,2 L/mld).

Al fine di attribuire al “complesso aziendale” oggetto di conferimento (tradottosi poi unicamente nel valore della testata La Voce  Il Giornale di Indro Montanelli) una grandezza di qualche consistenza (la conclusione fu per 6 L/mld) e nel contempo dimostrata con rigore logico e secondo regole all’epoca generalmente condivise, fu anche necessario superare qualche passo delicato: così dovetti impegnarmi allo spasimo, forse anche in qualche equilibrismo.

Scrissi nella mia relazione:

Prima di procedere alla valutazione, è essenziale premettere che il “valore” della testata in questa sede accertato assume, per lo stadio di avviamento nel quale si colloca, i connotati tipici del valore potenziale.

Esso, infatti, è in grado di manifestarsi nella misura in cui trovino effettiva realizzazione le ipotesi – di vendita, di contenimento dei costi, di ambiente competitivo ecc. – su cui si imperniano le proiezioni espresse dal budget. Quale importante corollario dell’aspetto appena enunciato, va sottolineato che il valore individuato della testata mantiene la propria valenza economica unicamente in ipotesi di continuità dell’attività aziendale; in mancanza di quest’ultima è infatti noto come tali beni immateriali siano suscettibili di rapidi fenomeni di deperimento.

E ancora:

A fronte del valore ottenuto di 6 miliardi di lire, ci si può chiedere se tale grandezza sia espressiva (nell’odierna condizione del nostro Paese) del costo probabile o prevedibile per il lancio e l’affermazione di un quotidiano nazionale capace, per le proprie caratteristiche di qualità, organizzative e commerciali, di raggiungere l’equilibrio economico a livello ad esempio di 100-120.000 copie-giorno di vendita.

Siamo ben lungi da ciò: il costo sarebbe cioè ben superiore.

Questo sta a significare che se La Voce avesse raggiunto il “punto di pareggio”, o fosse sul punto di raggiungerlo in tempi limitati e con ragionevole certezza, alla testata (nelle condizioni attuali) potrebbero attribuirsi valori decisamente superiori. Sennonché le caratteristiche di incertezza che caratterizzano la situazione, il fatto in sostanza che l’operazione di lancio e di raggiungimento del break-even non solo sia “a metà del guado”, ma non risulti ancora chiaro come possa giungere a compimento, renderebbero azzardata l’attribuzione di valori superiori.

Il mio sempre coraggioso e creativo amico Victor Uckmar, nell’intento di evitare il dissesto, anche ricercando nuovi soci, era divenuto il presidente (suo è infatti il ricorso al Tribunale di Milano per la nomina dell’esperto) della società editrice (Piemmei SpA). Purtroppo non si trovarono capitali disposti al rischio: venne, di conseguenza, il fallimento. E già il 19 marzo 1996 il curatore fallimentare, Micaela Cecca, mi chiedeva copia del budget 1995 che avevo chiesto e ottenuto dalla società per poter redigere la mia relazione ex art. 2343 del codice civile. Quando risposi, le chiesi genericamente qual era lo stato del fallimento. Mi resi conto che non si presentava, nel rapporto passivo/attivo, affatto bene. Decisi, senza dirlo, di offrire un modesto aiuto alla società che era stata di Montanelli: non presentai nessuna richiesta di compenso per il mio lavoro (come si dice: non mi “insinuai” al passivo): era il minimo contributo che potessi – sia pure indirettamente – offrire al grande Indro.