Il mondo di Guatri
2026/17
Il caso più sconcertante della mia vita accademica: l’arresto di Giordano Dell’Amore
Quando Gino Zappa, l’indiscusso fondatore in Italia dell’Economia aziendale, lascia nel 1951 la Bocconi, a succedergli – con il consenso generale – è Giordano Dell’Amore (foto pag. 290), ma che aveva trascorso a Venezia i suoi primi anni dopo il successo nel concorso a cattedra (1938). Egli non è soltanto in quel momento l’unico ordinario di materie aziendali in Bocconi, ma uno degli allievi prediletti del Maestro e uno studioso di alta qualità; ed è un personaggio rilevante nel mondo politico e presto (con la presidenza della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde) diverrà un banchiere potente. Alle capacità indiscusse di studioso e all’impegno assiduo nella ricerca (con una lunga serie di pubblicazioni che si susseguono per decenni senza sosta) e nella docenza (non mancò mai alle lezioni, alle 8 del mattino) univa indiscusse capacità di guida degli uomini. Chi meglio di lui poteva succedere a Zappa?
Diventò infatti il leader indiscusso degli aziendalisti bocconiani; e a lui – come tale – guardarono tutto il corpo docente e il Consiglio della Bocconi.
Nella forma, divenne il direttore dell’Istituto di Economia aziendale (l’unico, all’epoca, nel mondo aziendalistico), nonché il direttore delle pubblicazioni dello storico Istituto di ricerche tecnico-commerciali, di cui mutò la denominazione in Collana dell’Istituto di ricerche aziendali (recando in copertina il nome di Gino Zappa come fondatore).
Dopo il doloroso ritiro di Zappa, a ciò costretto dalla cecità, divenne per quasi trent’anni il sostenitore e il punto di riferimento di tutti gli aziendalisti della Bocconi (come di tutti gli aziendalisti bocconiani sparsi in molte sedi universitarie, dal Nord al Sud del Paese).
Una posizione che ha sempre mantenuto affermando attivamente, nella linea del Maestro, i concetti di severità degli studi (e della selezione nelle prove d’esame), di riconoscimento del solo merito nei giudizi di nomina e di carriera dei docenti (battendosi anche duramente contro le ingiustizie e i favoritismi nei concorsi, specialmente contro le cosiddette “mafie” universitarie). Inoltre giunse (grazie anche alla sua posizione di forza a difesa della cultura aziendalistica e del “peso” delle materie aziendali in Bocconi) con Sapori e Gasparini a definire la regola del fifty-fifty nella divisione dei posti di ruolo, con la creazione di due dipartimenti. Tale regola, sopravvissuta fino al 2007, cioè per circa mezzo secolo, con il consenso generale, si è rivelata nel complesso efficace e ha accompagnato lo sviluppo e i progressi della nostra università sopendo i conflitti che in tempi precedenti non erano mancati.
Ricordo benissimo come nei 25 anni in cui fui consigliere delegato (e nei 5 in cui fui Rettore) questa regola consentì di procedere senza intoppi.
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Dell’Amore è stato un Maestro in quanto, all’intensità e qualità delle sue ricerche lungo l’intero arco della vita, ha aggiunto la capacità di scoprire e crescere moltissimi allievi, tutti di alto o altissimo livello, che hanno per vari decenni dominato l’economia delle aziende bancarie (e le materie derivate) nell’intero Paese, portando il loro insegnamento nelle maggiori università.
Di tutti leggeva e discuteva le opere (come faceva Zappa!), a tutti ha dato suggerimenti e consigli, a tutti ha reso possibile dedicarsi alla ricerca e all’insegnamento appoggiandoli altresì sul piano economico (grazie anche alla sua forza nel mondo bancario e professionale); infine ha accompagnato tutti i meritevoli fino alla cattedra, battendosi anche duramente affinché nei concorsi il merito prevalesse sul nepotismo.
Ricordo bene che qualche volta, dopo il 1960, si rivolse anche a me affinché entrassi (per elezione, come allora si usava) nelle commissioni giudicatrici, per assicurare – mi diceva – la prevalenza di “commissari attenti solo al merito”. Infatti, anche se aveva idee precise sull’ordine di merito dei suoi allievi e di tutti gli altri, ascoltava con grande attenzione le mie osservazioni e, quando le nostre graduatorie non erano coincidenti, tornava con scrupolo a rivedere i propri giudizi, disponibile a cambiarli se si convinceva di avere commesso qualche svista.
Vennero così alla luce professori di grande merito (e taluni poi di grande fama), che sempre onorarono la sua Scuola. Da Tancredi Bianchi ad Arnaldo Mauri, da Roberto Ruozi a Paolo Mottura, da Alberto Bertoni a Claudio Demattè, da Franco Onado a Mario Masini, da Stefano Preda a Giancarlo Forestieri, da Matteo Mattei Gentile a Sergio Bortolani, da Pier Luigi Fabrizi a Sergio Paci (e l’elenco potrebbe continuare con altri nomi di valore).
Ma, forse, quanto vi è di più stupefacente è che i superstiti (dopo che molti, forse troppi, sono usciti dai ruoli anche anticipatamente, o sono disgraziatamente scomparsi, o sono emigrati in altre università) sembrano negli ultimi anni aver abbandonato la via indicata dal Maestro, che assume l’Economia aziendale come stella polare. Consentendo ad alcuni loro allievi (o non opponendosi a essi con il necessario vigore), nel nome di obiettivi spesso illusori, di dimenticare le gloriose origini della Scuola che fece grande (anche nel campo bancario) il nome della Bocconi.
Solo se sapranno fare altrettanto, dimostrando che l’oblio delle loro radici non fu personalismo, ma vero progresso, la mia preoccupazione si dimostrerà priva di fondamento. E spero che così possa avvenire, anche se mi sento assalito da molti dubbi.
Forse se Bianchi, Ruozi, Demattè fossero stati presenti, di tutto ciò non saremmo qui a discutere...
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Ricordo un solo caso in cui i nostri giudizi non poterono comporsi. Fu in occasione della prima chiamata di un suo allievo in Bocconi, dove in contesa erano due studiosi eccellenti come Tancredi Bianchi e Roberto Ruozi. Prima di proporre al Consiglio di facoltà il nome da lui scelto (che avrebbe avuto senza alcun dubbio l’adesione generale), convocò tutti gli aziendalisti ordinari (non eravamo più di mezza dozzina) presso la presidenza della Cassa di Risparmio in via Monte di Pietà per sottoporre loro la sua opinione (che era, sia pure soffertamente, per Ruozi; ma anche di Bianchi aveva un altissimo concetto).
Alla sua proposta, che forse sorprese un po’ tutti, nessuno replicò. Ma io non mi sentii di tacere, anche se ben sapevo che la decisione era ormai irreversibile. Dissi che, pur avendo di Ruozi (più giovane di Bianchi) un concetto molto positivo e che avrebbe fatto molto bene alla Bocconi (come poi avvenne puntualmente), non mi sentivo in coscienza di vedere scavalcato Tancredi Bianchi. E gli chiesi – almeno in quella sede privata – di annotare la mia astensione dal giudizio. Acconsentì immediatamente, apprezzando la mia franchezza.
Non ebbe, per quanto accaduto, risentimento. Dunque non fu, mi sembra, autoritario, ma impose la sua autorevolezza. Del resto, non motivò la sua (pur discutibile) scelta con argomenti di tipo scientifico, ma di tipo funzionale (scelgo colui che oggi serve di più alla Bocconi). L’autoritario avrebbe imposto la sua scelta e non avrebbe avvertito il bisogno di motivarla.
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La fondazione dell’IEFE (l’Istituto di Economia delle Fonti di Energia) nel 1957 fu un’iniziativa di grande risonanza. Era un problema centrale del mondo moderno, quello dell’energia, che la Bocconi aveva percepito con grande anticipo sui tempi; e al quale fu dedicato il primo centro di ricerca bocconiano: un archetipo dal quale proliferarono nei decenni successivi numerosi centri.
Dell’Amore e Cicogna erano stati gli ideatori dell’iniziativa, alla quale furono dedicati mezzi, spazi e dotazioni straordinarie per quell’epoca di ristrettezze (il centro era peraltro supportato finanziariamente dai massimi operatori dell’energia, in particolare società elettriche e petrolifere).
In quegli anni in Europa esisteva un solo istituto di questo genere: l’Energiewirtschaft Institute di Colonia, diretto dal professor Theodor Wessels, che ebbi occasione di visitare nel 1958 e dal quale traemmo ispirazione per l’organizzazione della nostra iniziativa. Conoscevo il tedesco, che peraltro avevo abbandonato nella pratica da alcuni anni: e perciò intendersi con Wessels non fu proprio facile. Ma alla fine riuscii a ottenere le informazioni e i consigli essenziali, che Wessels ci profuse a piene mani.
Fui chiamato dal duo Dell’Amore-Cicogna prima come segretario generale e poi come direttore (agli inizi il direttore era lo stesso Dell’Amore). Ricordo come fosse ieri il duro impegno che dedicai nella calda estate del 1957 (mentre ero in vacanza in Versilia) a preparare un articolo per il numero di esordio della rivista bimestrale (di cui assunsi la direzione) Economia delle fonti di energia. Il tema, per me e per tutti allora sconosciuto, era il costo dell’energia nucleare. Quando apparve nell’autunno 1957 il primo numero della rivista, Cicogna così lo commentò: “È un’opera seria”. Nel suo linguaggio era il massimo elogio. Dell’Amore era raggiante: la sua nuova creatura aveva mosso con successo i primi passi!
Ancora oggi l’IEFE, dopo sessant’anni d’attività e soprattutto grazie all’opera del successore da me proposto, Sergio Vaccà (ormai anch’egli scomparso), rimane il più importante centro di ricerca della Bocconi.
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Il Consiglio della Bocconi del 27 ottobre 1967 nominò Dell’Amore Rettore. Il presidente Cicogna informò che “l’Ufficio di Presidenza avendo lungamente esaminato, sotto ogni profilo, la pratica relativa alla nomina del nuovo Rettore per l’anno accademico 1967/68 è venuto alla conclusione di proporre a tale carica l’on. Prof. Giordano Dell’Amore che ha assicurato di potere dare (...) le assidue cure che essa [carica] comporta e delle quali è pienamente consapevole”. La proposta fu accolta da un lungo applauso.
I sei anni (1967/73) del suo rettorato furono proficui, ma anche i più difficili che la storia della Bocconi ricordi: caddero proprio, a partire dal ’68, nel pieno della contestazione studentesca, che in Italia, com’è noto, si protrasse a lungo anche negli anni Settanta e che lasciò indelebili tracce (negative) sulla qualità dell’insegnamento e della selezione accademica, abbassandone il livello.
Certo, fu per la Bocconi una fortuna che in quel periodo il rettorato fosse ricoperto da una figura “forte” come Dell’Amore: ma per lui significò un’infinità di noie...
Ricordo che, credendo che con loro si potesse sostenere un ragionevole colloquio, si recò alla cosiddetta “assemblea” di Lingue (di gran lunga la più facinorosa delle nostre due facoltà). Fu travolto dai fischi e ne uscì disgustato. Capì che se non si fosse estirpato quel bubbone, la sua università poteva uscirne travolta.
Tanto più che a Lingue (come non accadde mai nella facoltà di Economia) gli assistenti e non pochi docenti erano parte attiva di questa supposta “rivoluzione”.
Per qualche tempo cercò di resistere e di temporeggiare. Un giorno mi telefonò chiedendomi di correre in via Sarfatti per assistere agli esami di matematica del professor Ricci. Qui, alcuni (pochi, in verità) studenti contestavano la regolarità della commissione d’esame di Matematica generale, presieduta da quell’eccelso matematico che era il professor Giovanni Ricci, in quanto in quella commissione... non era presente un ordinario della Bocconi. Accorsi e mi sedetti a fianco di Ricci: volutamente non dissi mai una parola. Quella stravaganza assurda naufragò nel ridicolo.
Ma giunse il momento in cui non si poté più temporeggiare. Nell’estate del 1968 il Rettore Dell’Amore e il presidente Furio Cicogna capirono che occorrevano decisioni drastiche: da ciò la decisione, di cui si assunsero la piena responsabilità davanti al Consiglio, di sopprimere gradualmente la facoltà di Lingue, comunicando la chiusura delle iscrizioni al primo corso dell’anno accademico 1968/69: entro il 31 ottobre 1972 la facoltà sarebbe stata soppressa.
Cicogna aveva informato a fine luglio 1968 Giovanni Spadolini, all’epoca direttore del Corriere della Sera, delle decisioni assunte, che ne diede notizia immediata (in termini tutt’altro che negativi, “La Bocconi sarà potenziata”, con allusione alle nuove iniziative nel campo economico pure decise dallo stesso Consiglio).
Chi ebbe a dolersene fu il preside della facoltà di Economia, Innocenzo Gasparini, che solo dal Corriere aveva appreso la notizia. Egli scrisse al Rettore che avrebbe gradito un dibattito preventivo davanti al Senato Accademico. Forse sul piano formale aveva ragione: ma non si rendeva conto che le decisioni che comportano “tagli netti” debbono essere assunte da pochi e con prontezza (in caso contrario ci si invischia in discussioni infinite e non si decide più).
A ben vedere, in quel momento occorreva salvare la Bocconi. E Dell’Amore e Cicogna si assunsero tutte le responsabilità. Ancora oggi, sono convinto che la decisione fosse necessaria. In sintesi: un comportamento insolito, ma preso in una situazione di emergenza, che non consentiva di aprire un dibattito.
Ricordo comunque benissimo che la gran parte degli aziendalisti (quanto meno) erano del tutto solidali con Dell’Amore, apprezzandone il coraggio (il che, in quei tempi, non era da tutti).
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Dell’Amore sapeva organizzare con rigidezza prussiana le sue giornate, suddividendo sistematicamente il tempo, in modo da sfruttarlo in massimo grado. Inoltre aveva costumi estremamente morigerati.
Ricordo bene che, salvo che nei periodi “di punta” della contestazione, tre giorni per settimana si presentava in Bocconi per tenere dalle 8 (in punto) alle 9 la sua lezione; e dalle 9 alle 10 si dedicava al Rettorato. Un’ora, nei periodi di normalità, gli bastava.
Per incontri sia singoli che collegiali riguardanti i problemi della Bocconi la “succursale” (nel corso della giornata) era la presidenza della Cassa di Risparmio in via Monte di Pietà, dove anch’io ero divenuto “di casa”. Tanto che gli occhiuti portieri all’ingresso non mi chiedevano neppure più da chi dovessi andare, anzi aprivano il cancello alla mia macchina per consentirmi di posteggiarla nel cortile interno (privilegio riservato a pochi).
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Nel 1952 Dell’Amore venne nominato presidente della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde: una carica che tenne per 27 anni, durante i quali portò la banca a grandi traguardi e a indiscussi successi, pur dovendo attraversare alcuni periodi difficili per il nostro Paese (compresa un’inflazione “a due cifre” per molti anni).
È stato un banchiere di grande impegno (al lavoro senza soste, salvo la pausa trisettimanale alla Bocconi); di grande capacità e innovatività; di grande rigore morale; lontanissimo da qualsiasi interesse personale. Di lui, come banchiere, posso ricordare solo lo stile.
Proprio il rigore morale e il distacco dagli interessi personali (o degli amici, o degli allievi) mi indussero sempre, nelle mie attività professionali, a tenere rapporti con altre banche; a non assumere dalla Cassa incarichi di contenuto economico (solo di ricerca accademica senza interessi di sorta), a non proporre candidature. Capivo bene che questo era il suo desiderio, era il suo “stile”. Quando, nel corso della vita, mi propose per qualche incarico, si riferiva a soggetti diversi dalla sua Cassa di Risparmio. E così faceva con tutti i bocconiani, anche i suoi prediletti.
La sua relazione annuale all’assemblea della Banca d’Italia (dove fui sindaco per dieci anni e dov’egli rappresentava il maggiore azionista: le Casse di Risparmio), che seguiva quella del Governatore, era una lezione di altissimo livello e densa di proposte per il bene del Paese e del sistema bancario italiano. Sempre seguita con attenzione e applaudita da tutta l’assemblea. Anche in quella sede conservava il suo stile.
Una notazione strettamente personale: quando all’Hotel Mediterraneo di Roma, al quale ambedue facevamo base nelle nostre visite romane, ci si incontrava qualche sera nella sala da pranzo, non gli chiesi mai di pranzare insieme. Il suo pranzo frugale (una minestrina e una mela cotta) durava pochi minuti: e capivo che preferiva, pur salutandomi con affetto, passarli in silenzio. Anche questo era il suo stile!
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Fin dal primo incontro (1950) alla presidenza della Provincia di Milano mi dimostrò una stima di cui gli sarò sempre grato. In quel decennio mi chiamò in posizioni rilevanti in tutte le iniziative di ricerca che assumeva; e mi seguì nella carriera accademica, sostituendosi con impegno al mio Maestro, forzatamente ormai lontano. Per arrivare al punto, mi chiese già nel 1952 (avevo 25 anni) di partecipare a un concorso a cattedra (di Tecnica industriale e commerciale), nel quale come commissario (anche se in minoranza) mi votò per il primo posto della “terna”. Impegnandosi anche in una durissima “Relazione di minoranza”, che suscitò scalpore nell’ambiente accademico.
Nello stesso 1952 avevo iniziato, con Luigi Antonelli (foto pag. 290), la professione di commercialista a Milano, nello studio di via dei Bossi. Mi resi subito conto che vivere “sul campo” la vita delle aziende (oltre ai vantaggi economici) risultava fondamentale per integrare le mie conoscenze. Andai così rallentando la produzione “scientifica” (che forse nei primi anni era stata perfino frenetica) e mi impegnai in modo via via crescente nella professione: dalla quale ottenni subito risultati rilevanti. Decisi pertanto di prendermi un periodo di 4-5 anni di respiro nella vita accademica (pur continuando in diversi incarichi universitari: oltre che in Bocconi, a Genova e al Politecnico di Milano, dove affiancavo quel grande politico e galantuomo che fu il ministro Roberto Tremelloni); e mi gettai “a corpo morto” nella professione.
Colui che, in quegli anni Cinquanta, mi tenne avvinto all’Accademia fu proprio Giordano Dell’Amore. Oltre alla conduzione dell’IEFE e della sua rivista (1957), mi chiese una collaborazione continua alla nuova rivista Il risparmio (da lui fondata e di cui era direttore). Qui scrissi, tra l’altro, una serie di articoli sul tema dell’avviamento (all’epoca ancora trattato a livello meramente descrittivo), che poi tradussi nel libretto L’avviamento d’impresa. Un modello quantitativo per l’analisi e la misurazione del fenomeno (1957), che fu assunto per lungo tempo come unico riferimento nella professione dai commercialisti italiani.
Dell’Amore, in sostanza, fece di tutto affinché mantenessi i contatti con l’Accademia e non mi facessi trascinare dal successo, forse troppo importante per i miei anni, nel “gorgo” inebriante della professione. E credo, sinceramente, di dovere proprio a lui se così avvenne; mi riuscì di mantenermi, in quel decennio, in un certo equilibrio. Mi nasce da ciò un debito di riconoscenza che non ho mai dimenticato.
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Nei primi anni Sessanta assunsi su sollecitazione del professor Tommaso Zerbi l’incarico all’Università Cattolica di Milano (mentre ero ordinario a Parma) di Tecnica industriale e commerciale. Subito dopo Zerbi cercò di farmi chiamare all’Università Cattolica e fece bandire il “trasferimento” della cattedra, che fu celermente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Questo mi avrebbe consentito il trasferimento da Parma a Milano.
Andai allora da Dell’Amore a chiedergli il permesso di ricoprire per qualche anno la cattedra alla Cattolica e lui me lo rifiutò: “Se vai alla Cattolica – mi disse – ti si chiude la strada per la Bocconi. Tieni pure l’incarico per qualche tempo, questa è una cortesia che possiamo fare, ma, se tu accetti la cattedra, allora...”. E mi salutò assicurandomi che m’avrebbe chiamato in Bocconi al più presto. Non presentai la domanda in Cattolica. Appena gli fu possibile (nel 1969) mantenne l’impegno: e mi chiamò alla Bocconi.
Non si trattava di essere più o meno “cattolici”. Dell’Amore lo era pienamente anche in Bocconi; nel caso specifico, aveva chiaramente un proposito: intendeva difendere la “sua” università dalla “concorrenza”.
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Nel 1959 decisi, sempre sollecitato da Dell’Amore, di tornare a presentarmi a un concorso a cattedra: avevo 32 anni, un’età che mi pareva più ragionevole per entrare nel difficile (e nel nostro Paese non sempre “trasparente”, per usare un eufemismo) agone della “terna”.
Questa volta come commissario i bocconiani riuscirono a far eleggere Giorgio Pivato (foto pag. 284). Il quale dimostrò, bisogna pure riconoscerlo, più abilità del “potente” Dell’Amore, che con la sua rigorosa intransigenza si trovava ormai contraria la gran parte degli accademici del Centro-Sud del Paese. Giorgio Pivato mi portò infatti al successo con voto unanime. Lo stesso Pivato mi disse, dopo alcuni anni, che Dell’Amore, pur felice dell’ottimo risultato che aveva conseguito (a mio favore), ne era rimasto nell’intimo anche un po’ dispiaciuto, per non esserne stato il diretto protagonista.
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Il mattino del 5 marzo 1980 (all’epoca ero consigliere delegato), vidi Tancredi Bianchi rincorrermi nell’atrio della Bocconi trafelato e sgomento per dirmi: “Hanno arrestato Dell’Amore!”. Mi accennò concitato che l’arresto riguardava tutto il Consiglio dell’ICCRI (l’Istituto di Credito delle Casse di Risparmio Italiane), con sede a Roma, da dove proveniva l’ordine di cattura che riguardava anche l’eccellente direttore generale della Cariplo, avvocato Luigi Falaguerra, altro manager “al di sopra di ogni sospetto”, nel sentire comune del mondo milanese.
Ambedue (Bianchi e io) sentivamo un groppo alla gola: “Ma com’è mai possibile?”, “Come può essere?”.
Salii di corsa nel mio ufficio e con il dottor Enrico Resti cercammo di verificare la notizia, che purtroppo venne confermata. D’istinto chiamai subito al telefono la signora Jolanda che, affranta, mi diede conferma del fatto, aggiungendo con voce ferma: “È un grave errore, il professore Dell’Amore (sic) è una persona retta e non ha commesso reati di sorta”. Balbettai a fatica qualche parola per consolarla e per garantirle che tutta la Bocconi era al suo fianco.
Dopo poche ore il fatto era su tutta la stampa nazionale a caratteri cubitali; e molti giornali esprimevano cautamente i loro dubbi contro il provvedimento giudiziario; solo Il Giornale di Montanelli si schierò senza riserve e con estrema chiarezza a favore di Dell’Amore. Atteggiamento che nei giorni successivi, quando Dell’Amore fu sottoposto a un trattamento persecutorio e perfino pericoloso per una persona della sua età, salì nei toni. Fino a tradursi in un durissimo (verso il magistrato inquirente) “Controcorrente” nello stile tipico del grande Indro.
Dal nostro dirigente Salvatore Grillo – che teneva, nella sua attività quotidiana di assistenza ai diseredati, compresi i carcerati, rapporti con il cappellano di San Vittore – venimmo a sapere che, grazie anche alla sua fede incrollabile, Dell’Amore passava sereno le sue ore. Dopo l’interrogatorio a Roma fu finalmente scarcerato. Ma nel tempo le conseguenze furono terrificanti.
Tutto si era basato sull’assunto al quale alcuni magistrati talvolta ricorrono: “non poteva non sapere”. Ma come ben scrive Ada Ferrari nel suo ottimo libro Giordano Dell’Amore. L’uomo e il banchiere:
non esiste alcun fondato motivo per ritenere che Dell’Amore “sapesse” e che, pur sapendo, avesse taciuto offrendo copertura autorevole alla gestione del direttore di Italcasse; mentre tale fu, come è noto, la tesi oppostagli dal magistrato Aliprandi. Resta il fatto che aveva potuto non sapere.
Le conseguenze furono terrificanti. Cito ancora Ada Ferrari:
Quest’esperienza fu, in tutti i sensi, un punto di non ritorno che parve inghiottire la vicenda umana di Dell’Amore sotto il segno di un inquietante non-senso. I pochi mesi successivi, segnati dalla perdita della sua amatissima Jolanda e dall’aggravarsi della malattia, un tumore al cervello che lo stava consumando, scivolano ormai in un cono d’ombra che ha poco senso tentare di varcare.
Nel corso dei poco più di nove mesi che intercorrono tra la scarcerazione e la morte (6 gennaio 1989) lo rividi solo due volte.
Intervenne in quei mesi a un Consiglio della Bocconi e chiese la parola. Quando i presenti si resero conto che intendeva offrire una spiegazione della propria innocenza, il presidente Cicogna insorse gridandogli: “Tu non hai bisogno di spiegare proprio nulla! Non vorrai credere che qualcuno di noi abbia un minimo dubbio!”.
Alcuni dei presenti avevano le lacrime agli occhi...
Lo rividi poi in occasione della cerimonia funebre della moglie Jolanda: era sorretto dai parenti, muoveva a fatica piccoli passi, era disfatto. Ebbi una stretta al cuore.
Scrive ancora Ada Ferrari:
[...] l’ultimo Dell’Amore incalza la figlia per avere notizie della sua Banca, al centro di un polverone giornalistico e di una ridda di assurde candidature palesemente volte a mortificare il prestigio dell’Istituto. Gli è stato dato un successore? E questo successore è un tecnico al di sopra delle parti e delle faziosità della politica?
Era destino che almeno questo desiderio fosse esaudito. Giordano Dell’Amore si spense a Milano il 6 gennaio 1981, pochi giorni dopo avere appreso che alla presidenza della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde era stato chiamato uno degli uomini che stimava di più: il professore Antonio Confalonieri. Ancora un cattolico, ancora un docente di tecnica bancaria.
Giovanni Spadolini, nel decennale della scomparsa, gli dedicò pagine commoventi, che si chiudono con espressioni altissime:
Ma il giudizio della storia riparerà quest’uomo tanto devoto alla vita universitaria e alla vita degli studi dalle infinite amarezze degli ultimi anni, dagli abbandoni, dalle diserzioni e dai tradimenti cui dovette assistere. Egli conservò sempre, nel fondo del suo animo di economista, un bagliore evangelico. Anche per lui come per San Paolo “charitas omnia solvit”.
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Dopo alcuni anni incontrai al Consiglio superiore della Banca d’Italia l’avvocato Luigi Falaguerra, che mi avvicinò e mi disse: “Professore, ha saputo che siamo stati tutti assolti con formula piena? Però, ‘Lui’ [Dell’Amore] ormai non c’è più!”. Anch’egli aveva le lacrime agli occhi e io mi commossi con lui.
Pochi anni dopo (1988), alcuni magistrati di alto rango di Milano proposero, sostenuti dalla Cariplo, dal Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa Sociale (fondato da Adolfo Beria d’Argentine, procuratore generale della Repubblica a Milano) e dall’Università Bocconi, la fondazione dell’Osservatorio Giordano Dell’Amore, nel quale fui chiamato con la carica di vicepresidente (quella di presidente fu a lungo ricoperta dal governatore e poi Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi).
Uno di questi grandi magistrati (che ricopriva al tempo la carica di presidente della Corte d’Appello) mi disse che, partecipando a quell’iniziativa, sentiva di adempiere a un obbligo morale (“Sento che la nostra ‘Corporazione’ [quella dei magistrati, NdA] deve riparare a quanto a Dell’Amore è stato fatto”).