Il mondo di Guatri
2026/17
Victor Uckmar
Triste mercoledì 7 dicembre 2016 nella chiesa della Pineta di Arenzano. Tutti piangiamo il caro Victor, che se ne è andato il giorno prima. Questa chiesa è stata, per molti anni, il nostro punto d’incontro domenicale: la messa delle dieci e mezzo. Negli ultimi tempi, da quando non ci vedeva, ero il suo accompagnatore lungo i piccoli gradini che conducono all’altare, per ricevere l’Eucarestia.
Dopo la messa si rifiutava coraggiosamente (come sempre nella sua vita) di essere riaccompagnato in macchina; aiutandosi con un bastone percorreva passo passo la via che lo riportava a casa e che conosceva a memoria.
Quando la figlia Francesca ha commemorato il padre, mi ha preso un groppo alla gola. Mi sono messo a piangere. Non mi accadeva più da quando era morta mia moglie Lina.
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Al compimento dei suoi 80 anni aveva dato una festa nella sua bellissima villa di Arenzano in via dell’Erica. Alla presenza di tutte le autorità di Genova, della Regione Liguria e di altre provenienze: nessuno dei personaggi di rilievo mancava (politici, accademici ecc.). C’ero anch’io, naturalmente con mia moglie Lina: fu una serata indimenticabile. Pur non amico delle feste (al contrario di Lina, che le adorava) me ne ricordo ancora oggi.
In tale occasione (era il 2 giugno 2005) la Repubblica gli dedicò un articolo (tutto vero!) che ricorda – tra l’altro – molte cose che, per modestia, non mi aveva mai detto di sé:
Essere Victor Uckmar significa festeggiare sabato sera a Arenzano un compleanno importante, ottant’anni, con i figli e gli amici. Essere Victor Uckmar significa essere il più famoso fiscalista e tributarista italiano, docente in università italiane e straniere, primo contribuente di Genova. Essere Victor Uckmar significa, anche, aver inventato un’espressione, meglio una risposta, che è diventata famosa. All’ambasciatore Usa che gli chiedeva: “Genoa? Where’s Genoa?” (dov’è Genova?) lui rispose: “It’s near Portofino”, è vicina a Portofino.
Essere Victor Uckmar, adesso, significa pensare a stabilire rapporti commerciali con la Cina. E, infine, accettare di ricordare gli anni da compiere, l’adolescenza, la sua storia. Il professore si racconta nel suo studio, a Corvetto, con la pipa in mano, la musica di sottofondo, i capelli bianchissimi, i modi affabili. L’età che proprio non dimostra.
Professor Uckmar, il ricordo più intenso per un compleanno importante?
“Il vento di tramontana che saliva su per via Corridoni, quando in corso Gastaldi non c’erano ancora case. Noi abitavamo lì, papà, mamma e io. Sono figlio unico e mi sono trovato benissimo.
La mia fortuna è stata avere genitori severi: papà mi negava il bacio se combinavo qualcosa di non corretto e mia madre usava gli scappellotti, fino a 16 anni, quando per raggiungermi doveva usare l’ombrello. Papà veniva a casa a pranzo e trovava il tempo per parlare con me, mia madre lo salutava dalla finestra quando andava al lavoro.
Una vita piena di affetti. L’altra fortuna è stata il liceo D’Oria, Baget Bozzo era mio compagno; c’era, a insegnare, Giuseppe Siri: per un quarto d’ora parlava di religione, il resto era dedicato a discorsi in libertà, dalla politica all’educazione sessuale”.
Si laureò il 22 luglio del 1947, in Diritto civile, viene accolto come assistente a Economia e Commercio perché a Giurisprudenza insegnava suo padre. Un giorno, il professor Mauro Fasiani gli disse: “Senta Uckmar, domani mi sostituisca lei, a lezione”.
È stata la sua prima avventura?
“In un certo senso. Davanti avevo giovani che non avevano potuto finire gli studi per via della guerra, a me non era capitato, sono stato solo partigiano per un po’ sulle colline di Novi”.
Un partigiano giovanissimo.
“Sì, decidemmo d’impulso, con altri due amici. Io mi chiedevo come avrei potuto dirlo a mio padre, sempre molto severo, ma lui, alla fine, mi abbracciò”.
Uckmar, cognome croato?
“Friulano, di Gorizia. Il mio bisnonno, per irredentismo, si trasferisce nelle Marche; mio padre, Antonio, nel 1919 si sposta a Genova. Lui si era laureato durante il servizio militare, poi la guerra. Mia madre la conosce qui, si chiama Bianca Helena, era nata in Cile dove il nonno andò quando un amico gli disse che là non sapevano che cosa fossero le persiane. Annunciò che sarebbe tornato appena raggiunto un milione di lire. E così fece. Era una somma enorme, berlusconiana”.
È un film che ricorda con affetto, quello della sua infanzia.
“Sono stati anni sereni, importanti. Mio padre era rigidissimo, un marchio che mi impresse. Si occupava di diritto del lavoro, volle che i miei primi due anni li passassi comunque in uno studio penale”.
Ma lei è diventato poi un fiscalista. Come ha scelto?
“A me interessa tutto il diritto, diciamo che mi occupo al 40% di fiscale e al 60% di diritto societario. Ricordo che presi un ufficetto, a Milano, dove dormivo anche la sera”.
Professore, sia sincero, qual è la qualità intellettuale che si riconosce?
“L’impegno al 60%, un 20% di attitudine, il 20% che resta alla fortuna. La mia fortuna attuale è occuparmi della rivista di diritto tributario, fondata da mio padre, che mi costringe a rivedere sempre la materia. La rivista ha raddoppiato, con quella di diritto tributario internazionale”.
Diritto tributario, dunque tasse. Professore, l’Italia è un Paese di furbi?
“Sì, è il nostro difetto, anche se a volte siamo furbi, magari all’estero, perché obbligati dalla necessità”.
Lei, invece, ha sempre presentato altissime dichiarazioni dei redditi. Esempio dell’Italia dei ricchi e onesti?
“Del mio egoismo, direi. Considero la libertà il bene più grande e voglio essere libero, voglio che nessuno possa dir qualcosa di me”.
È vero che mette alla porta chi le chiede di evadere il fisco?
“Guardi qui, è uscito un dossier, “Risparmiare sulle tasse in venti modi”, mi sono ricordato di avervi contribuito anch’io. Per rispondere, c’è differenza tra elusione e studiare maniere per alleviare la pressione fiscale”.
Perché l’hanno chiamata Victor?
“Fu mia madre, mio nonno si chiamava Vittorio, lei lo giudicò un nome troppo da anziano, preferì Victor”.
Quando va in ferie, sceglie la barca a vela?
“Non vado mai in ferie, mi diverto, giro il mondo, mi considero sempre in ferie. La vela è una passione recente, prima c’è stato lo sci. Ma dal 1972 in cinque amici abbiamo sempre la stessa barca (Baglietto, Dufour, Ghigliotti, Cipollina: un Swan, 37 piedi, KI del 1970). Un record, credo”.
Lei ha un figlio maschio e due femmine. Che tipo di padre è stato?
“Piuttosto pesante, severo, esigente. A me era piaciuto, ho cercato di essere padre alla stessa maniera del mio. Ho dei figli magnifici, Antonio si occupa del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, Alessandra fa la casalinga e il pomeriggio viene qui in studio da me, Francesca è la più turbolenta, liceo artistico, matrimonio, facoltà di Giurisprudenza a Milano, ora va avanti”.
Con chi festeggerà il compleanno? Famiglia e amici? Sono gli stessi di sempre?
“Saremo a Arenzano, dove abito, con i miei figli. L’amicizia? Per me è un valore importante, e forse proprio per questo a volte ho avuto delusioni, soprattutto in campo universitario. Ma gli amici veri non sono cambiati e saranno con me”.
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Victor (foto pag. 286) nasce da Antonio, avvocato e giurista originario di Gorizia, e da Bianca Helena, cilena. Da giovane frequenta il liceo D’Oria a Genova (dove il padre aveva aperto uno studio di avvocato). E, come abbiamo appena letto, ebbe come insegnante di Religione l’odierno Cardinale Siri.
Durante la guerra finisce gli studi a Novi Ligure, ove era sfollato. Qui partecipa alla Resistenza, che in Liguria – com’è noto – fu molto attiva. Victor è sempre stato coraggioso: non poteva mancare all’appello!
Finita la guerra, nel 1947, si laurea a Genova in Giurisprudenza, conseguendo la dignità di stampa per una tesi di Diritto civile, discussa con il professor Ruggero Luzzatto, sul contratto preliminare di compravendita.
I suoi studi erano stati indirizzati prevalentemente sulle materie classiche della facoltà di Giurisprudenza; il Diritto tributario era ignorato. Docente di Scienza delle finanze e Diritto finanziario era Jacopo Tivaroni, economista, e così presso tutte le facoltà di Giurisprudenza e di Economia.
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Il suo primo contatto con il diritto tributario avvenne quando il padre, lo stesso giorno della laurea, lo invitò a versare una quota per concorrere alle spese di casa (viveva, figlio unico, con i genitori). Si domandò come si sarebbe procurato i mezzi e il padre gli offrì un compenso per revisionare le bozze del commentario alle imposte straordinarie sul patrimonio, introdotte nel 1947, nonché della nuova edizione de La legge del registro e avviare un codice della stessa imposta in modo innovativo.
L’interessamento si sviluppò con il programma del padre di riprendere la pubblicazione della rivista Diritto e pratica tributaria sospesa durante la guerra. Fondata nel 1926, era uscita anche quando il padre si occupava prevalentemente di diritto corporativo (anche come docente a Genova della materia) e questo altresì nell’esercizio dell’avvocatura, soprattutto nelle controversie collettive di lavoro, quale consulente della confederazione dei lavoratori dell’industria. Ottenne grandi risultati, come la disciplina del cottimo e l’adozione dell’indennità per la risoluzione dei rapporti di lavoro. Se ne distaccò quando l’offerta, da parte dell’onorevole Di Vittorio, di mantenere la consulenza fu condizionata dall’iscrizione a un partito della “triade”.
La passione che il padre dedicava all’insegnamento lo spinse ad avvicinarsi alla carriera universitaria; fu così accolto come assistente volontario da Mauro Fasiani, titolare della cattedra di Scienza delle finanze e Diritto finanziario nella facoltà di Economia di Genova, economista purissimo che non dava spazio al diritto.
Fu il professor D’Albergo a rendersi conto del suo interesse a inserirsi nella vita universitaria: da ciò l’incarico, nel 1954, alla facoltà di Economia dell’Università di Pisa: la materia era etichettata Scienza delle finanze e Diritto finanziario, ma due terzi dell’insegnamento erano dedicati al Diritto tributario, a questo sollecitato dal preside, professor Giannessi, e dal professor Ricci.
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Un giorno ricevette una telefonata: “Sono l’avvocato Sindona, ho sentito parlare di lei, desidererei incontrarla. Bene per lunedì”. Alla sera, tornato a Genova (viveva ancora con i genitori) riferì della telefonata. Sindona era allora molto noto nell’ambiente fiscale, ma Victor non ne conosceva le ragioni (i rapporti particolari con alcuni funzionari): il padre immediatamente lo invitò, quasi gli impose, di cancellare l’incontro. Era consapevole di come operava Sindona e quindi doveva evitarlo.
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Nelle puntate milanesi Victor ebbe l’occasione di frequentare lo studio di Tullio Ascarelli (grande amico del padre, morirono nella stessa clinica di Roma nel novembre 1959) e quindi di entrare in amicizia particolarmente con Ariberto Mignoli, Uberti Bona, Raffaele Nobili. Fu incaricato di redigere per la Rivista delle società, appena fondata, una rassegna di giurisprudenza per le imposte gravanti sulle imprese, quindi un tema sostanziale per il diritto tributario. Esperienza che gli fu poi utile per la monografia Principi comunitari di diritto costituzionale tributario (successivamente pubblicata in Brasile e in Argentina) e per l’offerta di partecipare all’International Tax Program, all’Università di Harvard, con il volume sull’Italia (a causa di impegni, gli subentrò Francesco Forte).
Ascarelli e Mignoli determinarono i suoi primi contatti con Bruno Visentini, e quindi con Antonio Berliri e Cesare Cosciani (il mondo dell’Assonime). Così Victor incominciò a interessarsi della finanza pubblica e dell’assetto dell’ordinamento tributario in termini concreti, anche per l’impegno di suo padre, presidente dell’Associazione nazionale tributaristi italiani.
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Il primo incarico professionale di rilievo derivò dalla casualità che nell’estate del 1959 si trovasse in India per verificare, su suggerimento di Valentino Dominedò (di cui fu assistente, sempre “volontario”, nella cattedra di Economia politica), l’applicazione in concreto della Expenditure Tax, di cui era propugnatore il professore Nicholas Kaldor.
Isolati dal mondo, dopo due settimane chiusero l’accordo e ritornarono a Madras, dove Victor trovò decine di telegrammi con i quali sua madre lo informava che al padre era stato diagnosticato un tumore e aveva deciso il ricovero a Roma a Villa Sanatrix, ove operava Valdoni. E così la soddisfazione per il lavoro svolto con successo si mutò in preoccupazione per la sorte del padre.
L’impegno divenne ancor più intenso a seguito della sua scomparsa (nel 1959) e ciò anche nella professione, che fino allora lo aveva poco assorbito. Con la morte del padre si trovò nella necessità di salvaguardare lo studio professionale (oggetto di invidia e di tentativi di “preda” da parte di molti avvocati, specialmente professori universitari).
L’audacia lo aiutò a conservare l’intera clientela acquisita dal padre; in ufficio era solo: c’era l’avvocato Giuseppe Antoldi, “giovane” di studio, ma quasi un coetaneo di suo padre, che si occupava solo di controversie di lavoro; ed era appena entrato Corrado Magnani, ancora dottore, laureatosi col padre.
All’inizio dell’agosto 1962, l’avvocato Domenico Borasio, presidente dell’Eridania, molto legato al padre, lo chiamò per riferirgli che era stato incaricato dal CNEL di svolgere una relazione sul contenzioso tributario. Soddisfatto per il lavoro che prontamente Victor gli consegnò, Borasio – affiancato da Giuseppe De André – gli affidò la consulenza del gruppo e innanzitutto la redazione di una memoria conclusionale per la Commissione centrale in merito a una vertenza di interesse della collegata Cavallino Rosso snc.
Ultimata la memoria, Victor ebbe l’infelice idea di chiedere all’amministratore, dottor Pazzi, un appuntamento per sottoporgli il suo elaborato di una ventina di pagine. Questi lo lesse parola per parola e alla fine si distaccò dallo scrittoio, aprì il cassetto e gli consegnò un blocchetto di inviti per l’ingresso in cinema romani (era il presidente dell’associazione), aggiungendo che... talvolta i biglietti sono più produttivi degli argomenti giuridici.
Come ci rimase male! Ebbe più volte a rammentare l’episodio allo stesso Pazzi, con il quale aveva stretto buoni rapporti (divenne presidente della Consob), mettendolo al corrente di episodi della vita romana, e specie dei suoi stretti rapporti con Giulio Andreotti. Si frequentavano alle corse dei cavalli e alla sera giocavano a scopa: nel mentre per parte sua esaltava i meriti e le capacità di Andreotti, una volta Pazzi obiettò: “In tutto eccelle, meno che nei numeri: quando giochiamo a scopa, spesso sbaglia, ma... a suo favore”.
Alla fiducia da parte dell’Eridania conseguì quella dell’Agricola finanziaria, di Monti e poi Ferruzzi, Gardini, Schimberni e quindi Montedison, di cui fu consigliere di amministrazione, della SOPAF, del Credito Italiano, Credito Italiano UK e di Class Editori, di cui diventò presidente e di cui era amministratore delegato il suo ottimo studente a Genova, Paolo Panerai.
La corrente favorevole fu alimentata da una sua “invenzione”: era un periodo di acquisti da parte di armatori italiani di navi straniere, la cui importazione doveva essere soggetta all’IGE; prospettò con successo anche in Cassazione che il tributo non fosse applicabile in quanto il trasferimento di navi è in sostanza parificabile alla cessione di azienda, operazioni non soggette al tributo.
La sua notorietà si accrebbe nel 1980 quando sostenne, con successo, dinanzi alla Corte Costituzionale, la tesi (artt. 3 e 53 Cost.) secondo la quale i lavoratori autonomi, al pari dei dipendenti, non dovevano essere assoggettati all’ILOR. La notizia lo portò all’effige su Capital, distribuita nelle edicole di tutta Italia, il che gli creò anche... qualche invidia da parte di colleghi.
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Quello del concorso fu un periodo di lavoro molto intenso, dovendo svolgere l’attività professionale e ultimare una monografia da presentare per il concorso (“A questo lavoravo notte tempo dalle 23 alle 5 del mattino. Dormivo due ore dopo cena e dalle 5 alle 7,20, più mezz’ora di ‘pennichella’”).
Nel 1958 era stato infatti previsto un concorso di ordinariato per Scienza delle finanze e Diritto finanziario: appena dopo il decesso del padre alcuni professori, che avevano manifestato appoggio alla sua candidatura, se ne dimenticarono. Ma un gruppo di giuristi – sospinti da Salvatore Satta e Francesco Brambilla della Bocconi e coordinati da Lorenzo Acquarone (allievo di Roberto Lucifredi) con l’appoggio della scuola napoletana (in particolare di Alfonso Tesauro e Giuseppe Abbamonte) – fece un’intensa campagna. Gli economisti furono sopraffatti e risultarono eletti Satta, Lucifredi, Abbamonte, Nigro e Silvestri e così, nel 1967, vinse il concorso bandito dall’Università di Ferrara e lo stesso giorno fu chiamato alla cattedra di Genova.
Successivamente furono chiamati dalla facoltà di Giurisprudenza di Genova i suoi allievi, Corrado Magnani e Gianni Marongiu, con i quali venne fondata la cosiddetta Scuola genovese di Diritto tributario e istituito il primo dottorato di Diritto tributario internazionale, che si avvalse anche di autorevoli docenti stranieri – per primo di Jaap Van Hoorn. Nel contempo, a partire dal 1970, più volte Innocenzo Gasparini, allora preside, Francesco Brambilla e Ariberto Mignoli gli proposero il trasferimento alla istituenda cattedra di Diritto tributario presso l’Università Bocconi, ma Victor non se la sentì per ragioni familiari (specie la mamma anziana e la cura di tre figli, essendo divorziato) e per l’attaccamento alla facoltà natale, ma accettò di assumere l’incarico (fu il primo insegnamento, in Bocconi, della materia) fondando nel 1975 il Centro di ricerca tributaria delle imprese (Certi), che acquisì notevoli incarichi anche da parte di governi ed enti pubblici.
Nel proprio ambito istituì il master in Diritto tributario, uno dei primi in Italia. E l’incarico alla Bocconi perdurò dal 1968 al 2000.
Nelle due università si formarono numerosi allievi, fra i quali Raffaello Braccini, Guglielmo Maisto, Giuseppe Marino, Angelo Contrino, Andrea Manzitti, Mario Miscali, Salvatore Muscarà, Giuseppe Corasaniti.
L’interesse di Victor per la finanza pubblica si accrebbe anche nella funzione di membro del Consiglio superiore delle finanze, che purtroppo ha operato poco. Intenso fu anche l’impegno di membro del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (per designazione del professor Visentini), in particolare coadiuvato dal Segretario generale Valentino Valentini per quanto riguarda la direzione del gruppo costituito per la richiesta del ministro Goria di una ricerca per un “fisco ordinato” dalla quale scaturirono importanti provvedimenti quali lo Statuto del contribuente, la tassazione dei redditi di capitale, i rapporti internazionali, il contenzioso ecc.
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L’attività portò alla consulenza a governi stranieri, quali la Repubblica Popolare Cinese (per la normativa sugli investimenti esteri attraverso joint venture, l’arbitrato e il catasto), l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (con una scuola per funzionari addetti alle joint venture), l’Argentina (fra l’altro promuovendo un accordo per intervento del ministro Domingo Cavallo tra il ministero delle Finanze e l’AFIP per la riforma dell’ordinamento tributario). E poi con il CIAT (organismo di collegamento governativo fra i 27 Stati dell’America Latina) e numerose università, fra le quali l’UBA di Buenos Aires, che gli conferì la laurea honoris causa, e l’Università Cattolica di Salta: il Rettore Patricio Colombo Murua lo nominò presidente dell’Instituto de Derecho Tributario.
Ma torniamo all’Unione Sovietica. Venne l’invito per tenere una conferenza un certo mercoledì: avendo il giorno successivo udienza in Cassazione, dove patrocinava la US Navy per una controversia discendente da Sigonella, pose come condizione l’assoluta necessità di imbarcarsi la sera stessa su un aereo per Roma, via Vienna.
La conferenza si tenne nell’ampia aula della Camera di commercio di Mosca, con oltre mille partecipanti. Nel ringraziare per essere uno dei primi invitati stranieri a parlare degli effetti della perestrojka per lo sviluppo degli investimenti dall’estero, li ammonì sulla necessità di modificare le regole di accesso: “avete impiegato un mese e mezzo per rilasciarmi il visto d’ingresso. Di certo le imprese straniere disposte a operare nell’Unione Sovietica non sarebbero state disposte a tanta lungaggine per inviare loro tecnici, specie nel caso di interventi d’urgenza”. Grandi furono gli applausi ogni qual volta sottolineava la necessità di revisione dello stato di polizia. Molte furono anche le domande di come strutturare le joint venture.
Quando Victor fu condotto in albergo per ritirare la sua valigia, rimase intrappolato nell’ascensore. Fortunatamente alla fine riuscirono a liberarlo e fu fatto salire su un’auto della polizia, che partì a sirene spiegate per l’aeroporto.
In dicembre lo chiamò Popoff, ministro dell’Economia, chiedendo la sua disponibilità a collaborare per la redazione di un codice fiscale. Rispose che non se la sentiva di assumere quell’incarico: a parte il fatto che di parlare di tasse ne aveva abbastanza in Italia, era deluso per il silenzio dinanzi all’offerta di istituire una scuola.
Fu molto aiutato, per organizzarsi a Mosca, da Abel G. Aganbegyan, membro dell’Accademia delle scienze dell’URSS, che aveva molta influenza, anche per lo stretto rapporto con Gorbaciov, e con cui ebbe molte occasioni di incontro. Gli fu riservata una palazzina con sistemazione alberghiera: la prima mattina, con il tè, gli fu portata una porzione, abbondante, di caviale. Fece presente che non era abituato a tanto lusso, gli bastava un frutto; la mattina seguente al posto del caviale trovò un pomodoro. Non ci mise molto ad accorgersi in quale difficoltà li aveva posti: di pomodori non c’era mercato, venivano portati nella capitale dai contadini della Georgia, quando trovavano posto in aereo.
Nel 1989 fu pubblicato il volume Le società miste Italia-URSS, con un’edizioni sovietica e italiana del Sole 24 Ore e presentazione di Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio, e del ministro Kostantin Katuscev, ministro delle Relazioni economiche con l’estero. Victor ricorda un episodio in proposito: che la presentazione italiana avrebbe dovuto essere predisposta dal ministro Renato Ruggiero, ma tardava ad arrivare; lo disse ad Andreotti, in occasione della Fiera Italia 2000, che si offrì di predisporla e lo fece durante il viaggio di rientro. Così il volume uscì ed ebbe un’immensa diffusione in Unione Sovietica con ripetute presentazioni in televisione: il che fece colpo su Gardini quando andò a Mosca con Reviglio per creare una joint venture con i sovietici e la Occidental, peraltro non attuata.
Durante tale attività, Victor fu nominato presidente della Camera di commercio italo-sovietica ed ebbe molti contatti, sempre proficui, con l’ambasciatore Sergio Romano, che poi fu dimesso, si dice, per non aver compiutamente informato il governo della rivoluzione risultante dalla perestrojka.
Nello stesso periodo partecipò, in rappresentanza dell’Italia, alle riunioni del Committee on the Development of Trade dell’Economic and Social Council delle Nazioni Unite a Ginevra, particolarmente per sorvegliare gli sviluppi dei rapporti economici con l’Unione Sovietica, e fu nominato membro del board dell’International Chamber of Commerce a Parigi.
Nel contempo prese l’iniziativa per il salvataggio del Corriere della Sera e per indurre un gruppo di imprenditori ad avviare La Voce con la direzione di Indro Montanelli, dimessosi dal Giornale.
In quel periodo Victor intensificò il rapporto con me, che da professionale divenne di affettuosa amicizia: fu per tutti una grande gioia. E così con la creazione di ACBGroup e la chiamata in un gruppo di autorevoli studiosi bocconiani per delineare le linee guida per le valutazioni incorporate nel volume Linee guida per le valutazioni economiche – pubblicato da Egea nel 2009 – che porta il nome di Victor accanto al mio, e ancora, nel 2011, la fondazione della rivista Strumenti finanziari e fiscalità, pure questa nell’ambito della Bocconi.
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Quante volte, con Victor, abbiamo parlato dell’Argentina! È una terra cui siamo entrambi molto legati. Ma Victor ha fatto grandi cose per l’Argentina e vi ha assunto gravosi impegni.
Raccontano le cronache che il suo legame con quel Paese sia nato quasi per caso. Mentre esplorava le Ande, tra il Cile e l’Argentina, la sua comitiva fu costretta a trovare rifugio sul versante argentino a Salta (una cittadina a varie centinaia di chilometri a nord di Buenos Aires). Di questa terra Victor s’innamorò. Acquistò, in primis, una grande fazenda, la cui piantina spiccava in bella vista nella sua villa di Arenzano; e ne parlava volentieri, quasi con entusiasmo. Nel contempo cominciò a insegnare (la sua vera passione!) all’Università Cattolica di Salta, dove i suoi libri di diritto tributario erano già noti. Nel 1989 divenne a Buenos Aires anche consulente del ministro degli Esteri, Cavallo.
L’Argentina giunse, nel 1996, a un buon livello di stabilità, coi bilanci in regola. Ma già nel 1997 i ricavi pubblici delle privatizzazioni erano terminati e la Borsa – dopo una fase di entusiasmo – si avviò verso la depressione. Così che per pagare il debito estero rimanevano i settori “forti” delle esportazioni (agricoltura e allevamento). È opinione di Victor che né negli Stati Uniti né l’Unione Europea l’abbiano voluta aiutare. Eppure – sottintende – sarebbe bastato poco.
Si giunse così al default, nel 2001. Quando molti italiani, anche incoraggiati dalle banche, investirono nei rischiosi bond: molti di loro dimenticarono che maggior rischio significa – inesorabilmente – maggiore probabilità di perdita (e le banche non sempre li avvertirono). Mi pare di ricordare che Victor ed io, pur sentimentalmente amici dell’Argentina, avessimo privatamente segnalato la circostanza.
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Unitamente – non a scapito, semmai a vantaggio per la conseguente osmosi – all’attività di insegnamento Victor svolse la professione di avvocato. Ciò al fine di reperire i mezzi economici per affrontare le necessità della vita, non coperti dallo stipendio dei docenti universitari. “Senza mirare alla ricchezza se non quella per una vita agiata: casa, salute, famiglia e così anche evitando le ansie degli investimenti speculativi”.
Negli anni il lavoro si era notevolmente accresciuto e quindi non era più sufficiente la dedizione personale. Era necessaria una collaborazione collettiva e così fu fino al 2000, con Corrado Magnani e Gianni Marongiu (suoi colleghi anche all’università).
La vita li portò più tardi a separarsi, in un periodo duro, quando Victor aveva anche problemi familiari.
Nel 2008 col figlio Antonio decise di costituire l’associazione con partecipazione paritaria nelle decisioni e compenso quantificato sulle attività dei singoli, insieme a giovani avvocati di eccezionale capacità: Giuseppe Corasaniti, Caterina Corrado Oliva e Paolo de’ Capitani di Vimercate, tutti e tre impegnati anche nella ricerca scientifica e nell’insegnamento. Insieme vararono il Manuale di diritto tributario internazionale, con larga diffusione nell’America Latina ed edizioni in nove Paesi (è già stato pubblicato in Colombia, Brasile e Argentina), ciascuno con l’adattamento, nella parte speciale, al loro ordinamento. Per Victor da allora è iniziato un periodo di grande serenità ed entusiasmo anche perché in quei giovani vi sono eccezionali capacità per affrontare difficoltà sempre crescenti, specialmente in materia tributaria, anche per l’apertura di nuovi e complessi fronti.
L’ufficio ha sede a Genova (dove Victor era allietato dall’affettuosa presenza, quasi quotidiana, della figlia Alessandra), Milano, Roma e Buenos Aires (con presidio anche della figlia Francesca e dell’avvocato Cristian Billardi). La famiglia di Victor è nel tempo cresciuta: otto nipoti e tre pronipoti.
Io ho una sola pronipote (ma anche due anni di meno).