Il mondo di Guatri
2026/17
Carlo Azeglio Ciampi
Ho conosciuto bene il governatore della Banca d’Italia Ciampi (foto pag. 285) nei 10 anni passati come sindaco di quella grande istituzione, una delle non molte efficienti della nostra Italia.
A lui, scomparso nel 2016, tutti dobbiamo molto. Scrive Marzio Breda sul Corriere della Sera del 17 settembre 2016:
“Nella politica italiana sono stato un corpo estraneo. In nulla assimilabile alla filosofia e allo stile che hanno guidato, e ancora guidano, i comportamenti di molti esponenti di partito... e tale del resto mi hanno fatto sentire. Ne ho avuto prova in tante occasioni”.
Negli ultimi anni ragionava così Carlo Azeglio Ciampi, se gli chiedevi quanto la sua esperienza di uomo delle istituzioni si rispecchiasse nella vita pubblica nazionale. Aveva ragione, e dunque non ha sbagliato chi, vedendolo salire per la prima volta al Quirinale, lo definì una sorta di “Giovanni senza terra” nell’elitario e chiusissimo regno dei poteri alti. Infatti, uno come lui era davvero quasi un irregolare nell’establishment di un Paese che, da quando si è cominciato a parlare di Seconda Repubblica, ondeggia sempre più torpidamente tra familismo, conformismo, opportunismo, cinismo, asocialità diffusa, indifferenza all’etica e qualche scatto di collera senza coraggio. Insomma, un Paese dove, per passaggi progressivi, il rifiuto della responsabilità rischia ormai di diventare una regola.
Eletto plebiscitariamente (con 707 voti su 1.010) capo dello Stato il 13 maggio 1999 in un contesto di estrema emergenza e scelto al di fuori del Parlamento (come Enrico De Nicola, il primo Presidente, provvisorio), Ciampi ha rappresentato l’ultima risorsa per un’Italia che sperava in un armistizio, dopo il discredito, le incertezze e le convulsioni provocate dalla generale tabula rasa post-Tangentopoli. Del resto, il suo stesso profilo prometteva un impegno “all’insegna della terzietà” di un’istituzione i cui titolari, da Cossiga a Scalfaro, avevano già parecchio allargato la “fisarmonica” delle proprie prerogative. Forte fin dall’inizio il carico di attese riversate su di lui, che gli italiani avevano già cominciato a conoscere e rispettare. Da governatore di Bankitalia, da premier tecnico nell’annus horribilis 1993, da superministro dell’Economia che ci aveva traghettato nell’euro.
Nato a Livorno il 9 dicembre 1920 da una famiglia piccolo-borghese (il padre ottico, la madre insegnante di musica), laconico e restio ai riflettori, ma soprattutto non politico, Ciampi sembrò avere caratteristiche tranquillizzanti per i leader dei partiti. Di uno, insomma, le cui fortune potevano poggiare solo su un “carisma passivo”, senza un reale appeal, che non avrebbe fatto ombra a nessuno e che non avrebbe interferito con il grande gioco del potere. Invece, se avessero conosciuto la sua storia di persona concreta e dal temperamento deciso (talvolta infiammabile), dai tenaci ideali e acuto senso dello Stato, avrebbero compreso subito di ritrovarsi di fronte un alieno, rispetto a loro. Uno cioè indisponibile a veder aggirati o calpestati i valori repubblicani e che avrebbe sempre tenuto ferma la barra sulla Costituzione.
La stessa biografia ciampiana è eloquente di come tutto si tiene. Si laurea in filologia classica alla Normale di Pisa, dov’era entrato a 16 anni, bruciando di un biennio i compagni. Poi, dopo il servizio da ufficiale in guerra e dopo un’“invernata” sui monti d’Abruzzo con il filosofo del liberalsocialismo Guido Calogero, si unisce all’esercito del Sud e, chiuso il conflitto dalla parte degli antifascisti, si laurea anche in Giurisprudenza. Per un po’ fa il professore, ma tenta pure il concorso della Banca d’Italia, dove presto si specializza in campo economico ed è chiamato a dirigere l’Ufficio studi, diventando infine governatore.
Un primo della classe, certo. Ma soprattutto un civil servant, come dicono gli anglosassoni, tutto d’un pezzo, che poteva disporre di saperi diversi, incrociandoli. E che, quando prendeva un impegno, lo manteneva. Di sicuro lo fece nella sua stagione al Quirinale, al crocevia della legislatura berlusconiana, trovandosi pressato tra un centrodestra che pretendeva un suo collateralismo e un centrosinistra che in certe fasi da lui rivendicava aiuti impropri, che la coscienza non gli permetteva di dare.
Il suo metodo era un altro, e non a caso da noi l’espressione “bipartisan” è diventata di moda con lui. La stessa chiave di lavoro che aveva collaudato a Palazzo Chigi e al ministero dell’Economia, all’epoca della concertazione: ridurre le distanze, trovare un comune denominatore, tessere volontà congiunte, ripristinare la coesione sociale, ricostruire quel fattore impalpabile ma decisivo che è la fiducia. Uno sforzo che gli è valso polemiche e continue prove di forza, nell’isterico clima politico del Paese. Ma non rinunciò mai al tentativo. Anzi, volle associarvi i cittadini, coinvolgendoli in un processo di “nation building” che lo vide attraversare l’Italia delle cento città – e volle visitarle proprio tutte – per ricordare e rilanciare gli ideali fondativi della Repubblica contro ogni interessata damnatio memoriae. Ed ecco la riscoperta della patria, il ritorno alla bandiera, all’inno e agli altri simboli collettivi onorati alcuni anni più tardi da Napolitano nel Giubileo laico per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
La gente comune è stata sempre al fianco di Ciampi, e lo hanno dimostrato gli elevatissimi indici di consenso, che in alcuni momenti salirono tra l’87 e il 92 per cento. E, se è vero che, come sosteneva Aristotele, “le storie si capiscono dalla fine”, la sua rinuncia a un secondo mandato – che gli era stato offerto da un doppio fronte – spiega tante altre cose. Negli ultimi tempi le performance della politica e la deriva presa dalla cosiddetta società civile lo avevano deluso. Al punto da fargli dire, con un amaro bilancio: “Non è il Paese che sognavo”.
Sempre sul Corriere della Sera scrive Aldo Cazzullo:
Carlo Azeglio Ciampi è stato colui che ci ha restituito l’orgoglio di essere italiani. La rassegna del 2 giugno, aperta ai corpi in missione di pace nel mondo. La riscoperta del tricolore e dell’inno di Mameli, “da ascoltare seri e sull’attenti”, come precisò dopo che Schumacher ne aveva riso su un podio di Formula 1. Il recupero del Vittoriano: la “macchina per scrivere”, la “torta di nozze” fu restituita alla dignità di simbolo nazionale, a cominciare dalle scritte sui due frontoni: “patriae unitati”, all’unità della patria, e “civium libertati”, alla libertà del cittadino; a ricordare che il Risorgimento aveva segnato non solo l’unificazione, ma anche l’avvio delle libertà civili, l’abolizione dei ghetti, della forca e dei privilegi del clero, l’istruzione gratuita e obbligatoria, l’esordio della democrazia rappresentativa.
Più in generale, Ciampi ha tentato di riconciliare gli italiani con la loro storia, tradizionalmente rappresentata come una sequela ininterrotta di sciagure: la Controriforma senza riforma, il Risorgimento incompiuto, la vittoria mutilata, la Resistenza tradita, i proletari senza rivoluzione. Da Presidente della Repubblica andò a El Alamein, a rendere omaggio al valore sfortunato della Folgore, a dire che non ci si doveva vergognare di aver combattuto la Seconda guerra mondiale. E andò a Cefalonia, a ricordare che la Resistenza non fu fatta solo dai partigiani comunisti, ma anche dai militari – quale era lui stesso –, dai civili, dalle donne, dagli ebrei, e dagli oltre 600 mila internati in Germania, di cui all’epoca si parlava se possibile meno ancora di adesso. Non sempre fu il primo; da Einaudi a Cossiga altri capi dello Stato avevano avuto gesti e sensibilità analoghi; ma fu Ciampi a elaborare un disegno, un progetto, un’idea dell’Italia, da condividere con il più vasto numero possibile di cittadini, forte del fatto di essere stato eletto al Quirinale anche con il sostegno del centrodestra. Con lui la parola patria rientrò nel lessico politico.
La Lega non l’aveva votato. Ma quando Ciampi venne in visita a Varese, trovò ad attenderlo Umberto Bossi e tutti i sindaci leghisti della provincia con fascia tricolore. Il Presidente del resto credeva alle piccole patrie. Non vedeva contraddizione tra il legame che ci unisce al campanile, al territorio, al dialetto, e il legame con la patria comune, l’Italia; cui aggiungeva la patria futura, l’Europa. Di sé diceva: “Mi sento profondamente livornese, toscano, italiano, europeo”. Era uno che, visitando la Normale di Pisa, si commuoveva sino alle lacrime davanti alla lapide con i nomi degli studenti disfatti a Curtatone e a Montanara – accanto ai volontari napoletani –, per dar modo all’esercito piemontese di vincere il giorno dopo a Goito.
Ciampi era convinto che gli italiani fossero più legati all’Italia di quanto non siano disposti a riconoscere. E che il sentimento nazionale esistesse già, sia pure latente. Non andava inculcato, ma risvegliato. E il patriottismo per lui non era “l’ultimo rifugio delle canaglie”, espressione che lo faceva arrabbiare, come quell’altra sui sigari e sulle onorificenze che in Italia non si negherebbero a nessuno. Era infatti uomo mite ma dalle furie improvvise. Della moglie Franca diceva: “Mi fa allegra la vita”. L’Italia gli deve molto.
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Ricordo in particolare alcuni incontri. Il primo fu quando, avendo assunto la presidenza del Credito Varesino, dovetti lasciare la Banca d’Italia. Credevo ch’egli se ne dolesse: invece fu come sempre comprensivo. Fino a offrirmi un pranzo di saluto.
Il secondo quando, già Presidente della Repubblica, ci incontrammo a Milano presso l’ISPI in via Clerici. Tutte le autorità cittadine lo attendevano; ma egli mi riconobbe tra i presenti e venne a stringermi la mano per primo.
Il terzo incontro avvenne nell’autunno del 1999 alla Bocconi, nella vecchia aula magna di via Gobbi, nel quinto anniversario della scomparsa di Giovanni Spadolini. Fui pregato da Mario Monti di tenere il discorso commemorativo, unitamente a Indro Montanelli.
Io, per quanto questo difficile accostamento mi pesasse parecchio, per senso del dovere parlai di quanto Spadolini aveva fatto in vent’anni per la Bocconi. Conclusi gli interventi, mi avvicinai a lui (che aveva già 90 anni e si reggeva ritto, fiero come sempre, su due esili gambe; e ciò nonostante volle rimanere in piedi) e lo ringraziai commosso. Tutto il pubblico (l’aula magna era stracolma), del pari toccato dalle sue parole, lo applaudiva con forza.
Indro aveva già dedicato il 5 agosto 1994 (caduto proprio nell’anno di vita de La Voce) il suo ricordo all’amico con un’illustrazione mirabile, che solo lui poteva avere immaginato; forse la più viva della serie. Raffigura Spadolini che ascende i gradini d’una lunga scala fatta libri che, perdendosi fra le nubi, lo conduce al cielo. Nel titolo di questa pagina un augurio: “Buon Viaggio Professore”. Copia di questa pagina è esposta tuttora nei miei uffici della Bocconi.
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Anche Nuova Antologia, la rivista fondata da Giovanni Spadolini, nel numero di ottobre-dicembre 2016 dedica quattro ottimi articoli alla figura di Carlo Azeglio Ciampi. Ne cito alcuni passi.
Scrive Ignazio Visco:
Con la scomparsa di Carlo Azeglio Ciampi, Presidente emerito della Repubblica italiana e governatore onorario della Banca d’Italia, noi e il Paese tutto abbiamo perso una grande figura di riferimento. In questo momento di profonda tristezza, ricordiamo la fortuna e il privilegio di cui il Paese e la Banca hanno beneficiato con il suo pensiero, le sue azioni, il suo esempio.
In Banca d’Italia il cammino di Ciampi, iniziato nel 1946, è durato 47 anni, di cui quasi 14 da governatore. Gli anni del suo governatorato sono stati caratterizzati da grandi sfide e grandi cambiamenti. Nella politica monetaria, la piena autonomia della Banca centrale venne realizzata, dopo il “divorzio” con il Tesoro nelle decisioni di acquisto di titoli del debito pubblico, con l’assegnazione della competenza esclusiva nella fissazione del tasso di sconto. Venne costruito un moderno sistema dei pagamenti, con piattaforme tecnologiche volte a servire, con grandi economie e trasparenza, gli scambi commerciali. All’inizio degli anni Ottanta furono affrontate e positivamente risolte le conseguenze del gravissimo dissesto del Banco Ambrosiano.
La passione civile di Ciampi, che emerge con tutta evidenza negli anni della guerra, della Resistenza e, di nuovo alla più alta potenza, nel ricoprire la carica di Presidente della Repubblica, traspare nell’azione svolta con riferimento al disegno di unificazione europea. Era sua opinione che, nel cammino fatto per partecipare a pieno titolo agli sviluppi dell’Unione economica e monetaria l’Italia, tutte le volte che è stata posta davanti a scelte difficili, ha percorso la strada che porta in Europa, non quella, apparentemente più facile, che allontana.
Emerge dall’insegnamento di Ciampi, nell’intero suo percorso di tecnico e di uomo di Stato, una concezione profonda del valore morale intrinseco delle istituzioni, da servire con impegno ed abnegazione, nella convinzione ferma che è nel perimetro di queste istituzioni che occorre ricondurre ogni momento decisionale di rispettiva competenza. Di qui il suo impegno a chiarire il senso dell’autonomia della Banca centrale e rafforzare i momenti istituzionali nei quali essa dà conto del proprio operato. Ma assenza di condizionamenti e distinzione dalla politica non equivalgono a disinteresse, distanza dalla politica. Ed è singolare che uno strenuo difensore di questa autonomia dalla politica abbia finito, in un contesto irripetibile, per mettere a disposizione della politica, nel suo significato più alto, la propria esperienza, la propria professionalità e la propria saggezza. Anche questo è un tratto del modo in cui Ciampi ha inteso essere “al servizio” del Paese. Indubbiamente, come molti hanno osservato, dobbiamo a Ciampi qualcosa che va oltre l’economia, pur essendo per essa essenziale: una fiducia alta nelle possibilità dell’Italia e della sua gente. Non possiamo non ricordare al riguardo quanto tenesse a richiamare un’espressione significativa di un altro suo predecessore, Donato Menichella: “sta in noi”. È questa fiducia che lo ispirò ad accettare, non a cuor leggero, di servire il Paese al di fuori della Banca per contribuire al superamento della difficile situazione in cui versava la nostra economia nella primavera del 1993. Ed è stato da allora, il suo, un contributo determinante, nel quadro di un’esperienza di vita e professionale unica. Un’esperienza maturata in molti anni in quell’istituzione che ha sempre visto, con noi, come la “sua” casa: un’istituzione la Banca d’Italia, che a sua volta deve molto a Carlo Azeglio Ciampi, che in essa per 47 anni ha così ben operato e che al suo prestigio ha così tanto contribuito, in Italia, in Europa, nel mondo.
Scrive Pierluigi Ciocca:
Essendo stato fra i suoi collaboratori nella Banca d’Italia per un quarto di secolo, sul ruolo di Ciampi in “Via Nazionale” posso recare una testimonianza, almeno in parte diretta.
Ciampi ha militato nella Banca per 47 anni. L’ha vissuta dalla filiale al posto di comando di un’istituzione “monarchica”, scevra di formale collegialità, incentrata sul suo governatore. La conosceva dall’interno come nessun governatore prima e dopo di lui.
Gli anni trascorsi in filiale – Livorno dal 1946 al 1951, Macerata fino al 1960 – munito delle lauree a Pisa in Lettere classiche (1941) e in Giurisprudenza (1946, dopo la guerra, la Resistenza, la militanza nel Partito d’azione) gli hanno trasmesso il senso dell’importanza della buona organizzazione, del fare squadra, financo in una piccola struttura. Sul piano professionale gli hanno offerto competenza tecnica nella contabilità, nella tesoreria, nella vigilanza bancaria cartolare e ispettiva, nell’analisi della economia locale.
Nel 1960 le insistenze del commilitone e partigiano cattolico professore Franco Feroldi[2] lo convincono all’ammissione fra gli economisti del Servizio Studi. Arriverà a dirigerlo, dal 1970 al 1973. Ciampi non nasceva economista, per studi compiuti. E tuttavia lo è diventato. L’ha assistito la vasta cultura, soprattutto l’assoluta padronanza della lingua-madre; l’algoritmo sul piano logico-formale è il presupposto base di ogni comprensione, di ogni analisi. Ne sostennero la preparazione gli economisti esperti con cui venne a contatto: Salvatore Guidotti, Almo Pennacchietti, sopra tutti Paolo Baffi. Stabilì un eccellente rapporto con Federico Caffè – l’unico consigliere “esterno” voluto da Guido Carli – fino alla scomparsa di Caffè, nel 1987.
Il 24 marzo del 1979 esplose il caso Baffi-Sarcinelli, incriminati dalla procura di Roma sulla base di accuse che alcuni mesi dopo si confermarono destituite di fondamento. In quel dramma Ciampi conservò la lucidità necessaria. La tenuta della Banca fece capo a lui. I più giovani s’impegnarono, con spontanee iniziative: contatti con membri del governo (il governatore non poté comunicare col presidente del Consiglio!), partiti politici, economisti, giuristi, giornalisti. Ma il Direttore generale vagliò, avallò ovvero sconsigliò, ogni singola iniziativa.
In quella occasione egli mostrò, nei fatti, di avere la statura per reggere l’Istituto. Allorché gli si propose di succedere a Baffi, dimessosi da governatore all’inizio dell’ottobre del 1979, si schermì, come aveva fatto quando lo trasferirono a Macerata al Servizio Studi e quando ne divenne il capo.
Alla fine cedette. Accettò di farsi carico della responsabilità che era stata di Einaudi, Menichella, Carli, Baffi. Furono gli stessi Baffi, Carli, Menichella a persuaderlo, convinti che ne avesse le qualità.”
Ciampi, “riserva della Repubblica”, salì al Quirinale nel maggio del 1999. Il suo settennato terminò nello stesso mese del 2006. Altri hanno detto e diranno dei suoi atti da capo dello Stato. Si confermò “uomo istituzione”. Ebbe la stima degli italiani. Ha consolidato la Repubblica fondata sulla Costituzione.
L’ultimo suo gesto fu di non cedere alle diffuse, pressanti, sollecitazioni per un secondo settennato. Lo fece con queste parole “Nessuno dei precedenti nove presidenti della Repubblica è stato rieletto. Ritengo che questa sia diventata una consuetudine significativa. È bene non infrangerla. A mio avviso, il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato”.
Scrive Paolo Savona:
Carlo Azeglio Ciampi è stato l’ultimo degli italiani ispirato da valori risorgimentali e il primo tra quelli che hanno voluto trasformare in pratica gli ideali europei. Le due caratteristiche non sono state frutto del solo scorrere della storia, ma erano simultaneamente presenti nel corso della sua ricca vita professionale. Sono questi i tratti caratteristici della sua esistenza che sono stati evidenziati dopo la sua scomparsa. Dopo avere svolto un ruolo di raccordo tra le forze in lotta per la liberazione dalla dittatura fascista e occupazione nazista in collegamento con membri del Partito d’azione, aver partecipato alla ricostruzione del Paese a seguito della disfatta bellica e portato l’Italia nell’Eurosistema nella duplice veste di governatore della Banca d’Italia e di ministro del Tesoro del governo Prodi, ha raccordato da Presidente della Repubblica gli ideali risorgimentali con quelli europei, rilanciando il ruolo simbolico unificante della bandiera nazionale e dell’inno di Mameli e visitato tutte le province italiane per ascoltare i problemi della gente e far sentire a essa vicine le istituzioni della Repubblica che egli ha così autorevolmente rappresentato.
Franco Feroldi è stato mio collega all’Università di Parma negli anni Sessanta del secolo scorso.