Il mondo di Guatri
2026/17
Luigi Caccia Dominioni
L'architetto Caccia Dominioni (foto pag. 287) è per me, in primo luogo, colui che ha progettato il palazzo di via Massena 18 a Milano. Abito ancora oggi, per quasi tutto l’anno, l’ottavo piano di nove, di questo palazzo costruito nel 1959/63, che prospetta su un grande giardino. Un edificio in cui si riconosce il suo stile: 400 metri per piano, con un ascensore rotondo, la chiusura fatta di tapparelle che circondano tutto l’edificio (difficili da chiudere!). Nel bene e nel male questa è la casa. Mia moglie Lina teneva a sottolineare che gli interni l’architetto li aveva studiati col suo concorso.
Prima di abitare qui avevo già abitato in via Sismondi (angolo viale Campania) in una bellissima casa da lui progettata, il Palazzo delle cartiere Ambrogio Binda, e costruita dalla Generale Immobiliare, che per 7-8 piani si eleva “a gradini”, corrispondenti ad ampie terrazze. Lì acquistai un appartamento al sesto piano, affacciato sul Tennis Club Lombardo.
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Il Riquadro 1 riporta le opere principali di Luigi Caccia Dominioni fino al 1975, anno in cui si trasferisce nel Principato di Monaco, dove costruisce il grattacielo di Parc Saint Roman. Seguono nel 1989 il progetto per la sistemazione di piazza Santo Stefano a Bologna e lo studio per la pedonalizzazione all’interno della Fiera di Milano; nel 1990 il Centro Ekotecne tra Lecce e Monteroni e nel 1996 le realizzazioni del complesso residenziale a Garbagnate. Nel 1997 è la volta della sistemazione di piazza San Babila a Milano, dei progetti per la sistemazione di parte del palazzo sede della Banca Popolare di Verona realizzato da Carlo Scarpa e della risistemazione della Facoltà di Agraria a Bologna. Del 1997 sono il complesso civico e la chiesa di San Giuseppe a Morbegno; del 1999 la nuova sede del setificio Ratti a Guanzate, i supermercati Esselunga a Macherio, Piacenza e Milano Rubattino.
Riquadro 1 Le principali opere di Luigi Caccia Dominioni (1940-75)
1940 • Radioricevitore Phonola (con Livio e Piergiacomo Castiglioni)
1947-50 • Casa Caccia Dominioni, piazza S. Ambrogio a Milano (ricostruzione
della casa di famiglia, andata distrutta)
1949-54 • Istituto Beata Vergine Addolorata, via Calatafimi, Milano
1951-57 • Fabbricato della ditta Loro Parisini, via Savona, Milano
1953-59 • Edifici per uffici in corso Europa, Milano
1954-55 • Edificio per abitazioni, via Ippolito Nievo 28/1, Milano
1957-64 • Complesso edilizio, corso Italia, Milano
1958-60 • Edificio in via S. Maria della Porta, Milano
1959-63 • Edificio per abitazioni, via Massena, Milano
1960-61 • Edificio in piazza Carbonari, Milano
1963-64 • Edificio in corso Monforte, Milano
1964-65 • Edificio per abitazioni, via Ippolito Nievo 10, Milano
1965-66 • Biblioteca Vanoni, Morbegno
1966 • Palazzo delle cartiere Binda, Milano
1967-75 • Complesso residenziale S. Felice, Milano (con Vico Magistretti)
All’interno della chiesa di Sant’Ambrogio vi è una sua opera importante che rimodella la base dell’altare. Fu un intervento molto discusso, come del resto la sistemazione di piazza San Babila.
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Luigi Caccia Dominioni nasce a Milano il 7 dicembre 1913. Figlio dell’avvocato Ambrogio, già sindaco della città di Morbegno in Valtellina, e di Maria Paravicini, vive la sua giovinezza nel cuore del capoluogo lombardo, nella casa di famiglia di piazza Sant’Ambrogio, luogo significativo anche per la sua carriera professionale.
Nel 1931 si iscrive alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano dove incontra, anch’essi studenti, i fratelli Castiglioni; Bernasconi, che lavorerà poi per l’Olivetti; Peressuti e Rogers; Zanuso; Renato Castellani, Lattuada e Comencini, che saranno registi cinematografici. Grazie alla guida di due straordinari docenti, Moretti e Portaluppi, in questo gruppo di giovani emergono passioni e talento. Come dichiara lo stesso Caccia Dominioni: “... si imparava a far progetti, si capiva se avevamo una vocazione, se la nostra era una missione”.
Nel 1936 consegue la laurea in Architettura e apre uno studio professionale con i fratelli Livio e Piergiacomo Castiglioni. Nonostante siano gli anni difficili del fascismo e dell’autarchia, a ridosso della seconda guerra mondiale, grande è l’entusiasmo per l’architettura.
La sua intensa attività professionale si fa necessariamente discontinua a causa del richiamo al servizio militare come ufficiale dell’esercito (1939) e durante la seconda guerra mondiale (1941/43). Nel 1941 sposa Natalia Tosi, dalla quale avrà tre figli.
Nel 1943 si rifugia in Svizzera (non risponde alla chiamata della Repubblica di Salò) dove resta fino al 1945. Al suo rientro apre un proprio studio professionale in uno degli appartamenti della storica dimora di famiglia, il palazzo in piazza Sant’Ambrogio distrutto dai bombardamenti e realizzato nuovamente su suo progetto sul sedime dell’antica residenza.
La sua presenza era elegante, non aggressiva e discreta. È stato un maestro che non ha insegnato ufficialmente in qualche università, ma un maestro sul campo. Erano note le due scuole di pensiero che riguardavano la pratica del disegno: la prima secondo cui si disegnava tutto sulla carta come facevano Albini-Helg, l’altra che preferiva, come il nostro, si disegnasse sui muri in cantiere discutendo con i capomastri e gli esecutori.
Subito dopo la guerra, nel 1945, quando Milano pensava alla sua ricostruzione, un piccolo gruppo di persone tra cui il nostro e Lodo Belgiojoso si batterono per ricostruire tale e quale il Teatro alla Scala e vi riuscirono.
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Scrive Vittorio Gregotti sul Corriere della Sera del 14 settembre 2016:
La perdita di Gigi Caccia Dominioni – al di là del profondo dolore per i suoi amici e ammiratori, come io sono sempre stato e che vivendo vicino a lui lo hanno incontrato per anni mentre passeggiava con il suo pullover e la sua bicicletta e faceva ritorno elegante alla sua casa, aperto con ironia al commento dei guai giornalieri dello stato dell’architettura come pratica artistica – è una perdita per la cultura del progetto.
Luigi Caccia Dominioni era il più importante architetto della seconda generazione dei razionalisti italiani, una generazione che aveva iniziato, fin dagli anni Cinquanta, a lavorare su progetti che costruivano le loro forme in un dialogo critico con il contesto fisico e storico dei luoghi, proponendo con le sue opere una ricerca di cosa significasse la nozione di razionalismo italiano nel secondo dopoguerra, senza alcuna rinuncia ai principi del movimento moderno, e proponendo insieme una ricerca concreta intorno alla verità di un presente sempre più complesso e contraddittorio, risolto da lui ogni volta per mezzo delle qualità specifiche del suo straordinario talento.
Gigi Caccia, io credo, di fronte alle insistenti richieste di visibilità mercantile del globalismo, ha proposto con grande eleganza, per mezzo dei suoi progetti dotati di una cura specialissima per il valore artigianale del dettaglio e del disegno delle piante dell’edificio come una irrinunciabile prima definizione della sua forma, la possibilità della permanenza di un’identità del razionalismo milanese, capace di confrontarsi con il cuore del disegno urbano della città e del paesaggio lombardo. Tutto questo contro le violenze e le brutalità che hanno sovente cambiato in questo ultimo secolo il senso della città e del suo territorio.
Temo però che la sua scomparsa sia anche un segno significativo della sparizione proprio dei caratteri dell’identità architettonica moderna italiana, che affogano sempre di più nei nostri anni nel globalismo esibizionista che oggi domina in modo crescente la progettazione architettonica e che è divenuto unico elemento visibile indispensabile alle comunicazioni immateriali assai più che alla critica. Non si tratta però, nel caso di Gigi Caccia, di lamentare l’impossibilità di un ritorno al passato, ma quello della perdita di un vero grande architetto.