Il mondo di Guatri
2026/17
Gino Zappa
Una frequentazione breve, un ricordo che dura tutta la vita.
Avevo da poco superato i 22 anni (era il novembre 1949) quand’egli mi chiamò alla Bocconi in qualità di “assistente effettivo”. Accettai, abbandonando dopo soli sette mesi l’Ufficio Studi Economici della Montecatini, di via Moscova, dove mi aveva assunto un grande economista, Ferdinando Di Fenizio. Era per me la decisione irrevocabile di scegliere nella carriera accademica l’Economia aziendale piuttosto che l’Economia politica.
Girolamo Palazzina – il direttore della segreteria onnipresente nella Bocconi del tempo – mi chiamò per dirmi che ne era felice: anche se lo stipendio mensile poteva essere solo un terzo di quello della Montecatini. Fui così incaricato di tenere lezioni di Ragioneria generale e applicata al primo anno: mi era accanto un caro e compianto amico, Napoleone Rossi (per me un fratello maggiore, come Carlo Masini che affiancava Zappa al secondo anno dello stesso insegnamento).
Nell’aula del primo anno, di gran lunga la più affollata, con centinaia di studenti (avevamo allora un’unica classe), Palazzina mi fece accompagnare dal bidello Cavazza, una vera istituzione, un riferimento necessario per tutti gli studenti un po’ sperduti che si affacciavano ai corsi accademici. Mi accompagnò alla cattedra e, rivolto alla platea, annunciò ad alta voce: “Ragazzi, fate attenzione: questo è il professore!”.
Cominciai a trattare il libro I rendimenti, che stavo scrivendo e avrei pubblicato poco dopo. Nel maggio 1999, dopo cinquant’anni, quando tenni la mia ultima lezione (per il corso di Valutazione delle aziende), ricordai quell’episodio, con un po’ di commozione: mi passò davanti agli occhi l’intera mia vita di docente.
I miei rapporti diretti e personali col Maestro Gino Zappa investono (foto pag. 283) all’incirca un periodo di 12 anni, dal 1946 (quando in novembre assistetti all’apertura del suo corso di Ragioneria del secondo anno) al 1958, quando lo vidi per l’ultima volta nella sua casa di Venezia sul Canal Grande. La frequentazione durò però per soli sette anni: da quel novembre del 1946 fino alla lettura del manoscritto del mio libro, I costi di azienda, verso la fine del 1953. Ma l’impronta che lasciò in me è durata per tutta la vita: egli è ancor oggi, e lo sarà sempre, “il Maestro”; come lo è per Tancredi Bianchi, l’amico quasi coetaneo: siamo oggi gli ultimi due allievi rimasti, uniti dagli stessi sentimenti.
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Partiamo dunque dal novembre del 1946. Il Maestro andava già verso la fine della carriera. All’epoca era ordinario a Ca’ Foscari, dove si era trasferito dalla Bocconi nel 1935, dopo essere stato dal febbraio 1929 il primo ordinario della nostra Università. Ma non aveva abbandonato in Bocconi l’incarico di Ragioneria e la direzione dell’Istituto di ricerche tecnico-commerciali, fondato nel 1922 e attorno al quale si strinsero tutti i suoi allievi, originando una lunga catena di pubblicazioni, che si apre con le “Negoziazioni caratteristiche dei vasti mercati” di Ugo Caprara (n. 1 della 1a serie, del 1927) e si conclude col mio “La diversificazione dei prezzi” (n. 9 della 3a serie, del 1951).
Nel 1946 egli svolgeva le lezioni venendo a Milano una volta al mese per cinque giorni di seguito (sempre con lezioni di due ore ciascuna). Queste si tenevano in un’auletta del secondo piano di via Sarfatti (proprio dove – forse è un segno del destino? – stanno oggi i miei uffici). Eravamo in 20-25 studenti a seguirle: furono sempre affascinanti, anche se un po’ singolari, come spesso accade al genio.
Egli partiva infatti proponendo un argomento del programma delle cosiddette “tesine” – ad esempio, “La valutazione delle rimanenze nelle aziende industriali” – ma per due ore poi trattava a braccio, in modo che avvinceva tutti, argomenti di attualità o temi teorici di grande respiro (dall’inopportunità, ad esempio, di nazionalizzare le società elettriche al significato del valore del “capitale economico”, ai molteplici modi di interpretare i poco trasparenti bilanci dell’epoca). Due ore filate di argomentazioni, che passavano in un lampo. Fin da allora decisi che, al momento opportuno, gli avrei chiesto la tesi: cosa che feci l’anno successivo.
I concetti, che sgorgavano come un fiume in piena, non consentivano di fatto a noi studenti di porre domande e quindi non vi era alcun colloquio. Solo a fine lezione (per i pochi che osavano farlo: il Maestro incuteva in tutti grande soggezione, nell’auletta si poteva udire una mosca volare), mentre si andava verso l’uscita, era possibile porre qualche quesito, al quale veniva sempre data cortese e puntuale risposta.
Ricordo che in quell’inverno 1946/47 1a Bocconi non aveva ancora il riscaldamento e le lezioni si svolgevano al gelo (oltretutto erano cadute copiose nevicate). Al già anziano Maestro l’onnipresente Palazzina, come eccezionale riguardo, aveva riservato una stufetta elettrica, che gli riscaldava i piedi; e che noi guardavamo con un po’ di concupiscenza.
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Il primo allievo bocconiano di Zappa fu Ugo Caprara; il Consiglio della Bocconi gli aveva consentito – nel 1922 – di assumerlo come (unico) aiuto.
I miei ricordi zappiani si congiungono, per due episodi scolpiti nella mia mente, con quelli per Ugo Caprara (che, già ottuagenario, chiamava Zappa “il Maestro”: fatto che oggi sembra inverosimile!).
Proprio in quell’inverno 1946/47, fui testimone diretto di un episodio che, per la nostra piccola Bocconi dell’epoca, si può definire storico. Ugo Caprara venne, a fine lezione, a salutare il Maestro, col quale s’incontrava per la prima volta dopo la guerra e dopo la pubblicazione del libro La Banca. Principi di Economia delle aziende di credito. Zappa lo abbracciò e lo baciò sulla fronte, davanti a tutti noi studenti.
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Gino Zappa era un docente molto severo. Credeva fermamente nella serietà degli studi e quindi i suoi esami erano durissimi: chi non sapeva non li poteva superare. Implacabile, annotava sul libretto un eloquente 10/30. Così fu dai suoi esordi bocconiani, negli anni Venti, quando il Rettore Sraffa e il dottor Palazzina si resero conto che era sorto uno scoglio, prima del tutto inesistente, che a prima vista apparve perfino eccessivo. Poi tutti capirono, come scrive Marzio A. Romani, della sua capacità di essere “crivello” dell’Università, che ne teneva alto il livello qualitativo mediante una dura selezione; e nel contempo “glutine”, in quanto elemento aggregante di giovani studiosi, forgiati alla dura disciplina della ricerca e dell’insegnamento.
Questa caratteristica non mutò fino al termine della sua presenza bocconiana. E tale la trovai quando nel 1950 (sia pure per poche sessioni), gli sedetti al fianco come esaminatore.
Secondo il costume, cui fino all’ultimo restò fedele, gli esami si svolgevano in questo modo. Innanzitutto erano divisi in due parti: la prima svolta dagli assistenti, la seconda da lui stesso; per accedere alla seconda occorreva peraltro superare la prima (altrimenti l’esame era subito concluso con la bocciatura, che gli assistenti potevano tradurre, secondo il grado d’impreparazione riscontrato, in 10/30 o 15/30 – foto pag. 283; mentre egli rimase fedele al suo quasi mitico 10/30).
Le domande non erano improvvisate, ma dedotte sia nella prima come nella seconda parte dell’esame da “schedine” già predisposte (con difficoltà attentamente graduate mediante vari quesiti) ed estratte per sorteggio dall’esaminando.
Anche noi, suoi giovani collaboratori, fummo permeati dalla convinzione che la serietà degli esami fosse parte essenziale di una missione, vissuta come un dovere fondamentale. Forse io sentii più di altri questo dovere-missione quando mi trovai a esaminare studenti che erano stati miei compagni di corso (l’uso di presentare la Ragioneria di secondo anno come ultimo esame era una diffusa consuetudine dei tempi; e i “fuori corso” erano allora numerosissimi).
Ricordo ancora oggi, a grande distanza di tempo, il dispiacere che sentivo quando ero costretto – per conservarmi sempre fedele alla missione – a respingere i miei compagni di corso: perfino la mia amica Carla, buona e gentile ragazza, che per anni era stata seduta nei banchi accanto a me, ma che si era presentata con una preparazione non sufficiente. Con vero rammarico dovetti dirle che non la giudicavo preparata; ed ella se ne dispiacque apertamente. Zappa se ne rese conto, mi chiamò e mi disse che avevo compiuto il mio dovere. Ma io ricordo ancora il tutto con amarezza, come un duro prezzo pagato per tenere fede a un impegno, che per noi valeva come un giuramento.
Ricordo invece con piacere l’esame di Tancredi Bianchi che ammisi alla seconda prova con 30/30, che Zappa confermò dicendomi: “Questo 30 è proprio meritato!”. E ciò accadeva assai di rado.
Questa impronta derivata dal Maestro, il costume alla severità dell’esame, non mi lasciò per tutta la vita. Quando, come conseguenza del ’68, anche in Bocconi negli anni Settanta si manifestò (seppure non a livelli catastrofici, come altrove) l’appannamento della severità degli esami, mi trovai presto “spiazzato” rispetto al modo in cui giudicavano i miei giovani collaboratori del tempo. Quando attribuivo un 24/30 credevo di aver dato un buon giudizio (come accadeva negli anni Cinquanta e Sessanta): ma gli studenti ne uscivano scontenti, quando non disperati; mi resi ben presto conto che il “metro” non era lo stesso che i miei collaboratori usavano e quindi i giudizi non erano omogenei. Un poco alla volta lasciai loro il compito di svolgere l’esame, riservandomi di sentire gli studenti migliori (per i quali il giudizio era ovviamente ai massimi livelli).
Il costume che gradualmente si diffuse ovunque di rendere gli esami facili, le votazioni sempre elevate, di non segnare sul “libretto” le bocciature, non fu mai da me condiviso; a tutto ciò, anche quando ricoprii cariche accademiche, mi opposi finché fu possibile.
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Nel 1951 si tenne il primo concorso a cattedra di materie aziendali (Ragioneria) dopo la guerra: non se ne tenevano da 8-10 anni. Al tempo, come ancora per alcuni decenni, i concorsi a cattedra erano basati solo su titoli e si svolgevano con un complesso meccanismo: ne uscivano vincitori tre concorrenti (la fatidica “terna”), che potevano essere poi chiamati a coprire una cattedra in una qualsiasi università del paese.
Ebbene, quando fu indetto il concorso a cattedra nel 1951 Zappa mi chiamò e mi disse:
- che egli non si sarebbe presentato alle elezioni, in quanto intendeva che al concorso partecipassero tre suoi allievi e quindi si sarebbe trovato in stato di “incompatibilità” (anche se tutti gli altri ordinari si comportavano in modo contrario: l’idea della “incompatibilità” non li sfiorava nemmeno);
- che fra i tre allievi avrebbe presentato anche me. Gli feci presente che non avevo ancora 24 anni e mi ero laureato da meno di due. Rispose: “Ma questo che vuol dire? Contano le opere...”. Non ammise discussioni: dovetti presentarmi. E nella primavera del 1951 scrissi in due mesi il libretto La diversificazione dei prezzi: quello che poi risultò l’ultimo libro della collana bocconiana diretta dal Maestro.
Ripensandoci oggi che ho novant’anni (e che nella mia vita ho portato alla cattedra 11 allievi), debbo dire che quella decisione del Maestro fu per me da un lato un bene, in quanto mi consentì di raggiungere il premio della “maturità”, col voto favorevole di tre massimi docenti dell’epoca dopo Zappa (Amaduzzi, Ceccherelli, Onida). Questo mi aprì le porte all’incarico nell’Università di Genova, dove mossi i primi passi come responsabile di un corso fondamentale (Tecnica industriale e commerciale), e accrebbe le mie quotazioni in Bocconi, l’Università che non ho mai lasciato. Ma fu pure un male, in quanto generò contro di me invidie e ostracismi per alcuni anni: ero ancora giovanissimo, ma ero “maturo”, un abbinamento innaturale, che vissi con qualche difficoltà.
Anche questo mi convinse ad affiancare all’attività accademica quella professionale: dagli inizi del 1952 entrai nello studio di commercialista di Luigi Antonelli, in via dei Bossi 4 a Milano. Il mio Maestro ne fu contento: vedere dall’interno le aziende lo considerava (e con piena ragione) un modo per migliorare e integrare la ricerca pura (cui, tuttavia, mi ripeteva, bisogna sempre riservare molto tempo, a costo di gravi sacrifici). Una verità sacrosanta, della quale sempre più mi convinsi e nella quale ancor oggi pienamente credo. Ricordo, del resto, che Giovanni Spadolini mi ripeté più volte, nei vent’anni in cui collaborammo nel Consiglio della Bocconi: “Ricordati che i migliori professori sono quelli ‘non a tempo pieno’!”.
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Il periodo, che si colloca temporalmente nella prima parte degli anni Cinquanta contiene quelli che furono poi chiamati “i primi tentativi di quantificazione dell’Economia aziendale”. Lo sento difficile da ricordare in quanto (sia pure attraverso gli scritti di altri autori) debbo anche parlare di me stesso. Un breve percorso che compio con l’ausilio di illustri colleghi che quel periodo hanno con me vissuto (Tullio Bagiotti, Sergio Vaccà) o l’hanno più tardi studiato (M. Martellini). Occorre partire dalla premessa che Il Reddito (l’opera fondamentale zappiana, dalla quale nasce l’Economia aziendale) è un libro scritto senza una formula, un simbolo, una notazione quantitativa qualsivoglia. Il processo di quantificazione dell’Economia aziendale deve partire, negli anni Cinquanta, da qui: cioè dal ricorso alla simbologia, che apre la strada alle “formule” e ai modelli quantitativi. E sul piano concettuale deve contrastare inevitabilmente alcune idee, quali: l’impossibilità di stimare i costi di prodotto, l’estrema indeterminatezza (al limite dell’arbitrarietà) del reddito annuale, la vaghezza del concetto di valore dell’azienda (che infatti non si può misurare senza “formule”). Nella prima fase di questo necessario progresso (che è anche rivolgimento) verso la quantificazione, si parte dal costo di prodotto. Si tratta, dico subito, di un percorso travagliato e che dà origine a interpretazioni erronee o capziose. Nel 1952 appare infatti l’opera di Tullio Bagiotti, Storia della Università Bocconi, nella quale, forse per la prima volta, si avanzano dubbi su alcuni principi-base della teoria zappiana, con particolare riferimento all’affermata impossibilità di calcolo dei costi di prodotto:
Questa riflessione sulla portata dell’insegnamento zappiano – nulla toglie all’opera che il Maestro ha dato per tanti anni [...] Essa la solleva invece al pensiero che la bella fatica continua con le persone del cenacolo che fu suo e che i toni estremi di questa nostra rappresentazione in chiaroscuro possano ancora comporsi nel color di fiamma viva entro il quale l’insegnamento del Maestro è apparso a due generazioni di bocconiani.
Al professor Zappa sono succeduti i professori Masini, Rossi e Guatri.
Con essi, rimanendo il libro del Maestro al centro dell’insegnamento, potrebbe nulla essere mutato sotto il sole. Fondamentalmente, difatti, è così. Parola diversa meriterebbero tuttavia i lavori del Guatri, i quali (alludiamo specialmente ai rendimenti) potrebbero cospirare in pieno ossequio a mettere a nudo una contraddizione latente nella dottrina economico-aziendale: quella che sopra s’è ricordata a proposito dell’opera del Maestro.
Tullio Bagiotti, nel dedicarmi una copia del volume, scrive: “Al caro Guatri, perché mi consideri per quello che di lui non ho scritto” (18.12.1952).
Sull’argomento, da un altro punto di vista, interviene anche Sergio Vaccà, secondo il quale la tesi zappiana e di molti suoi allievi dell’epoca sulla non calcolabilità dei costi, sulla loro inevitabile indeterminazione ha rappresentato un modo discutibile di far teoria e soprattutto un modo per non costruire un rapporto reale con la vita concreta:
Sarebbe perciò che la mia successiva insistenza sul concetto di determinazione oggettiva e soggettiva dei costi, fa di quest’ultima (la determinazione soggettiva) – in armonia con l’esperienza aziendale – una costruzione elaborata dai soggetti, utile per illuminare sui problemi dell’economia d’impresa, se e in quanto si tratti di una costruzione di cui si possa valutare l’attendibilità dei risultati, così da rendere tollerabili i limiti e gli errori sottolineati dalla costruzione o misurazione oggettiva del costo.
E conclude:
A molti anni di distanza questa reazione (ben più articolata rispetto a questi brevi cenni) al pensiero economico-aziendale dominante, può anche sembrare normale, cioè rispondente a uno dei tanti passaggi evolutivi che contrassegnano il progresso del pensiero scientifico. Sennonché le cose allora si presentavano meno semplici e la cautela usata nell’esporre le sue riflessioni senza dubbio rifletteva anche il fatto che Gino Zappa non condivideva le conclusioni raggiunte...
Considero peraltro più precisa (soprattutto perché non intrisa dell’implicita opposizione al pensiero zappiano, che è specialmente nell’opera di Bagiotti) la ricostruzione che nel 1988 ne ha fatto Maria Martellini:
Nel 1954 dopo un biennio di riflessione e maturazione appare il volume I costi di azienda (Giuffrè), che reca il sottotitolo “Metodologie per il calcolo e l’analisi dei costi di produzione nell’industria, nell’agricoltura, nel commercio e nella banca”. La nuova pubblicazione segna il suo definitivo distacco dalla ben nota impostazione zappiana di negazione totale di tale concetto. Impostazione in quel momento non solo prevalente, ma esclusiva, nella scuola. Distacco, sia ben chiaro, che viene descritto come una evoluzione della dottrina; e che mai viene evidenziato come opposizione al Maestro, al quale lo legano un’ammirazione e un affetto che non verranno mai meno.
A questo punto devo ricordare che I costi di azienda furono letti pagina per pagina da Zappa e con lui discussi. Egli, pur non condividendone alcune conclusioni, non solo li accettò, ma li volle pubblicati nella collana bocconiana (allora diretta da Dell’Amore, suo successore).
Credo che questo chiaramente serva a sfatare la leggenda della rigida chiusura della scuola zappiana; e dimostri quanto la critica, purché sostenuta da validi argomenti, vi fosse pienamente accettata. Il Maestro, lo ricordo con commozione, scrisse: “Appartengono alla mia scuola soltanto coloro che, avendo percorso con me i primi passi, sanno procedere oltre i limiti da me raggiunti”.
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Nel campo del valore e delle valutazioni aziendali la nostra cultura, intendo anche quella recente, deve molto a Gino Zappa, a partire da Il Reddito. Su questo libro, di cui oggi gli studenti (e forse anche alcuni giovani docenti) bocconiani ignorano forse perfino l’esistenza, si è formata per decenni la classe dirigente delle aziende in Lombardia e in larga parte nel nostro paese (dove gli allievi di Zappa hanno insegnato).
Il valore del capitale economico, un concetto che domina per decenni le teorie di valutazione nel nostro paese, viene, sia pure con una formulazione non ancora a base quantitativa da Il Reddito.
Proprio nella fedeltà alla cultura europea e nel riconoscimento delle proprie radici (che sono le radici zappiane), a partire dagli anni Ottanta del secolo passato nascerà per gradi la Scuola del valore bocconiana, i cui punti di riferimento diverranno (dal 1983) la rivista bocconiana Finanza Marketing e Produzione e dal 1996 la rivista La valutazione delle aziende; oltre alla collana di libri di Egea e di Università Bocconi Editore.
Nascerà anche, specialmente nell’area delle cosiddette “garanzie societarie”, il sostegno alla nostra cultura e l’affermazione di alcune peculiarità del nostro ambiente: con in prima linea la dura opposizione, durata venticinque anni, ad alcuni eccessi e stravaganze, quali l’affermazione della dominanza dei “flussi di cassa attesi” sui “flussi di reddito attesi”, l’uso di moltiplicatori “casuali” (anzi, definiti “falsi”) che vengono dal mondo anglosassone e per lungo tempo acriticamente (e supinamente) accolti.
Come scrive Rita Levi Montalcini, “la modestia si addice allo scienziato, ma non alle idee che sono in lui e che egli ha il dovere di difendere”. Questo è il sentimento e la convinzione che ci ha sempre sostenuto; il cui punto di partenza storico sono le idee che col “valore del capitale economico” ci provengono (fin dagli anni Venti) dal nostro Maestro.
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Lascio ora la parola agli storici – con brani tratti dal libro I Maestri della Bocconi (di G. Brunetti e M.A. Romani) – affinché ricordino del Maestro ciò che io non ho vissuto.
Gino Zappa arrivò a Venezia nel 1903 per seguire le lezioni di Fabio Besta a Ca’ Foscari. Fu Clitofonte Bellini, un docente di Ragioneria con il quale collaborava all’Istituto tecnico Cattaneo, a Milano, che lo spinse ad iscriversi alla locale Scuola superiore di commercio.
La Scuola di commercio di Venezia era sorta nel 1868, due anni dopo l’annessione delle province venete al Regno d’Italia, nel quadro degli interventi volti a rilanciare la città dopo la dominazione austriaca. Il modello didattico, mutuato dall’Istituto superiore di commercio di Anversa, prevedeva tre indirizzi formativi: commerciale, per preparare i dirigenti amministrativi, pubblici e privati; magistrale, per i futuri insegnanti di discipline tecnico-amministrative e linguistiche; consolare, per gli addetti commerciali presso le sedi diplomatiche.
L’epoca in cui il giovane Zappa frequentò Ca’ Foscari avrebbe segnato uno spartiacque nell’evoluzione di quella istituzione. La nascita della Bocconi (1902), che accoglieva la tesi dei suoi fondatori secondo cui l’istruzione commerciale era oramai pronta per elevarsi alle discipline teorico-scientifiche di grado universitario, spinse anche l’istituto veneziano ad aprire una nuova fase della sua esistenza.
È un percorso graduale che impegnerà qualche decennio, una riforma a piccoli passi tesa alla trasformazione del carattere originario, “tecnico-pratico”, della scuola veneziana in un’Istituzione universitaria. Si sarebbe però dovuto aspettare il 1919 perché le Scuole commerciali fossero “autorizzate per legge a istituire un quarto anno di corso con le risorse del proprio bilancio, nell’intento di avviare la sezione commerciale verso una regolare struttura universitaria. Il passaggio fu poi sanzionato nel 1920”.
Gino Zappa in questo periodo cominciò così a frequentare e a conoscere Venezia e i veneziani. La città contava allora oltre 150 mila abitanti (166.000 al censimento del 1911) e veniva da un periodo oscuro di decadenza, l’Ottocento; tuttavia, l’inizio del secolo aveva visto la nascita di nuove iniziative industriali come il Molino Stucky e il Cotonificio Veneziano.
Al conseguimento del diploma universitario di Ragioneria (1905), seguì un breve periodo di insegnamento all’Istituto tecnico di Rovigo; alla fine del quale, su segnalazione di Fabio Besta, il giovane ottenne un incarico di insegnamento della contabilità nella Scuola superiore di applicazione per gli studi commerciali di Genova (1906/21). I quindici anni trascorsi a Genova furono anni di contatti e di relazioni con altri studiosi (Attilio Cabiati e Marco Fanno in particolare), oltre che di intenso studio e applicazione. Nel 1921 Zappa fu chiamato all’Università Bocconi dove sarebbe rimasto fino al 1951.
La scelta di Zappa quale incaricato di Ragioneria rientra nell’ambito di una riforma attuata negli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra da Angelo Sraffa. Il giurista, da poco nominato Rettore della Bocconi, nell’ambito di un progetto di rinnovamento delle strutture didattiche dell’università milanese, aveva fatto proprie le critiche mosse all’organizzazione del corso di laurea dal direttivo dell’associazione fra i laureati dell’Università (ALUB), che lamentava l’assoluta inidoneità delle discipline aziendali, affidate a docenti non laureati, a rispondere alle esigenze della moderna economia e proponeva la “immediata nomina di un vero professore che abbia qualità e abitudini didattiche e che non sia troppo distratto da preoccupazioni professionali e che, con esperienza ed autorevolmente, possa predisporre il necessario lavoro di coordinamento fra corsi e fra insegnanti e presiedere poi all’andamento della scuola di contabilità, che è d’importanza massima per l’Università Bocconi” e aveva puntato sul giovane professore milanese che tanto successo incontrava a Genova, segnalato da Attilio Cabiati.
La chiamata a Venezia, nel 1921, a ricoprire la cattedra di Ragioneria fu per Zappa motivo di grande soddisfazione sia perché andava a sostituire il maestro Fabio Besta, per il quale aveva sempre nutrito stima e ammirazione, sia perché a Ca’ Foscari insegnava un gruppo di docenti di alto livello. Anni difficili, gli inizi degli anni Venti con un fascismo che avanza. A Ca’ Foscari insegnavano Luzzatto, Trentin e altri fieri oppositori del regime. Luzzatto, direttore dell’Istituto, per le sue pubbliche prese di posizione, come la lettera di solidarietà a Salvemini in occasione del suo arresto, venne costretto a dimettersi alla fine del 1925. I docenti votarono tutti una mozione di solidarietà.
Negli anni della “rivoluzione fascista”, Zappa, pur preoccupato della grave situazione del Paese, per la sua natura di persona schiva e riservata, decise di restare fuori dalla mischia continuando a coltivare i suoi studi. Unica eccezione che fece fu l’accettazione di un incarico professionale importante ed estremamente delicato per i suoi risvolti politici: la nomina a perito d’ufficio nel procedimento penale a carico degli ex amministratori della Banca di Sconto, che erano forti sostenitori del regime.
A Venezia prese in affitto una bella casa in campo San Samuele, che si apre sul Canal Grande. Quasi di fronte, al di là del Canal Grande, c’è Ca’ Foscari. Poi comprò, con i soldi del padre, un appartamento in un palazzo sul Canal Grande vicino alla chiesa di San Stae. Una casa luminosa su tutti i lati. La figlia Emanuela ricorda:
Il papà – da scapolo – viveva nel piano nobile, mentre nell’ammezzato le biblioteche occupavano due stanze. Dopo il matrimonio (con Maria Giuseppina Savignone nel 1926) e la nascita dei quattro figli mantenne il suo grande studio al piano nobile e anche le biblioteche. Per noi ragazzi, lo studio era un luogo sacro: non si entrava se non bussando e in casa era proibito alzare la voce.
Tra Venezia e Milano, quindi, negli anni Venti, sarebbe continuata l’opera del Maestro. In particolare, la feconda attività del Laboratorio d’economia privata bocconiano (in seguito denominato Istituto di ricerche tecnico-commerciali e di ragioneria) e il carisma del suo direttore avrebbe spinto una schiera di giovani, cresciuti nelle due istituzioni (Ugo Caprara, Teodoro D’Ippolito, Giorgio Pivato, Ugo Borroni, Giordano Dell’Amore, Ettore Lorusso, Arnaldo Marcantonio, Pietro Onida, Giuseppe Zippel, Pasquale Saraceno, per non ricordare che i primi) ad affiancare l’azione del Maestro, facendo sì che “i corsi di tecnica, di ragioneria e di organizzazione amministrativa, tenuti dai collaboratori dell’Istituto stesso in Bocconi, sorpassati i limitati schemi delle consuete descrizioni e delle frequenti esposizioni dogmatiche ad uso delle persone incolte, seguissero la via fruttuosa che già in altre scienze si percorre da tempo”, concorrendo così “ad attenuare, nel campo degli studi di tecnica, ragioneria o di organizzazione economica, lo stridore ancora troppo frequente tra costruzioni dottrinali e fatti concreti”.
Su un piano più propriamente didattico – e nonostante la ben nota ostilità di Angelo Sraffa verso la proliferazione delle discipline aziendali – la crescita dell’Istituto avrebbe ben presto condotto all’attivazione di numerosi corsi di Economia aziendale: ragioneria, tecnica bancaria, tecnica mercantile, tecnica amministrativa delle imprese industriali e scienza dell’organizzazione economico-aziendale. Come dire che alle due anime primigenie dell’Università (quella economica e quella giuridica) se ne andava ora aggiungendo una terza, destinata ad avere un ruolo e un peso crescenti nell’ambito dell’istituzione voluta da Ferdinando Bocconi.
Negli anni Venti, la lunga riflessione circa l’opportunità di “provvedere alla graduale formazione di un corpo accademico proprio” condotta dal Consiglio d’Amministrazione dell’università commerciale milanese si concluse con la storica decisione di creare tre cattedre di ruolo: la prima, dedicata a computisteria e ragioneria generale e applicata, la seconda, destinata al diritto commerciale, industriale e marittimo e la terza, assegnata a una delle materie economiche. Grazie a questa decisione, il 1° febbraio 1929, Gino Zappa sarebbe finalmente approdato in Bocconi (mentre la famiglia si sarebbe trasferita a Stresa, sul lago Maggiore) e qui sarebbe rimasto sino alla primavera del 1935, quando improvvisamente comunicò agli amministratori e al corpo accademico la sua decisione di accettare l’offerta proveniente da Ca’ Foscari. La notizia cadde come un fulmine a ciel sereno nel piccolo mondo dell’istituzione milanese, dando l’avvio a un convulso scambio di corrispondenza tra il Rettore, Gustavo Del Vecchio, il vicepresidente, Giovanni Gentile, e il direttore della segreteria, combattuti tra il desiderio di trattenere il Maestro a Milano e la comprensione delle ragioni che lo spingevano a lasciare la capitale lombarda.
Pur dibattuto fra contrastanti sentimenti, comunicava al Rettore i suoi dubbi, ma anche la sua ferma intenzione di trasferirsi a Venezia e ne otteneva la solidarietà. Palazzina, secondo il suo solito, tentò la strada del compromesso, chiedendo a Zappa di conservare l’incarico di Ragioneria e la direzione dell’Istituto... che, in fondo, era quello che quest’ultimo sperava di sentire.
Pur sentendosi molto legato a Milano, Zappa amava intensamente Venezia, ne apprezzava i silenzi, godeva della gentilezza dei veneziani. Come ricorda la figlia Emanuela, egli amava camminare e andava all’università sempre e soltanto a piedi. Non usava servirsi del vaporetto. Raggiungeva Milano sempre in treno, non amava l’automobile. Nel periodo in cui era titolare a Milano, vi soggiornava per metà della settimana. Quando divenne incaricato, una settimana al mese, a Milano alloggiava in una casa di famiglia. Occupava un modesto appartamento al terzo piano. La portinaia lo accudiva. Nel piano sottostante viveva la cognata. Talvolta si spostava a Roma, sempre in treno, con quella che i figli chiamavano la “valigia di Milano”.
Con la famiglia andava in villeggiatura a Valdobbiadene, dove nel 1934 avrebbe acquistato una villa in piazza della Vittoria. Sempre la figlia ricorda che si partiva da Venezia in treno. “La villeggiatura durava quasi tutto il periodo delle vacanze scolastiche: prima il mare al Lido e poi a Valdobbiadene, dove il papà studiava sempre”. Una vita, quella di Gino Zappa, molto semplice (è sempre la figlia che racconta), cadenzata dalle stagioni, dalle esigenze dei genitori e dai doveri scolastici: le ore del pranzo e della cena erano fisse e la puntualità doveva essere rispettata. E la domenica, sempre alla Messa con moglie e figli. Era un credente praticante e coerente.
Durante la guerra Zappa e la famiglia continuarono a vivere a Venezia. Egli faceva la spola con Milano e, nonostante i bombardamenti, non interruppe mai la sua attività, i suoi studi, l’insegnamento, infischiandosene delle difficoltà, del gran freddo nei treni, della lunga durata dei percorsi. Prova ne sia che, quando suonava l’allarme e il treno si fermava, le persone più giovani scendevano per trovare rifugio, mentre il Maestro rimaneva al suo posto a leggere e a studiare in attesa del cessato allarme. Negli anni 1941 e 1942 fu Rettore a Ca’ Foscari, a lui successe Alfonso De Pietri Tonelli, titolare di politica economica. Nel dopoguerra, non più impedito dalle leggi razziali, ritornò Gino Luzzatto, che fu proclamato Rettore nel 1945 e tale sarebbe rimasto sino al 1953.
Nel 1951 il professore, costretto dalla sofferta cecità, avrebbe definitivamente chiuso il suo rapporto con l’università dopo tre decenni di attività accademica.
Egli, che ormai da vent’anni era ordinario a Ca’ Foscari, non aveva mai abbandonato la direzione dell’Istituto bocconiano di ricerche tecnico-commerciali e di ragioneria, dove il suo alto magistero aveva moltiplicato le generazioni di allievi. Il suo approccio innovativo aveva fatto esplodere le tradizionali dottrine contabili di inizio secolo in una miriade di insegnamenti volti a indagare i diversi aspetti della vita aziendale. La specializzazione, tesa a conciliare rigore teorico e necessità pratiche, non aveva, tuttavia, fatto perdere di vista problemi e metodi comuni all’intera disciplina, facendo sì che i differenti percorsi di ricerca restassero inviluppati nella più ampia cornice dell’Economia aziendale. Sotto la sua guida l’Istituto si era rapidamente espanso sino a farsi fulcro e nucleo portante del rinnovamento, in Italia, delle discipline economico-aziendali. Ora, al momento in cui, per ragioni d’età, era costretto ad abbandonare ogni incarico, si presentava il delicato problema di scegliere un allievo degno di succedergli, consacrandone l’investitura con una cattedra; grazie anche alla decisione assunta dal Consiglio d’Amministrazione, e a lungo osteggiata da Demaria in quel momento unico professore ordinario, di accrescere di una unità l’organico dei professori ordinari, in modo da consentire il regolare funzionamento del Consiglio di facoltà.
Al cortese, ma fermo, rifiuto di Ugo Caprara di occupare la cattedra di Economia aziendale, la scelta del presidente Furio Cicogna cadde su Giordano Dell’Amore, in quel momento professore ordinario di tecnica bancaria a Venezia. Dell’Amore godeva di grande prestigio negli ambienti scientifici ed economici italiani, ma la sua specializzazione e il suo impegno professionale lo rendevano inadatto ad assumere in toto le funzioni che Gino Zappa aveva sino a quel momento esercitato: occorreva designare anche un “economista aziendale puro” che, attraverso l’insegnamento della ragioneria, si facesse portatore del “verbo” e dell’eredità immateriale del Maestro.
Sulla scelta di quest’ultimo, Zappa chiese e ottenne il diritto di dire l’ultima parola in una lunga lettera inviata a Demaria:
Illustre e caro Rettore, [...]. Ti esprimo il mio dolore nel lasciare dopo trent’anni la cattedra già a me affidata alla Bocconi e la direzione del Laboratorio. Nella difficoltà grande di avere oggi professori di ragioneria degni di occupare una cattedra universitaria, credo mio dovere designare per la mia successione al secondo corso l’unico docente che per ingegno e per titoli mi sembra atto a coprire degnamente l’incarico senza allontanarsi dalle tendenze che forse sole possono rendere fruttuoso l’insegnamento delle nostre discipline. Per questo unico motivo faccio a te, in via riservata, la designazione del prof. Carlo Masini. L’assistente più indicato per svolgere esercitazioni efficaci all’eventuale corso di Masini è il dottor Guatri, il quale anche nelle sue ultime pubblicazioni ha dato prova di alto ingegno. Perdonami se con queste designazioni ho troppo osato.
I tempi non erano tuttavia ancora maturi perché l’operazione avvenisse in modo indolore; occorreva prima preparare il terreno. Era quindi importante che Gino Zappa conservasse, sia pure in via informale, l’incarico d’insegnamento e la direzione dell’Istituto e in questo senso si spiega la sua risposta positiva ai pressanti inviti rivoltigli in questo senso dal Rettore. Poco dopo fu costretto a prendere congedo da Milano e dalla Bocconi: “Io curerò ancora alcuni lavori in corso di Masini, Rossi e Guatri” scrisse annunciando le sue irrevocabili dimissioni. “La Biblioteca, nella sua prima serie, avrà una degna conclusione. Poi il laboratorio e la Biblioteca passeranno ad altri e forse potranno seguire un nuovo indirizzo. La mia lunga fatica è ormai conclusa”.
E a Palazzina, che gli esprimeva tutta la sua preoccupazione e il suo smarrimento per la decisione assunta, e gli chiedeva di designare uno o più successori, egli avrebbe risposto dando indicazioni che, di fatto, avrebbero ipotecato il futuro delle discipline aziendali in Bocconi:
Insegnamento di ragioneria: [...] Io credo che in nessuna Università italiana sia svolto un corso di ragioneria così elevato come quello dettato da Masini, Rossi e Guatri (in ordine di anzianità). Essi spingono gli allievi allo studio e hanno scritto e scrivono opere, in parte di prossima pubblicazione e già da me conosciute, che certamente sono tra le migliori uscite in questi anni in Italia e fuori. Spero, malgrado le recenti esperienze, che in breve essi occupino, forse con altri dei nostri, cattedre universitarie. Se la Bocconi potesse avvincerli a sé, sarebbe opera utile per gli allievi e per gli studi. Posso aggiungere che in questo momento, date alcune troppo note aspirazioni, sarebbe bene queta non movere.