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Il mondo di Guatri

2026/17

Il periodo “difficile” per la Bocconi: la vicepresidenza di Roberto Calvi

All’inizio del 1974 Furio Cicogna, allora presidente dell’Università Bocconi, convocò presso la sede del Banco Lariano (di cui pure era presidente) il piccolo gruppo, una dozzina di persone, che costituivano il Consiglio di facoltà (compreso il Rettore Giordano Dell’Amore e il preside Innocenzo Gasparini). Cicogna c’informò che il bilancio dell’università andava male.

Aveva perciò pensato a una soluzione radicale. Occorreva che i docenti ordinari approvassero un “prodotto” di grande qualità e di sicuro richiamo (il DES, corso in Discipline Economico-Sociali, un corso full time con contenuti e regole proprie e di alto livello); anche perché, aveva sottolineato, il DES era una delle vie (o degli stimoli) per ottenere dal Gruppo Banco Ambrosiano un rilevante contributo annuale: ben 500 milioni di lire, ossia tre volte gli introiti delle tasse accademiche dell’epoca. Questo straordinario “prodotto” accademico sarebbe stato il mezzo (a fianco del contributo di 500 milioni) per ottenere il rilancio della Bocconi. Il gruppo dei presenti fu colpito dalla pesante situazione del bilancio (che quasi tutti, io compreso, non conoscevamo): una premessa che non consentiva di discutere molto sulla proposta.

Neppure Giordano Dell’Amore (il presidente della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, che pure si faceva carico ogni anno di un rilevante contributo di circa 100 milioni) ebbe da obiettare.

Innocenzo Gasparini manifestò un’adesione piena: il DES era il “prodotto” da lui proposto, nel quale credeva con entusiasmo...

Si alzò solo un’esile voce in opposizione, del più giovane e inesperto dei presenti, l’ultimo arrivato: ero io. Dissi che, visto il programma del DES, di alta qualità ma destinato certamente a produrre nuove perdite, la debolezza economica strutturale della nostra Bocconi non ne avrebbe tratto alcun giovamento; e rimediando solo una grande contribuzione privata (sia pure concessa senza alcuna condizione) avremmo messo a rischio la nostra indipendenza.

Quello del DES era un grande sogno, ma solo un sogno (nell’aspetto degli equilibri di bilancio, il vero obiettivo di Cicogna); il contributo dell’Ambrosiano risolveva i problemi immediati “di cassa”, ma l’università avrebbe nel lungo termine peggiorato e non migliorato le sue prospettive.

Fui ascoltato da Furio Cicogna (foto pag. 288) con grande attenzione: ma alla fine mi disse che non si poteva fare altro. E tutto fu approvato. Nacque così il nostro rapporto con Roberto Calvi (foto pag. 288) e con quelli che, anni dopo, Spadolini definì “gli eccessi del mecenatismo privato”.

Credetti che Cicogna si fosse un poco offeso. Ma così non era: nel settembre dello stesso anno, cioè pochi mesi dopo, ricevetti da lui la richiesta di un incontro urgente. Mi recai di nuovo alla presidenza del Banco Lariano: Cicogna mi propose di accettare la nomina nel Consiglio della Bocconi e di assumere la carica di consigliere delegato, con tutti i poteri.

Chiesi 15 giorni per riflettere (allora avevo già molti impegni professionali oltre a quelli accademici); mi concesse 48 ore. Il giorno dopo accettai e in quella carica rimasi per 25 anni.

* * *

Roberto Calvi entrò come vicepresidente nel Consiglio dell’università (era l’unica condizione che pose), sia pure senza alcun potere, che del resto non richiese mai. Dopo poco tempo Furio Cicogna morì (eravamo nel gennaio del 1976) e al suo posto fu nominato il senatore Giovanni Spadolini (foto pagg. 288 e 289). Da quel momento si creò questa curiosa triade: Spadolini, presidente; Calvi, vicepresidente; Guatri, consigliere delegato (a me furono di fatto delegati tutti i poteri amministrativi e finanziari).

Con Spadolini ebbi subito un discorso franco: gli illustrai un piano di quattro, cinque anni (che discussi, con incontri riservati in casa mia, con alcuni più giovani colleghi, tra i quali ricordo Ruozi, Coda, Demattè). La linea strategica che proposi fu: ripristinare, con graduale ma sensibile aumento dei contributi accademici richiesti agli studenti (con il supporto di un’adeguata comunicazione, di un miglioramento di tutti i nostri “prodotti culturali”, dell’introduzione del “numero chiuso” di iscrizione ecc.), l’equilibrio del bilancio; conservare i contributi dei privati, ma renderli in quattro, cinque anni “non più necessari”.

Il presidente Spadolini accettò con entusiasmo: non vedeva l’ora che potessimo “contare solo su noi stessi”.

La presenza in Consiglio di Roberto Calvi (che pure in diversi anni ben poche volte prese la parola; e soprattutto non chiese mai nulla per sé, pur continuando nella contribuzione che suddivise pro quota tra le sue numerose controllate – La Centrale, la Toro, il Varesino, la Banca Cattolica del Veneto ecc.) divenne nel tempo, per Spadolini, un vero incubo. Fin dall’inizio mi disse che Calvi, nel caso di sua assenza (i suoi impegni politici divennero sempre più importanti, fino alla presidenza del Consiglio dei ministri), non avrebbe mai dovuto presiedere il Consiglio. In tali occasioni mi spediva una lettera in cui, motivando l’assenza, mi chiedeva di presiederlo in sua vece. Il che feci più e più volte; senza, invero, che Calvi mai eccepisse alcunché; anzi come fosse cosa naturale.

Da Roberto Calvi ci giunse, dopo alcuni anni, solo una richiesta: mi invitò con il dottor Enrico Resti (il fidatissimo direttore amministrativo della mia epoca) presso la presidenza del Banco Ambrosiano, dove accennò all’eventualità di una laurea honoris causa. Gli facemmo presente che non era nella tradizione della Bocconi, che non era mai accaduto prima e che l’orientamento unanime era di continuare su questa strada: non eccepì nulla; non ne parlò mai più.

I dubbi in questo senso di Spadolini non erano del tutto immotivati. Qualcuno all’epoca mi riferì (vero o non vero che fosse) che Calvi andava dicendo: “Con 500 milioni all’anno ho acquisito la Bocconi”.

Del resto anche Panerai ebbe qualche anno dopo a scrivere di Calvi e del suo “salvataggio” della Bocconi (Milano Finanza, “Orsi e Tori”, 29 luglio 1995):

Sechi mi faceva sedere sempre vicino a Calvi perché riuscissi a carpirgli qualche segreto negli anni in cui era portato in palmo di mano, anche per aver salvato la Bocconi con un generoso finanziamento che, prima dell’era di Luigi Guatri e della trasformazione dell’università in un’efficiente azienda, gli valse la poltrona di vicepresidente. Nonostante i miei stimoli, Calvi non parlava mai. Al massimo raccontava dei suoi polli e dei suoi vitelli che allevava a Drezzo vicino al confine con la Svizzera.

Contemporaneamente a Calvi (che entrò a partire da fine 1974) nel Consiglio della Bocconi sedeva un bocconiano a piena ragione considerato una gloria della nostra università: il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi (foto pag. 289). Una figura severa e solenne, di indiscussa capacità e moralmente ineccepibile. In quegli anni (forse nel 1978, mentre si svolgeva presso il Banco Ambrosiano l’ispezione condotta da Giulio Padalino, che intuì per primo l’esistenza dell’area “occulta” all’estero) assistetti qualche volta con sorpresa (che poi i fatti avrebbero in parte spiegato) al tentativo di Calvi di scambiare qualche parola con Baffi: talvolta, quando quest’ultimo usciva dalla sala del Consiglio, seguendolo nel corridoio. Notai anche la ritrosia di Baffi a tali approcci.

Nel 1979, a seguito di un’ingiusta inchiesta giudiziaria romana (Alibrandi-Infelisi) il capo della vigilanza di Banca d’Italia Sarcinelli fu arrestato e Baffi costretto alle dimissioni da governatore; si dimise allora anche dal Consiglio della Bocconi, con sommo dispiacere di tutti noi.

Solo in anni successivi, quando le vicende Calvi-Rizzoli-P2 divennero note, qualche organo di stampa suppose collegamenti tra l’attacco feroce a Baffi-Sarcinelli e l’avvicinarsi (con l’ispezione Padalino) della deflagrazione della vicenda Banco Ambrosiano. Forse nelle nostre (inconsapevoli) sedute si era svolto un dramma silente...

* * *

Alcuni stimati professionisti (avvocati, commercialisti, anche accademici) ebbero la sventura di essere chiamati dal presidente del Banco Ambrosiano a ricoprire cariche societarie nel gruppo: ne furono travolti e la loro vita ne uscì segnata (cito per tutti l’avvocato Giuseppe Prisco e il professore Antonio Confalonieri); uno ne morì.

Eppure io, che li conoscevo bene, potrei mettere la “mano sul fuoco” che non furono consapevoli di nulla. Non si resero conto del fatto che Calvi – per il tramite di società off-shore alle Bahamas e in altri paradisi fiscali – aveva acquisito con i mezzi del Banco le azioni dello stesso Banco. Così Calvi finì per controllare se stesso. Nel 1981 il “rischio” complessivo raggiunse la cifra di 1.400 miliardi di lire; una voragine, la radice del dissesto (si veda il Riquadro 1).

 

Riquadro 1 La vicenda del Banco Ambrosiano

Il Banco Ambrosiano (di cui Calvi divenne presidente e capo assoluto nel 1975) era, nell’opinione di Pier Domenico Gallo, che fu il primo direttore generale del Nuovo Banco Ambrosiano, “un gruppo di tutto rispetto: forse, nella sua articolazione operativa, il più moderno d’Italia. Il Banco Ambrosiano possedeva una rete di sportelli nelle più ricche regioni italiane: Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto. Se si volesse attribuire un valore specifico all’avviamento del suo network, si dovrebbe concludere che il valore unitario di questi sportelli era due o tre volte superiore a quello degli sportelli di altre regioni.

Mentre il Banco presidiava efficacemente Milano, la Lombardia, il Piemonte e la Liguria, il Credito Varesino rappresentava la realtà più attiva nella fascia nord-ovest della regione. La sua presenza frontaliera si integrava in modo perfetto con quella ticinese della Banca del Gottardo. La Banca Cattolica del Veneto costituiva invece un istituto tra i più presenti non solo nell’area tra Vicenza, Venezia e Treviso, ma anche nell’operosissimo Friuli.

Le tre banche del Gruppo Ambrosiano non erano soltanto organizzazioni retail dedite ai conti dei privati come le casse di risparmio e le banche popolari,

ma vantavano una presenza significativa nel mondo imprenditoriale, soprattutto della piccola e media impresa, quella che si era fatta le ossa durante gli anni Sessanta e Settanta, lo splendido periodo della grande ripresa economica italiana.

Il secondo punto di forza del vecchio Banco era la sua presenza nel settore del credito a medio termine all’industria: ancorché la proprietà di Interbanca fosse suddivisa con altre banche private, l’Ambrosiano rappresentò la vera istanza propulsiva della clientela di Interbanca e della sua affermazione, accanto agli altri istituti a medio termine concorrenti e coevi (Mediobanca ed Efibanca)” (da P.D. Gallo, Intesa Sanpaolo: c’era una volta un “fantasma inesistente”).

“L’articolazione finanziaria del Gruppo Ambrosiano era completata dalla presenza nel settore assicurativo, dove la Toro Assicurazioni – a quel tempo controllata dalla Centrale Finanziaria Generale, appartenente al Banco Ambrosiano – era una delle migliori compagnie italiane.

La Centrale doveva avere, secondo le strategie di Roberto Calvi, una vocazione al merchant banking: pur muovendo allora i primi passi, si era mostrata innovativa nell’ambito della finanza strutturata d’impresa. Non era difficile immaginare che, con una rete così potente di sportelli, di strumenti di credito a medio termine e di private banking, la Centrale potesse in futuro lanciare la sfida a Mediobanca.

Completava la struttura dei servizi del gruppo del vecchio Banco la Fiscambi Holding, ereditata dal Gruppo Toro e attivissima protagonista nel settore parabancario; in particolare attraverso la grande società di leasing, che più tardi sarebbe diventata la grande società di leasing del Gruppo Intesa” (Ivi).

Esisteva, per contro, una “parte estera occulta” nei suoi reali contenuti. I commissari di Banca d’Italia, nell’agosto 1982, valutarono il “buco estero” in circa 1.000 miliardi di lire. Esso era esploso in gran parte nell’ultimo quadriennio.

Ma già nel 1978 gli ispettori di Banca d’Italia scrivevano: “All’estero, in particolare, il Banco ha consolidato una rete finanziaria che gli consente di gestire notevoli flussi di fondi al riparo dai controlli delle autorità valutarie italiane. I giudizi sulla situazione tecnica del Banco Ambrosiano prescindono dalla valutazione delle imprese del gruppo operanti all’estero, e in modo particolare della holding lussemburghese e della Cisalpine Overseas di Nassau, le cui attività di bilancio sono rimaste del tutto sconosciute non avendo l’azienda fornito alcun riferimento utile al riguardo.

Naturalmente, tenuto conto della notevole entità di siffatte poste patrimoniali, un’eventuale divergenza rispetto alle apparenze ufficiali di bilancio, o un andamento irregolare di tali componenti attive, potrebbe alterare le considerazioni tecniche appresso formulate.

L’impossibilità di acquisire una completa informativa sulle partecipazioni detenute dalla ripetuta holding non può fugare il dubbio che, dietro alle varie società estere acquirenti di cospicui pacchetti di azioni del Banco Ambrosiano, vi possa essere la stessa azienda ispezionata, con ovvie conseguenze sulla situazione patrimoniale del Banco, atteso che i cennati collocamenti all’estero sono stati effettuati a prezzi sensibilmente superiori alle quotazioni correnti”.

“Dal 1973 si sono verificate modifiche nella situazione patrimoniale del Banco, determinate principalmente dal trasferimento di considerevoli partite di azioni a società estere di gradimento del ‘Gruppo’ Ambrosiano dietro le quali potrebbero celarsi interessi diretti del gruppo stesso o dello IOR e che palesano l’avvio di un processo di concentrazione proseguito nel corso degli accertamenti” (Ivi).

“Probabilmente al momento dell’ispezione Padalino una ricapitalizzazione del Banco di mille miliardi (cinquecento milioni di euro di oggi), previo azzeramento delle perdite, sarebbe stata sufficiente: l’azionariato del Banco era molto fidelizzato, come aveva dimostrato l’adesione plebiscitaria all’aumento di capitale dell’anno prima, fatto con un sovrapprezzo rilevantissimo.

Oltretutto, con un nuovo management e una conseguente pulizia delle partite nascoste, anche le azioni proprie detenute indirettamente attraverso i portage dello IOR (vicine al 10% allora e al 20% nel 1982) si sarebbero in qualche modo valorizzate, diminuendo il ‘buco’ estero a livelli meno esplosivi” (Ivi, p. 49).

Il Presidente emerito della Repubblica ed ex governatore Ciampi ricorda: “Noi stringemmo d’assedio il Banco ma non potevamo avere accesso alle informazioni sulle sue controllate estere, dove stava gran parte del marcio”.

E ancora “Due dirigenti della Banca d’Italia furono inviati in Perù per poter indagare sul Banco Andino controllato dall’Ambrosiano. Arrivarono in un albergo a Lima e subito ricevettero l’ordine dalle autorità di polizia locali di lasciare il Paese in ventiquattro ore... Il potere della P2 in America Latina era forte e diffuso”.

Rileva ancora P.D. Gallo come, alla conclusione della liquidazione del Banco Ambrosiano Holding, in un bilancio consolidato Italia-estero, il buco “complessivo”, cioè il vero disavanzo patrimoniale, risultasse di circa 500 miliardi di lire. Ma egli ricorda anche come una buona parte delle partecipazioni detenute da La Centrale (oltre alla Rizzoli, la Toro ceduta alla Fiat, il Credito Varesino ceduto alla Banca Popolare di Bergamo, Interbanca ceduta a Banca Nazionale Agricoltura ecc.) sia stata venduta senza un vero sforzo di massimizzare i ricavi... Va peraltro ricordato che il Nuovo Banco Ambrosiano dovette accollarsi un “avviamento” di 600 miliardi di lire, pari al 15 per cento dei depositi: un peso non lieve, per l’ammortamento che avrebbe generato.

 

* * *

Ho il ricordo di un episodio accadutomi nel giugno 1982. Al campo di golf La Pinetina di Appiano Gentile (quello creato da Moratti), dove ogni fine settimana mi recavo per la mia partita di golf, mi venne incontro, evidentemente in affanno, un bravo e serio commercialista, che di quel golf era membro e mi chiese: “Luigi, dammi una tua opinione: Calvi non si trova più, si dice che il Banco Ambrosiano sia qualcosa di simile alle banche di Sindona: è mai possibile?”. “Non credo proprio  fu la mia risposta  anche se quanto sta accadendo è sconvolgente...”. Questo amico era un del tutto inconsapevole sindaco del Banco Ambrosiano. La sua vita, professionale e non solo, ne fu sconvolta.

In realtà, mi dice l’esperienza, quando in una grande società una persona e una sua più o meno ristretta “cricca” opera con lucidità in modi fraudolenti (ed è abbastanza abile da tenerlo nascosto), né gli amministratori né i sindaci (né i revisori) se ne possono rendere conto. Non fu questo il primo né l’ultimo caso.

Varie persone, proprio per la loro sicura competenza professionale, furono condannate: in tutti i gradi di giudizio, quando pure vi giunsero. La formula tipica fu proprio: “non potevano non sapere”. Come dire: più uno è colto, più è in mala fede (!). Ma in realtà molti di essi non sapevano proprio nulla.

Una parola definitiva su questo argomento venne da una fonte indiscutibile, che univa esperienza diretta, informazione completa e specifica competenza. Pier Domenico Gallo con Intesa Sanpaolo: c’era una volta un “fantasma inesistente” fu, nella ricostruzione di questa vicenda, la fonte più affidabile e completa.

Il fatto che il Banco fosse posseduto da se stesso “attraverso una rete di portage” era nota all’interno del Banco Ambrosiano a pochissime persone: a Roberto Calvi, al direttore generale Roberto Rosone e ai quattro direttori dell’estero – che io licenziai in tronco al momento del mio ingresso in banca e per i quali la magistratura, a cui avevano fatto ricorso per il reintegro sul posto di lavoro, confermò il nostro provvedimento.

Non era sicuramente a conoscenza di questo network la direzione della contabilità generale del Banco, che si limitava a recepire, come era uso allora, le situazioni contabili preparate dalle consociate estere.

Quando mi convinsi dell’estraneità della contabilità generale ai falsi dei bilanci arrivati dall’estero, proposi a Bazoli di nominare il capo del settore, Ferruccio Codeluppi, vicedirettore generale del Nuovo Banco, carica nella quale negli anni successivi diede un contributo decisivo...

Affermazioni precise e inequivocabili che inducono a un’altrettanto precisa domanda: se il direttore della contabilità “non sapeva”, come potevano sapere i sindaci, i revisori, gli amministratori non operativi?

* * *

All’epoca ero considerato (vero o non vero che fosse) il massimo esperto di valutazioni aziendali in Italia. Calvi mi chiese qualche volta di fornirgli consulenze sui rapporti di cambio attinenti a fusioni di banche, sui valori di possibili acquisizioni eccetera.

Ma quella che mi è rimasta indelebile nella mente fu la richiesta che mi fece (circa 20-25 giorni prima della sua scomparsa) di modificare, capovolgendola, l’impostazione complessiva del Gruppo Ambrosiano.

Chiamò, oltre a me (che avrei dovuto occuparmi dei valori delle società) due illustri specialisti: il professor Ariberto Mignoli, il grande studioso di diritto commerciale, e il professor Victor Uckmar, il massimo fiscalista in Italia e a livello internazionale.

Ci chiese, in sintesi, di studiare in 15 giorni una nuova organizzazione del gruppo, che vedesse ai vertici la Toro Assicurazioni e il Banco Ambrosiano come società controllata. Ci diede appuntamento dopo due o tre settimane, raccomandando vivamente di essere puntuali e indicando che i suoi collaboratori sarebbero sempre stati disponibili per qualsiasi informazione.

Fu l’ultimo incontro con Calvi. Quando si alzò e già aveva aperto la porta per uscire, si voltò e mi chiese: “Professore, i 500 milioni di quest’anno sono arrivati alla Bocconi?”. “Sì, grazie, presidente”.

Scomparve e non lo rivedemmo mai più. Dopo due giorni una valanga di carte ufficiali (con tonnellate di bilanci) invase i nostri studi: ma le nostre cure per la riorganizzazione (in articulo mortis) del Gruppo Banco Ambrosiano sarebbero state vane, oltre che fuori tempo massimo. Nessuna riorganizzazione avrebbe potuto chiudere i “buchi”, che noi non conoscevamo (e dei quali non ci aveva detto nulla).

Dopo pochi giorni si diffuse la notizia che Calvi era “sparito”. In realtà era fuggito, sperando di poter raggiungere Zurigo (dove avrebbe potuto avere accesso a documenti segreti e mezzi liquidi). Ma si era fidato di amici... inaffidabili: che lo portarono a Londra, dove pochi giorni dopo fu impiccato sotto il ponte dei “frati neri”.

Poco prima di morire fu informato della morte della sua fidata segretaria, la “signorina” Corrocher che si era gettata dal quarto piano della sede centrale del Banco Ambrosiano a Milano.

Mi sono più volte chiesto: perché mai nel lasciare quella seduta (che per lui avrebbe dovuto – forse – essere un atto importante) l’ultima parola che mi rivolse riguardò i contributi alla Bocconi? Sono i misteri insormontabili della psiche umana.

* * *

Pochi ricordano che Roberto Calvi fu studente alla Bocconi: non poté tuttavia arrivare fino alla laurea (ma non, a quanto risulta, per demeriti). Nel suo periodo bocconiano fu presidente del GUF (Gruppo Universitario Fascista), credo che anche da ciò nasca il desiderio di “aiutare” la Bocconi in un quadro difficile (che io affrontai come consigliere delegato).

 

Riquadro 2 Roberto Calvi visto da Enzo Biagi

Da grigio impiegato, che non è arrivato alla laurea, a capo supremo e indiscusso (almeno all’interno) della più forte banca privata italiana.

Mi sembrò come fuori dal mondo: neppure parlare dei figli sembrava rianimarlo.

Gli chiesi che cosa insegnasse loro e mi rispose freddo: “Niente, perché li vedo poco”.

A certi argomenti non volle, era stata una premessa, neppure alludere: niente Gelli, niente P2, niente “quel gesto”.

Quando accennai agli estimatori, al professore Francesco Forte, che trovava del tutto normale la sua presenza in quel posto di comando, e a Craxi, che considerava arbitrario il suo arresto, liquidò l’argomento con una battuta: “Non mi occupo di politica”.

Mi fece l’impressione di un uomo solo, eppure qualche mese prima monsignor Marcinkus aveva detto a un intervistatore: “Abbiamo fiducia in questo banchiere”.

Anche Calvi mi confidò che, pur non essendo un ingenuo, era sempre portato a concedere credito al prossimo: lo ha fatto perfino con il Corriere di allora, e con scarsi risultati.

Si arrabbiò soltanto quando allusi a un finanziamento che, attraverso gli Stati Uniti o la Germania, sarebbe arrivato a un partito italiano. “Non rispondo a domande del genere”, troncò gelido.

Non ebbi la sensazione di trovarmi di fronte a un forte carattere; con i baffi e i capelli tinti, il volto pallido, una specie di angoscia nelle parole, nonostante la presenza rassicurante della moglie che cercava quasi di spingerlo, di animarlo, portava già addosso i segni della sconfitta.

Il devoto funzionario che concludeva la stesura dei bilanci con un pensiero mistico (“Invochiamo la protezione della Provvidenza”) probabilmente intuiva che Dio non paga soltanto il sabato, ma tiene gli sportelli aperti per tutta la settimana.

(E. Biagi, La disfatta, Rizzoli, Milano, 1993, pp. 62-63)

 

 

Combatté nella seconda guerra mondiale come ufficiale di cavalleria in Russia, dove si distinse, riuscendo a riportare “a casa” i suoi soldati, o gran parte di essi (circostanza rara per l’esercito italiano, mandata allo sbaraglio a combattere accanto ai tedeschi di Hitler).

Bruno Tassan Din

Ho conosciuto Tassan Din (foto pag. 289) durante il periodo in cui fui Commissario giudiziale della Rizzoli. Faccio una breve cronistoria dei rapporti che ho avuto con lui e dei rapporti che Tassan Din ha avuto con altri enti o persone.

Il punto di partenza è l’acquisizione nel 1974 dalla famiglia Crespi, dal Gruppo Moratti e dal Gruppo Agnelli del 100 per cento dell’Editoriale del Corsera: questo solo fatto raddoppia le dimensioni del gruppo, che passa da 4.400 a 8.100 addetti; anche le testate periodiche raddoppiano, pur collocate spesso negli stessi segmenti di mercato. Negli anni 1974/77 continua lo sviluppo dimensionale, parallelamente accrescendo il fabbisogno finanziario: quasi tutto coperto direttamente o indirettamente (a mezzo della Banca Rothschild o altri) dal Banco Ambrosiano di Calvi.

La pagina più oscura è rappresentata dai due aumenti di capitale del 1977 e del 1981, che così descrissi nella mia veste di commissario giudiziale il 20 gennaio 2003:

Nel 1977, per sostenere lo sforzo finanziario collegato alla politica di acquisizione delle partecipazioni (in particolare con riferimento al pagamento della Viburnum SpA) il capitale della Rizzoli viene aumentato da 5.100 a 25.500 milioni di L., mediante l’emissione di 2.400.000 azioni, al valore nominale di L. 8.500 (in opzione, nel rapporto 4:1).

Sempre per la necessità di consolidare l’indebitamento a breve termine, a fine 1978 viene deliberata l’emissione di un prestito obbligazionario dell’importo complessivo di 24.990 milioni, la cui sottoscrizione verrà completata nel 1980. Queste due operazioni finanziarie segnano un momento di grande rilievo ai fini del controllo del Gruppo Rizzoli.

Secondo informazioni attendibili, la prima operazione avrebbe determinato il trasferimento (non registrato sul libro soci) dell’80 per cento del capitale della società (pari all’aumento di capitale) a terzi non identificati, che di fatto sarebbero stati i finanziatori dell’operazione.

Ai Rizzoli sarebbe rimasto il diritto di riscatto (a condizioni onerose e crescenti nel tempo), che di fatto sarebbe stato esercitato nel 1981. Per circa quattro anni, in sostanza, il controllo azionario del gruppo sarebbe rimasto nelle mani degli sconosciuti finanziatori. Il prestito obbligazionario, a sua volta, viene in parte prevalente collocato presso il Gruppo Fabbri, che – dagli atti di cause pendenti all’epoca dell’amministrazione controllata – assume di avere compiuto tale operazione come prestanome del Banco Ambrosiano.

Ricordo con chiarezza che nel mio periodo rizzoliano mi furono mostrati i certificati azionari della Rizzoli: sul retro riservato alle “girate” non ve ne erano, a prima vista, di “strane”: ma, guardate in trasparenza (a una delle finestre di via Civitavecchia) vi appariva – quasi completamente cancellata – la nota “trasferito allo IOR”, la Banca Vaticana. Non vi è dunque dubbio che Calvi o suoi sostenitori (come lo IOR di Marcinkus) fossero in quel momento gli intestatari dei certificati (non è chiaro se per garanzia, o per altre ragioni).

L’entrata “ufficiale” del Gruppo Banco Ambrosiano in Rizzoli avvenne nel 1981, con il 40 per cento acquisito dalla sua controllata, La Centrale Finanziaria.

Alle mie stesse conclusioni arrivò l’indagine del Garante dell’Editoria, Mario Sinopoli, come rivelò, nell’agosto del 1983 – ancora durante l’amministrazione controllata – un’inchiesta de Il Mondo (direttore era Paolo Panerai) dal titolo “Corriere Vaticano” (nel Riquadro 3, la parte testualmente riprodotta dell’inchiesta dal periodico su questo punto).

 

Riquadro 3 “Corriere Vaticano” (Il Mondo, 8 agosto 1983)

[...] È proprio nella cassaforte della banca vaticana che finì l’80 per cento delle azioni della Rizzoli, regolarmente girate da Giammei allo IOR secondo quanto riferisce alle pagine 8 e 9 il rapporto della Guardia di Finanza.

Marcinkus, attraverso il Credito Commerciale, versò nelle casse del gruppo editoriale i 20,4 miliardi dell’aumento in cambio delle azioni, dando però ai Rizzoli la possibilità di ricomprarle nel luglio del 1981, versando all’Istituto per le Opere di Religione 35 miliardi.

Scrive testualmente Sinopoli: “Si trattò di un finanziamento da parte dello IOR a favore della Rizzoli con l’obbligo di restituzione nel luglio 1981” (Allegato A al rapporto della Guardia di Finanza). Un tale finanziamento avvenne con una serie di operazioni che portarono alla disponibilità da parte della commissionaria di borsa Giammei e, per questa, da parte dello IOR, di 2.400.000 azioni da lire 8.505 per un ammontare di lire 20.415 miliardi.

Ma perché i Rizzoli, che ancora potevano disporre delle loro azioni, ricorsero a questo strano meccanismo invece di rivolgersi a un banchiere italiano?

E a che cosa mirava lo IOR? Gli editori milanesi hanno sempre sostenuto di avere saputo che le azioni erano destinate allo IOR solo nel 1981, dopo che Roberto Calvi attraverso La Centrale aveva fornito ad Angelo Rizzoli, il superstite della famiglia in azienda, i miliardi necessari per ricomprare i titoli. “Che alle spalle della Rizzoli ci fosse lo IOR è una cosa che ho scoperto di recente”, disse Andrea Rizzoli alla giornalista Camilla Cederna di Panorama nel febbraio scorso, tre mesi prima di morire all’ospedale Saint George di Nizza.

La stessa tesi è sempre stata sostenuta da suo figlio Angelo, che ha raccontato di aver visto la stampigliatura dello IOR per la prima volta proprio nell’aprile del 1981, quando nello studio milanese del notaio Giovanni Ripamonti rientrò in possesso dei titoli ricomprati. Era mercoledì 29 aprile e già da dieci giorni l’accordo per il riacquisto delle azioni ad Angelo Rizzoli (con il contestuale passaggio del 40% alla Centrale) era stato concluso e attendeva di essere concretizzato. E per farlo si era dovuto attendere l’uscita da San Vittore del delegato dello IOR Luigi Mennini, l’uomo che, nonostante fosse finito in carcere il 5 febbraio precedente per il crack Sindona, restava l’unico a disporre materialmente dell’80 per cento della Rizzoli essendo il solo ad avere la chiave di quella speciale cassaforte in cui erano custodite. La stampigliatura della banca vaticana, secondo quanto hanno riferito Rizzoli e l’allora amministratore delegato Bruno Tassan Din, era stata cancellata con un pennarello nero e solo controluce fu possibile vedere l’intestazione, prima che gli imbarazzanti titoli venissero bruciati e sostituiti con altri nuovi.

[...] La tesi di Tassan Din – che negli incontri era il più combattivo, mentre Angelo Rizzoli aveva un atteggiamento silenzioso e talora assente – si basava su una logica formale: visto che era una banca (tramite La Centrale) a controllare di fatto la Rizzoli, come poteva questa non garantire la liquidità dell’azienda? Dal punto di vista tecnico il discorso non era privo di senso: bastava che il Nuovo Banco Ambrosiano, attraverso La Centrale, deliberasse un aumento di capitale a sé riservato e poi procedesse, con un nuovo management, a risanarla.

Capisco bene che Tassan Din avesse qualche dubbio: non a caso, l’anno seguente si scatenò sulla sua testa (e su quella di Angelo Rizzoli e di altri, anche se ormai lontani dall’azienda) un turbine infernale: l’arresto con l’accusa di bancarotta fraudolenta.

 

Era un ambiente che sembrava senza più regole, non solo finanziarie; era pieno di misteri, di paure, di manovre le più strane. Ad esempio, le famose nonché insistenti incursioni che Bruno Tassan Din faceva nell’ufficio di Pier Domenico Gallo, primo direttore generale del Nuovo Banco Ambrosiano.

Fu Gallo, sempre in Intesa Sanpaolo: c’era una volta un “fantasma inesistente”, a raccontare di queste visite, addirittura notturne. Ecco cosa ne scrisse:

Bruno Tassan Din, amministratore delegato della Rizzoli, per un certo periodo venne spesso a trovarmi in ufficio, di notte: voleva convincermi, senza successo, a evitare che la casa editrice fosse mandata in amministrazione controllata. Una volta mi raccontò che nel momento in cui Calvi appose la firma sulla girata delle azioni Rizzoli, rivolgendosi a lui, aveva chiesto: “Questo mi salverà dalla galera?”. E Tassan Din, con l’atteggiamento cinico che gli era proprio, mi ricordò che in quel momento scattarono i provvedimenti di custodia cautelare nei confronti del banchiere. Come dire: chi tocca i fili muore.

E ancora:

La decisione di adire la procedura d’amministrazione controllata fu preceduta da vari incontri con Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din che, ovviamente, fecero di tutto per evitarla. Nel frattempo il Nuovo Banco aveva messo a revoca i fidi al Gruppo Rizzoli per motivi tecnici relativi alle sue disastrose perdite e al mancato pagamento degli interessi.

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Il caso della Rizzoli è stato emblematico, sul piano tecnico, del modo come debba essere dimostrata l’esistenza di un “capitale netto positivo”, ai fini della conferma che lo stato di insolvenza di una società non sia irreversibile. Una tesi diffusa, quanto infondata, spesso assunta dai tribunali (e in modo particolare dai loro “esperti” più o meno improvvisati) sostiene che un capitale netto contabile negativo sia la prova di un dissesto e quindi della “irreversibilità” dell’insolvenza. Da ciò l’impossibilità di ammettere all’amministrazione controllata una società in tali condizioni.

La Rizzoli, al 30 giugno 1982 (ultima situazione disponibile all’atto della richiesta al tribunale dell’amministrazione controllata), aveva bensì un capitale netto contabile di 52,1 miliardi di lire: ma poiché perdeva da tre anni in media 100 miliardi l’anno (e nel 1982 perdeva ancora di più), era ovvio – secondo questa tesi – che nel momento in cui il commissario giudiziale nel gennaio 1983 presentava il suo parere, tale capitale netto contabile non poteva che essere sfumato.

Nulla di più infondato! Specialmente in tempi di grande inflazione (che negli anni Ottanta raggiunse il 20%) questa tesi era semplicemente invalida. Ad esempio: la Rizzoli, nel suo bilancio consolidato, aveva a valore nullo testate come il Corriere della Sera e varie altre; aveva immobili a valori contabili lontani dai valori correnti, eccetera.

Una seria ricognizione in questo senso effettivamente si imponeva, perciò disposi (con l’assenso del giudice delegato) stime sui valori correnti di beni tangibili e intangibili (testate di quotidiani e periodici): oggi si direbbe del loro fair value. Ne derivò la prova che esistevano, in termini reali (e non solo nominali contabili), plusvalenze per 294 miliardi di lire, che portavano il “capitale netto” (inteso in senso appropriato) a 346,1 miliardi di lire: un “cuscinetto” consistente per la sopportazione di ulteriori possibili perdite (che poi cessarono totalmente dal 1984). Questo bastò per consentire che il “salvataggio” potesse continuare.

Si tratta di concetti elementari: ma erano (e spesso sono ancora oggi) una stranezza per il formalismo contabile, che non sa distinguere tra mere convenzioni e valori reali. Si fissò, con l’appoggio del giudice delegato e del Tribunale di Milano, un principio fondamentale, mettendo una volta per tutte in chiaro che altro è il capitale netto contabile, altro è il valore corrente del capitale proprio!

Segnalo, in particolare che la stima Brugger-Jovenitti valutò le testate facenti capo all’Editoriale del Corriere della Sera in 267 miliardi di lire; e quelle della Rizzoli in 168 miliardi.

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I giornali dell’epoca si sbizzarrirono in controverse considerazioni. Scriveva, ad esempio, Alberto Mazzucca su Il Giornale (all’epoca diretto da Indro Montanelli):

A questo punto c’è da chiedersi cosa farà un altro azionista della Rizzoli, e cioè La Centrale. La posizione della finanziaria del Banco Ambrosiano, proprietaria di un 40 per cento della Rizzoli, è ambigua. Svolge infatti un triplice ruolo: è azionista della Rizzoli con l’obbligo di cedere il suo 40 per cento; è principale creditrice della società editoriale attraverso le banche del Nuovo Ambrosiano; ha l’incarico di vendere tutto o parte della Rizzoli, comprese quindi le quote di Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din.

Inoltre La Centrale ha sempre fatto capire di ritenere il periodo d’amministrazione controllata concesso alla Rizzoli solo una perdita di tempo; tanto è vero che si dice che Schlesinger, il presidente della finanziaria, avrebbe visto di buon occhio un azzeramento del capitale. Una voce con ogni probabilità campata in aria, perché in questo modo La Centrale avrebbe danneggiato i propri azionisti.

Ricordo nitidamente che fui invitato a contenere le rivalutazioni nei limiti consentiti della legge 19 marzo 1983 (“Visentini bis”). Perciò, assorbite le perdite, il capitale si ridusse a soli 443 milioni di lire: si era lasciato nella bombola il minimo dell’ossigeno per consentire al malato di respirare!

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L’arresto, avvenuto il 19 febbraio 1983, di Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din e altri ex amministratori è un caso, più unico che raro, di arresto con l’accusa di bancarotta fraudolenta nel corso di un’amministrazione controllata. Va premesso che l’articolo 136 della legge fallimentare prevede questa possibilità, nel nostro Paese peraltro (per quello che mi consta) mai applicata. Dunque, un atto “fortissimo”, quanto inatteso, della magistratura.

All’origine di quello che fu da molti (non solo dai protagonisti vittime) giudicato uno spiacevole episodio (per il quale, ricordo con un po’ di amarezza, il difensore di uno degli arrestati durante il Consiglio di una grande società mi chiese il perché di tanta severità...) ci fu il meccanismo della legge in base al quale, quando il giudice ha notizia di un reato, scattano automatici adempimenti.

Debbo subito dire che in nessun modo dipese da me. Pochi giorni dopo la mia entrata nel “bunker” di via Civitavecchia, trovai sul mio tavolo un esposto che descriveva puntualmente i “falsi in bilancio” degli anni 1976/79. Era del Collegio sindacale della Rizzoli il quale, ove l’amministrazione controllata fosse precipitata nel fallimento, temeva di trovarsi imputato di negligenze. Scattò così un meccanismo automatico e inarrestabile, che portò la notizia del reato (attraverso il giudice delegato) alla procura della Repubblica.

Come commissario giudiziale ho dovuto descrivere, in un documento presentato il 20 gennaio 1983, il contenuto dell’esposto e lo feci in questi precisi termini:

Una relazione in data 5 novembre 1982 del Collegio sindacale della Rizzoli Editore ha messo in evidenza che, a partire dal 1976, un complesso di uscite finanziarie dell’importo di lire 29.624.371.215 non trova spiegazioni nei libri sociali. Precisamente, quest’importo si può scindere in due parti:

– quanto a L. 11.359.100.000 ha determinato, da parte del Dott. Angelo Rizzoli, un riconoscimento di debito;

– quanto a L. 18.265.271.215 ha originato – senza idonee giustificazioni – imputazioni ai conti economici della Società dal 1976 al 1979. Sull’argomento è stata aperta un’indagine contabile, affidata – su nostra richiesta – alla società di revisione Coopers & Lybrand (provvedimento del giudice delegato in data 16 novembre 1982).

In data 4 gennaio 1983 la Coopers & Lybrand ha presentato la propria relazione, dalla quale sostanzialmente emerge che, oltre all’importo di L. 11.359.100.000 corrispondenti a uscite del periodo 1976/81 che il Dott. Angelo Rizzoli ha riconosciuto a suo debito, anche le altre uscite, per L. 18.265.271.215, appaiono non documentate. Dalle annotazioni espresse sulle schede contabili, una parte di tale importo (per circa L. 1.032 milioni) appare “assimilabile a spese generali” (affitti, integrazioni stipendi, collaborazioni) e quindi – verosimilmente – di competenza della gestione. Per tutto il residuo (pari a L. 17.233 milioni circa) non vi è – almeno allo stato – alcun elemento, neppure a livello di annotazione contabile, che dimostri l’inerenza alla gestione. Le uscite in questione riguardano il periodo 1976/79 (e sono quasi tutte concentrate nel 1976 e nel 1979). I consiglieri d’amministrazione, invitati sull’argomento a esprimere eventuali osservazioni (con lettera in data 17 novembre 1982), non hanno finora presentato note o memorie.

A seguito di ciò, con nostra istanza al giudice delegato in data 5 gennaio 1983, abbiamo chiesto quanto segue: “A parte l’ulteriore esame che dovrà essere svolto e a parte ogni altra iniziativa o comportamento che la S.V. potrà disporre, sul piano patrimoniale appare urgente l’esame di eventuali atti da intraprendere a carico di terzi beneficiari apparenti delle operazioni in discorso. È a tal fine necessario che la società sia – per il tema specifico – tutelata da un legale, la cui scelta spetta bensì al Consiglio d’Amministrazione della Rizzoli Editore, ma sul quale – per eliminare qualsiasi dubbio (anche per conflitti d’interesse) – dovrebbe essere espresso il gradimento degli organi della procedura.

In data 11 gennaio 1983 il giudice delegato ha assunto il seguente provvedimento:

Esaminata la relazione allegata; sentito il Commissario Giudiziale; visti gli artt. 188 e 167 R.D. 16 marzo 1942 n. 267, invita la società controllata a intraprendere le iniziative anche giudiziali necessarie per il recupero delle somme spese per cause non inerenti alla gestione imprenditoriale; dispone che il conferimento dell’incarico di assistenza legale per le azioni conseguenti sia subordinato alla segnalazione agli organi della procedura dei nominativi tra cui si propone la scelta, per l’espressione delle più opportune indicazioni, prima del 31 gennaio 1983.

È stato successivamente designato, per lo scopo, l’avvocato Antonio Leonini.

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Da quanto risultò dalle prime indagini, si desume che, dal 1976 al 1980, i bilanci della Rizzoli Editore siano stati alterati sotto un duplice profilo:

  • in quanto i loro risultati economici, come già si è detto, tengono conto di costi non documentati e quindi  fino a prova contraria  non attinenti alla gestione della società per i seguenti importi:
    L./Mil.
    Bilancio 19765.242,4
    Bilancio 1977 185,6
    Bilancio 1978 996,3
    Bilancio 1979 11.840,4
  • in quanto, anche a prescindere da tale circostanza, gli stati patrimoniali non enunciano all’attivo il saldo dei “crediti verso azionisti” (rectius: verso il dottor Angelo Rizzoli), almeno in base al suo successivo riconoscimento. Gli importi di tali crediti (oscillanti nei vari anni dal minimo di L. 8.719 milioni al massimo di L. 22.061 milioni) vengono, in chiusura di ciascun esercizio, fino al 1980, compensati artificiosamente con altre poste dello stato patrimoniale. Da ciò la conseguenza che non appare il credito e che non appaiono, di riflesso, le poste passive con esso compensate.

In una società a base familiare, com’era all’epoca la Rizzoli, fatti di questo genere non sono poi tanto sorprendenti; secondo diffuse (anche se non raccomandabili) usanze del nostro Paese. Interpretarli (in sede di amministrazione controllata!) come bancarotta fraudolenta induce a pensare che i pubblici ministeri siano stati molto duri. Infatti, credo non sia mai accaduto in casi analoghi (ma qui incombevano, contro Tassan Din e Angelo Rizzoli, le ombre del dissesto del Banco Ambrosiano e della P2!).

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L’amministrazione controllata della Rizzoli completò il suo lavoro nell’ottobre 1984. Allorché, il 17 ottobre 2004, conclusi la mia relazione con queste parole:

[...] il sottoscritto Commissario Giudiziale esprime parere favorevole alla richiesta di cessazione della procedura d’amministrazione controllata, in quanto la Rizzoli Editore SpA appare in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni.

Il successo della procedura si basò:

  • sull’equilibrio tra debiti con “scadenze immediate” e “disponibilità liquide”;
  • sull’equilibrio “finanziario del prossimo futuro” (degli anni 1985/88);
  • sul recupero, soprattutto, dell’equilibrio economico.

A proposito di quest’ultimo punto, debbo rilevare che la positiva conclusione è stata resa possibile dal largo successo ottenuto dal Piano di risanamento economico, sviluppato con gradualità e fermezza durante il biennio di amministrazione controllata. Il Gruppo Rizzoli è passato da un livello di perdite stimabili in 100 miliardi di lire all’anno nel periodo 1979/82, a un risultato positivo nel 1984.

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Il successo del risanamento della Rizzoli scatenò su di me un’ondata di approvazioni. La rivista americana International Management nel dicembre 1984 scrisse addirittura e con evidente esagerazione che: “(...) Guatri’s rescue mission was equivalent to scaling the west face of mt. Everest”.

Alcune riviste scrissero che il “caso Rizzoli aveva riconciliato gli specialisti con il tanto criticato istituto dell’amministrazione controllata”.

Nella premessa a un articolo di A. Renoldi su “Il caso Rizzoli 1982-84” in Finanza Maketing e Produzione (n. 3, 1985) scrissi:

Il caso Rizzoli è stato scelto come esempio significativo di ciò che potrebbe essere l’amministrazione controllata (e spesso non è), per le seguenti ragioni. La prima è di natura personale. A questa procedura ho dedicato due anni della mia vita, passati nel “bunker” di via Civitavecchia a Milano a seguire quale commissario giudiziale un’avventura tanto affascinante quanto impegnativa. Un lavoro condiviso da eccellenti colleghi e manager, che vi operarono in varie vesti: Carlo Scognamiglio, Roberto Poli, Angelo Provasoli, Luigi Della Rocca, Giordano Caprara, Giancarlo Mondovì, Maria Martellini, Gualtiero Brugger, Sergio Pivato, Mario Massari e altri ancora.

Tra i nomi ricordati vi è anche quello di Giancarlo Mondovì, bocconiano e coetaneo di Tassan Din, che è stato l’efficace direttore generale della Rizzoli nel periodo 1983/84, quello del risanamento.

Non potrò poi mai dimenticare un “Controcorrente” che Indro Montanelli dedicò su Il Giornale alla vicenda Rizzoli: dopo aver menzionato i molti illustri bocconiani che al capezzale della Rizzoli si erano affannati per due anni, ricordava che un altro un bocconiano (Tassan Din) l’aveva messa K.O. Cioè appunto, Bocconi.

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Una volta che la Rizzoli era stata di fatto risanata nel biennio d’amministrazione controllata, il suo soggetto economico (cioè La Centrale, controllata dal Nuovo Banco Ambrosiano) non potendo per disposizione di Banca d’Italia continuarne la detenzione, secondo gli schemi finanziari consueti, avrebbe dovuto organizzarne la cessione alle migliori condizioni.

Un versamento di 60 miliardi di lire era giudicato necessario e sufficiente affinché le condizioni di “uscita” dell’amministrazione controllata fossero soddisfatte (l’importo di fatto era corrispondente al debito verso il Gruppo Nuovo Banco Ambrosiano). Quindi, un prezzo-aumento di capitale per tale importo sarebbe stato sufficiente.

Su questo tema gli organi dell’amministrazione controllata non potevano in alcun modo intervenire, né intervennero: il tema riguardava gli azionisti (anche se, fra questi, ve ne erano alcuni minoritari, tra l’altro messi sotto accusa).

Una spiegazione di questo fatto (perché mai, nonostante la presenza di soci minoritari, non sia stato perseguito l’obiettivo del massimo prezzo o almeno del fair market value, come si direbbe oggi) fu nel tempo e a più riprese offerta dagli articoli di Paolo Panerai su Milano Finanza. Sottolineo nuovamente che Panerai conosceva a fondo la Rizzoli, dove all’epoca dell’amministrazione controllata era il direttore di due periodici di grande successo (Il Mondo e Capital), ben noti come produttori di utili importanti, vero supporto del conto economico.

Eppure Panerai ebbe a scrivere frasi come queste:

La Gemina ha tirato fuori per comprare la Rizzoli-Corriere della Sera non più di 60 miliardi e ora l’azienda, al prezzo di alcune transazioni per quote minori, ne vale almeno 1.200: un capital gain assolutamente irripetibile, oltre al potere che deriva da essere i controllori del grande gruppo editoriale (“Orsi & Tori”, 11 novembre 1989).

La Gemina sbaragliò il campo e con un pugno di lire acquistò la larga maggioranza del primo raggruppamento editoriale colpito due anni prima dal morbo P2 (“Orsi & Tori”, 14 maggio 1988).

 

Riquadro 4 Bruno Tassan Din, otto anni di finanza allegra (Alberto Mazzucca, Il Giornale, 16 febbraio 1983)

Alla Rizzoli l’avevano soprannominato “il contabile” ma c’era pure qualcuno che preferiva indicarlo come “il diavolo di via Solferino”. Anche se poi non si capisce bene chi potesse rappresentare il ruolo dell’“acqua santa”. Al palazzo di giustizia, dove lo conoscono sufficientemente bene visto che ha qualche conto aperto, lo avevano ribattezzato “Scassan Din” per via delle querele con le quali inondava, nei momenti di forte irritazione, un po’ tutti i giornali. Nell’entourage di Roberto Calvi, quando Calvi era ancora vivo, temuto e potente, era invece definito semplicemente come “Cric” in contrapposizione a “Croc”, Angelo Rizzoli.

Il massimo era stato raggiunto con Franco Di Bella: l’ex direttore del Corriere l’aveva paragonato ad Abramo Lincoln. Bruno Tassan Din, 48 anni, faccia di bronzo e capelli argentati, può essere anche ricordato per le sue frasi celebri. Tipo questa: “Ho la coscienza a posto. Senza di me, la Rizzoli sarebbe andata in sfacelo”. Oppure questa: “Gelli ci ha aiutato e per questo l’abbiamo pagato. Con i soldi, ho scoperto, si riesce a ottenere tutto”. Oppure anche questa, che risale al novembre del 1981: “Checché se ne dica, noi oggi non siamo allo sfascio, l’azienda è sana”. Undici mesi dopo la Rizzoli era in amministrazione controllata.

Magrissimo, naso a punta, fino a ieri riverito da molti e oggi contestato da tutti, Tassan Din è tutt’altro che uno stupido. Si è laureato alla Bocconi con 110 e lode quando ancora non era scoppiato il ’68, quando ancora cioè una laurea doveva essere sudata.

Poi comincia a lavorare alla Chatillon. E la segue anche quando la Chatillon finisce nel grande calderone di Montefibre. Ci rimane fino a quando non si scontra, per qualche motivo, con Carlo Massimiliano Gritti, il manager che gestiva Montefibre su incarico di Eugenio Cefis, allora presidente della Montedison.

E a quel punto eccolo in esilio alla Fidenza Vetraria. Poi, nel 1973, il gran salto alla Rizzoli.

La Rizzoli compra il Corriere e lui è lì pronto a fare il contabile. Non piace ad Andrea Rizzoli, il quale anche recentemente ha dichiarato come preferisca parlare ai suoi cani piuttosto che con lui. Piace poco ad Alberto Rizzoli, fila invece in perfetto amore con Angelo Rizzoli, Angelone. Un tandem di ferro che durerà fino a non molto tempo fa.

Tassan Din si definisce un esperto di cose economiche. E dal momento che si è formato in società dove la finanza è sempre appendice del potere politico, eccolo applicare alla Rizzoli-Corriere tutto quello che ha imparato. Si muove seguendo due strategie parallele. La prima è trovare padrini politici che inducano chi ha quattrini ad allentare i cordoni della borsa. Ed ecco l’incontro con Gelli, Ortolani, Calvi e l’abbraccio alla P2. Seconda strategia: creare un polmone bancario-assicurativo che dia al gruppo una consistente liquidità.

Ed ecco partire tutta una serie di acquisizioni: Finrex, Savoia, Banca Mercantile, Banca Italo-Israeliana.

In aggiunta, l’espansione a macchia d’olio nel campo dell’editoria, con l’acquisto di quotidiani, il lancio di nuovi giornali (tipo l’Occhio) e il varo di una rete televisiva. Tutto in base al principio, sbagliato ma largamente applicato, che in tempi d’inflazione vince chi ha più debiti; e questo perché sarà il costo della vita a pagarli. Resta il fatto che Tassan Din aumenta il suo potere.

Diventa prima direttore generale, poi amministratore delegato, infine anche proprietario di oltre il 10 per cento della Rizzoli.

Dirà: “Rizzoli me l’ha regalato in cambio di servizi resi, come premio per la mia abilità di manager”. Sosterrà invece Angelo Rizzoli: “Al massimo, gli avrei potuto regalare un portachiavi d’oro...”. Molto probabilmente fu una condizione imposta da Calvi quando venne varato il piano di ricapitalizzazione dell’azienda. Ma anche questo particolare, tutto sommato, ha ben poca importanza. Il fatto importante è che, in otto anni di finanza allegra, Tassan Din ha portato il maggior gruppo editoriale italiano allo sfascio.

 

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La modestia del prezzo pagato da Gemina è stata, del resto, confermata da uno dei protagonisti della vicenda, Pier Domenico Gallo, direttore generale del Nuovo Banco Ambrosiano all’epoca: egli attribuiva soprattutto alla Banca d’Italia gli ostacoli alla ricerca della soluzione economicamente più conveniente nella cessione della Rizzoli. Così affermò:

Quando nel 1984 La Centrale uscì dalla Rizzoli con la vendita a Gemina, il conto finale sull’operazione – a soli tre anni dall’acquisto – fu una perdita di 170 miliardi. Paradossalmente, ai valori di oggi in borsa, si trattava dell’asset di maggior valore potenziale del nostro portafoglio di partecipazioni.

Sarebbero, a ben vedere, bastate le valutazioni “fondamentali” condotte, con il ricorso a validi esperti, dall’amministrazione controllata: dove già si parlava, nel corso del risanamento, di un capitale netto di 346,1 miliardi di lire. Non avrebbe significato nulla, per la Banca d’Italia, conoscere che già gli organi giudiziari avevano espresso grandezze di valore superiore di 5-6 volte al prezzo di cessione che veniva proposto? Gli azionisti di minoranza de La Centrale (e ovviamente della Rizzoli) contavano così poco? Oppure gli interessi superiori del Paese furono decisivi per sacrificare la possibilità di un maggiore ricavo?

Ma le cose umane sono spesso effimere: il valore attribuito alla Rizzoli Editore, dopo essersi effettivamente moltiplicato per 5-6 volte in un quinquennio, dieci anni dopo subì una crisi imprevedibile e sconvolgente. La società fu scossa, nel 1994, da una perdita di 440 miliardi di lire (in parte riferibile a esercizi precedenti).

La partecipazione perciò fu massicciamente svalutata nel portafoglio di Gemina; e costrinse la controllata a una pesante ricapitalizzazione. Vi furono casi in cui azionisti non in grado di partecipare alla ricapitalizzazione persero anche l’investimento iniziale.

Per quanto i due fatti (valore del 1984 e perdita del 1994) non siano tra di loro connessi, quel valore del 1984 forse non era proprio tanto facile da stimare...