Il mondo di Guatri
2026/17
Cinquant’anni di valutazioni aziendali
Crediamo fermamente che si possa contribuire al progresso scientifico, anche sul piano di un confronto a livello internazionale, senza disconoscere le proprie radici e senza accettare acriticamente qualunque proposta che provenga dalla cultura dominante in un dato periodo storico (com’è oggi per la cultura anglo-sassone). Una cultura che, nel campo specifico delle valutazioni aziendali, è stata in modo non secondario sospinta dal grande peso degli intermediari finanziari (con le merchant bank e i fondi di private equity in prima linea) e dalla forza straordinaria delle grandi società di consulenza. Le prime anche in condizioni non proprio rare di potenziale “conflitto d’interesse”, le seconde (con alcune eccezioni sia pur rilevanti, come McKinsey) sospinte dalla forza trainante del marketing dei loro “prodotti”.
Ma crediamo anche che senza conoscere a fondo le teorie e le proposte operative che da quel mondo provengono, e senza riconoscere a esse i grandi meriti che hanno acquisito sulla via dell’innovazione, si perdano tutte le opportunità di contribuire al progresso generale e si corra il rischio di elaborare concetti e strumenti fatalmente arretrati e che spesso nascerebbero già obsoleti. Com’è stato, per esempio, nel lungo periodo (dal 1938 fino almeno alla metà degli anni Cinquanta) in cui l’Accademia italiana (e quindi noi giovani studiosi di quell’epoca) ha dovuto condurre le proprie ricerche senza potersi avvalere neppure dei libri pubblicati negli Stati Uniti (e naturalmente delle esperienze di quell’epoca): com’è realmente accaduto, anche se oggi quasi più nessuno se lo ricorda.
La “Scuola bocconiana del valore”, unita attorno alle riviste Finanza, Marketing e Produzione (dal 1983) e La valutazione delle aziende (dal 1996) e alle collane dedicate di Egea e Università Bocconi Editore, ha svolto in 25 anni un’opera fondamentale sul piano della ricerca e della proposta in tema di “valore” e di valutazione delle aziende, sia sul piano accademico sia su quello applicativo e del contributo alla professione. Aspetti che non sono mai stati disgiunti, nel solco di una tradizione che risale nel tempo fino a Gino Zappa.
Da ciò è nata l’ispirazione di comporre un quadro dell’evoluzione storica degli studi, delle ricerche e delle applicazioni professionali riguardanti i temi del valore e della valutazione delle aziende nella seconda metà del secolo XX nel nostro paese (anche se negli ultimi vent’anni l’orizzonte si allarga gradualmente a tutto il mondo).
Questa ricostruzione è stata suddivisa temporalmente in quattro periodi.
Le premesse storiche, che comprendono gli anni 1950/54 dedicati ai primi tentativi di quantificazione dell’Economia aziendale nell’ultimo periodo zappiano, nel quale si pongono, non senza contrasti, le basi di misura del “valore” negli anni successivi (ricordiamo che l’opera fondamentale di G. Zappa Il Reddito, che appare nel corso degli anni Venti nella prima edizione, non contiene neppure una formula; e lo stesso accade per i contributi – tra i quali salienti quelli di P. Onida e S. Sassi – degli anni Quaranta). Si tratta, in gran parte, di ricordi personali, che trovano documentazione in pochi scritti e nelle (poche) opere che riguardano l’epoca.
Il periodo del “pionierismo” (1955/79), che va dai primi tentativi di esprimere, anche in forma quantitativa, l’“avviamento” e il “valore dell’impresa”; al debole intervento dell’UEC di sistemazione della materia a livello dell’Europa “dei sei” (1961); al travaglio della scuola italiana e germanica (le più avanzate nell’Europa continentale); alle prime definizioni del concetto, dell’importanza e della misura dell’Intangibile. In questa ricostruzione storica ho potuto avvalermi, ben più che dei (pochi) contributi accademici, di una vasta esperienza professionale, circostanza che all’epoca riguardava in Italia un numero limitato di operazioni e pochissimi esperti della materia: dunque di un punto di vista privilegiato.
Il periodo (1980/95) che abbiamo definito “dal travaglio delle idee, all’internazionalizzazione della ricerca, alla Scuola del valore”. Per questo periodo, oltre che dei testi e delle esperienze dell’epoca, ho potuto avvalermi (dal 1983) dei contributi contenuti nella rivista bocconiana Finanza, Marketing e Produzione, sulla quale si sono largamente concentrate le ricerche inerenti al “valore” e alla “valutazione delle aziende”. Il punto d’arrivo di questa ricostruzione storica è la presentazione (nel 1994) della “Scuola bocconiana del valore”, che costituisce per me un punto di riferimento essenziale.
Il decennio (1996/2006) “del progresso sulla via dell’internazionalizzazione”, al quale è ovviamente dedicato più ampio spazio. La ricostruzione avviene per filoni di ricerca, che seguono in larga parte le trattazioni della rivista trimestrale La valutazione delle aziende. Essa fin dall’origine si proponeva con quattro scelte chiaramente affermate:
- Il rifiuto della matrice puramente accademica dei contributi. “L’iniziativa non è solo di matrice accademica, poiché accanto agli studiosi vi sono operatori professionali. È nostro convincimento che questa integrazione di competenze possa consentire i migliori risultati”.
Crediamo che questo sia stato uno dei motivi di successo: la coniugazione della teoria con le applicazioni; con apporti sia dell’accademia sia degli esperti aziendali e professionali. Una coniugazione che, negli anni, ha dimostrato una forza rilevante, ben al di là delle speranze. - L’aspirazione a dirigersi non solo al mondo accademico (come ancora oggi accade per molte riviste finanziarie, che vanno per la maggiore); ma anche (e soprattutto) al mondo delle aziende e della professione. “La rivista si rivolge a tutti coloro che, nel nostro paese, sono interessati a vario titolo a problemi di valutazione delle aziende. Intendiamo dirigerci sia al mondo operativo sia agli studiosi, nella convinzione che l’approfondimento dei temi non debba per nulla comprometterne la chiarezza. È una seria limitazione quella che alcuni accademici adottano (non sempre consapevolmente) di rendere troppo complesso, fino al limite dell’ermetismo, il loro linguaggio. La pratica, in tal caso, reagisce di solito in un modo: astenendosi dal leggere”.
- L’apertura internazionale. “Siamo aperti a tutte le opinioni e al confronto, anche (e necessariamente) a livello internazionale. Pur considerando ottimistica ed eccessiva l’affermazione che ‘i modelli di valutazione sono universali e non specifici per i singoli mercati’, giudichiamo essenziale lo scambio di idee e di esperienze a livello mondiale. In questa materia, com’è ben noto, anche i confini europei sono una limitazione non significativa”.
Questo concetto si è progressivamente confermato nel tempo. Oggi non esiste ormai più nessuna “barriera”: si studia e si analizza tutto ciò che si propone di valido e tutto ciò che accade nel mondo. - L’apertura a tutte le opinioni e al confronto. “Non vi è in noi nessuna idea preconcetta e siamo sempre pronti a mettere in discussione le nostre opinioni. Anche se, d’altro lato, crediamo nella validità del bagaglio culturale di cui ci sentiamo portatori, nel solco della tradizione italiana dell’Economia aziendale. Una tradizione che vale più di quanto, a motivo della barriera linguistica, si crede nel mondo; come del resto accade alla ancor più importante tradizione germanica”. L’apertura a tutte le opinioni viene interpretata nel senso che le riviste servono non solo per presentare teorie consolidate, per analizzarle, per sostenerle ecc., ma debbono accogliere idee e proposte talvolta anche coraggiose e la cui validità dev’essere ancora confermata nel tempo (poco importa se, talora, si tratta solo di tentativi che non hanno seguito...). E, del pari, non devono esistere preoccupazioni se idee formulate come tentativi vengono poi abbandonate e superate da riflessioni ed elaborazioni successive. Le riviste possono anche assumere intenti provocatori: anche così si realizza il progresso della scienza.
Non va peraltro dimenticato che l’articolo di presentazione della rivista (n. 1/96) partiva da un’osservazione di estrema durezza e sincerità: il lungo letargo dell’accademia italiana, durato per decenni, sul tema del valore.
La massa crescente di dati sperimentali e l’interesse evidente e primario di molti operatori aumentano [sul tema del valore] la sensibilità e l’attenzione degli studiosi. Ciò è oggi evidente. Ma non dimentichiamo che in vari paesi (tra i quali è il nostro), sul “valore” l’accademia ha dormito per vari decenni. Per esempio, dopo le prime proposizioni zappiane degli anni Venti, l’elaborazione del metodo reddituale entra da noi in un lunghissimo periodo di letargo...
Da qualche tempo ci si è comunque svegliati dal lungo sonno ed è cresciuto il convincimento di poter contribuire, anche in questo campo, al progresso delle ricerche e al miglioramento degli strumenti concettuali e operativi che in tutto il mondo sono in continua rielaborazione.
La seconda parte del libro [50 anni di valutazioni aziendali, NdA], oltre che alla rivista La valutazione delle aziende, fa riferimento alle principali opere apparse nel decennio sia in Italia (con particolare, anche se non esclusivo, riferimento ai lavori legati alla “Scuola del valore” bocconiana) e ad alcune fondamentali opere apparse in tutto il mondo.
La trattazione “per filoni di ricerca” in questa seconda parte presenta quattro capitoli che seguono, lungo il decennio, le ricerche presentate (con particolare attenzione a quelle innovative) riguardanti: a) il processo valutativo (principalmente mediante la proposta del GIV) e il progresso nel mondo verso la sua stretta quantificazione, compresi alcuni eccessi (cap. 4); b) le valutazioni assolute (cap. 5) e relative a mezzo dei multipli (cap. 6); c) le strategie per il valore (cap. 7).
I capitoli 4 e 5, in particolare, rifanno la storia della contesa (che non si svolge affatto ad armi pari) attorno ad alcuni temi fondamentali della teoria della valutazione delle aziende. In primo luogo sull’utilizzo, nelle valutazioni assolute, dei flussi di reddito attesi in alternativa ai flussi di cassa attesi (DCF).
Il sostegno alle misure di valore basate sui flussi di reddito è stato uno delle più dure contese degli ultimi anni da quando le grandi merchant bank hanno assunto un peso decisivo nella stima dei valori per gran parte degli scopi operativi; e negli USA si cominciò pertanto a mettere in dubbio il principio che il FASB aveva stabilito nel 1978 a favore dei flussi reddituali (sostituendolo col Discounted Cash Flow).
A difendere il concetto di flusso reddituale rimasero poche isole di pensiero (in Italia, in Germania, negli Stati Uniti). Noi siamo stati costanti su questa linea anche precisando i limiti di applicabilità (in casi specifici) del DCF.
Nel 2005 si è resa peraltro chiara una svolta anche in USA (dove fino ad allora solo un gruppo di accademici, i cosiddetti “fondamentalisti” come Penman, Dechow, Sloan e pochi altri avevano difeso i flussi reddituali): infatti la nuova edizione del conosciutissimo libro Valuation di McKinsey (il più diffuso nel mondo) riporta sullo stesso piano il DCF e l’economic profit. Decisivo appare, infine, un articolo di Penman (2006) che dimostra, con stringenti argomenti, le ragioni di preferenza per flussi di reddito e i pericoli del DCF e del DDM: così il DCF diventa “un indicatore inaffidabile del valore”, in quanto “non separa ciò che si conosce dalla speculazione”.
Un altro aspetto rilevante è la distinzione tra valori “in atto” (oggi detti valori “economici”) e valori “potenziali”: un concetto innovativo, che data dal 1996 (con un articolo sul n. 3 della rivista La valutazione delle aziende).
Il punto d’arrivo di questa idea, che consideriamo basilare (e il cui riconoscimento avrebbe forse evitato molti guai, compresi in parte quelli legati alla “bolla speculativa” del 2001), perviene oggi a distinguere tre “famiglie” di formule, che rispondono a diversi scopi: i valori potenziali puri (Wp ); i valori potenziali d’acquisizione (WA ); i valori potenziali controllabili (Wpc ).
Il capitolo 6 si occupa delle valutazioni relative (multipli), rilevando che fino agli anni Novanta i multipli erano una tecnica sostanzialmente confinata nel mondo delle merchant bank e degli analisti finanziari che ne esprimevano gli orientamenti. La loro affermazione in Italia si manifesta gradualmente negli anni Novanta e il pieno riconoscimento della loro funzione primaria avviene solo a cavallo del secolo. Sul piano metodologico, nel 2000 viene infatti presentato il GIV (Giudizio Integrato di Valutazione), che riconosce i multipli come uno dei “pilastri” indispensabili del processo valutativo.
Dalle nostre ricerche emergono alcuni messaggi fondamentali: il primo dei quali è che i multipli sono stimatori “distorti” del valore e che il problema tecnico da superare è la “minimizzazione delle distorsioni”. Da ciò anche la distinzione tra multipli “causali” e “casuali”.
Il capitolo 7 si occupa delle misure di performance e delle strategie per il valore.
La teoria di creazione del valore, il cui strumento applicativo è il Value Based Management (VBM), per alcuni anni è stata una vera folgorazione, i cui effetti giungono anche in Europa nel corso degli anni Novanta, dove fino ad allora il “valore per gli azionisti” era stato tenuto in secondo piano (si ricorda ancora un titolo del Financial Times del 20 novembre 1996: “Il valore per gli azionisti rivive nel cimitero della Germania”!).
L’entusiasmo per il VBM prosegue per parecchi anni, per poi spegnersi gradualmente, specie dopo lo scoppio della bolla speculativa all’inizio del nuovo secolo. Finché nel 2005 McKinsey conferma che “i risultati di molti programmi di VBM sono stati incerti” (con una equivalenza sostanziale tra le società che col VBM hanno ottenuto risultati migliori e peggiori rispetto al passato). È l’inizio del tramonto?
Quanto ai modelli consulenziali proposti negli anni Ottanta e Novanta ai fini delle misurazioni delle performance periodiche, tutte sono riconducibili al reddito residuale (RR), alla cui base è il divario (spread) tra ROE e costo del capitale. Con l’eccezione del nostro REI (Risultato economico integrato), che peraltro non è un modello consulenziale, ma solo un concetto.
Il capitolo 8 si occupa degli aspetti valutativi connessi ai nuovi principi contabili internazionali (SFAS e IAS), che richiamano sul tema del valore l’interesse di vaste cerchie di manager e contabili, che fino ad allora se ne erano tenute a distanza.
L’adozione degli IAS/IRFS in Europa è salutata come una svolta “epocale”. Infatti, col passaggio dal principio del costo al Fair Value, la “prudenza” non costituisce un vincolo di per sé, ma un vincolo entro il quale la contabilità dev’essere in grado di cogliere la sostanza (e non solo la forma) degli accadimenti economici. Anche se ciò comporta una maggiore “volatilità” dei risultati periodici: purché si tratti di una volatilità “vera” e non “artificiale”.
Le valutazioni diventano, in questo nuovo contesto, una componente fondamentale; e appaiono nuovi concetti di valore, tra i quali il value in use (valore in uso), che esige l’impiego nel calcolo, oltre che di accuratezza, di norme specifiche dettate dagli organi regolatori.
Il capitolo 9 è dedicato alle Applicazioni professionali e tratta di temi giudicati di particolare rilevanza pratica.
Tra i quali, dei “premi” e degli “sconti” (di controllo, per mancanza di liquidità, per underpricing nelle IPO ecc.), affrontando con ciò argomenti ancora largamente controversi sia nel metodo sia nelle misure statisticamente rilevabili (di solito dedotte dall’osservazione dei mercati).
Altro tema di particolare delicatezza è il rapporto di cambio nelle fusioni, dove le applicazioni pratiche hanno spesso suscitato dubbi e controversie. Il nostro sforzo ha riguardato la razionalizzazione del processo.
Il capitolo, infine, ricostruisce la storia, negli ultimi 10-15 anni, delle valutazioni delle banche e delle compagnie d’assicurazione, cogli aspetti del tutto peculiari che a esse si accompagnano.
La terza parte del libro (costituita dai capitoli 10 e 11) tratta degli “errori nelle valutazioni aziendali”. Essa è solo parzialmente costruita con i contributi della rivista La valutazione delle aziende e di altre opere dell’ultimo decennio: a tali contributi aggiunge uno sforzo originale di razionalizzazione logica delle categorie di errori; e si richiama a nuovi esempi e “casi”. Gli errori diventano, anche per questo, un tema del tutto innovativo e di straordinario interesse: che potrebbe anche costituire un libro a sé. Si tratta, oltretutto di una serie di problemi, che viene di solito accuratamente evitata nelle trattazioni accademiche e ancor più in quelle professionali. Infatti, per trattarlo con serietà, è quasi inevitabile che si debba dispiacere a qualcuno (cioè a chi ha commesso gli errori, anche se si ha il garbo di non nominarli). Sennonché la storia degli errori risulta uno dei modi più efficaci e diretti per comprendere come essi possano essere evitati nel futuro: e più di un esempio lo dimostra con chiarezza.
La storia di tutte le discipline scientifiche, del resto, è fatta anche dalla storia dei propri errori.
Il capitolo 10 (Errori e approssimazione nelle valutazioni d’azienda), partendo da una ispirazione di Ruback, si occupa dell’analisi epistemologica degli errori, dove per la prima volta si giunge a comporre una distinzione che appare essenziale: agli errori di metodo (della ricerca scientifica e delle applicazioni pratiche) si aggiungono gli errori negli input (cioè nei dati immessi nelle stime) e gli errori di prospettiva e di interpretazione storica. Infine, si sottolinea l’inevitabilità, nel processo valutativo, degli errori di approssimazione.
L’approssimazione è “insita nella natura stessa del calcolo”, oppure “dipende dalla quantità intrinsecamente aleatoria della quantità da misurare”. Il vero problema diventa, in quest’ultimo caso, il grado di approssimazione “non evitabile” e “accettabile”. Senza trascurare il fatto che l’enunciazione di risultati precisi (fino all’euro) è “solo apparenza”, è una “falsa esattezza”.
Tra gli errori di metodo nelle applicazioni pratiche vengono in luce errori noti e altri meno noti e spesso trascurati. Tra i quali si segnalano gli “errori nelle scelte finali”. In presenza, come sempre accade, di una pluralità di metodi e di valori (o di “intervalli” di valore), coi differenti risultati da essi generati, come si può procedere alla sintesi? Con medie? E tutti i risultati debbono essere immessi nella media, anche quelli distanti e che sembrano contraddirsi? Esistono altre modalità valide per comporre la sintesi? Su simili domande si gioca in buona parte la correttezza della scelta finale di valutazione.
Purtroppo, il processo valutativo è divenuto nel tempo via via più complesso: e perciò gli errori si sono diversificati e sono cresciuti di “peso”. Il nostro Paese, inoltre, presenta in merito alcune peculiarità negative, che ne rendono più frequenti le occasioni.
Il capitolo 11 (La storia degli errori) reca una serie molto numerosa di esempi e di casi completi di tutti i tipi di errore: sia di quelli di metodo sia di quelli di input (dagli errori tipici dei rapporti di cambio, agli errori nei multipli, nel fattore “g”; dalle medie tra risultati contrastanti, alle “finte stime assolute”; dagli errori generati dalla confusione tra risultati “contabili” ed economici, agli errori che derivano dall’inflazione, e così via).
Gli errori di prospettiva e di ricostruzione storica sono visti attraverso due casi importanti in sede giurisdizionale (dove essi più spesso accadono, per effetto di ricostruzioni a distanza di anni e di decenni, con previsioni ex-post, con ricostruzioni affrettate, per carenza di competenze ecc.). Il contraltare di questi “casi” (negativi) è la presentazione di un “caso” della giurisdizione fiscale USA, che dimostra le specifiche competenze della Corte.
Il caso USA esprime “una vera prova di civiltà”; il messaggio che esso comunica è che la giustizia non può essere convincente se non abbina la “competenza specifica” ai tradizionali caratteri di indipendenza e di obiettività: questi ultimi sono insufficienti se chi giudica (o chi fa proposte ai giudici) non sa “dominare” (e talvolta non sa comprendere) i temi, inevitabilmente complessi, di cui tratta e sui quali è chiamato ad assumere decisioni.
Come contrappeso, abbiamo presentato un ampio caso di discussione di un rapporto di cambio (in sede di scissione) in una consulenza tecnica d’ufficio presso un grande tribunale italiano.
Della “storia degli errori” sono dunque parti non secondarie anche la critica erronea e i giudizi erronei: perciò vi sono stati dedicati alcuni casi. Essi consentono, in conclusione, di ritornare a Gino Zappa, il Maestro dal quale questo libro è partito, ricordandone le ispirate parole della Prefazione alle Produzioni (1956) a riguardo dei “giudizi avventati della critica inetta e di proposito malevola, “a garrir pronta, invalida a generare”.
“La scossa” del 1979: la stima del rapporto di cambio Bastogi/Beni Stabili
È nell’anno 1979, dopo che per un ventennio all’intensa attività professionale in tema di valutazione delle aziende non si era accompagnato un adeguato sforzo di teorizzazione e sistemazione concettuale (oppure ciò era successo solo episodicamente), che scatta in me una molla ideale, che coinvolgerà per i 25 anni successivi il mio interesse di studioso. Ho già avuto occasione di raccontare questo nel convegno tenuto alla “Bocconi” il 3 dicembre 2004, in occasione della presentazione del Nuovo Trattato di valutazione delle aziende. Ne riporto di seguito l’introduzione:
Mi sembra quasi un sogno di ritrovarmi ancora dopo 23 anni in questa aula magna, dove nel 1981 presentai la prima edizione di un piccolo libro, di circa 100 pagine, dal titolo La valutazione delle aziende. Un libro un poco singolare per il nostro paese, nel quale delle valutazioni d’azienda si occupavano in modo empirico pochissimi professionisti e solo per qualche cenno pochi corsi accademici. Insomma, forse una curiosità di studioso, se non proprio una stravaganza.
L’idea mi era nata quando, verso la fine degli anni Settanta, l’ing. Carlo Pesenti mi chiese di stabilire, in base alla più accreditata dottrina, un equo rapporto di cambio tra le società “Bastogi” e “Beni Stabili”, ambedue quotate e molto trattate, allora, alla borsa di Milano. La ricerca condotta in quell’occasione mi convinse di una realtà che non avrei supposto: il rapporto tra le quotazioni era largamente divergente rispetto ai “valori fondamentali” (come diremmo oggi) delle due società. Mentre il rapporto tra i prezzi di borsa era di 1;4,4, fu invece proposto un concambio di 1:9 (si veda il Riquadro 1). I consigli d’amministrazione ebbero la forza intellettuale (e anche il coraggio) di accogliere quella proposta. Mi convinsi, in quell’occasione, che si potesse dare razionalità alla misura del valore aziendale, costruendo una teoria di valutazione delle aziende.
Riquadro 1 Il rapporto di scambio Bastogi/Beni stabili: un esempio storico
Un esempio storico di rilievo fu, nel nostro Paese, verso la fine degli anni Settanta, la determinazione del rapporto di concambio Bastogi/Beni Stabili. In tal caso, il rapporto deducibile dai prezzi di mercato (medie dei prezzi di compenso degli ultimi 30 mesi precedenti all’annuncio della fusione) era:
Per contro, in due ipotesi di calcolo le stime analitiche condussero ai rapporti:
1a ipotesi:
2a ipotesi:
Dopo accurato e complesso esame sul “contenuto in informazioni indipendenti” delle due stime, si giunse alla attribuzione di “peso” 3 alla stima di mercato e di “peso” 6 alla stima analitica.
Applicando, nelle ipotesi, la media geometrica si ottennero i risultati:
1a ipotesi concambio: ((=
2a ipotesi concambio: ((=
In conclusione, si pervenne alla determinazione del concambio 1:9 (1 azione “Beni Stabili” da nom. L. 2.000 contro 9 azioni “Bastogi” da nom. L. 1.000).
L’idea ebbe un insperato seguito: già nelle prime sei edizioni, tra il 1981 e il 1994, del libro si vendettero più di 100.000 copie: la tiratura di un romanzo di buon successo. Da qui parte la mia personale avventura nel campo affascinante, quanto sfuggente, della teoria di valutazione delle aziende.
Che dieci anni dopo (alla fine degli anni Ottanta) trovò un alleato potente nel successo, negli USA, della “teoria di creazione di valore”; poi gradualmente diffusasi in Europa nei primi anni Novanta. A partire dagli anni Novanta, infatti, il tema del valore diventa dominante negli studi di finanza e di strategia.
Ebbene, da quegli ormai lontani anni Settanta, molta acqua è certamente passata sotto i ponti, e la teoria di valutazione ha subito profondi cambiamenti.
Il vero problema consiste nel non lasciarsi affascinare dalle mode, tanto transitorie quanto pericolose: quelle che inesorabilmente, in tutti i tempi, hanno sul tema del valore ottenebrato, per più o meno brevi periodi, la mente umana. Dal mercato dei tulipani in Olanda nel 1620/30 (quando ad Amsterdam con un bulbo di tulipano si potevano acquistare tre case), fino ai prezzi delle aziende di Internet del 1998/2001, quando le nuove emissioni di titoli azionari avvenivano vendendo immaginari “Terminal Value” a dieci o vent’anni.
La costruzione accademica dev’essere abbastanza forte da impedire simili assurdità. Essa ha il dovere morale di scendere in campo e di battersi quando comportamenti al limite dell’irragionevole si manifestino e prendano il sopravvento. Alcune decisioni in tema di rapporti di cambio sono state, per esempio, manifestazioni al limite dell’assurdo, anche quando assunte in buona fede. L’articolo scritto nel 1998 dal titolo “Come non si deve procedere nella determinazione dei rapporti di cambio” lo considero ancora un esempio di opposizione accademica a comportamenti pratici palesemente irrazionali.
Non bisogna, tuttavia, sorprendersi troppo di tutto ciò. Anche l’accademia nelle proprie elaborazioni teoriche, del resto, ha commesso alcuni errori; e alcune impostazioni dottrinali che andavano per la maggiore hanno rivelato nel tempo le loro debolezze e sono state superate.
Come sempre il progresso della scienza (di tutte le scienze) è fatto anche dalla storia degli errori che sono stati compiuti. È attraverso la correzione degli errori, il superamento delle ipotesi che reggevano le precedenti costruzioni teoriche, il sopravvenire di nuove esperienze (talvolta sconvolgenti), che la scienza progredisce.
Infine, l’intento di coniugare innovazione e tradizione è stato ed è in noi sempre presente. Anche quando le costruzioni dottrinali dei nostri maestri sono state da noi superate, abbiamo fatto tesoro dei loro insegnamenti; e ciò che siamo riusciti a costruire, lo riconosciamo in primo luogo come dovuto a quanto essi hanno creato e ci hanno insegnato.