Il mondo di Guatri
2026/17
Concorsi universitari “truccati”
Scrive Sergio Rizzo sul Corriere della Sera del 24 settembre 2016:
Tenevano famiglia. E continuano a tenerla ancora oggi, dopo che una legge dello Stato ha prescritto ben cinque anni fa il divieto ai parenti di insegnare nella stessa facoltà. Il bello è, dice il presidente dell’Autorità anticorruzione, “che si è trovato evidentemente il modo di aggirarla”. Tante sono le segnalazioni che gli piovono sul tavolo: “Siamo subissati”. Lettere che denunciano anche sospetti di malaffare nei concorsi, puntualmente girate alla Procura della Repubblica. Così numerose da far dire a Raffaele Cantone che “esiste un collegamento enorme fra la fuga dei cervelli e la corruzione”.
Del resto, perché un giovane bravo e capace dovrebbe restare in Italia avendo l’opportunità di insegnare all’estero, se sa già che la sua strada sarà sbarrata da un concorso taroccato mentre il figliolo del barone ce l’avrà spianata? Le segnalazioni che arrivano all’Anac sono tutte da verificare, ovvio. Ma l’odore della parentopoli universitaria in barba alle norme è penetrante. E pensare che già dieci anni fa, quando era solo un ufficetto in centro a Roma, e prima che il governo Berlusconi la sopprimesse nella culla, la neonata autorità anticorruzione guidata dall’ex prefetto Achille Serra aveva sfornato un esplosivo dossier sulla scuola universitaria di alta formazione europea Jean Monnet di Caserta, dove si raccontava che “frequenti rapporti di parentela, affinità o coniugio legano nel 50 per cento dei casi il corpo docente (82 persone) con personalità del mondo politico, forense o accademico”.
Quasi un decennio dopo, al convegno dei responsabili amministrativi degli atenei, Cantone racconta che in una università meridionale “è stata istituita una cattedra di Storia greca in una facoltà giuridica e una cattedra di Istituzioni di diritto pubblico in una facoltà letteraria”. E che i titolari erano “i figli di due professori delle altre università”. Destini incrociati, di cui la storia dell’università italiana offre ampia letteratura. Con gli stessi protagonisti che ne vanno fieri: tanto la cattedra alla discendenza è sempre stata ritenuta non un sopruso, ma un diritto.
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Quando scoppia il caso dei familiari di Luigi Frati, Rettore della Sapienza di Roma e preside per moltissimi anni della facoltà di Medicina, a chi chiede spiegazioni lui sbatte in faccia una strepitosa metafora: “Quando Cesare Maldini è diventato commissario tecnico della Nazionale, Paolo Maldini non è stato buttato fuori dalla squadra”. Peccato che un Rettore non sia un allenatore di calcio e che nella squadra della sua facoltà di Medicina non ci sia un familiare, ma tre. Suo figlio cardiologo, sua moglie laureata in Lettere docente di Storia della medicina e sua figlia laureata in Giurisprudenza docente di Medicina legale: di più, nominata dal governo di Enrico Letta nel comitato nazionale di bioetica. Tre Paolo Maldini?
Narrano che questa scintilla inneschi il famoso divieto contenuto nella legge di Mariastella Gelmini. Anche se non ci sono prove. Che quella decisione scateni invece singolari effetti collaterali, invece, è noto. Il Messaggero racconta che alla vigilia dell’approvazione della norma la dottoressa Paola Rogliati, nuora del preside della facoltà di Medicina di Tor Vergata a Roma, Renato Lauro, diventa professore associato della cattedra di Malattie dell’apparato respiratorio. Sottolineando la circostanza che nella stessa facoltà e nel medesimo dipartimento, riporta l’Ansa, “c’è anche il marito della signora, nonché figlio del preside, David Lauro, professore ordinario di Endocrinologia, cattedra detenuta prima di lui dal padre”. Tutto regolare. Ma difficile sostenere che sia normale.
Eppure per anni è stata questa la normalità delle cronache giornalistiche. All’Università di Bari c’era il corridoio Tatarano, dove c’erano le stanze del professore di Diritto privato Giovanni Tatarano e dei suoi figli Marco e Maria Chiara. C’era la dinastia dei Massari: nove, per l’esattezza. E dei Girone: cinque, considerando anche il genero. Così a Bari, dove nel saggio L’università truccata Roberto Perotti aveva contato 42 parenti su 176 docenti di Economia. Ma così pure nel resto d’Italia. E le inchieste, da Nord a Sud, non si contano. Anche se quasi tutte finiscono sempre al solito modo: in una bolla di sapone.
La legge, dice Cantone, ha ora “istituzionalizzato il sospetto”. E Mariastella Gelmini replica che il divieto aveva proprio l’obiettivo di ripulire i concorsi. Resta il fatto che in un Paese normale di una norma del genere non ci sarebbe mai stato il bisogno. Lo ha detto anche Cantone, precisando di non averla “attaccata”: “Ho detto che è un paradosso che ci debba essere una legge che stabilisce un divieto che dovrebbe essere scontato”.
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Ricordo nitidamente, ma anche con tristezza, le battaglie combattute con Sergio Vaccà su terne di vincitori nelle quali fosse data prevalenza al merito. Una battaglia, in questo nostro Paese, disperata e forse inutile poiché dove prevale il nepotismo non può prevalere la giustizia!
Noi ci occupavamo di concorsi e di elezioni dei commissari solo in prossimità dei concorsi, poi per anni d’altro (di fare ricerca, di scrivere ecc.), mentre altri nostri colleghi – specie al Centro-Sud – non si occupavano sostanzialmente d’altro che predisporre per tempo alleanze, in vista di reciproci favori: insomma di sostenere “a tutti i costi” i loro allievi.
Qualche volta con Sergio Vaccà provammo a fare i conti: “Tanti voti a Milano, tanti a Genova, a Venezia, a Torino ecc. Forse possiamo raggiungere la maggioranza!”. Invano: chi aveva lavorato per questo obiettivo per anni, alla fine prevaleva. E noi andavamo nelle commissioni a condurre battaglie disperate (e poche volte con risultati apprezzabili).
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Col coraggio che sempre lo ha contraddistinto Giordano Dell’Amore (già Rettore della Bocconi) si oppose con forza ai “concorsi truccati”. Sua è ad esempio, la “Relazione di minoranza” del 9 gennaio 1952 contro il concorrente xy[4]:
In relazione al giudizio dato dalla maggioranza della commissione sul candidato xy il prof. Dell’Amore conferma quanto ha già avuto occasione di dichiarare sulle pubblicazioni del candidato: e cioè:
– I cinque articoli su argomenti vari presentati sono privi di contenuto scientifico.
– Le due brevi pubblicazioni su “Alcuni aspetti dell’industria” e su “Alcuni aspetti dell’impresa mercantile” sono scritti inconcludenti, immeritevoli di essere considerati in un concorso universitario.
– Il volume su “L’industria delle maioliche” è una monografia di caratteri descrittivi compilata con abbondanza di nozioni merceologiche e con assoluta assenza di metodo scientifico. Manca infatti nell’opera un’organica ed approfondita indagine sul mercato dei prodotti di cui si tratta, che a giudizio del prof. Dell’Amore costituisce la premessa indispensabile di una trattazione scientifica sulla gestione delle imprese del settore considerato. Tale monografia, d’altra parte, non arreca alcun contributo alla sistemazione scientifica della materia messa a concorso.
– L’opera più importante del candidato sembra essere quella dedicata ai “Lineamenti dell’impresa industriale e dell’impresa mercantile”. A giudizio del prof. Dell’Amore si tratta di una sequela sconclusionata di concetti altrui mal ricuciti. Manca infatti ogni ordine logico nella trattazione, la quale si presenta in molti punti puerile e rivela assenza completa di autonomia di pensiero. Vi sono esposte nozioni elementarissime in termini ridondanti e con citazioni fatte a sproposito, senza alcun riferimento a quanto si dice nel testo. In conclusione il prof. Dell’Amore esprime un giudizio assolutamente negativo su questo candidato, il quale non dimostra per ora attitudine all’indagine scientifica.
Il prof. Dell’Amore confida che sia risparmiato alle Università Italiane l’umiliazione di annoverare nel proprio seno un titolare così manifestamente immaturo.
Egli lamenta poi che siano stati esclusi dalla terna i due migliori candidati (i professori Luigi Guatri e Giorgio Pivato), che a suo giudizio si staccano nettamente dagli altri per le pubblicazioni presentate. Egli confida pertanto che gli atti del concorso vengano annullati promuovendo un nuovo giudizio espresso da Commissari i quali siano i più autorevoli studiosi della materia e siano chiamati a far parte della Commissione per la loro autorità scientifica anziché in virtù di organizzate campagne elettorali.
All’uopo il prof. Dell’Amore fa presente che grazie a tali campagne è risultato incluso nella Commissione, con voti 86, un docente di una materia (economica dei trasporti marittimi) che non ha dirette attinenze con la materia messa a concorso. Molte altre materie economiche sono certo affini di quella da lui professata: se la scelta è caduta su di lui, ciò dimostra che essa è stata accuratamente preparata con intendimenti che esulano da considerazioni obiettive di indole esclusivamente scientifica.
Il prof. Dell’Amore è pienamente conscio delle amarezze che gli procurerà questa energica presa di posizione, ma egli è convinto che prima ancora di riformare la scuola occorra moralizzare il costume universitario. Egli intende compiere il proprio preciso dovere di contribuire a tale moralizzazione, nella sicurezza di potere contare sulla solidarietà di tutti i colleghi consapevoli delle loro responsabilità scientifiche e morali.
È lo stesso xy che in un memorabile concorso a cattedra (dove ero giudice con Sergio Vaccà) (foto pag. 284) levò contro di noi il dito minaccioso (in puro stile mafioso) dicendoci “me la pagherete!”. In quel concorso noi due “bocconiani” portammo al successo un candidato meritevole: Lucio Sicca, napoletano.
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Sul tema torna Gianni Fragonara con un articolo sul Corriere della Sera del 2 marzo 2017 dal titolo “Concorsi in ateneo chiusi agli esterni”.
Sono bastate poche righe inserite nel Milleproroghe per far slittare ancora di due anni il sostanziale obbligo delle università di bandire concorsi aperti a candidati provenienti da altri atenei. Il 31 dicembre di quest’anno si sarebbe dovuto concludere il periodo transitorio – sei anni – nel quale gli atenei hanno potuto, in deroga, procedere a concorsi interni “fino alla metà dei posti disponibili” riservati sia a ricercatori a tempo indeterminato che a professori di seconda fascia, cioè gli associati. Per loro la promozione è una questione interna, senza la concorrenza dei colleghi che lavorano in altri atenei. Per avere concorsi aperti a tutti gli aspiranti professori che abbiano già sostenuto l’abilitazione si dovrà arrivare al 2020.
Si passa così, con la stessa maggioranza e nel giro di pochi mesi, dal tentativo di istituire le cattedre Natta – che nelle intenzioni dell’ex premier avrebbero dovuto garantire stipendi appetibili e selezioni straordinarie con la contestata e inedita norma che attribuiva al presidente del Consiglio la scelta dei commissari valutatori – a mantenere un sistema di promozione degli atenei del tutto interno e considerato superato dal 2010.
L’emendamento che allunga i tempi è stato presentato al Senato dal Pd (ce ne era uno simile anche di Sel) e in una prima bozza addirittura prevedeva una proroga di 4 anni. “Vogliamo permettere – spiega la senatrice pd Francesca Puglisi – ai ricercatori a tempo indeterminato, che la legge Gelmini ha cancellato, di poter avanzare di carriera: in questi anni ci sono stati tagli e con il regime transitorio non sono stati tutti stabilizzati”. È vero, come aggiunge Puglisi, che la norma dice che le Università “possono” e non “devono” bandire concorsi chiusi e che questo riguarda “solo” la metà dei posti. Ma la norma e l’emendamento riguardano non solo i ricercatori a tempo indeterminato, come dice Puglisi, ma anche i professori, cioè di fatto tutti. Tra l’altro per i ricercatori con contratto di 3 anni a tempo pieno – una delle contestate nuove figure create dalla legge Gelmini – la stessa legge prevede già una corsia preferenziale: allo scadere del contratto l’Università può bandire il posto per loro se nel frattempo hanno conseguito l’abilitazione.
“Non siamo stati noi a chiedere questo emendamento – spiega Gaetano Manfredi, presidente della Conferenza dei rettori –. Un’università sana deve andare nella direzione della qualità, della concorrenza più ampia e dei concorsi aperti. Comunque quella prevista dalla legge Gelmini è una riserva di legge, ci sono molti atenei che fanno già concorsi aperti e non la usano”.
Ometto il nome in quanto trattasi di persona scomparsa.