Il mondo di Guatri
2026/18
Introduzione
Dedico questo libro:
a Gino Zappa, Maestro nell’Accademia;
a Luigi Antonelli, Maestro nella professione;
a mio padre Edmondo, Maestro di vita.
Ho cominciato a scrivere questo libro a fine settembre 2017, quando avevo già compiuto i novant’anni. Non mettiamo limiti alla Provvidenza: forse riuscirò a portarlo a termine.
Il libro si compone di tredici capitoli, oltre a una sezione fotografica con 148 fotografie.
Capitolo primo – Amici per una vita
Tratta dei rapporti di grande amicizia col professor Tancredi Bianchi (che durano da 80 anni), partendo da Caravaggio, il paese natale di Tancredi e dove anche la mia famiglia ha abitato per 2-3 anni. Il 19 settembre 2017, in occasione del mio 90° compleanno, Tancredi mi ha rivolto queste parole: «La nostra personale amicizia, dura da più di ottanta anni ed è sempre stata sincera, costante ed esperta. [...] Non è mai stata un’amicizia con falsità, adulazioni e fra chiacchieroni. Non abbiamo mai avuto un diverbio. Ognuno ha gioito per i successi dell’altro».
Il 12 giugno 2018, in occasione del 90° compleanno di Tancredi, così conclusi il mio intervento nell’aula magna dell’Università di Bergamo: «Dio ci ha dato l’intelligenza; ma questo è un suo dono; nelle nostre carriere (accademica e professionale) abbiamo aggiunto di nostro il duro impegno, la serietà e talvolta il coraggio».
Capitolo secondo – Il «Manifesto della razza»: un’ignominia
Mi è rimasta in mente un’espressione che sintetizza l’ignominia della persecuzione degli ebrei: «Wieviel Stück?» («quanti pezzi?»): dove il «pezzo» è una persona umana di razza ebraica (uomo o donna, giovane o vecchio, non importa). Tanto è un uomo o una donna che non conta nulla, che non merita di vivere!
Ammassati in vagoni ferroviari chiusi dall’esterno, senza cibo e acqua, senza servizi sanitari di qualsiasi genere: questi erano i viaggi verso i lager che duravano settimane. Molti già morivano nel viaggio; gli altri erano destinati ai forni crematori. Venivano sfruttati il più possibile per il lavoro ed erano già condannati a morte.
L’olocausto, si è saputo dopo la fine della seconda guerra mondiale, è costato 6 milioni di morti. Chi ha vissuto in quel periodo, 1938-45, sa bene come la stragrande maggioranza degli italiani fosse contraria. Anche se noi non conoscevamo (e chi l’avrebbe potuto supporre?) la dimensione dell’olocausto.
Capitolo terzo – Ricordi degli anni trevigliesi: gli anni della mia gioventù
Nel 1940, col trasferimento a Treviglio di mio padre Edmondo, ebbe inizio uno dei periodi più felici della nostra vita familiare (come pure della mia esistenza). Un periodo che per la famiglia va tra il 1940 e il 1961, per me dal 1940 all’aprile del 1949, quando mi trasferii a Milano per iniziare l’attività lavorativa presso l’Ufficio Studi Economici della Montecatini (diretto dal professor Ferdinando De Fenizio, che fu anche mio docente all’Università Bocconi).
Il fatto più importante del periodo trevigliese è la nascita di Graziella (1943), l’amata sorellina. Ricordo, durante la gravidanza di mamma Rosa, le notti passate nelle campagne o nei fossati, mentre centinaia di aerei passavano sulle nostre teste. Erano i bombardamenti di Milano, cui assistevamo a circa 30 chilometri di distanza.
Dopo qualche ora di ansia, si rientrava in casa e la vita riprendeva. A tutto ci si abitua, anche alla guerra. Quando suonava l’allarme fuggivamo con qualche valigia già preparata che conteneva le cose essenziali per la sopravvivenza, se la nostra casa fosse stata colpita. Le valige le portavamo io e mio fratello Beppe, mentre papà aiutava la mamma incinta a camminare.
Nell’anno scolastico 1944-45 svolsi in un anno gli ultimi due anni dell’Istituto Oberdan. Quando nel giugno 1945 mi presentai per l’esame di Stato, trovai al mio fianco gli amici (di due o tre anni più grandi di me) che erano reduci dalla guerra. Cercai di aiutarli, ma non era facile. Io uscii dall’esame coi massimi voti.
Nell’agosto 1945, con l’amico Rino Invernizzi, andai a Milano per iscrivermi all’Università Bocconi (allora non esisteva il test di ammissione). Nei 4 anni in cui fui studente mio padre mi seguì sempre più felice: ma superai le sue «attese». Nel 1948 lesse la lettera che il professor Gino Zappa dopo la lettura del primo dei capitoli della tesi di laurea sull’«Economia delle aziende cotoniere»: «Questo capitolo è sufficiente per la lode. D’ora in avanti scriva per la libera docenza». E nel 1949 era presente in Bocconi nell’aula dove si discuteva la mia tesi di laurea. E udì le parole di Gino Zappa:
«Questa tesi di laurea potrebbe essere titolo per partecipare positivamente non dico a un concorso per libera docenza, ma a una cattedra universitaria».
Nel dicembre 1949 (avevo da poco compiuto i 22 anni) Zappa mi mandò in aula a tenere lezioni come suo «assistente effettivo».
Capitolo quarto – Trezzo sull’Adda: dalla «favola vera» al porto fluviale che ha funzionato nei ...
Romano Tinelli è stato, nella vita attiva, un operaio. Aveva studiato fino alla quinta elementare: eppure quando si è intelligenti e intraprendenti si può diventare brillanti scrittori; e non solo nel dialetto trezzese.
Tinelli è diventato, nel tempo, il mio principale corrispondente da Trezzo sull’Adda: mi accompagna nelle visite al cimitero dove si trova la cappella di famiglia, nella quale giacciono i miei nonni (Giuseppe e Francesca), i miei genitori (Edmondo e Rosa), mia moglie Lina Fusa (ormai da 8 anni).
I miei viaggi a Trezzo sull’Adda si limiterebbero al cimitero, se Tinelli non mi accompagnasse a rivedere i luoghi più cari alla famiglia Guatri. La scuola elementare di cui mio nonno era bidello, l’odierna scuola elementare che ho frequentato per 2-3 anni, la casa dove sono nato in via Santa Caterina, l’asilu di sciuri (letteralmente: l’asilo dei signori, cioè «a pagamento»: in un mondo di poveri anche un impiegato come mio padre diventava sciur).
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Nei secoli Trezzo ha avuto un suo «porto fluviale»: fino al 1886, quando fu attivato il ponte stabile in acciaio tra Trezzo e Capriate nel bergamasco. Il nuovo ponte seppelliva il «porto fluviale». Da cui erano transitate persone, derrate, materiali e combustibili; era per le persone, soprattutto, il viaggio dalla terra bergamasca a Milano. Un viaggio da Trezzo a Milano seguendo la corrente dell’Adda e dei Navigli.
Capitolo quinto – La «mia» Bocconi
«La “mia” Bocconi», l’articolo che il giornalista Aldo Santini mi ha dedicato nel 1992 sulla rivista di management Tempo economico, è un modo di dire. Vi è stato però un periodo, negli anni Settanta, Ottanta e Novanta del secolo scorso, nel quale all’Università Bocconi ho dedicato gran parte del mio tempo.
Ero «nell’età d’oro» della mia vita accademica (e professionale): tra i 40 e i 70 anni.
Capitolo sesto – Il mio impegno civile: dall’ISPI all’Oscar di Bilancio, alla Rizzoli, alla dife...
Nell’autunno del 1984 il ministro degli Esteri Giulio Andreotti mi nominò «commissario straordinario» dell’ISPI, con lo scopo di rilanciarlo dopo averne chiuso i «buchi» di bilancio. Avevo accettato l’incarico sollecitato in particolare da Leopoldo Pirelli. Ricordo che nell’inverno del 1984-85 tutti i giorni passavo alcune ore del pomeriggio nella sede di palazzo Clerici, sede istituzionale dell’ISPI. La situazione era difficilissima: i caloriferi spenti, i dipendenti senza stipendio, le banche che richiedevano il rientro dei loro crediti ecc. La vicenda si concluse il 9 luglio 1985 con la riunione finale preso lo studio personale di Andreotti a Roma in piazza della Lucina. Dove il ministro aveva richiesto la presenza dei vertici dell’industria e della finanza del Nord: Gianni Agnelli, Leopoldo Pirelli, Carlo De Benedetti, Ottorino Beltrami ecc. Il ministro, dopo avermi ringraziato per «l’opera decisiva svolta», ottenne la conferma dei contributi annuali dei Gruppi presenti e confermò il contributo del ministero degli Esteri. In tal modo la crisi dell’ISPI si concluse. Anch’io volli contribuirvi rinunciando a qualsiasi compenso.
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L’Oscar di Bilancio è il premio nazionale destinato alle aziende che realizzano la migliore informazione e comunicazione societaria. Ho presieduto per decenni la giuria per l’assegnazione dei premi, che sono stati sempre ambiti dalle aziende italiane.
Vi è stato storicamente, nel nostro paese, un lungo periodo in cui i bilanci d’esercizio erano tutt’altro che trasparenti. Tanto che per decenni si manifestò una crepa profonda tra la teoria accademica avanzata (a cominciare da Gino Zappa con il «Conto profitti e perdite a costi e ricavi e rimanenze» e lo «Stato patrimoniale senza compensazioni tra attività e passività»): la pratica disconobbe le tesi di Gino Zappa. Una vera vergogna!
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L’amministrazione controllata della RCS (Rizzoli Corriere della Sera) è stato l’emblema del modo in cui dev’essere dimostrata l’esistenza di un «capitale netto positivo». La Rizzoli al 30 giugno 1982 aveva un capitale netto contabile di £ 52,1 miliardi, ma dato che da tre anni perdeva in media £ 100 miliardi per anno, sembrava ovvio che il capitale netto contabile non potesse che essere sfumato. Nulla di più infondato! Per esempio, la Rizzoli nel bilancio consolidato aveva a valore nullo testate come il Corriere della Sera e varie altre; aveva immobili a valori contabili lontani da valori correnti (che erano ben superiori). Si fissò in tal modo un principio fondamentale, mettendo in chiaro che una cosa è il capitale netto contabile, un’altra il valore corrente del capitale proprio.
Il successo dal risanamento della Rizzoli suscitò un coro di approvazioni. La rivista americana International Management nel dicembre 1984 scrisse addirittura «(…) Guatri’s rescue mission was equivalent to scale the west face of mount Everest».
Per concludere, perché mai considero il mio biennale impegno alla Rizzoli come un impegno civile? È presto detto: all’epoca la remunerazione per il Commissario Giudiziale era molto modesta.
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Per quanto ho potuto, ho sostenuto – con opere e scritti – la professione del dottore commercialista (dopo l’accademia il mio secondo campo di attività). Alla professione mi ha iniziato il dottor Luigi Antonelli, nello studio di via dei Bossi 4 a Milano. Li rimasi per 15 anni. Considero Luigi Antonelli il mio Maestro in tale ambito. Egli ha fatto parte della ristretta cerchia dei pionieri della professione del commercialista. E vi ha svolto un ruolo fondamentale. Non solo perché ha ricoperto per un ventennio le cariche più prestigiose dell’Ordine (prima milanese, poi nazionale), ma anche e soprattutto per come ha inteso e svolto la professione. All’intelligenza, alla cultura e alla preparazione specifica aggiungeva altre doti: il senso profondo del dovere che lo rendeva capace di qualsiasi sacrificio e che faceva scaturire dal suo fisico esile e apparentemente fragile energie insospettabili, elevandolo a eccezionali capacità di lavoro. In secondo luogo, l’onestà scrupolosa, senza compromessi.
Antonelli mi trascinò più volte a convegni nazionali, come quello di Palermo a Villa Igiea. Salii più volte sul palco, poiché la mia prolusione aveva colpito i presenti. Fin da allora non ero un conformista, tanto che dimostrai a un’assemblea attenta come il bilancio annuale «non si dovesse fare». Qualche volta Antonelli mi chiedeva di non eccedere, ma capivo bene che tutto questo, in realtà, gli provocava compiacimento.
Capitolo settimo – Il lungo rettorato del professor Armando Sapori
Ricordo bene le brillanti lezioni di Storia economica del professor Armando Sapori: vi ho assistito nell’anno accademico 1947-48, da studente bocconiano. Ma i rapporti di Sapori con la Bocconi datano da ben prima: dal 1932, quando accettò il primo incarico d’insegnamento. Nel 1952, non senza dubbi e difficoltà (soprattutto all’esterno del Consiglio della Bocconi), Sapori fu nominato rettore. E in quella carica, superando ogni primato, rimase per 15 anni.
Capitolo ottavo – Via Bocconi 12
Via Bocconi 12 (indirizzo del pensionato bocconiano) è il titolo del libro del dottor Salvatore Grillo, che porta un sottotitolo che già dice quasi tutto sul tema: Amori e tragedie, utopie e conversioni, vita e politica, generazioni e storia nel pensionato universitario più famoso d’Italia. Nel libro Grillo, col suo linguaggio un po’... pittoresco, racconta in piena libertà (e con coraggio) l’intera sua vita e in particolare la «rivoluzione» nella quale ha guidato il nostro pensionato.
Prima di tutto una «rivoluzione sessuale», consentì ai ragazzi di superare, con vari stratagemmi, il «muro» che divideva i maschi dalle femmine, che a lungo aveva resistito. Confesso che io, sia da rettore sia da consigliere delegato, non ne ho mai saputo nulla (o almeno così ricordo: sono però passati molti anni…).
So bene però che i fatti descritti da Salvatore Grillo sono reali. A parte la piena fiducia in Grillo, vi è il monumento «la pressa» che ancor oggi ricorda la morte di Roberto Franceschi. Un nome che la Bocconi ha sempre ricordato.
Capitolo nono – Bocconiani sempre!
Diceva spesso mia moglie Lina: «Io sono la seconda moglie, poiché la prima è la Bocconi». È una battuta, ma è sostanzialmente vera! Nella mia lunga vita bocconiana, che dura da 73 anni, sono stato: 1945-49, studente; 1949-52 assistente al prof. Gino Zappa; 1953-69 professore incaricato; 1969-99 professore ordinario; 1999 e successivi professore emerito; e ancora per 25 anni consigliere delegato (1974-99) e contemporaneamente (caso unico nella storia della nostra Università) rettore per 5 anni (1984-89).
Capitolo decimo – La mia vita all’Università Bocconi: dal 1945 a oggi
Da 69 anni (1949-2018) ho un rapporto di collaborazione con l’Università Bocconi, dove ho percorso – senza soste – gran parte della mia vita accademica. I periodi in cui ho insegnato all’Università di Genova (come professore incaricato nel 1952-54) e all’Università di Parma (come professore di ruolo nel 1960-69) non hanno mai interrotto questo rapporto. Dal 1945 (appena finita la guerra) al luglio 1949 sono stato studente: nel 1949 mi laureai con Gino Zappa, a fianco del quale operai per alcuni anni (anche se rimase per tutta la vita «il Maestro»). Nel novembre 1949 Zappa, dopo aver ottenuto (fatto raro a quel tempo) la mia nomina ad «assistente effettivo», mi mandò in aula dove mi trovai a insegnare a studenti che avevano all’incirca la mia età. Non ho mai avuto alcuna difficoltà a «dominare» l’aula. Se si sanno interessare i discenti, se si ha qualcosa di significativo da dire loro, ti ascoltano. E per me fu così fin dall’inizio.
Alla Bocconi mi ero iscritto subito dopo la guerra: era il 1945. Venivo a Milano da Treviglio sui «carri bestiame», scendevo alla stazione di Milano Lambrate, quindi col tram mi portavo nei pressi della Bocconi.
Nel 1969 il professor Giordano Dell’Amore, il capo riconosciuto degli aziendalisti dell’epoca, mantenne la promessa che mi aveva fatto sei anni prima (quando il professor Tommaso Zerbi mi propose di trasferirmi dall’Università di Parma all’Università Cattolica di Milano, egli me lo impedì) e mi chiamò come professore ordinario di «Tecnica industriale e commerciale» in Bocconi. Nel 1999 sono diventato professore «emerito». Dal 1949 al 1999 erano passati 50 anni!
Il posto che non ho mai ricoperto in Bocconi è la Presidenza. Alla scomparsa di Giovanni Spadolini (4 agosto 1994), Mario Monti mi raggiunse a Sefeld (in Austria) dove mi trovavo per le vacanze estive. Venne per chiedermi di succedere a Spadolini nella Presidenza della Bocconi. Ma io non ebbi esitazioni e gli dissi che non mi sentivo di farlo e che quella carica si addiceva meglio a lui. Ottenuta l’approvazione del dottor Emanuele Dubini (all’epoca presidente dell’Istituto Javotte Bocconi), promisi a Monti che per qualche anno avrei conservato la carica di consigliere delegato, per poi diventare vicepresidente del Consiglio della Bocconi. Quando rientrai a Milano, alcuni colleghi si congratularono con me, dicendomi che avevo fatto la scelta migliore.
Capitolo undicesimo – Alfredo Ambrosetti: un esempio per tutti
Il 1° dicembre 2017 mi sono ritrovato in una sala della Bocconi. Vi erano, oltre al dottor Alfredo Ambrosetti e famiglia, altri cari amici: Mario ed Elsa Monti, Mirka Giacoletto e altri collaboratori della casa editrice Egea (che ha edito il libro di Ambrosetti La mia storia). La storia di Ambrosetti è una storia di grandi successi. Egli mi scrive una dedica splendida (e perfino eccessiva) «a Luigi Guatri, indimenticabile artefice di una straordinaria Università come la Bocconi. Con l’onore di inviargli una copia della mia biografia. Con tantissima stima». Questo mi commuove e mi commuove ancor più la lettura del libro.
Condivido pienamente questa frase di Ambrosetti: «Tre ingredienti risultano fondamentali per il successo: la fiducia in se stessi, il coraggio, l’umiltà».
Capitolo dodicesimo – Ricordo di Ermanno Olmi, il «regista degli ultimi»
I giornali dell’8 maggio 2018 ricordano con rimpianto Ermanno Olmi. Con Olmi, in gioventù ci siamo incrociati a Treviglio. Era stato grande amico di mio fratello Giuseppe, col quale andava a nuotare a Cassano d’Adda (5 km in bicicletta). Olmi è nato a Bergamo, ma è cresciuto a Milano-Bovisa (zona industriale) e a Treviglio. Era figlio di un ferroviere, ucciso da una bomba quando Ermanno era ancora un ragazzino, e di una donna di grande spirito e ironia.
Come scrive Gian Antonio Stella «cominciò a lavorare da “fornaretto”. “Si cominciava a mezzanotte e si finiva a mezzogiorno. Per dodici ore di lavoro mi davano un chilo di pane. Dirlo adesso sembra una miseria. Allora era una grazia della Provvidenza. Ci vuole rispetto, per il pane”. […] Assunto ventenne alla EdisonVolta, ci restò vent’anni. In gran parte passati all’“organizzazione del tempo libero”. Dove cominciò a girare documentari industriali. Via via più belli. Pieni di poesia. Fino al primo film, Il tempo si è fermato. Poi Il posto, dove la parte principale era affidata a Loredana Detto, che sarebbe diventata la compagna di tutta la vita e la madre dei suoi tre figli. Donna bella, minuta e forte. Vicina sempre, fino all’ultimo».
Il capolavoro di Olmi è L’albero degli zoccoli, che partiva dai racconti che leggeva ai suoi bambini. Parlavano della sua infanzia: le veglie nelle stalle (per stare al caldo), il lavoro duro, il rapporto con gli animali. Nostalgia non significa però rimpianto. Se non per la «profonda solidarietà tra gli uomini» di quel mondo contadino, perché come diceva Papa Giovanni XXIII, «solo i poveri sanno capire i poveri».
Capitolo tredicesimo – Il giornalista
Nella mia lunga vita ho scritto molti articoli per riviste periodiche e giornali. Ciò è accaduto dal 1962 in avanti.
Nel n. 5 settembre-ottobre 1962 ho scritto per la rivista Economia internazionale delle fonti di energia (di cui fui per lungo tempo direttore, succedendo al professor Giordano Dell’Amore) l’articolo «Nota sui procedimenti di calcolo dei costi dei prodotti congiunti». Per la Rivista dei dottori commercialisti ho scritto sul numero novembre-dicembre 1966 l’articolo «La programmazione a lungo termine nelle aziende. Alcuni concetti introduttivi».
Sulla rivista TEMI del maggio-giugno 1967 ho scritto l’articolo «Nota sui possibili contributi delle discipline economiche allo studio dei problemi del fallimento e delle altre procedure concorsuali». Ho scritto anche per il PRALT (organismo permanente per la programmazione a lungo termine delle aziende con particolare riferimento al mercato comune) è nato nel 1968: aveva come presidente l’onorevole Giuseppe Pella; come direttore scientifico il sottoscritto e come segretario generale il dottor Ezio Cortese Riva Palazzi.
La mancanza di validi punti di riferimento in Italia (e anche in Europa) ci indusse a rivolgere la nostra attenzione agli Stati Uniti. A tale scopo mi recai con un assistente a visitare (a New York) l’American Management Association e il National Industrial Conference Board; a Boston l’Harvard Business School, l’Arthur D. Little e il Boston Consulting Group. Gli incontri con i dirigenti responsabili consentirono di acquisire informazioni utili.
Tornando agli articoli veri e propri, sul numero 5 del 1972 della Rivista dei dottori commercialisti ho scritto un articolo a difesa del conto «Profitti e Perdite» analitico, cioè «a costi e ricavi, rimanenze». Dal 1972 sono passati 46 anni, ma sembra siano passati secoli!
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Nel 1982 ho partecipato a un libro collettivo intitolato La determinazione del reddito delle imprese del nostro tempo alla luce del pensiero di Gino Zappa, con lo scritto «La perdurante validità del pensiero di Gino Zappa nelle soluzioni dei problemi professionali».
Nel novembre 1983 si svolse in Bocconi un convegno (promosso dalla rivista allora da me diretta Finanza, Marketing e Produzione, dal titolo «Le crisi d’impresa: risanamento o liquidazione?». Alla discussione, oltre a me, parteciparono Tancredi Bianchi, Stefano Podestà, Gualtiero Brugger, Carlo De Benedetti, il presidente del Tribunale fallimentare di Milano Giovanni Lo Cascio, Bruno Massacesi e Bruno Trentin (sindacalista).
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Tra le iniziative della mia vita di cui tuttora sono orgoglioso rientra la creazione di una collaborazione sistematica, a partire dal 21 aprile 1992, con il Giornale di Montanelli. Più precisamente, intendo la collaborazione tra il quotidiano e l’Istituto di economia delle aziende industriali e commerciali, all’epoca da me diretto. Era uno dei maggiori istituti bocconiani: in quel periodo annoverava 130 docenti e ricercatori, e 6 centri di ricerca.
Fu lo stesso Indro, con una sua nota, che inaugurò la collaborazione. Egli scrisse di considerare l’Università Bocconi un partner ideale: «Come noi è “laica”. Come noi ama l’efficienza. E come noi crede nell’imprenditore e nell’iniziativa privata». Una consonanza perfetta, dunque.
All’inizio della collaborazione, ricordo a titolo d’esempio, scrissi: «L’oggetto principale della nostra collaborazione riguarderà l’anticipazione, in forme sintetiche e in versione adatta a un pubblico anche non specialista, degli studi che stanno per essere presentati nei libri, nelle riviste, negli working papers, nelle relazioni e convegni ecc. In generale negli strumenti che usiamo per la diffusione alla comunità scientifica e ai manager dell’elaborazione dottrinale e delle analisi empiriche in atto nell’Istituto».