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Il mondo di Guatri

2026/18

La «mia» Bocconi

Il giornalista Aldo Santini mi ha dedicato nel 1986 nella rivista di management Tempo economico un lungo articolo (Cover Story) dal titolo «La “mia” Bocconi». Si tratta, ovviamente di un modo di dire. Vi è stato, però, un periodo nel quale all’Università Bocconi ho dedicato gran parte del mio tempo: negli anni Settanta, Ottanta e Novanta del secolo scorso.

Cover story

Simbolo della Milano economica, tempio della borghesia imprenditoriale, fabbrica dei manager, la Bocconi è un’università che fa storia a sé. Non solo perché è privata, non solo perché dal 1984 ha introdotto il «numero chiuso», non solo perché la domanda dei suoi laureati da parte delle imprese è costantemente superiore alla sua offerta annuale, ma anche perché non è in passivo come gli atenei pubblici, perché il suo bilancio è in pareggio. E sarebbe davvero imperdonabile che la prima scuola economica d’Italia, creata per insegnare a gestire con maestria l’apparato produttivo del paese, non sapesse dare l’esempio e non facesse quadrare i propri conti. Eppure, la Bocconi andava in rosso, agli inizi degli anni Settanta. Ed è merito del professor Luigi Guatri, rettore dal novembre 1984, e consigliere delegato dal 1974, se la Bocconi è tornata a essere un’azienda culturale in piena salute.

Il professor Guatri, 59 anni, cinque figli, tre dei quali hanno studiato alla Bocconi, bocconiano lui stesso, laureato nel 1949 con il massimo dei voti e lode, docente di Economia delle aziende industriali, mi riceve nel suo studio luminoso di rettore. È pacato, signorile, disponibile e ricco di humor.

Professore, come ha fatto a pareggiare i conti della Bocconi? Una cosa è insegnare le buone regole economiche, un’altra metterle in pratica con efficacia.

«È stato abbastanza semplice. Ho adottato diverse misure. La più importante è stata quella di adeguare le tasse pagate dagli studenti al nostro impegno e alla qualità del nostro insegnamento. Vede, alla Bocconi le tasse erano rimaste troppo a lungo sui livelli del dopoguerra. Pensi, fino a otto-nove anni fa, costituivano solo il 10-15 per cento delle nostre entrate e determinavano una situazione insostenibile. Il mio intervento è stato graduale e oggi le tasse pagate dagli studenti hanno un peso risolutivo. Costituiscono la voce principale del bilancio. A livello di facoltà siamo sul 60 per cento. E a livello di corsi speciali, di SDA, la Scuola di Direzione Aziendale che fa parte del Consorzio delle Scuole di Management in Europa, siamo al 100 per cento. La SDA è nata dallo sviluppo del corso post-universitario di perfezionamento in Economia aziendale, e gode di un’autonomia operativa che le consente di avere una struttura flessibile e una notevole agilità. Alla sua autonomia operativa deve corrispondere un’uguale autonomia economica.»

E quanto costa, oggi, studiare alla Bocconi, diventare bocconiano, laurearsi alla Bocconi? Voglio dire: la Bocconi è chiusa agli studenti che non possono spendere molto?

«La leggenda che i nostri studenti provengono quasi tutti da famiglie ricche va sfatata. Ormai i bocconiani appartengono a tutte le classi sociali. Il 36 per cento proviene da famiglie con redditi inferiori ai 21 milioni di lire; il 29 per cento da famiglie con redditi tra 21 e 36 milioni; il 35 per cento da famiglie con redditi superiori ai 36 milioni. Il metodo, adottato da vari anni, di commisurare i contributi accademici al reddito familiare, consente l’accesso alla nostra università anche agli studenti non agiati. Il censo non può essere e non è un fattore di selezione. Con il numero programmato lo sono sempre di più il merito e la capacità. Questa è la linea che intendiamo seguire nel futuro.»

In sostanza, quanto paga uno studente che appartiene a una famiglia con reddito inferiore ai 21 milioni?

«Abbiamo costituito undici fasce di reddito. Uno studente iscritto al primo o al secondo corso che appartiene a una famiglia con un reddito fra i 16 e i 19,5 milioni entra nella terza fascia e paga 820.000 lire. Se entra nella sesta fascia, che va dai 25,5 milioni ai 31, ne paga 1.860.000. Se entra nella fascia più alta, oltre i 61 milioni, versa una bella somma: 4.490.000 lire. Ma se appartiene alla prima fascia, quella che va fino a un massimo di 13 milioni, paga 620.000 lire.»

E le altre entrate della Bocconi, pari al 40 per cento del totale, da dove giungono?

«Il 20 per cento ci è dato dai proventi patrimoniali. Interessi attivi su titoli e simili. Il 5 per cento dai servizi a pagamento forniti agli studenti e dai loro rimborsi spese, una fonte integrativa rispetto alle tasse. E il 15 per cento, infine, dai contributi. Così divisi. I due terzi circa sono i contributi statali. L’ultimo terzo è dato dai contributi di enti privati e pubblici. Lo sforzo che ho fatto negli ultimi anni come consigliere delegato, con il pieno appoggio del presidente della Bocconi, Giovanni Spadolini, è stato proprio quello di ridurre un po’ per volta i contributi a quote molto limitate. Spadolini, molto giustamente, ha sempre insistito sulla necessità di fondare il bilancio su “entrate proprie”.»

Introducendo però il «numero chiuso» degli studenti avete bloccato la voce tasse per i corsi di laurea sul 60 per cento delle vostre entrate.

«Introdurre il “numero programmato” era indispensabile. Dal 1979 la nostra popolazione studentesca si è raddoppiata. Nell’anno accademico 1984-85 il numero degli studenti iscritti è stato di 8758. Un’esplosione senza precedenti per la nostra università. Nel 1983 le immatricolazioni avevano raggiunto il preoccupante livello di 2372 unità. Nel biennio successivo avrebbero probabilmente raggiunto e superato le 3000 unità. Così abbiamo deciso di limitare a 1700 le ammissioni al primo anno. È stato un rimedio necessario per impedire che il numero degli iscritti si dilatasse abbassando, inevitabilmente, il livello qualitativo del servizio da noi offerto, del nostro insegnamento e quindi del valore delle nostre lauree.»

E come selezionate gli studenti?

«Il nostro metodo si basa sul curriculum scolastico del candidato e sui risultati di un test. Le classifiche sono estremamente obiettive. Non consentono alcuna discrezionalità. È un metodo che annulla in partenza il rischio di segnalazioni e di raccomandazioni. Ma non si può escludere che nel futuro venga modificato.»

La Bocconi gode fama di essere molto selettiva. Quanti sono, ogni anno, gli studenti che riescono a laurearsi?

«Negli ultimi due anni sono stati 650. Ogni anno, s’intende. Nel triennio 1980-83 sono stati circa 500, negli anni Cinquanta erano 100-150. Le previsioni per i prossimi due anni sono di 700-800. La punta dovrebbe essere raggiunta nel 1987-88 con 850-900 laureati, conseguenza dell’alto numero di iscritti. Ma grazie al “numero programmato” in vigore dal 1984 si dovrebbe ridiscendere a 650-700.»

È vanto della Bocconi laureare giovani che non avranno problemi per trovare un’occupazione dignitosa. Bocconiani disoccupati non se ne trovano. Questa situazione sarà ancora valida nell’immediato futuro?

«Sarà valida, anche se la punta dei prossimi anni si verifica in concomitanza con una fase non favorevole dell’occupazione industriale. Ma noi siamo certi, considerata la larga eccedenza della richiesta sull’offerta manifestatasi fino a oggi, che i nostri laureati non incontreranno particolari difficoltà. A ogni modo, come misura precauzionale, stiamo progettando un servizio in grado di ricercare, controllare e promuovere opportunità di occupazione, che metteremo a disposizione dei neo-laureati e dei laureandi. No, i bocconiani non rischiano di rimanere disoccupati.»

Oltre a fabbricare manager richiestissimi, la Bocconi prepara anche ottimi insegnanti. Sono insegnanti che emigrano o entrano a far parte del vostro corpo docente? Lei stesso, dopo la laurea alla Bocconi, insegnò a Genova e a Parma prima di salire in cattedra qui.

«Noi abbiamo un corpo docente formato da 137 fra professori ordinari, associati e ricercatori e il suo potenziamento è un punto essenziale della nostra politica. Ma dovrà avvenire con gradualità e senza eccessi per mantenere quel livello qualitativo che è nella tradizione della Bocconi. I 137 posti di ruolo potranno salire a 150, non oltre. Poi aggiunga 99 professori a contratto, 113 borsisti e contrattisti, 130 collaboratori alle esercitazioni, 20 lettori di lingue straniere. Il totale di docenti e collaboratori nelle varie posizioni ascende perciò a 465 unità. Comunque ci adopereremo in ogni modo per evitare una delle più gravi e inammissibili incongruenze della politica universitaria del nostro paese, e cioè la chiusura in atto da alcuni anni, e destinata a protrarsi, del reclutamento delle nuove leve di docenti. La Bocconi, grazie alla sua agilità e ai mezzi di cui dispone, non ha mai sospeso il reclutamento dei giovani studiosi, e su questa strada continuerà. E i laureati bocconiani che hanno la vocazione all’insegnamento non ce li lasciamo scappare.»

I vostri docenti sono pagati meglio dei loro colleghi statali?

«È naturale. I docenti di ruolo, da noi, hanno lo stesso trattamento di base dello Stato. In più hanno la cosiddetta “indennità bocconiana” che ai massimi livelli raggiunge 25-30 milioni l’anno. Però devono fare un minimo di 90 ore di lezione l’anno. Attraverso la SDA, inoltre, i nostri docenti possono aumentare i loro redditi. Ma attenzione: l’inserimento nella carriera accademica dei giovani professori non garantisce loro un posto a vita, e nemmeno esprime un giudizio definitivo sulla loro capacità e attitudine. Alla Bocconi un aspirante docente non può rimanere in posizione di attesa oltre i sette anni. Se entro sette anni non ha dimostrato di essere tagliato per l’insegnamento dovrà scegliersi un’altra strada. Nel corso di questi sette anni, per evitare perdite di tempo svantaggiose per lui e per noi, l’aspirante docente affronta due giudizi intermedi. Se non li supera cambia strada prima.»

Quale strada ha, davanti a sé, un insegnante che la Bocconi finisce per scartare?

«Strade ne ha molte. Con il suo bagaglio di studi e di ricerche, è visto e preso dalle aziende. Tenga conto, poi, che un aspetto particolare della formazione del corpo docente del futuro sarà la frequenza di corsi di perfezionamento all’estero. E questo consentirà agli insegnanti una visione internazionale dei problemi che li renderà ancora più graditi al mondo operativo in genere.»

Durante i corsi di laurea normali i bocconiani non fanno esperienza all’estero? Non si confrontano con gli studenti delle più importanti università economiche d’Europa e d’America?

«Da almeno un decennio noi abbiamo un programma di scambio di studenti e docenti con atenei stranieri. E si tratta di un’esperienza molto positiva che ha suscitato grande interesse fra i bocconiani. Lo scambio di studenti con gli atenei economici francesi, inglesi e americani avviene sulla base di un accordo bilaterale. Il criterio è quello della reciprocità. Quattro, cinque bocconiani, per esempio, vanno alla London Business School e altrettanti da Londra vengono da noi. Frequentano i corsi e sostengono i relativi esami. L’università di origine riconosce il programma svolto e procede alla conversione dei voti ottenuti. Le tasse scolastiche sono pagate all’università di origine. Ma a carico dello studente ci sono le spese di viaggio, vitto e alloggio. Questo ha contribuito a tenere basso, finora, il numero dei nostri studenti che vanno all’estero. Quest’anno sono 40-45. È chiaro: possono andare all’estero solo coloro che hanno delle notevoli possibilità economiche. Ecco perché, dall’anno prossimo, metteremo a concorso dei posti con le spese pagate.»

Quanto dura la permanenza in un’università straniera? E quali sono le università preferite dai bocconiani?

«Il corso è di un intero semestre e viene affrontato dopo che lo studente ha svolto il programma fondamentale del primo biennio. Le università preferite? Nell’ordine: Londra, Parigi, New York. Ma sono disponibili anche Vienna, Tokyo, Rio de Janeiro. Alla Bocconi, poi, vengono anche professori stranieri, e tengono corsi della durata da una a quattro settimane.»

Questo significa che cercate di rendere internazionale la Bocconi?

«Esatto. Negli anni passati abbiamo potuto compiacerci di avere la migliore facoltà di Economia in Italia e la più prestigiosa e importante Business School. Oggi, francamente, questo paragone non è più molto gratificante, se si riflette al livello medio delle nostre istituzioni universitarie. L’obiettivo deve cambiare. Occorre guardare a chi è più avanti di noi, e cercare di raggiungere quel livello in un ragionevole periodo di tempo. La Bocconi deve essere in condizioni di confrontarsi con le migliori università straniere. Una delle quattro caratteristiche essenziali che qualificano la nostra università è appunto questa di saper procedere alla ricerca del nuovo...»

E le altre tre?

«La Bocconi è libera, nel senso che ammette qualsiasi ideologia, ma da nessuna è condizionata. È autonoma, nel senso che non dipende da decisioni esterne, salvo i vincoli legislativi, e opera con mezzi propri. È efficiente, in quanto segue con attenzione, in ogni campo di attività, il rapporto tra costi sopportati e risultati raggiunti.»

Lo scambio degli studenti con le università straniere non trova un ostacolo nella nostra lingua? Gli studenti inglesi o americani interessati ad affinare le loro esperienze in Italia non devono essere molti.

«Appunto. A tal fine potremo rinunciare al principio di reciprocità che fino a oggi ci ha vincolato e ostacolato. Ma intanto vogliamo accrescere lo scambio dei docenti. La presenza di visiting professors stranieri, in prevalenza statunitensi, è stata accolta con grande favore dai nostri studenti. D’altro lato, la presenza di validi docenti bocconiani in università straniere migliora la conoscenza e la fama della nostra università.»

Oltretutto i visiting professors accrescono l’interesse degli studenti. Così come i pubblici dibattiti, le conferenze nell’aula magna di grossi personaggi. Quali sono stati i personaggi più graditi dai vostri allievi?

«Mi piace ricordare il convegno su “L’innovazione finanziaria” con l’intervento di Ciampi, il governatore della Banca d’Italia. Il dibattito su “I giovani e il lavoro” con il ministro De Michelis. Il convegno sul “Caso Rizzoli”. Il convegno su “Economia, etica e scelte dell’imprenditore” con l’intervento del cardinale Martini. C’erano De Benedetti e Lombardi a rappresentare gli imprenditori...»

Che gli studenti applaudirono con entusiasmo...

Il professor Guatri si limita a sorridere. Comprendiamo il suo riserbo. «I bocconiani applaudirono soprattutto Giancarlo Lombardi, l’imprenditore tessile, quando denunciò il «drammatico ritardo culturale e morale del sindacato», e quando si chiese: «Come mai la sanzione del fallimento vale solo per gli imprenditori? Quanti dovrebbero essere i professori, i professionisti e i politici a dover lasciare i loro incarichi per manifesta incapacità?» Il Corriere della Sera commentò che in sostanza, con quella rumorosa manifestazione di assenso, i bocconiani volevano dire: «Siamo qui e ci candidiamo a essere noi la classe dirigente di domani».

Professore, tra gli ospiti dell’aula magna più applauditi c’è stata anche Loredana Bertè, con il pretesto di un dibattito sulla crisi del disco.

Il rettore alza le braccia e ora ride con franchezza: «Quello è stato uno scherzo goliardico che non si è più ripetuto».

Hanno scritto che lei, dando l’assenso per quella riunione, non sapeva di preciso chi fosse la Bertè.

«Sì, è più che probabile...»

Ritorniamo alle cose serie. Quanti sono i corsi di laurea della Bocconi? E qual è il più frequentato?

«Sono tre. “Economia aziendale”, “Economia politica” e il “DES, Discipline economiche-sociali”. I primi due durano quattro anni, il terzo cinque. Il più frequentato è il primo. Nell’ultimo anno le lauree in Economia aziendale sono state 551, quelle in Economia politica 54, e in DES 30. I giovani che vengono alla Bocconi vogliono fare soprattutto i manager.»

La ricerca è punto di forza della Bocconi?

«Quella condotta a livello individuale lo è sempre stata. È il vero motore del progresso delle discipline e fornisce alla didattica basi continuamente rinnovate e adattate ai tempi. Un tipo di ricerca che di norma si traduce nella pubblicazione di libri, di saggi, di articoli. Le collane di libri e le nostre riviste specializzate sono il suo risultato diretto. Di recente, tuttavia, la ricerca è stata affrontata come impegno collegiale. Sono nati dei centri di ricerca, dei gruppi organizzati con un definito regolamento, una propria gerarchia, un propria struttura e un bilancio autonomo. Oggi la Bocconi conta ben 18 centri di ricerca...»

Che lei, però, nel discorso d’apertura dell’anno accademico ha in un certo senso criticato.

«Non li ho criticati. Ho detto che questi centri sono nati per generazione spontanea, a iniziativa dei singoli studiosi o di limitati gruppi, con scarsi collegamenti tra di loro, al di fuori di un discorso complessivo. Essi si rivelano forze altamente dinamiche, ma talvolta anche dispersive, con sovrapposizioni. Operano in modo isolato. Non hanno una linea comune. Anche questa, d’altronde, è un’applicazione dell’idea di libertà, riferita al settore della ricerca. Idea che va difesa e consolidata. Ma ciò non toglie l’opportunità di coordinare i vari centri, di sostituire allo spontaneismo un minimo di programmazione, di ordine.»

Professore, chi sono i bocconiani più illustri?

«Di bocconiani illustri ce ne sono moltissimi. L’università è stata fondata nel 1902 da Ferdinando Bocconi, vero innovatore della tecnica e della tradizione mercantile milanese, che volle così onorare la memoria del figlio Luigi caduto nella battaglia di Adua del 1896. Provo a citare qualche nome. Furio Cicogna, che è stato presidente della Bocconi. Giordano Dell’Amore, che è stato rettore. Industriali come Borletti, Bassetti, Alemagna, Zucchi, Galtrucco, Falck. Bancari come Baffi, Ossola, oltre a Dell’Amore s’intende. Dirigenti e uomini d’affari come Luraghi, Massacesi, Faina, Dubini, Rosolino e Salvatore Orlando, editori come Hoepli, Angeli, Giuffrè. Professori ed economisti come Pasquale Saraceno, come Gasparini, che è stato il mio predecessore al rettorato. E Boldrini, Mazzotta, Monti...»

E ora, professore, ci vuol spiegare cos’è, di preciso, la Business School della Bocconi?

«I nostri “prodotti” didattici riguardano anche la formazione postlaurea. E i corsi post-laurea sono svolti dalla SDA, la Scuola di Direzione Aziendale che oggi è la più importante Business School in Italia, tra le più accreditate in Europa. Per offrire un’idea del volume di attività svolto dalla Scuola bastano i seguenti dati: nell’ultimo anno i corsi e i seminari svolti sono stati 217 che hanno raccolto ben 5329 iscritti.»

Iscritti bocconiani?

«No, no. Si tratta di laureati presso altre università. E per un buon venti per cento dirigenti di amministrazioni pubbliche. Nel 1985, tra le nuove iniziative della SDA, vi sono da segnalare i corsi per l’Azienda autonoma delle Ferrovie dello Stato, il corso di Management per primari ospedalieri, il corso di perfezionamento in diritto tributario, il corso per giuristi d’impresa. Particolare attenzione merita il progetto “Gemini” per formare nuovi imprenditori: un progetto sperimentale al quale la SDA dedica notevole impegno.»

Mi faccia capire. Quanti anni durano questi corsi?

«Durano qualche mese. Dipende dalla loro importanza. E sono tutti corsi part-time, che in genere si svolgono il venerdì e il sabato. Il corso più lungo, quattordici mesi filati, con un impegno di 10-15 ore al giorno, è quello della divisione Master aperto a laureati nelle varie discipline accademiche, preferibilmente con qualche anno di esperienza di lavoro e a coloro che abbiano conseguito all’estero titoli di studio equivalenti. In maggioranza sono gli ingegneri che partecipano a questo corso.»

Sono molti i partecipanti?

«Il primo anno, nel 1975-76 furono 24. Poi abbiamo avuto una media di 45-50. Lo scorso autunno ne abbiamo ammessi 73, di cui sette stranieri. Ma tenga conto che i candidati sono stati circa un migliaio. La nostra selezione è drastica. Questo dice tutto sul valore del nostro diploma di Master. Per la dodicesima edizione prevediamo di sdoppiare i corsi, per non deludere la crescente richiesta. L’obiettivo di fondo della Divisione Master risiede nel formare elementi che sappiano affrontare i problemi di gestione di un’impresa in tutta la sua complessità. Fino a poco tempo fa, in Italia, la formazione per dirigere un’impresa doveva essere conquistata lentamente attraverso l’esperienza diretta, oppure doveva essere acquisita nelle business school straniere. Le diverse facoltà universitarie italiane non offrono infatti quella formazione necessaria per fronteggiare un ambiente mutevole, incerto e complesso, né per intraprendere con successo una carriera direttiva aziendale, ma preparano degli specialisti in una sola dimensione del lavoro. In questo quadro di esigenze la Bocconi si è assunta il compito di realizzare per prima in Italia un corso, appunto, che crei dei dirigenti davvero moderni ed efficaci. Oggi, nelle imprese italiane, operano più di 400 nostri diplomati Master in Direzione Aziendale. Presto, con la collaborazione di molte imprese, daremo vita al corso di Master internazionale per preparare manager a livello internazionale capaci di lavorare in qualsiasi ambiente e qualsiasi Paese, con una cultura internazionale approfondita che sarà acquisita svolgendo il corso per sei mesi in sede e sei all’estero, presso università e aziende straniere.»

Quanto costa un corso di Master? E quante donne vi partecipano? E qual è la provenienza regionale dei suoi iscritti?

«L’attuale corso di Master costa sui dieci milioni. Sul piano economico l’intera SDA è pienamente autosufficiente e non assorbe, semmai genera, mezzi finanziari. La percentuale delle donne è del 16 per cento. La provenienza: il Nord fornisce il 57 per cento dei selezionati, il Centro il 22, il Sud e le Isole il 14, l’estero il 7 per cento.»

Professore, lei è chiamato il re dei commercialisti milanesi, i suoi incarichi professionali sono prestigiosi, i suoi collaboratori sono detti «guatrini», e i suoi salvataggi di aziende in difficoltà sono citati come esempi di alta medicina economica. Vuol parlarci di questi salvataggi?

Il professor Guatri si schermisce con un gesto delle mani. Poi dice: «Sui miei salvataggi pubblico ora un libro».

Il salvataggio più arduo e che le ha dato più soddisfazione qual è stato?

«Penso quello della casa editrice Rizzoli. Quando fui nominato suo commissario giudiziale, nell’ottobre 1982, tutti dissero che la mia era un’impresa disperata. Io invece ero fiducioso. L’azienda “tirava”. La mia diagnosi fu positiva. E la mia terapia abbastanza semplice. Prima di affrontare i problemi finanziari bisognava migliorare i conti economici. È andato tutto bene. E ora posso dire che, entrando nella Rizzoli risanata, i suoi nuovi proprietari hanno fatto un ottimo affare.»