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Il mondo di Guatri

2026/18

Trezzo sull’Adda. Dalla «favola vera» al porto fluviale che ha funzionato nei secoli

Una favola vera

Il «trezzese-doc» Romano Tinelli scrive su di me l’articolo «Una favola vera», che riporto integralmente. Ricordo che Tinelli è stato un operaio e ha studiato fino alla quinta elementare; eppure quando vi è l’intelligenza e l’intraprendenza si può anche diventare brillanti scrittori; e non solo nel dialetto trezzese.

Quando nel 1984 il Corriere della Sera riportò in prima pagina, in bella vista per giunta, che il professor Luigi Guatri di Trezzo sull’Adda era stato nominato Rettore Magnifico dell’Università Bocconi, pochi trezzesi, che io ricordi, ebbero un orgoglioso soprassalto. Ma come? Un compaesano arriva in vetta alla «piramide del sapere», diventando, forse senza forse, uno dei personaggi più importanti di sempre della nostra storia secolare e noi? E noi niente. Una valida scusante c’era: già allora di Guatri in paese non ce n’erano più da un bel po’, per cui a partire, diciamo, dalla mia generazione nata a cavallo della Seconda guerra mondiale in poi, quel cognome era un «Carneade».

Invece io un soprassaltino lo feci perché, per pura combinazione, un Guatri, e moglie, l’avevo conosciuto (io e altri tre o quattro allora giovani operai trezzesi) nel lontano 1963, durante una crociera organizzata dall’Orobia (società che gestiva la corrente prima dell’Enel) per i suoi dipendenti. Si chiamava Edmondo Guatri (classe 1900) e la moglie Rosa Cereda (1903); si erano traferiti prima della guerra a Treviglio dove «lui», che prima faceva il tecnico giù in Centrale Taccani, era diventato nientemeno che capo-zona.

Nota: ora sappiamo che proprio «loro» erano i genitori del professore e che adesso riposano nella cappella di famiglia nel nostro e loro cimitero.

Giusto a metà degli anni Novanta, nell’ascoltare i ricordi d’inizio secolo di mia zia Elvira (ricordi che avrei poi dovuto trasformare nell’ennesimo articoletto per l’indimenticabile Balverda), «saltò fuori» un altro Guatri, anzi, il più importante di tutti. Sentite. Mi raccontò (zia Elvira appunto) che durante la guerra 15/18 gli aeroplani austriaci di tanto in tanto venivano a bombardare la Centrale e che, per prendere rincorsa e mira, passavano a bassa quota sopra la sua Scuola in Piazza Crivelli. Ebbene, in quei frangenti il bidello che si chiamava Guatri (!), passava correndo di classe in classe «gridando sottovoce» per non farsi sentire dal pilota «che se no ci bombardava anche noi» (evidentemente una bugia strategica per evitare il panico) diceva: «Ssssst! Giò, giò, scuculis gio sóta al bonch». Ecco, quel bidello era il padre di Edmondo Guatri, quindi nonno del professore. A quel punto le vicende legate a quel cognome mi intrigavano più che mai e quindi pregai la zia di non fermarsi... e lei non si fermò. Fu così che mi raccontò di come fino all’età di quattordici anni fosse vissuta in via Giovine Italia («curt dal Duneda») e che lì abitavano anche i Guatri. Loro però erano nel cortiletto centrale ma un po’ defilato, esattamente nei locali sulla destra appena aldilà del cancelletto tutt’ora esistente. Coi genitori c’erano quattro fratelli e tre sorelle, una delle quali, la Dina, era sua intima amica. E poi che «...erano tutti bravi ragazzi, intelligenti, bravissimi a scuola e tutti facevano carriera sul lavoro...».

Nota: ora sappiamo che Dina è la nonna di un sacerdote, oggi vicerettore del Seminario di Venegono, che ha scritto volumi sul «rito ambrosiano» ed è in questo campo il più ascoltato «esperto» del cardinale Tettamanzi. Severina, la figlia maggiore del nonno, diventata Suora di Clausura col nome di Madre Carmela, fu per molti decenni, fino alla morte, un punto di riferimento importante per l’ordine delle Clarisse-francescane, nonché Abbadessa a Roma nel convento principale di via Aurelia Antica. Domenico invece morì nel ’38 a soli venticinque anni in un incidente sul lavoro. Mario emigrò, grazie alle sue grandi competenze tecniche, a Buenos Ayres (era direttore tecnico di un’importate fabbrica di ceramica) verso il 1950 e là visse fino alla morte. Sempre là vivono i suoi figli, tra cui Franco (classe 1938), nipoti, bisnipoti: diversi di loro (mogli comprese) sono tra i più rinomati medici di quella città. Nel 2008, a margine della cerimonia di conferimento da parte del Comune della «Cittadinanza Onoraria» al professore, mio figlio Alberto gli fece dono del mio libro (scusate se mi cito, ma è necessario) Stori da Très - Stori da Lumbardia sul quale c’è un capitoletto che racconta la drammatica avventura accorsa per sbaglio il 25 aprile 1945 in Milano al sopramenzionato zio Mario, allora trentacinquenne. Il professore, che fin allora ignorava l’accaduto, mi scrisse una bella lettera contenente alcune precisazioni e mi donò a sua volta il suo ultimo libro (che non è uno dei suoi «soliti» e innumerevoli libri su cui si preparano gli universitari di tutta Italia) intitolato Li ho visti così - 1 col quale, intervistato da Ermes Zampollo, racconta dei «protagonisti di università, industria, banca, professione nell’ultimo mezzo secolo da lui conosciuti». Sul risvolto di copertina poi, sia pur in «formato francobollo», si legge: «Luigi Guatri è professore emerito e Vice Presidente dell’Università Bocconi. Dalla sua Scuola provengono molti tra i più illustri accademici in tema di Marketing, di Finanza, di Valore. Su questi argomenti è autore di opere che hanno avuto grande diffusione. Nel corso di sessant’anni di vita professionale è stato consulente, in particolare in tema di valore, di quasi tutti i grandi Gruppi italiani e di alcuni di livello internazionale».

Da quel momento ci scrivemmo varie lettere, fino a che il professore mi chiese di accompagnarlo in giro per Trezzo per rivedere i luoghi a lui cari. E venne il giorno. Appuntamento sotto il campanile e poi via: piazza Crivelli a vedere la «scuola del nonno», a seguire una puntata al «Gabbiano» per informarsi e acquistare tutti gli ultimi libri su Trezzo, che Marco aveva preparato in bella vista. Nel trasferimento verso la corte di via Giovine Italia, mitigatosi in me il complesso «dell’imbranato» che mi sentivo cucito addosso per l’occasione, mi permisi di fargli una domanda che solo uno come me poteva fargli: «Professore, ma come ha fatto ad arrivare dove è arrivato?». Lui si fermò in mezzo alla strada (non c’era in giro nessuno, solo noi due) e poi: «Beh, diciamo che sono sempre stato il primo della classe, dalle elementari, alle medie, alle superiori e anche all’università. Faccia conto che mi sono laureato a 22 anni e dopo sei mesi il professor Zappa (il maestro dei maestri, fondatore dell’Economia aziendale) mi mise in cattedra alla Bocconi...» [leggasi: «mi mandò in aula» nota dell’autore del libro] Capito tutto! In «curt dal Duneda», grazie alla disponibilità dell’attuale proprietaria, s’è visitata da cima a fondo «la casa del nonno». Quindi un’occhiata nostalgica alla scuola di piazza Italia e all’Asilu di sciuri. In via Santa Caterina, lunga sosta davanti alla casa dove è nato nel 1927 (si entra da quella portina che si affaccia sulla strada fra il portone del Pedrali e la corte dei Perego, suoi cugini da parte di madre). Tornando poi passo-passo verso piazza Crivelli, dove l’attendevano la segretaria e l’autista, gli ho raccontato un po’ di Trezzo e dei trezzesi, comprese le virtù (tante) e i difetti (pochi, quasi niente). Infine, a coronamento di un avvenimento che, credetemi, stento ancora oggi a credere sia capitato proprio a me, ci siamo salutati con un caloroso arrivederci, tipico di quando è andato tutto bene e si è stati bene insieme.

Adesso saluto anche voi. Prima però mi sento di dare al sindaco Villa e ai trezzesi tutti un consiglio spassionato: Onoriamoci di invitare questo nostro straordinario concittadino a Trezzo per un «incontro», servirà a conoscerci come si deve e a dimostrarci reciprocamente che ci apprezziamo, meritiamo e vogliamo bene.

Romano Tinelli

Bagai de la Mesaga

Lo stesso Romano Tinelli nel libro Stori da Très – Stori da Lumbardia scrive un episodio riguardante mio zio Mario Guatri (fratello di mio padre). L’episodio è riferito alla fine dell’ultima guerra.

Guerra 40/45. Milano. In uno stabilimento dove si faceva «produzione bellica», s’era formata, in tutta segretezza, una squadra di partigiani.

Cosa facevano? Poco, perché i rischi erano grossi: di giorno, in ditta, si davano ai piccoli sabotaggi come togliere la corrente o nascondere gli attrezzi; di notte invece giravano per le vie a «ruotare» i cartelli stradali per creare confusione al traffico militare.

Intorno al 25 aprile, con gli alleati che stavano arrivando e i tedeschi intenti a scappare, erano usciti allo scoperto per unirsi ai partigiani arrivati da via; giravano così per la città alla ricerca di fascisti, o presunti tali, che poi richiudevano in uno stanzone (chiamato «camera della morte») del loro stabilimento per poi fucilarli contro un muro in fondo al piazzale dello stesso.

Un giorno un partigiano di Trezzo di guardia all’esterno dello stanzone, guardando per curiosità all’interno attraverso una finestra, avevano notato fra i «prigionieri» Mario Guatri, anche lui trezzese, che a Milano faceva il tecnico in una ditta.

Il partigiano, sicuro che Mario non fosse fascista (c’è il sospetto sia lì per errore o, peggio, per una denuncia del tipo «vendetta personale» allora tragicamente in voga...), s’era subito accordato con l’altro per lasciarlo andar via; infatti l’aveva chiamato fuori e dopo avergli intimato di «non camminare rasente i muri, non correre e non guardare indietro», gli aveva detto «ciao» e mandato a casa.

E così Mario si era salvato.

P.S. = I Guatri erano la famiglia del bidello della scuola elementare di piazza Crivelli; abitavano nel cortile «del Duneda» (via Giovine Italia proprio in fondo).

Erano tutti ragazzi intelligenti e studiosi, che facevano carriera sul posto di lavoro. Uno di loro infatti, non tanto tempo fa, è stato Rettore all’Università Bocconi di Milano (roba da «situla» insomma). Adesso non abitano più in paese, ma ci tornano spesso perché a metà del Cimitero, tutto a sinistra, contro il muro, hanno la Cappella con i loro cari.

Il porto fluviale di Trezzo

Ho letto con emozione il fascicoletto di Cristian Bonomi Le rive al porto e il traghetto di Trezzo, in cui lo storico Vincenzo Sala scrive il contributo intitolato «La storia dei luoghi è fatta anche di passi perduti e dimenticati»:

Cristian Bonomi ricompone con la passione, la penetrazione e lo stile che gli sono consueti le tracce dei «passi» che hanno segnato più a lungo, e non lievemente, il suolo di Trezzo sull’Adda: i «passi» antichi che conducevano al porto fluviale, rimasto dal Medioevo fino alla prima età unitaria il cuore del sistema territoriale e comunicativo trezzese e capriatese.

Per molti secoli, le strade principali di Trezzo (ma anche della dirimpettaia Capriate) erano indiscutibilmente quelle che portavano alla riva del fiume, calandovi quasi a perpendicolo. Vie suddivise necessariamente in rampe, ripide e sconnesse, per lo più scomode da discendere e scomodissime da risalire, specialmente con carri e mercanzie; vie poste costantemente sotto l’alea degli eventi meteorologici stagionali e delle emergenze idro-geologiche, non infrequenti sulla franosa scarpata fluviale. La contrada più animata e trafficata del borgo era la via Valverde, inizio della calata verso l’area portuale: qui si accentravano non solo i transiti di persone e carri a traino animale, ma anche gli scambi, il commercio, la vita sociale e relazionale. Il rione che affacciava le sue vecchie case e le sue botteghe alla strada pavimentata in ciottoli – un po’ aristocratico e un po’ pittoresco – era il cuore pulsante della comunità. Il colpo di cesoia alla lunghissima centralità della Valverde arrivava soltanto nel 1886, con l’attivazione del ponte stabile in acciaio fra Trezzo e Capriate. Quest’opera innovativa mandava in archivio l’epopea del «porto natante» tra la sponda milanese e quella bergamasca, incentrato sul traghetto a sfrutto di corrente che aveva iniziato a funzionare in età visconteo-sforzesca, trasportando pedoni, persone a cavallo, animali e carriaggi agricoli e mercantili. Ma la nuova infrastruttura faceva tabula rasa anche di equilibri semi-millenari, spostando l’asse dei transiti, delle comunicazioni e dei commerci dalla Valverde alle più periferiche vie Biffi e Sala (utilizzo qui le denominazioni attuali), che immettevano all’inedito valico fluviale rimanendo rettilinee e sul piano alto. Di fatto, tali importanti mutamenti determinavano modifiche sostanziali negli assetti della vita locale, aprendo nuovi scenari all’espansione urbanistica, viaria, edilizia, artigianale e commerciale. Non è certo un caso se Trezzo, pervenuta all’appuntamento con l’unificazione nazionale con un «equipaggio» inferiore alle 3500 persone, entrava nel XX secolo con una consistenza aumentata a oltre 5300 abitanti. Il differenziale non l’aveva fornito soltanto l’aggregazione, nel 1869, del piccolo e rurale Comune di Concesa, ma veniva anche dalla spinta propulsiva impressa dalla nuova comunicazione stradale e, dal 1890, anche ferrotranviaria con l’Ovest Bergamasco. L’esplosione sulle due rive saldate dall’acciaio dell’industria manifatturiera, innescata dai Crespi di Busto Arsizio e da altri solidi imprenditori, era certo il più potente catalizzatore dello sviluppo locale e zonale.

Il porto fluviale spirato nel nono decennio dell’Ottocento era rimasto per secoli il vero e proprio hub del Trezzese. Vi transitavano persone, derrate, materie e combustibili: Bonomi ci ricorda, per esempio, come il prezioso carbone della veneziana Val Gandino prendesse proprio qui – dopo essere disceso al fiume a Capriate lungo un pendio così ripido da frantumarlo in molti pezzi – la via idrica per Milano, cioè il Naviglio della Martesana. Stazione del traghetto e incile del canale sforzesco formavano di fatto una sorta di «interporto», autentico snodo della logistica zonale.

L’approdo trezzese faceva parte della serie portuale dell’Adda Inferiore, che cominciava a Nord con il porto di Olginate e scendeva giù fino a quelli di Cassano e Rivolta Secca, ormai fronteggianti la pingue piana irrigua della Gera d’Adda bergamasco-cremasca e lodigiana. Dall’età viscontea fino alla prima età unitaria, tali infrastrutture avevano mantenuto – non senza coordinazione e integrazione tra loro e con l’antico sistema delle fortificazioni rivierasche – il ruolo di punti nevralgici lungo il confine geografico orientale dello Stato, poi governatorato milanese. I duchi e i governatori milanesi nel tempo avevano accordato i diritti portuali del Medio Adda a famiglie fedeli e di rango, quali i Marliani, i Litta, i Melzi, i Villani: aggregazioni parentali capaci di gestire i porti con vera mentalità imprenditoriale, facendone dei lucrosi investimenti. A loro volta, costoro investivano nei luoghi i portinari addetti al servizio: figure che Bonomi rievoca tracciando una sorta di «genealogia portuale». I traghetti e le stazioni di imbarco e sbarco funzionavano solo nelle ore di luce ed erano sorvegliati militarmente. Le funi tese tra le due rive trainavano un’economia «diurna» fondata sull’agricoltura cerealicola e vinicola, sull’industria estrattiva e sul commercio di manufatti; ma nei dintorni dei porti si aggirava anche la presenza spettrale e notturna dall’economia illegale, dei traffici illeciti e del contrabbando: una presenza non residuale, considerato che l’Adda da Lecco a Capriate era l’inquieto e tormentato confine con lo Stato veneziano.

Fino alla sua dismissione nel 1886, al porto di Trezzo toccava di testimoniare una lunga sequela di eventi civili e militari: non senza contese, vertenze e litigi. Cristian Bonomi ha rinvenuto nell’archivio comunale trezzese e in quello governativo milanese le tracce di alcuni di questi fatti e fatterelli, che certamente insaporiscono la sua intensa ricostruzione. Nel 1682 – per esempio – un incidente d’acqua tra il traghetto e un naviglio carico di legna causava un danno per 500 scudi e il conseguente contenzioso tra i gestori del porto e il conduttore dell’imbarcazione (tale Pietro Biffo). Non si contano invece, nei secoli, i transiti dall’area portuale di truppe in armi: transiti sempre burrascosi e inevitabilmente accompagnati da danneggiamenti e requisizioni di materiale in uso al porto e ai traghettatori. Tutte le campagne militari dal Medioevo al 1859 devono avere avuto «riflessi» importanti (e mai troppo corroboranti) sui luoghi e sulle strutture portuali.

L’epilogo di una vicenda densa di accadimenti non solo locali iniziava a scriverlo al tavolo di lavoro, tra il 1881 e il 1884, un giovane ingegnere svizzero di nome tedesco e lingua francese: il neuchatelino Jules Rothlisberger. Il tecnico elvetico redigeva infatti il progetto del nuovo ponte in acciaio tra Trezzo e Capriate, affratellando l’Adda all’Aar e al Danubio su cui andava ideando altri eleganti archi metallici. Le planimetrie del Rothlisberger erano sentenze di morte: condannavano il porto medievale alla dismissione e declassavano tutti i suoi accessi e il suo «indotto» nel territorio. Nel settembre del 1886, dopo due anni di cantiere in muratura e in acciaio, il viadotto veniva inaugurato ufficialmente, aprendo la contemporaneità nel Trezzese. Un mese dopo, Pietro Guglielmetti si aggiudicava all’asta, per sole 300 lire, i resti del porto: era la fine, un po’ modesta e sottotraccia, di quattro secoli di storia.

Era anche il tramonto definitivo della storica matrice di Trezzo – militare, rurale e portuale. L’alba del Novecento avrebbe visto accendersi sul promontorio e sul piano trezzese le luci elettriche delle fabbriche e delle case, quelle che vediamo ancora oggi. A pochi passi dal porto smantellato e messo all’asta, nell’ombra antica della fortezza di Bernabò Visconti, le turbine Francis della centrale Crespi (poi Taccani) avrebbero eseguito per un secolo e più l’atonale partitura della contemporaneità.

I viaggi fluviali dalla terra bergamasca a Milano

I viaggi fluviali dalla terra bergamasca fino al porto di Milano sono genialmente presentati nel film L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Esso fa capire a coloro che oggi spesso si lamentano della povertà, che almeno essi… hanno le scarpe e non gli zoccoli di legno.

Su Il Giorno del 22 febbraio 2018 appare un articolo di Amanzio Possenti (trevigliese) dal titolo «I quarant’anni de L’albero degli zoccoli».

Il film di Ermanno Olmi L’albero degli zoccoli – premiato nel 1978 con la Palma d’Oro al Festival del cinema a Cannes – celebra i suoi quarant’anni con un singolare percorso nei luoghi della terra bergamasca dove fu girato. L’avvio dell’iniziativa – voluta da sette comuni dove Olmi ambientò le vicende del protagonista Batistì e della sua famiglia – si terrà sabato a Treviglio, la città dove Olmi visse fino al matrimonio. Al Teatro Nuovo Treviglio – presenti Elisabetta, figlia del regista, il ristretto gruppo di attori superstiti (fra quelli presi allora dalla strada e che ebbero grande successo) – si terrà la presentazione del programma delle iniziative del quarantesimo. Tra gli ospiti la regista Federica Ravera, che presenterà parte di un docufilm in corso di realizzazione, e il segretario di produzione de L’Albero degli Zoccoli, Enrico Leoni.

Le proposte delle celebrazioni prevedono un ciclo di sette convegni negli altrettanti comuni coinvolti – Calcinate, Cividate, Cortenuova, Martinengo, Mornico al Serio, Palosco e Treviglio – un tour nei luoghi dell’Albero degli Zoccoli, proiezioni commentate del film, sagre a tema, rievocazioni di vita contadina e pubblicazioni celebrative a fine anno 2018.

Negli incontri si parlerà della figura della donna sul finire dell’Ottocento, della forza del dialetto come mezzo di comunicazione rapido ed efficace, dell’architettura rurale, della società ottocentesca di provincia e dei valori religiosi connessi, dell’alimentazione e dell’agricoltura quale strumento di vita e di difficoltà. Coinvolte nelle iniziative anche le scuole bergamasche. La mattinata di sabato a Treviglio sarà introdotta da Raffaele De Berti, professore associato all’Università degli Studi di Milano dove insegna «Storia e critica del Cinema e Cinematografia documentaria», con un intervento volto a inquadrare al figura di Ermanno Olmi e il film all’interno del contesto nazionale e internazionale della storia del cinema.

Saranno commentati spezzoni del celebre film appositamente proiettati.

1

Su Ermanno Olmi si veda il capitolo 12.