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Il mondo di Guatri

2026/18

La mia vita all’Università Bocconi: dal 1945 a oggi

Da 69 anni (1949-2018) ho un rapporto di collaborazione con l’Università Bocconi, dove ho percorso – senza soste – gran parte della mia vita accademica. I periodi in cui ho insegnato all’Università di Genova (come professore incaricato, 1952-54) e all’Università di Parma (come professore di ruolo 1960-69) non hanno mai interrotto questo rapporto. Alla Bocconi mi sono iscritto nel 1945 (appena terminata la guerra). Venivo a Milano da Treviglio sui «carri bestiame», scendevo alla stazione di Lambrate, quindi in tram mi portavo nei pressi della Bocconi proseguendo poi a piedi (nei primi anni anche scavalcando le macerie).

Insegnamenti all’Università di Parma e all’Università Cattolica di Milano

Nell’anno accademico 1963/64 fui chiamato in Bocconi a ricoprire un insegnamento complementare: «Le ricerche di mercato»; nel frattempo, ero stato chiamato a Parma quale professore titolare per la cattedra «Tecnica industriale e commerciale». Là sarei rimasto dal 1960 al 1969.

In realtà, già da qualche anno avevo cominciato a insegnare questa disciplina, inizialmente sotto «mentite spoglie», poiché il ministero della pubblica istruzione non voleva saperne di usare un termine «straniero»: e la parola marketing non risultava dai vocabolari di lingua italiana! Quam mutatus ab illo: oggi è quasi vietato esprimersi in italiano. Al marketing mi sarei dedicato per quasi tre lustri (1962-79) – e non solo a Parma e alla Bocconi, ma anche per tre anni alla Cattolica. Del lavoro svolto in quella direzione sono buoni testimoni numerosi saggi, dedicati soprattutto a esplorare i temi della pubblicità, tra cui il libro che mi valse la «conferma» alla cattedra, al quale il presidente della commissione giudicatrice Salvatore Sassi dedicò parole lusinghiere, del costo della distribuzione commerciale (che in Italia è sempre stato molto elevato); oltre la trattazione sistematica del marketing, in ampi volumi ecc.

In Bocconi «le mentite spoglie» si tradussero dapprima nell’insegnamento di un complementare dall’improbabile titolo di «Tecnica commerciale dei prodotti agricoli» – nel periodo 1961-65 – e solo più tardi trovarono spazio in una più pertinente «Tecnica industriale e commerciale», un fondamentale che insegnai dal 1965 al 1969.

1969: la «chiamata» in Bocconi

Nel 1969 Giordano Dell’Amore, il capo riconosciuto degli aziendalisti dell’epoca, mantenne la promessa che mi aveva fatto sei anni prima (quando Tommaso Zerbi mi propose di trasferirmi dall’Università degli Studi di Parma all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, egli me lo impedì) e mi chiamò – con voto unanime del Consiglio di Facoltà – come ordinario di «Tecnica industriale e commerciale» in Bocconi.

Presi servizio presso l’omonimo Istituto, all’epoca diretto da Giorgio Pivato, col quale ebbi sempre una coesistenza felice. Giorgio era un vero amico e non dimenticherò mai che, nel 1960, mi aveva portato a vincere il concorso a cattedra, con la conseguente «chiamata» a Parma.

Nel 1971 alla mia cattedra fu attribuita la denominazione di «Economia delle aziende commerciali» (che – come abbiamo già visto – per me significava «marketing»).

La soppressione della facoltà di Lingue della Bocconi

La facoltà di Lingue suscita in me ricordi dolci e amari. I ricordi dolci si connettono al periodo in cui ero studente di secondo anno (1946/47), quando il neonato corso di laurea in «Lingue e letterature straniere» ci portò centinaia di belle ragazze, che si mescolavano (nei corridoi, a pranzo ecc.) a noi di «Economia e Commercio», che di ragazze ne avevamo pochissime (2-3 per anno!).

I miei ricordi amari riguardano la soppressione della facoltà. «Lingue» era, infatti, divenuta il «covo» della contestazione studentesca.

Dell’Amore, a quel tempo rettore, dopo aver tentato invano di calmare gli animi dei più accesi contestatori e di avviare una stagione di riforme, si vide costretto, d’accordo con il presidente del consiglio d’amministrazione, a togliere di mezzo Lingue e letterature straniere, bloccando le iscrizioni, di maniera che, nel giro di quattro o cinque anni, la facoltà si estinguesse.

La decisione fu presa senza consultare il Senato accademico; e della cosa si adontò molto Innocenzo Gasparini, allora preside di «Economia e Commercio», che apprese la notizia dal Corriere della Sera; mentre avrebbe desiderato che il tema fosse dibattuto almeno davanti alle autorità accademiche.

Io sono, peraltro, di parere diverso. In quel momento si doveva pensare a salvare la Bocconi e ciò imponeva decisioni rapide e drastiche che si sarebbero chiaramente stemperate se discusse in Senato accademico.

Del resto – se ben ricordo – tutti gli aziendalisti erano del mio stesso parere.

Direttore dell’Istituto di economia delle aziende industriali e commerciali

Quando Giorgio Pivato, la cui salute da qualche tempo lasciava a desiderare, raggiunse i limiti di età e uscì dai ruoli, secondo le regole del tempo avrebbe potuto conservare per cinque anni la direzione dell’Istituto.

Ma volle che subito l’assumessi io. Ciò accadde il primo novembre 1981 (cioè di fatto a valere dall’anno accademico 1982/83). Furono – credo – gli anni più impegnativi della mia lunga vita bocconiana, in quanto nel periodo alla direzione dell’Istituto si aggiunse la carica di consigliere delegato (dal 1974) e, di lì a poco, alle due precedenti si sarebbe assommata quella di rettore.

Nei vent’anni che ressi l’«Istituto di economia delle aziende industriali» ebbi l’opportunità di chiamarvi alcuni miei allievi; non tutti quelli che avevo messo in cattedra, che sono ben 12, naturalmente. Mi rimane il rammarico di non aver potuto aiutare i più giovani collaboratori (per esempio Laura Zanetti e Andrea Amaduzzi), che non feci in tempo a portare in cattedra, anche se l’avrebbero ben meritato.

In Bocconi avevo cominciato a insegnare nel dicembre del 1949, chiamato da Gino Zappa; l’ultima lezione la tenni nel maggio 1999: erano trascorsi cinquant’anni!

Il Corriere della Sera dell’8 maggio 1999 ricordò quel momento con un articolo a firma Gian Guido Vecchi:

L’ex rettore saluta gli allievi della facoltà dopo 50 anni di insegnamento – Professor Guatri, ultima lezione in Bocconi. Inizia la lezione come niente fosse. Unico indizio, una frase buttata lì a metà dell’ora: «Alla fine vorrei riservarmi dieci minuti per parlarvi di altre cose…». Di lì a poco riordina i fogli, sorride ai 39 ragazzi seduti davanti a lui: «Non posso chiudere la lezione di oggi senza ricordare che questa è la mia ultima lezione…».

Università Bocconi, aula «B», ore 9.45. Il professor Luigi Guatri lascia l’insegnamento, dopo mezzo secolo. Si era laureato in via Sarfatti a neanche 22 anni, con un maestro come Gino Zappa.

Cinque mesi più tardi, nel novembre 1949, lo stesso «fondatore» dell’Economia aziendale lo aveva fatto debuttare come insegnante: «Aveva voluto che mi accompagnasse il bidello, tale Cavazza, – ricorda. E il bidello avvertì gli studenti: «Ragazzi, guardate che questo è il professore!». Da allora ne ha fatta di strada, il professor Guatri. È stato il primo a insegnare il marketing, «anche se a metà degli anni Settanta il Ministero non voleva che si chiamasse così: si parlava di Tecniche commerciali. Nominato consigliere delegato della Bocconi nel 1974, con Spadolini presidente, ha risanato l’ateneo. Fu lui a introdurre le fasce di reddito e il numero chiuso: perché «l’equilibrio di bilancio è il solo ad assicurare la piena autonomia a una università libera».

Ha risanato una quantità di aziende (nell’autunno 1982 divenne per esempio commissario giudiziale della Rizzoli): perché «occorre calarsi nella realtà, per essere buoni teorici». Quindi, dal 1984 all’89, è diventato rettore. E nel pieno boom bocconiano, anziché adagiarsi sugli allori, decise che bisognava cambiare: e impostare il piano «Bocconi 2000» che ha raddoppiato spazi e corsi. Ora la legge gli ha imposto di lasciare, per limiti di età, l’insegnamento di Economia e Gestione delle imprese. Niente di più lontano da un addio, comunque. Luigi Guatri continuerà a dirigere l’Istituto di economia delle aziende commerciali e industriali. Resta consigliere delegato. E finalmente avrà più tempo per la sua passione: «La ricerca, i libri».

Il Consiglio di Facoltà del 28 gennaio 2003 propose la mia nomina a professore emerito con la seguente motivazione: «L’Istituto di Amministrazione, Finanza e Controllo richiede che sia proposta al ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica la nomina a Professore Emerito del Prof. Luigi Guatri».

Luigi Guatri per oltre cinquant’anni ha rappresentato un punto di riferimento degli studi economico aziendali, portando un contributo essenziale alla affermazione di nuovi filoni di ricerca e nuove discipline.

Giovanissimo (è nato nel 1927), dopo essersi laureato con Gino Zappa ed essere stato assistente alla Cattedra di Ragioneria Generale e Applicata dell’Università Bocconi, ha insegnato a Genova, dapprima come incaricato. Nel 1960 è nominato professore a ruolo nell’Università di Parma e nel 1969 è chiamato quale professore ordinario nell’Università Bocconi, dove ha ricoperto per molti anni le più importanti cariche, portando un contributo significativo alla affermazione dell’Ateneo; dal 1981 al 2001 è Direttore dell’Istituto di Amministrazione, Finanza e Controllo; dal 1984 al 1989 è Rettore; dal 1974 al 1999 è Amministratore Delegato; il 1° novembre 1999 assume la carica di Vice presidente.

È direttore di importanti riviste economico aziendali e membro di numerose Istituzioni e Centri di Ricerca.

Il periodo formativo dell’attività di studioso di Luigi Guatri è contraddistinto da approfondimenti sui temi dell’Economia di azienda, che lo portano a formulare una nitida, e a quell’epoca avanzatissima, impostazione del passaggio dell’Economia aziendale da disciplina meramente descrittiva a scienza a base quantitativa.

Il periodo successivo (dagli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta) è segnato da una serie di studi originali e incisivi in tema di marketing.

L’opera di Guatri, in questo campo, è sempre stata caratterizzata dall’anticipazione di temi che sarebbero emersi nella loro rilevanza solo dopo alcuni anni di ulteriore riflessione teorica da parte di studiosi e cultori delle materie aziendalistiche: in particolare, Guatri accentua il ricorso a un approccio multidisciplinare nello studio dell’ambiente concorrenziale e della domanda.

A partire dagli anni Ottanta, Luigi Guatri è impegnato in nuovi rilevanti campi di ricerca: le politiche finanziarie delle imprese, le crisi aziendali, la valutazione delle imprese. Le riflessioni sulle politiche finanziarie rappresentano un richiamo alla concretezza e alle peculiarità del sistema finanziario italiano a fronte della astrazione tipica degli studi finanziari di matrice anglosassone. Le crisi aziendali vengono studiate in chiave originale di analisi dei fenomeni di cambiamento e delle conseguenze degli stessi fenomeni sui settori e sulle imprese.

Gli studi in tema di valutazione, per i quali a Luigi Guatri viene unanimemente riconosciuto il primato nella comunità accademica e degli affari, non solo a livello nazionale, rappresentano un originale compromesso tra rigore scientifico ed esigenze di comprensione dei comportamenti concreti degli operatori.

In questo campo, Luigi Guatri ha portato un contributo determinante alla affermazione nel nostro paese di filoni di studi che vanno dal value management alla comunicazione finanziaria finalizzata alla «diffusione del valore» e alle misure innovative di performance delle imprese.

Il 24 marzo 2003 il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca decretò la mia nomina a «Professore Emerito».

Consigliere delegato per 25 anni (1974-1999)

Nel settembre del 1974 fui convocato dal dottor Furio Cicogna (presidente della Bocconi) che mi ricevette presso la sede milanese del Banco Lariano, che in quel momento egli presiedeva. Cicogna mi propose di entrare a far parte del Consiglio di amministrazione della Bocconi e di assumere la carica di consigliere delegato, con tutti i poteri. Chiesi quindici giorni per riflettere (allora avevo già molti impegni professionali oltre a quelli accademici); mi concesse 48 ore. Il giorno dopo accettai e in quella carica rimasi per venticinque anni. Era l’epoca di Roberto Calvi, presidente del gruppo Banco Ambrosiano, che contribuiva con cinquecento milioni di lire all’anno al bilancio della Bocconi (tre volte gli introiti delle tasse studentesche dell’epoca).

Dopo la difficile direzione di Carlo Baccarini, chiamato dall’Università Statale di Milano (di cui era stato il direttore amministrativo), la Bocconi era in grandissime difficoltà, stava andando alla deriva.

Fu nella veste di importante mecenate che conobbi Roberto Calvi, che entrò come vicepresidente nel Consiglio dell’università (era l’unica condizione che pose), sia pure senza alcun potere, che del resto non richiese mai. Dopo poco tempo Furio Cicogna morì (eravamo nel gennaio del 1976) e al suo posto fu nominato il senatore Giovanni Spadolini.

Da quel momento si creò questa curiosa triade: Spadolini presidente, Calvi vicepresidente, Guatri consigliere delegato. Con Spadolini ebbi dall’inizio un rapporto molto franco: gli illustrai la difficile situazione in cui versava l’università e gli prospettai una ipotesi di piano a medio termine (che avevo discusso, con incontri riservati in casa mia, con alcuni più giovani colleghi, tra i quali ricordo Roberto Ruozi, Vittorio Coda, Claudio Demattè). La linea strategica che proposi fu quella di ripristinare, con un graduale ma sensibile aumento dei contributi richiesti agli studenti (e con il supporto di un’adeguata comunicazione, di un miglioramento di tutti i nostri «prodotti culturali», dell’introduzione del «numero chiuso» di iscrizione ecc.) l’equilibrio del bilancio e di conservare per il momento i contributi dei privati, ma renderli in quattro o cinque anni «non più necessari». Spadolini accettò con entusiasmo il progetto: non vedeva l’ora che potessimo «contare solo su noi stessi».

La presenza in Consiglio di Roberto Calvi (che pure in diversi anni ben poche volte prese la parola e soprattutto non chiese mai nulla per sé, pur continuando nella contribuzione che suddivise pro quota tra le sue numerose controllate – la Centrale, la Toro, il Varesino, la Banca Cattolica del Veneto ecc.) divenne nel tempo, per Spadolini, un vero incubo.

Fin dall’inizio mi disse che avrebbe fatto in modo da evitare che, in sua assenza (i suoi impegni politici divennero sempre più importanti, fino alla presidenza del Consiglio dei ministri), Calvi presiedesse il Consiglio. In tali occasioni mi spediva una lettera in cui, motivando l’assenza, mi chiedeva di assumere la presidenza in sua vece. Il che feci più e più volte; senza, invero, che Calvi mai eccepisse alcunché, anzi, come fosse cosa naturale.

Da Roberto Calvi ci giunse, dopo alcuni anni, solo una richiesta: mi invitò con il dottor Enrico Resti (il fidatissimo direttore amministrativo della mia epoca) presso la presidenza del Banco Ambrosiano, dove accennò all’eventualità che l’Università gli conferisse una laurea honoris causa. Gli facemmo presente che ciò non era nella tradizione della Bocconi; che non era mai accaduto prima e che l’orientamento unanime era di continuare su questa strada: non eccepì nulla, non ne parlò mai più.

Per me, che avevo altri pesanti impegni di docenza e professionali, svolgere le funzioni di consigliere delegato non era facile. Anche se ero ben aiutato da tre dirigenti capaci e fedeli (Enrico Resti, Salvatore Grillo, Umberto Dubini).

Come era in uso a quei tempi, la remunerazione era solo simbolica: 10.000 lire all’anno; all’incirca il compenso di un giorno di lavoro professionale.

Ma non era per noi questione di soldi: lo sentivamo come un dovere. La funzione di rettore, del pari, era senza alcuna remunerazione: era un onore in sé.

Il compito di risanare il bilancio della Bocconi non fu affatto facile. Il concetto che ispirava il mio Piano era concettualmente semplice, ma di non agevole realizzazione. Si trattava di aumentare gradualmente, anno per anno, le tasse studentesche, così che i ricavi crescessero più dei costi. In tal modo, facendo tornare gradualmente il bilancio all’equilibrio, si sarebbero resi «superflui» i contributi esterni (sostanzialmente quelli di Calvi). Ci vollero, come previsto, quattro-cinque anni per ottenere tale risultato; ma vi riuscimmo.

Spadolini fu attento al bilancio dell’Università fin quando (poco prima della misteriosa scomparsa di Roberto Calvi) gli annunciai che quei «contributi» non erano più necessari: da quel momento del bilancio non si interessò più…

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Ecco, in breve, la storia del lungo processo di risanamento delle finanze della Bocconi letto attraverso i risultati di bilancio dal 1973/74 al 1979/80.

Il bilancio dell’anno accademico 1973/74 (il primo che trovai) chiuse con una perdita di 90,9 milioni di lire (nonostante i 500 milioni erogati da Roberto Calvi). I contributi versati dagli studenti ammontarono a soli 379,5 milioni (1/5 circa delle spese). L’anno seguente la perdita fu di 159 milioni di lire (sempre tenuto conto del contributo di Calvi); le tasse studentesche, che assommavano a 399,2 milioni di lire, ancora una volta non coprivano che 1/5 delle spese; mentre costi e ricavi della SDA – la Scuola di direzione aziendale – all’incirca pareggiavano.

I bilanci del 1975/76 e del 1976/77 risultavano ancora in perdita – rispettivamente di 469,3 e di 444,8 milioni di lire (compresa la solita erogazione di Roberto Calvi). I contributi studenteschi, passando da 424,7 a 792,6 milioni, segnarono un deciso incremento, passando dal 20 al 29 per cento delle spese; mentre il conto della SDA, risultato per la prima volta leggermente positivo nel 1975/76, ritornò con il segno meno nel 1976/77.

Il bilancio 1977/78 chiude finalmente in pareggio e lo stesso avvenne per quello del 1979/80. Ma si trattava di un equilibrio solo formale; in realtà si accumulavano riserve latenti: il bilancio sarebbe stato in pareggio anche senza i contributi di Calvi. La lunga rincorsa era così terminata!

Spadolini ebbe solo un «ritorno di fiamma» quando – dopo la prematura morte di Innocenzo Gasparini – lo informai con cautela di una visita in corso della Guardia di Finanza, che – forse – collegava il nostro successo economico (ottenuto alla luce del sole) alla sparizione dei molti miliardi di Calvi (che certo avevano preso altre strade) e a tal fine stava interrogando Vincenzo Petiti, l’ex autista di Gasparini, che non poteva saperne nulla. Ma poi tutto si risolve in una «bolla di sapone» (ma con Enrico Resti e Umberto Dubini passammo, per l’ultima volta, giorni difficili…). Fu proprio Umberto Dubini ad assistere Petiti davanti al colonnello che lo interrogava.

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Quando, in quegli anni (dal 1975 in avanti), m’incontravo periodicamente con le rappresentanze studentesche (all’epoca ancora influenti) per discutere dell’aggiornamento delle tasse, chiedevo sempre al rettore Innocenzo Gasparini di partecipare all’incontro. Incontro ch’egli aveva la pazienza di preparare scrupolosamente, trattando per ore e ore con gli studenti, affrontando i principali nodi problematici, chiarendo i punti oscuri, appianando i contrasti, mediando insomma con la «consumata abilità» di grande diplomatico, che più volte ci aveva tratto d’impaccio nelle situazioni più spinose; in tal modo ci «spianava la strada». A questa sua fatica credo che la Bocconi debba molto.

Alla fine di questo lungo e faticoso processo di risanamento delle finanze bocconiane e di rinnovamento delle strutture didattiche e scientifiche, Giovanni Spadolini, nel suo ultimo discorso (pronunciato il 25 ottobre 1993) in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico, avrebbe orgogliosamente affermato: «E voglio affermare come Libero Lenti amasse sottolineare proprio lo sforzo compiuto dalla Bocconi per trasformarsi – sono sue parole – da “una specie di salotto della borghesia milanese in un crogiolo dove si fondono e si mescolano giovani d’ogni provenienza sociale”. Un risultato conseguito grazie alla graduazione delle tasse e ai sacrifici che la Bocconi ha saputo imporre con equità per restare un’Università libera, sottratta a tutti i condizionamenti e a tutte le pericolose sponsorizzazioni».

Rettore dal 1984 al 1989

Alla fine del mandato rettorale di Innocenzo Gasparini, durato per ben nove anni, Giovanni Spadolini avrebbe dovuto – secondo regole che poi si complicarono nel tempo – sentire i professori ordinari e i membri del Consiglio di amministrazione in ordine alla scelta del nuovo rettore. In realtà consultò solo se stesso e, chiamatomi d’urgenza, mi propose di diventare rettore, con una sola condizione: che conservassi la carica di consigliere delegato ancora per un po’ di anni (che poi divennero quindici). Gli chiesi una settimana per riflettere: ero preoccupato, gli dissi, di cumulare troppi impegni (accademici e professionali).

Mi accordò 24 ore. Il giorno dopo accettai, fedele alla massima che ho sempre seguito nella vita: il tempo necessario per fare le cose è quello di cui si dispone. La nomina sarebbe stata ratificata dal CdA il 24 novembre 1984.

La funzione di rettore si dimostrò ben presto assai impegnativa. Tutte le mattine ero nel mio studio al primo piano di via Sarfatti 25 e vi rimanevo molte ore. Partecipavo spesso a convegni nell’aula magna del tempo, in via Gobbi, dove avevano luogo anche tutte le cerimonie pubbliche (compresa l’inaugurazione degli anni accademici).

La funzione rettorale è sempre stata una funzione collegiale. Per me la collegialità si limitò alla nomina di due pro-rettori, che individuai (in ordine di età) in Sergio Vaccà e Roberto Ruozi. Cominciammo con una riunione settimanale (sempre al mattino). Un po’ alla volta mi resi conto della sua scarsa o nulla utilità. Spesso i due colleghi sostenevano tesi opposte; e si «perdeva tempo» in diatribe in sostanza irrilevanti. Un po’ alla volta perciò gli incontri andarono diradando: una volta ogni due settimane, una volta al mese ecc.

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Quello che considero forse il maggior contributo offerto alla Bocconi fu il Piano «Bocconi 2000», preparato con il concorso di molti docenti. L’idea del «Piano» nacque in me fin da quando divenni consigliere delegato nel 1974. Ricordo che il presidente Cicogna non ci credeva affatto: «Com’è possibile – mi diceva – prevedere per 10 anni quando, ai tempi d’oggi, è difficile prevedere anche a un anno?» (frase che è stata sempre largamente usata in tutti i tempi: vi è chi crede nella «programmazione» e chi non vi crede. Io ero tra i primi).

La «Giornata bocconiana»

Per molti anni, a partire dai primi anni Settanta, fu impossibile tenere la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico, a motivo della contestazione studentesca. Poi si riprese un poco alla volta, all’epoca del rettorato Gasparini. Posso aggiungere che anche nel corso del mio rettorato ci trovammo in seri pericoli: non tanto per gli studenti, quanto per il rischio di attacchi di gruppi sovversivi (del tipo «brigate rosse») alle Istituzioni. Tanto che le porte del rettorato erano sbarrate e a qualsiasi chiamata guardavamo da uno spioncino prima di aprire. Non si giunse mai a porre guardie armate davanti ai nostri uffici, ma poco ci mancò. Solo un poco alla volta la contestazione ebbe termine e si poté ritornare a celebrare l’apertura dell’anno accademico. La «Giornata bocconiana» si svolgeva (quasi sempre in ottobre) in questo modo:

a.       relazione del rettore (che si concludeva proclamando «aperto l’anno accademico») [nel Quadro 3 sono raccolti alcuni stralci della mia relazione alla IX «Giornata», svoltasi l’11 novembre 1986];

b.       prolusione di un docente, scelto tra coloro che avevano qualcosa di «nuovo» e di «interessante» da dire;

c.       relazione finale del presidente (all’epoca Giovanni Spadolini);

d.       distribuzione delle medaglie d’oro, offerte dall’Istituto «Javotte Bocconi – Amici della Bocconi» (all’epoca presieduto da Libero Lenti, che pure svolgeva un breve intervento).

Stralci della Relazione del Magnifico Rettore Professor Luigi Guatri dell’11 ottobre 1986

L’apertura dell’anno accademico 1986-87 (84° della nostra Università), abbinata alla IX Giornata bocconiana, cade in un momento di grande sviluppo, di intenso fervore operativo del nostro Ateneo.

Ne sono visibile testimonianza i due palazzi di via Bocconi 8, che saranno inaugurati dopo questo incontro. Ma vorrei subito avvertire che la felice stagione bocconiana palesa i suoi valori più apprezzabili e rincuoranti al di là delle strutture fisiche: strutture – si badi – di primaria importanza e che indubbiamente richiedevano non più dilazionabili interventi. Se oggi la Bocconi va riscuotendo di continuo consensi e riconoscimenti credo che ciò dipenda principalmente dalla soglia etica che la nostra Università ha saputo raggiungere, a prezzo di non lievi fatiche e sulla base di un programma impostato da lunga data. La nostra Università si è proposta d’attuare un piano di rafforzamento delle sue basi culturali, pedagogiche e amministrative, al fine di rendere un servizio sempre più qualificato alla comunità nazionale. Una condotta, un’etica che, nelle nostre intenzioni e nelle nostre speranze, non dovrebbe conoscere involuzioni, ma essere anzi consolidata e affinata.

Alla base delle affermazioni bocconiane sta, in primis, il conseguimento di sempre più elevati livelli d’efficienza operativa della nostra Istituzione.

Il che, se da un lato può indurci a non celare la nostra soddisfazione, per altro verso non deve suscitare in noi ingiustificati e, inevitabilmente, paralizzanti sentimenti d’orgoglio. Non dobbiamo invece sottacere il fatto che i positivi commenti dei risultati da noi raggiunti (e di cui non possiamo non rallegrarci) nascono per lo più da una giustapposizione: la nostra immagine è solitamente posta a confronto con quella offerta da istituzioni analoghe inserite nelle strutture pubbliche. Ed è appena il caso di rammentare quanto codeste istituzioni abbiano a soffrire per la scarsità dei mezzi e a causa dei rigidi vincoli formali e delle costrizioni burocratiche; donde le mortificanti condizioni in cui sono obbligate a operare.

Le relazioni internazionali

Nel periodo del mio rettorato le relazioni internazionali non furono sottovalutate. Fra i diversi protocolli di collaborazione attivati, tre assunsero un’importanza particolare. Il LIMI (Leningrado International Management Institute), l’UADE di Buenos Aires e l’Università Hitotsubashi di Tokyo.

Il LIMI (Leningrado International Management Institute) è un’esperienza senza precedenti, resa possibile dalla perestroika di Gorbaciov. Era un contratto singolare: i nostri professori si recavano, a spese della Bocconi, per insegnarvi; i ricavi erano tutti per il LIMI. Un affare senza precedenti! Quando spiegai la cosa al presidente Spadolini, dicendo che non mi piaceva sottoscriverlo, egli mi disse di rimando: «Dobbiamo pur far qualcosa per Gorbaciov». Trangugiai il boccone amaro. In compenso dopo poco tempo Gorbaciov, di passaggio in Italia, volle incontrare al Castello Sforzesco i professori della Bocconi. Spadolini era raggiante… Quando nel giugno 2010 sono tornato, per un viaggio turistico, a Leningrado ho cercato invano il LIMI. Ho potuto osservare de visu, peraltro, che in sua vece esistevano Business School assai bene organizzate, quasi che 70 anni di storia del comunismo non fossero mai esistiti. In effetti, nelle visite guidate si parlava solo degli Zar…

***

L’esperienza con l’università argentina ebbe per me una grande importanza. Il 14 settembre 1988 cadeva il 25° anniversario dell’UADE (fondata su iniziativa de la Camera de Sociedades Anónimas nel 1962).

Marzagalli, un ex industriale e manager di origini piemontesi, innamorato dell’Argentina (come tutti gli abitanti di origine italiana che vi ho conosciuto, compresi modestamente i Guatri), era impegnato al 100 per cento nella presidenza dell’università, alla quale aveva saputo trasmettere un grande dinamismo.

Questo si era tradotto nella realizzazione di imponenti edifici sulla Calle Lima, in pieno centro della città, a fianco dell’Avenida 9 de Julio, una delle più ampie e lunghe del mondo. Marzagalli aveva però compreso che senza appoggi culturali e riferimenti ad altre grandi università del mondo l’UADE non avrebbe mai raggiunto livelli di eccellenza.

Nella Bocconi aveva con il suo intuito visto un importante partner e, incontrandomi a Milano, aveva capito che ero sensibile al problema e che – in quei tempi – la mia contemporanea posizione di rettore e consigliere delegato gli avrebbe facilitato gli sforzi. E così fu. Il primo rilevante compito che mi riservò fu il discorso per il 25° anniversario davanti al Presidente Alfonsin (El Presidente de la Democrátia, com’egli lo chiamava: era succeduto, infatti, nel 1983 alla giunta militare e fu uno dei presidenti più amati e rispettati di quel Paese).

Il quotidiano La Nación dedicò all’avvenimento un articolo (sovrastato da una foto che inquadra Alfonsin tra me e Marzagalli):

Alfonsin destacó el aporte de la UADE a la Nación en la formación de jóvenes y en el equipamiento humano de las empresas. Al dirigirse a los estudiantes, el Presidente les señaló algunas responsabilidades: cuando la igualdad de oportunidades todavía no es una verdad absoluta en la Argentina, quienes han llegado a la Universidad son privilegiados. Por eso, dijo, deben ser solidarios con el pais, y en tiempo de estudio solidaridad se llama estudiar. Trabajen, tengan sus propias empresas, pero recuerden que la propiedad tiene una hipoteca social que deberá volcarse en beneficio de la sociedad.

Vergara del Carril se refirió a la misión de las universidades privadas en America latina y recordó que hoy la UADE, especializada en la formación de dirigentes de impresa, cuenta con 6000 alumnos, 8000 egresados y un Instituto de Investigación Económica. El presidente de la Fundación, por su parte, habló de la importancia del convenio establecido con la Universidad Bocconi, que permitirá no sólo el intercambio de docentes y estudiantes, sino también la profundización de la investigación en el área de la organización empresarial y la orientación de la politica económica.

Il giorno precedente avevo tenuto, con il professor Carlo Secchi, un seminario nell’auditorio dell’UADE gremita di studenti e docenti sul tema: «Los requisitos humanos y técnicos, indispensabiles para el éxito de la empresa en el mundo moderno».

Anche per questo divenni il grande amico e, per alcuni anni, il sostenitore dell’UADE. Ma Marzagalli non volle mai che facessimo tra Bocconi e UADE un contratto «tipo Pietroburgo» (cioè con i costi a nostro carico e i ricavi a favore dei russi, come all’epoca di Gorbaciov): disse con chiarezza che avrebbe desiderato ogni nostro aiuto, ma che intendeva «pagare il giusto prezzo»; e così fece. Questa è la differenza tra l’avere dignità e il non averla (o non poterla avere).

***

Ricordo, infine, la visita in Giappone, alla quale Il Giornale del 12 settembre 1989 dedicò un lungo articolo dal titolo «Delegazione Bocconi in trasferta in Giappone»: «Una delegazione dell’Università Bocconi, guidata dal rettore professor Luigi Guatri, si trova in questi giorni in Giappone per una serie di incontri con università, imprese e istituzioni nipponiche.

Obiettivi principali della visita – promossa in collaborazione con il ministro degli Esteri giapponese – sono il consolidamento e l’ampliamento dei rapporti già esistenti con il mondo culturale, istituzionale e imprenditoriale del Paese asiatico. L’iniziativa è stata presa nell’ambito di una politica di internazionalizzazione perseguita dall’ateneo milanese.

La visita di spicco, nell’ambito di un fitto calendario di lavori, è quella al rettore dell’Università Hitotsubashi, nel corso della quale sarà ratificato un accordo di scambio. Sono inoltre previsti incontri con le autorità accademiche di altre due università».

I rapporti personali (e familiari) con il presidente Spadolini

Una volta all’anno Giovanni Spadolini veniva in casa mia, a Milano, in via Massena 18, per il pranzo annuale.

Era accompagnato dalla sua «scorta» (da presidente del Consiglio, da ministro, da presidente del Senato), che si schierava davanti all’edificio, suscitando interrogativi tra i condomini e i passanti.

Voleva che fossero presenti, oltre a mia moglie Lina (che egli chiamava col nome «vero» Italia, dicendole che doveva essere orgogliosa dello stesso e di non avvalersi di un’abbreviazione) tutti i miei cinque figli.

Per l’occasione mia moglie, sapendo quanto il presidente amasse il cibo, preparava un pranzo raffinato, durante il quale egli chiedeva ai ragazzi di fargli delle domande. Qualcuno di loro accennava timidamente un intervento proponendo un argomento di conversazione, ed egli coglieva la palla al balzo rispondendo dettagliatamente (e lungamente).

Io e mia moglie non riuscivamo quasi ad aprire bocca. Ma era per tutti un divertimento! Si passava poi in salotto per il caffè; e la scena continuava per un’ora (almeno). Usciva felice da via Massena.

La successione

Al termine del mio mandato (erano passati cinque anni) Spadolini mi chiese confidenzialmente chi vedessi come mio successore. Gli feci un solo nome: Mario Monti. Egli lo conosceva poco, lo vedeva molto giovane (aveva 46 anni); ma io gli tolsi ogni dubbio. Lo assicurai, tra l’altro, che sarebbe stato un passaggio di consegne nel senso della continuità.

Il Corriere della Sera del 31 ottobre 1989 così commentava il fatto, con un articolo di Gerolamo Fiori che reca nel titolo «Da Guatri a Monti nel segno della continuità».

L’Università Bocconi, tempio dell’insegnamento economico in Italia per le prospettive di carriera che dischiude, meta agognata dei giovani d’oggi più capaci, ha da ieri un nuovo rettore; il Consiglio di amministrazione, che qui è l’organo che lo designa, diversamente da quanto accade di solito nelle altre università italiane, dove il rettore è eletto dal Senato accademico, ha deciso che Luigi Guatri, dopo un quinquennio di incarico, sarà sostituito da Mario Monti. Proprio perché la Bocconi è una università «diversa» (non solo nella qualità dei servizi offerti, ma anche nelle regole di governo e nelle consuetudini), anche questo avvicendamento avviene secondo modalità peculiari. Tutto si svolge infatti all’insegna della continuità, sia per quanto riguarda gli indirizzi e i progetti, sia per lo stesso impiego delle persone.

Nelle scorse settimane, quando le voci su un cambiamento della guardia in via Sarfatti erano diventate più insistenti, più d’uno si era fatto avanti con proposte lusinghiere, sperando di reclutare il prestigioso rettore uscente, uno dei più autorevoli aziendalisti italiani. Ma è stata fatica sprecata. Guatri non ha nessuna intenzione di separarsi dalla Bocconi, la cui rotta reca la sua impronta ormai da un quinquiennio.

Era diventato Rettore nel novembre 1984 alla scomparsa di Innocenzo Gasparini, ma aveva già alle spalle nove anni come consigliere delegato, carica che ha conservato durante il periodo di rettorato, cumulando eccezionalmente il governo economico con quello scientifico dell’ateneo in una fase di rinnovamenti e progetti fuori dall’usuale.

Ora abbandona la toga rettorale, ma conserva la carica di Consigliere delegato, che nella tradizione bocconiana non è semplice titolo onorifico.

Guatri spiega questo ridimensionamento del suo impegno, che non si stenta a immaginare gravoso, con il desiderio di riprendere a pieno ritmo l’attività scientifica; lungo i due filoni che in questi anni la sua scuola ha avviato: riformulazione dei principi fondamentali dell’economia aziendale (una disciplina che, nel nostro paese, si basa ancora su fondamenti formulati mezzo secolo fa da personaggi come Zappa, Caprara e Onida), e sviluppo della «teoria del valore azionario», che tende a valutare l’azienda in funzione di tutti gli elementi da cui dipende il successo nel lungo termine (alla giapponese più che all’americana). Il passaggio delle consegne a uno dei più autorevoli economisti italiani, noto per il suo equilibrio e la sua lucidità di propositi, è un altro elemento di continuità. Guatri non nasconde la certezza di poter stabilire con Monti, già da tempo membro del Consiglio di amministrazione della Bocconi, una collaborazione altrettanto feconda quanto quella a suo tempo instaurata con Gasparini, e grazie alla quale (allora come oggi presidente Spadolini) furono poste le premesse della Bocconi attuale.

Quando nel 1975 Furio Cicogna, ai tempi presidente della Bocconi, propose a Guatri di assumere la carica di Consigliere delegato, che era stata sino ad allora tradizionalmente ricoperta da un non accademico, l’università non aveva i soldi per garantire i fondi di quiescenza e le riserve matematiche per le pensioni del personale docente. Oggi Bocconi non è solo sinonimo di eccellenza nella formazione, ma anche di organismo economicamente sano, che chiude da tempo i suoi conti in nero, sia grazie all’adeguamento contributivo che ha potuto chiedere ai discenti in virtù del prestigio acquisito, sia grazie a una accurata e innovativa gestione delle risorse, anche per merito della applicazione diretta alla gestione delle competenze professionali del corpo docente (Guatri la chiama «gestione dinamica della liquidità»).

Una cinquantina di miliardi di investimenti e un numero sterminato di nuove iniziative, tra cui una società mista per l’istituzione di una business school a Leningrado, caratterizzano il passato quinquennio.

Ancora più importante, del resto, è il passo che l’università sta facendo per adeguarsi alle sfide future in base al Progetto 2000.

Con un investimento vicino ai 120 miliardi vedrà presto la luce una Super-Bocconi.

Dal 1999 vicepresidente del Consiglio di amministrazione

Il 4 agosto 1994 scomparve prematuramente il presidente Spadolini. La ferale notizia mi raggiunse a Seefeld, dove mi trovavo per le vacanze estive. Egli morì di una malattia irrimediabile all’ospedale militare del Celio a Roma.

Seefeld in Tirol è una ridente cittadina in Austria, sulla strada che collega Innsbruck (al Sud) e Monaco di Baviera (al Nord).

L’avevo scelta anche perché è dotata di due bei campi di golf: uno grande e difficile dove si svolgevano gare importanti (e vi giocai con mio figlio Giorgio); e uno piccolo a sei buche (dove verso sera giocavo tutti i giorni con mia moglie Lina e Anna Gigante). Avevamo scelto un albergo importante che mi consentisse di studiare (in quell’anno scrissi Turnaround. Declino, crisi e ritorno al valore, che Egea pubblicò in rinnovata edizione nel 2005).

Colto dalla notizia all’improvviso (mi telefonò affranto Enrico Resti) non ebbi neppure il tempo di recarmi a Roma per le esequie.

La visita di Mario Monti a Seefeld

Dopo qualche giorno mi telefona dall’Engadina Mario Monti, rettore della Bocconi, che chiede di farmi visita. Mi raggiunge con la moglie Elsa dopo qualche giorno.

Dopo un pranzo frugale con Lina, Elsa, i miei figli Fiorella e Giorgio e Anna Gigante, Mario chiede di parlarmi.

Ci ritiriamo nella mia suite. Mi dice che è venuto a Seefeld appositamente per chiedermi di succedere a Spadolini nella Presidenza della Bocconi. Ma io non ho esitazioni: gli dico che non mi sento di farlo e che quella carica si addice meglio a lui.

Telefono al presidente pro tempore dell’Istituto Javotte Bocconi – Amici della Bocconi (il dottor Emanuele Dubini) e chiedo il suo accordo. Ne ottengo l’incondizionata approvazione. Io assicuro a Monti che per qualche anno manterrò la carica di consigliere delegato e sarò, nel frattempo, il suo vicepresidente.

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Mi sono spesso detto – nella mia ormai lunga vita – che se qualcosa di buono ho fatto per la Bocconi, questa fu proprio la decisione assunta a Seefeld: di portare Mario Monti alla Presidenza dell’Università Bocconi. Al ritorno a Milano alcuni colleghi si congratularono con me dicendomi che avevo compiuto la scelta migliore. Ebbi, insomma, un’approvazione unanime.

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Più di una volta ho detto scherzosamente agli amici che la carica «più pericolosa» in Bocconi è proprio quella di vicepresidente.

I miei due predecessori morirono infatti di morte violenta. Così fu, nel periodo fascista, per il filosofo Giovanni Gentile, che fu strenuo difensore dell’indipendenza della Bocconi e che non ebbe remore a recarsi dal «Duce» a perorare la causa del rettore Gustavo Del Vecchio e dello statistico Giorgio Mortara, colpiti dalle leggi antisemitiche del 1938 e più tardi per chiedere il reintegro di Giovanni Demaria, sospeso dall’insegnamento in seguito a una temeraria relazione tenuta a Pisa nel 1943 e che, nei primi mesi del 1944, prima della morte violenta riuscì a salvare l’università dalla statizzazione richiesta dal ministro della pubblica istruzione della repubblica di Salò.

E lo stesso accadde a Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, il grande finanziatore della Bocconi dell’epoca, trovato morto misteriosamente a Londra nel 1981, sotto il ponte dei «frati neri», dopo un’inaspettata fuga da Milano. Dal che nacque, nel 1982-83, il biennio passato in via Rizzoli, a Milano, come Commissario dell’Amministrazione Controllata. Uno dei più complessi lavori professionali della mia vita.

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Prima dell’arrivo di Bruno Pavesi alla carica di consigliere delegato si ebbe un intermezzo breve, ma stressante: fu il periodo di Gianemilio Osculati nel 2007.

Questi, nell’anno circa che passò con noi seppe catturare la simpatia dei docenti e – perché no? – anche la nostra. Era – tra l’altro – quel che si dice un grande «show-man».

Improvvisamente si accorse, credo, che quel lavoro non gli piaceva e se ne andò «sui due piedi». Mario Monti e io, per due-tre mesi (nell’attesa che Bruno Pavesi, chiamato in soccorso, arrivasse da noi) dovemmo sobbarcarci il ruolo – non lieve – di consigliere delegato. Ruolo che a Monti non piaceva (non era per lui) e a me – ormai più che ottantenne – non si addiceva più. L’abbiamo fatto per amore della nostra «Bocconi». Ma è stato – lo ricordo bene – molto pesante.

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Gli allievi messi in cattedra sono stati, in ordine alfabetico: Silvio Brondoni, Giovanna Dossena, Renato Fiocca, Alessandro Frova, Maria Martellini, Mario Massari, Sergio Pivato, Stefano Podestà, Angelo Renoldi, Aldo Spranzi, Enrico Valdani, Salvatore Vicari.

2

Sull’argomento di veda al Capitolo 7 l’opinione espressa da Armando Sapori.