Il mondo di Guatri
2026/18
Il «manifesto della razza»: un’ignominia
Il «Manifesto della razza»
Nel 1938 fu emanato dal regime fascista il «Manifesto della razza» col quale iniziò in Italia la discriminazione anti-ebraica, che negli anni della guerra (e con l’impulso dei nazisti di Hitler) portò alla deportazione nei lager e allo sterminio di milioni di incolpevoli vittime.
A scuola ci fu presentato il «Manifesto della razza»: quando riuscimmo a capirne il significato, ne fummo inorriditi: dell’«olocausto» non sapemmo però nulla per molti anni, fino alla fine della guerra, quando i giornali (terminato il controllo fascista) ne parlarono diffusamente. Nessuno poteva immaginarlo!
Scrive Aldo Cazzullo nel Corriere della Sera del 24 gennaio 2018, raccontando il caso del «sopravvissuto» Sami Modiano, che oggi ha 87 anni ed è uno dei pochi che quei fatti possa raccontarli:
Sami Modiano, fu portato via da Rodi quand’era poco più che bambino. La madre era morta da un anno, «e ringrazio il Padreterno che se la sia presa prima, senza farle soffrire quel che abbiamo sofferto noi». Il padre lo catturarono con l’inganno: «I capifamiglia furono chiamati a presentarsi al Kommandatur il 18 luglio. Non tornarono a casa. Il giorno dopo toccò a noi figli. Avevo una sorella bellissima, Lucia, di sedici anni, con i capelli lunghi. Mi faceva un po’ da mamma. Dopo un mese di lager – magra, il pigiama a righe, il cranio rasato – non la riconoscevo più». Il viaggio avviene prima su navi-bestiame, ancora sporche di escrementi – «ci fecero capire subito che ci consideravamo come animali, come cose» –, poi in treno. Arrivati a Birkenau, uomini e donne vengono separati. Il padre tenta di difendere la figlia e viene massacrato di botte: «Una cosa che non potrò mai dimenticare. Tutto davanti a questi occhi» dice Modiano, in quello che diventa il refrain e il titolo del suo straordinario racconto. Con la sorella si vedono ogni notte, separati dal reticolato. Una sera lui le porta in dono una fetta di pane, avvolta in un panno; lei gli restituisce l’involto con due fette di pane; aveva avuto la stessa idea, «anche nel campo di sterminio continuava a farmi da madre». Quando però Lucia smette di venire, Sami intuisce che per lei è finita. Il dolore è insopportabile: il padre decide di presentarsi all’ambulatorio, cioè di andare nelle camere a gas. Sami si inginocchia per ricevere la benedizione, il papà gli impone le mani sul capo, poi punta il dito e dice: «Tu ce la devi fare». E Sami ce la farà, pur arrivando a pesare ventitré chili, ridotto a uno scheletro, salvato prima da altri prigionieri che lo gettano tra i cadaveri per evitargli il colpo di grazia dei nazisti in fuga, poi da una dottoressa russa. «Per tutta la vita mi sono chiesto – conclude Modiano – perché proprio io sono sopravvissuto. Da undici anni a questa parte ho trovato la risposta: per raccontare. Ho giurato che fino a quando Dio mi darà la forza di farlo non smetterò di raccontare la mia storia ai ragazzi. Sono felice di quello che sto facendo e i ragazzi hanno bisogno di me. Devono sapere. Quando io non ci sarò più ci saranno loro». Gli applausi e le lacrime di centinaia di ragazzi, all’anteprima davanti al presidente Mattarella, hanno confermato che la sofferenza di Sami Modiano non è stata vana.
«Se questo è un uomo…»
Scrive Primo Levi nella prefazione del libro Se questo è un uomo:
Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenore di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli.
Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.
Mi rendo conto e chiedo venia dei difetti strutturali del libro. Se non di fatto, come intenzione e come concezione esso è nato già fin dai giorni di Lager. Il bisogno di raccontare agli «altri», di fare gli «altri» partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore. Di qui il suo carattere frammentario: i capitoli sono stati scritti non in successione logica, ma per ordine di urgenza. Il lavoro di raccordo e di fusione è stato svolto su piano, ed è posteriore.
Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato.
Il viaggio
Sempre nel libro di Primo Levi, nel capitolo «Il viaggio» si legge.
Ero stato catturato dalla Milizia fascista il 3 dicembre 1943. Avevo ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da quattro anni le leggi razziali mi avevano ridotto, a vivere in un mio mondo scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere amicizie maschili e da amicizie femminili esangui. Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione.
[…]
Negli interrogatori che seguirono, preferii dichiarare la mia condizione di «cittadino italiano di razza ebraica», poiché ritenevo che non sarei riuscito a giustificare altrimenti la mia presenza in quei luoghi troppo appartati anche per uno «sfollato», e stimavo (a torto, come si vide poi) che l’ammettere la mia attività politica avrebbe comportato torture e morte certa. Come ebreo, venni inviato a Fossoli, presso Modena, dove un vasto campo di internamento, già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani, andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie di persone non gradite al neonato governo fascista repubblicano.
Al momento del mio arrivo, e cioè alla fine del gennaio 1944, gli ebrei italiani nel campo erano centocinquanta circa, ma entro poche settimane il loro numero giunse a oltre seicento. Si trattava per lo più di intere famiglie, catturate dai fascisti o dai nazisti per loro imprudenza, o in seguito a delazione. Alcuni pochi si erano consegnati spontaneamente, o perché ridotti alla disperazione dalla vita randagia, o perché privi di mezzi, o per non separarsi da un congiunto catturato, o anche, assurdamente, per «mettersi in ordine con la legge». V’erano inoltre un centinaio di militari jugoslavi internati, e alcuni altri stranieri considerati politicamente sospetti.
L’arrivo di un piccolo reparto di SS tedesche avrebbe dovuto far dubitare anche gli ottimisti; si riuscì tuttavia a interpretare variamente questa novità, senza trarne la più ovvia delle conseguenze, in modo che, nonostante tutto, l’annuncio della deportazione trovò gli animi impreparati.
Il giorno 20 febbraio i tedeschi avevano ispezionato il campo con cura, avevano fatte pubbliche e vivaci rimostranze al commissario italiano per la difettosa organizzazione del servizio di cucina e per lo scarso quantitativo della legna distribuita per il riscaldamento; avevano perfino detto che presto un’infermeria avrebbe dovuto entrare in efficienza. Ma il mattino del 21 si seppe che l’indomani gli ebrei sarebbero partiti. Tutti: nessuna eccezione. Anche i bambini, anche i vecchi, anche i malati. Per dove, non si sapeva. Prepararsi per quindici giorni di viaggio. Per ognuno che fosse mancato all’appello, dieci sarebbero stati fucilati.
[…]
E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi, ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire.
Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino, voi non gli dareste oggi da mangiare?
[...]
Con l’assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l’appello. Alla fine, «Wieviel Stück?», domandò il maresciallo; e il caporale salutò di scatto, e rispose che i «pezzi» erano seicentocinquanta, e che tutto era in ordine; allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio. Qui ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, nel corpo né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera?
I vagoni erano dodici, e noi seicentocinquanta; nel mio vagone eravamo quarantacinque soltanto, ma era un vagone piccolo. Ecco, dunque, sotto i nostri occhi, sotto i nostri piedi, una delle famose tradotte tedesche, quelle che non ritornano, quelle di cui, fremendo e sempre un poco increduli, avevamo così spesso sentito narrare. Proprio così, punto per punto: vagoni merci, chiusi dall’esterno, e dentro uomini donne bambini, compressi senza pietà, come merce di dozzina, in viaggio verso il nulla, in viaggio all’ingiù, verso il fondo. Questa volta dentro siamo noi.
[…]
Sono stati proprio i disagi, le percosse, il freddo, la sete, che ci hanno tenuti a galla sul vuoto di una disperazione senza fondo, durante il viaggio e dopo. Non già la volontà di vivere, né una cosciente rassegnazione: ché pochi sono gli uomini capaci di questo, e noi non eravamo che un comune campione di umanità.
Gli sportelli erano stati chiusi subito, ma il treno non si mosse che a sera. Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi; ma doveva pur corrispondere a un luogo di questa terra.
Il treno viaggiava lentamente, con lunghe soste snervanti. Dalla feritoia, vedemmo sfilare le alte rupi pallide della val d’Adige, gli ultimi nomi di città italiane. Passammo il Brennero alle dodici del secondo giorno, e tutti si alzarono in piedi, ma nessuno disse parola. Mi stava nel cuore il pensiero del ritorno, e crudelmente mi rappresentavo quale avrebbe potuto essere la inumana gioia di quell’altro passaggio, a portiere aperte, ché nessuno avrebbe desiderato fuggire, e i primi nomi italiani... e mi guardai intorno, e pensai quanti, fra quella povera polvere umana, sarebbero stati toccati dal destino.
Fra le quarantacinque persone del mio vagone, quattro soltanto hanno rivisto le loro case, e fu di gran lunga il vagone più fortunato.
Soffrivamo per la sete e il freddo: a tutte le fermate chiedevamo acqua a gran voce, o almeno un pugno di neve, ma raramente fummo uditi; i soldati della scorta allontanavano chi tentava di avvicinarsi al convoglio. Due giovani madri, coi figli ancora al seno, gemevano notte e giorno implorando acqua. Meno tormentose erano per tutti la fame, la fatica e l’insonnia, rese meno penose dalla tensione dei nervi: ma le notti erano incubi senza fine.
[…]
In meno di dieci minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire allora né dopo: la notte li inghiottì, puramente e semplicemente. Oggi però sappiamo che in quella scelta rapida e sommaria, di ognuno di noi era stato giudicato se potesse o no lavorare utilmente per il Reich; sappiamo che nei campi rispettivamente di Buna Monowitz e Birkenau non entrarono, del nostro convoglio, che novantasei uomini e ventinove donne, e che di tutti gli altri, in numero di più di cinquecento, non uno era vivo due giorni più tardi. Sappiamo anche, che non sempre questo pur tenue principio di discriminazione in abili e inabili fu seguito, e che successivamente fu adottato spesso il sistema più semplice di aprire entrambe le portiere dei vagoni, senza avvertimenti né istruzioni ai nuovi arrivati. Entravano in campo quelli che il caso faceva scendere da un lato del convoglio; andavano in gas gli altri.
Così morì Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei. Emilia, figlia dell’ingegner Aldo Levi di Milano, che era una bambina curiosa, ambiziosa, allegra e intelligente; alla quale, durante il viaggio nel vagone gremito, il padre e la madre erano riusciti a fare il bagno in un mastello di zinco, in acqua tiepida che il degenere macchinista tedesco aveva acconsentito a spillare dalla locomotiva che ci trascinava tutti alla morte.
Scomparvero così, in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli. Quasi nessuno ebbe modo di salutarli. Li vedemmo un po’ di tempo come una massa oscura all’altra estremità della banchina, poi non vedemmo più nulla.
[…]
Eccomi dunque sul fondo. A dare un colpo di spugna al passato e al futuro si impara assai presto, se il bisogno preme. Dopo quindici giorni dall’ingresso, già ho la fame regolamentare, la fame cronica sconosciuta agli uomini liberi, che fa sognare di notte e siede in tutte le membra dei nostri corpi; già ho imparato a non lasciarmi derubare, e se anzi trovo in giro un cucchiaio, uno spago, un bottone di cui mi possa appropriare senza pericolo di punizione, li intasco e li considero miei di pieno diritto. Già mi sono apparse, sul dorso dei piedi, le piaghe torpide che non guariranno. Spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento; già il mio stesso corpo non è più mio: ho il ventre gonfio e le membra stecchite, il viso tumido al mattino e incavato a sera; qualcuno fra noi ha la pelle gialla, qualche altro grigia: quando non ci vediamo per tre o quattro giorni, stentiamo a riconoscerci l’un l’altro.
Avevamo deciso di trovarci, noi italiani, ogni domenica sera in un angolo del Lager; ma abbiamo subito smesso, perché era troppo triste contarci, e trovarci ogni volta più pochi, e più deformi, e più squallidi. Ed era così faticoso fare quei pochi passi: e poi, a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare, ed era meglio non farlo.
La notte
Nel libro di Elie Wiesel La notte si leggono nella prefazione scritta da François Mauriac parole toccanti. Eccole.
Dei giornalisti stranieri mi rendono sovente visita. Io li temo, diviso fra il desiderio di rivelare ogni mio pensiero e il timore di fornire delle armi a degli interlocutori i cui sentimenti nei confronti della Francia non mi sono noti. In questi incontri non dimentico mai di diffidare.
Quella mattina, il giovane israeliano che mi interrogava per conto di un giornale di Tel Aviv mi ispirò una simpatia dalla quale non dovetti difendermi molto a lungo, perché il nostro discorso prese quasi subito una piega personale. Mi trovai a evocare dei ricordi del tempo dell’occupazione. Non sono sempre le circostanze alle quali abbiamo direttamente partecipato che ci toccano di più, e io confidai al mio giovane visitatore che nessuna visione di quegli anni oscuri mi aveva tanto segnato come quei vagoni riempiti di bambini ebrei alla stazione... Non li avevo tuttavia visti con i miei occhi, ma fu mia moglie che me li descrisse ancora tutta piena dell’orrore che ne aveva provato. Noi ignoravamo, tutto allora dei metodi di sterminio nazisti. E chi avrebbe potuto immaginarli! Ma quegli agnellini strappati alle loro madri superava già quello che avremmo creduto possibile. Quel giorno credo di aver toccato per la prima volta il mistero d’iniquità la cui rivelazione avrebbe segnato la fine di un’era e l’inizio di un’altra. Il sogno che l’uomo occidentale ha concepito nel XVIII secolo, del quale credette veder l’aurora nel 1789, e che, fino al 2 agosto 1914, si è rafforzato col progresso dei lumi e con le scoperte della scienza, questo sogno ha finito di dissiparsi per me davanti a quei vagoni carichi di bambini. E tuttavia ero lontano mille miglia dal pensare che andavano a rifornire le camere a gas e i crematori.
Ecco ciò che dovetti confidare a quel giornalista, e siccome sospirai «Quante volte ho pensato a quei bambini!» lui mi disse «Io sono uno di loro». Era uno di loro! Aveva visto scomparire sua madre, una sorellina adorata e tutti i suoi tranne suo padre nel forno alimentato da creature viventi. In quanto al padre, doveva assistere al suo martirio, giorno dopo giorno, alla sua agonia e alla sua morte. Che morte! Questo libro ne riferisce le circostanze e lo lascio scoprire ai lettori, che dovrebbero essere così numerosi come quelli del Diario di Anna Frank. Così come riferisce per quale miracolo lo stesso bambino riuscì a salvarsi.
Ma ciò che affermo è che questa testimonianza, che viene dopo tante altre e che descrive un abominio del quale potremmo credere che nulla ci è ormai sconosciuto, è tuttavia differente singolare, unica. Ciò che succede agli ebrei di questa piccola città della Transilvania chiamata Sighet, la loro cecità di fronte a un destino che avrebbero avuto il tempo di fuggire e al quale con una inconcepibile passività essi stessi si consegnano, sordi agli avvertimenti, alle suppliche di un testimone scampato a un massacro, che riferisce loro ciò che lui stesso ha visto con i suoi propri occhi, ma a cui rifiutano di credere e che prendono per un demente, ebbene questi fatti sarebbero certamente bastati a ispirare un’opera alla quale nessuna, mi sembra, avrebbe potuto essere comparata. Ma è tuttavia per un altro aspetto che questo libro straordinario mi ha conquistato. Il ragazzo che ci racconta qui la sua storia era un eletto di Dio. Non viveva dal risveglio della sua coscienza che per Dio, nutrito di Talmud, desideroso di essere iniziato alla Cabala, consacrato all’Eterno. Abbiamo mai pensato a questa conseguenza di un orrore meno visibile, meno impressionante di altri abomini, ma tuttavia la peggiore di tutte per noi che possediamo la fede: la morte di Dio in quell’anima di bambino che scopre tutto a un tratto il male assoluto?
Cerchiamo di immaginare cosa succede in lui mentre i suoi occhi guardano salire in cielo le volute di fumo nero che escono dal forno dove la sua sorellina e la sua mamma stanno per essere buttate dopo migliaia di altri: «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai». Capii allora che cosa avevo amato fin dall’inizio nel giovane israeliano: quello sguardo da Lazzaro risuscitato, e tuttavia sempre prigioniero delle oscure rive dove vagò, incespicando su dei cadaveri disonorati. Per lui il grido di Nietzsche esprimeva una realtà quasi fisica: Dio è morto; il Dio di amore, di dolcezza e di consolazione, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe si è dileguato per sempre, sotto lo sguardo di questo ragazzo, nel fumo dell’olocausto umano preteso dalla Razza, la più ingorda di tutti gli idoli. E questa morte, in quanti pii ebrei non è avvenuta? L’orribile giorno, fra quegli orribili giorni, in cui il bambino assistette all’impiccagione (sì!) di un altro bambino, che «aveva il volto di un angelo infelice», sentì qualcuno gemere dietro di lui: «Dov’è Dio? Dov’è? Dov’è dunque Dio?». E in lui una voce rispondeva: «Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca».
Conclusioni
Nella mia lunga vita ho vissuto fatti dolorosi (com’è stata la Seconda guerra mondiale), ma nessun fatto mi turba più dell’ignominioso sterminio degli ebrei.
Anche se non avremmo mai potuto supporre quanto di orrendo stava accadendo nei campi di sterminio: fatti per noi neppure immaginabili.
Torino, Einaudi 2018. Si ringrazia l’Editore per la gentile concessione alla riproduzione.
La Giuntina, Firenze 1980. Si ringrazia l’Editore per la gentile concessione alla riproduzione.