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Il mondo di Guatri

2026/18

Ricordo degli anni trevigliesi: gli anni della mia gioventù

Il settimanale Il Popolo Cattolico

Comincio dalla fine: dai miei 90 anni, compiuti il 19 settembre 2017. Su Il Popolo Cattolico, il settimanale di Treviglio, appaiono due articoli che mi riguardano.

Il primo è del 14 ottobre 2017. Si legge: «Nel numero scorso Il Popolo Cattolico ha riferito, in un breve articolo, il raggiungimento dei 90 anni da parte del prof. Luigi Guatri, che ha vissuto a Treviglio parte della sua giovinezza prima di trasferirsi a Milano. Sull’argomento, il nostro Direttore, Amanzio Possenti, ha scritto per L’Eco di Bergamo un intervento riguardante il prof. Guatri e che qui volentieri riportiamo per segnalare il ruolo del grande docente e anche il suo ricordo nella vita trevigliese dall’Oberdan in poi. Ecco il testo».

Il professor Luigi Guatri ha compiuto novant’anni, un’età rispettabile ma che non trova spazio solitamente sui giornali, a meno che il festeggiato sia un personaggio di rango, come è capitato appunto al professor Guatri che si è ritrovato un’intera pagina a lui dedicata su un quotidiano milanese, con gli auguri espressigli da un grande numero di amici e di estimatori. Occorre subito ricordare che è stato Rettore della Bocconi dal 1984 al 1989, anzi con la rinomata università di Milano ha avuto 68 anni di intensa e preziosa attività didattica e di responsabilità varie, anche consigliere delegato e vicepresidente a fianco di Mario Monti.

Se grande ed esemplare è stato il suo ruolo nell’ateneo di via Sarfatti– come ne parla egli stesso, allora vicepresidente Bocconi, nel volume Una vita in Bocconi (Egea, 2012) scritto insieme al professore e storico bocconiano Marzio Romani – e in quell’ambiente universitario ha svolto un rapporto di collaborazione eccezionale, non va dimenticato tuttavia – ed è la ragione di questo intervento – il suo periodo trevigliese, da giovane colto e raffinato, di straordinarie speranze – quale poi si avverarono – e soprattutto un carissimo concittadino.

Per la verità, negli anni, non ha mai dimenticato Treviglio. I trevigliesi un po’ in su con gli anni, alcuni dei quali suoi ex compagni di studi all’Istituto Oberdan di Treviglio e alla Bocconi, ne rammentano e sottolineano le alte qualità di studente e di studioso nel ramo dell’Economia aziendale, un autorevole protagonista.

Prima di approdare in Bocconi quale professore ordinario nel 1969, lo era stato a Genova e a Parma.

Nativo di Trezzo sull’Adda, figlio di un funzionario della ex Orobia venuto per lavoro con la famiglia a Treviglio – abitando in via Crivelli, 2 – ha frequentato appunto l’Oberdan, diplomandosi nel modo migliore e rivelando presto doti di assoluto talento.

A Treviglio ha fatto parte della vita culturale dell’epoca, diventando amico di giovani personaggi di quegli anni, da Alfredo Ferri (che poi fu a lungo presidente della Cassa Rurale), al dottor Esena, al ragionier Manlio Possenti, al dottor Michele Motta, a Trento Longaretti, per citarne solo alcuni.

Dopo il diploma, iscrittosi alla Bocconi, si era guadagnata (1949) una laurea con massimo di voti e lode. Da allora il professor Guatri – autore di numerose pubblicazioni nonché collaboratore giornalistico di importanti testate – ha lasciato Treviglio per Milano, ma non ha dimenticato i trevigliesi: talvolta è tornato, per esempio, agli incontri dell’associazione ex allievi Oberdan, soffermandosi con antichi amici, compagni di studio e conoscenti. Ecco perché a Treviglio la notizia dei suoi 90 anni, conosciuta attraverso l’inconsueta informazione di un quotidiano e grazie a un numero elevato di persone riconoscenti al «Maestro», che da ogni dove gli porgono auguri sinceri, ha ripristinato la memoria fra i più anziani, riportando all’indietro di molti anni l’orologio della memoria cittadina. Nonché di tutti coloro, trevigliesi e no, che negli anni della sua docenza prima e del suo rettorato poi alla Bocconi, lo conobbero, lo stimarono e ne apprezzarono non solo le doti scientifiche ma anche quelle umane. Un augurio cordiale e amichevole, per la condivisione, pur parziale, di questa città all’attività di alto valore culturale di un professore noto in tutto il mondo.

Permettetemi di dire che qui si esagera un po’, ma i trevigliesi mi vogliono bene.

L’incontro con Lina Fusa

Il secondo articolo è del 18 novembre 2017 e s’intitola «Quando Luigi Guatri, sedicenne, collaborò con Il Popolo Cattolico».

Caro Direttore,

sono commosso per il ricordo col quale mi ha onorato sul trevigliese Il Popolo Cattolico del 14/10/2017. Treviglio è stata la città della mia gioventù e perciò (nonostante la guerra) rimane un ricordo incancellabile e piacevole. Ma vi è di più. In tempo di guerra (1944) ho conosciuto a Treviglio una sfollata milanese, con la quale mi sono fidanzato e poi sposato: Lina Fusa. Ella è stata mia moglie per tutta la vita, finché la morte me l’ha tolta sette anni or sono. Un amore durato 66 anni, un affetto che durerà per sempre (anche attraverso i 5 figli, i 7 nipoti e una bis nipote). Nel cimitero di Treviglio giacciono diversi miei amici di gioventù e collaboratori nella professione. Mi limito a citarne due: Rino Invernizzi e Francesco Comotti: il primo è stato anche mio compagno di classe all’Istituto Oberdan.

Caro direttore, desidero concludere con un’informazione che la stupirà: anch’io nel 1943 (a 16 anni) sono stato collaboratore de Il Popolo Cattolico. Se crede le invio i due contributi scritti. Grazie ancora con molti cordiali saluti.

Luigi Guatri

 

Pubblichiamo volentieri la lettera inviata al Direttore de Il Popolo Cattolico dal prof. Luigi Guatri, che ha compiuto recentemente 90 anni e per la cui lieta ricorrenza il nostro settimanale aveva pubblicato in ottobre un articolo a lui dedicato, sottolineando il ruolo importante svolto quale docente universitario e rettore della Bocconi e rammentando come egli abbia abitato per alcuni anni, in gioventù, a Treviglio, anche nel periodo della guerra.

Ebbene dalla risposta del prof. Guatri qui sopra riportata, si evince come egli ricordi con affetto il periodo trevigliese, sia per gli amici qui conosciuti – e alcuni di essi riposano al nostro cimitero – sia perché conobbe proprio a Treviglio la sua futura moglie, purtroppo mancata sette anni fa. Ci associamo al suo dolore per la perdita di persona tanto cara.

Ci fa grande piacere apprendere che negli anni trevigliesi – nel lontano 1943 – egli pure collaborò a Il Popolo Cattolico, quando aveva sedici anni. È una notizia che acuisce, ulteriormente il valore del rapporto che egli ebbe con la nostra città anche tramite la nostra testata, rapporto che conserva con carissimi ricordi.

Il Direttore e la famiglia tutta de Il Popolo Cattolico nel compiacersi della lettera cortesemente inviata al nostro giornale, non solo ringraziamo il professor Guatri ma anche gli rinnovano il più caro e amichevole augurio.

Il libro di Ruggero Fratelli

Scrive Ruggero Fratelli (mio compagno di classe all’Istituto Oberdan di Treviglio, che ha la mia stessa età: è nato il 2 settembre 1927) nel libro Amici pubblicato nel 2016:

Verso sera mi trovo con il Guatri per un giro in bicicletta. A scuola lo invidiano un po’ tutti, con le ragazze ha successo. È evidente che ha suscitato l’interesse di una compagna della classe inferiore, una sfollata, Alba Saporiti, tanto carina. Meglio di lei solo la Licia Ceresoli, ma è già stata accaparrata da un compagno più grande, il Tresoldi.

Si notino due particolari:

  • tra di noi studenti ci chiamavamo quasi sempre per cognome (il Guatri, il Tresoldi ecc.). Ai professori davamo del «voi», come si usava nell’epoca fascista;
  • non si pensi che con le ragazze ci prendessimo confidenze (come spesso accade oggi). I nostri erano amori del tutto platonici.

E ancora nel capitolo «1945» (fine della guerra) racconta:

A giugno Guatri dà gli esami di ragioniere, saltando l’ultimo anno. Aveva studiato tutto l’inverno, mantenendo il segreto, solo Invernizzi ne era a conoscenza. Lo invidio, sono ammirato, ma anche un po’ geloso. Mi metto in testa che potrei sacrificare l’estate allo studio e tentare l’esame a settembre». […]

«A settembre mi sento pronto, vado a scuola per iscrivermi agli esami, impossibile! L’iscrizione andava fatta a giugno, oppure essere ex combattente o ex partigiano. Disperato! Mi salva il papà Carminati, mi procura una dichiarazione di essere stato partigiano a Milano dal 1944. Naturalmente non posso presentarmi alla scuola di Treviglio, mi iscrivo all’Istituto Schiapparelli di Milano, via San Marco. Promosso con otto in tutte le materie. Guatri si è iscritto alla Bocconi. Ha trovato una sistemazione dalle parti di Lambrate. Ne parlo in famiglia, mi piacerebbe imitarlo. Mamma è d’accordo, mi rendo invece conto che papà non capisce la cosa. Comunque mi lasciano iscrivere, ma niente residenza a Milano, pendolare. Le lezioni cominciano alle 8,30, treno, tram, bisogna alzarsi alle 5,30, si rientra per le 21.

Il primo anno di lezione ci preoccupa, pare che si accaniscano sulle matricole. Ci presentiamo uniti, Guatri e io, diciott’anni, aspetto da ragazzini. Due anziani ci bloccano: Luigi, pronto, estrae due pacchetti di nazionali, tutto fila liscio. Più tardi scoprirò che i due erano di Bergamo, il Villa dell’omonima banca e Grezzi, figlio dell’orefice.

Abbiamo deciso di acquistare i testi in comune. Spesa metà per uno. Un bel risparmio. Cominciamo con lo Stato sociale moderno del rettore prof. Demaria, 900 lire. Per primo lo usa Guatri, me lo passa pieno di annotazioni e tanti bigliettini. Confesso di non averlo mai letto. Dalle prime pagine un mattone. Terribile!

Mi rendo conto che non ce la faccio. In inglese danno per scontata una buona conoscenza della lingua. A Treviglio ho fatto tedesco. In matematica bisogna sapere la trigonometria. Non era nel programma delle superiori. Guatri ne era al corrente e si era preparato. Io invece mi arrendo.

Decido di lasciare la Bocconi e di cercarmi un lavoro. Pagherò le tasse universitarie per avere l’esenzione dal servizio militare, ma cesso la frequenza. Il mio più grande errore.

I miei articoli per Il Popolo Cattolico

Il libretto di Ruggero Fratelli riporta anche due articoletti da me scritti per il settimanale trevigliese Il Popolo Cattolico: avevo 16 anni e firmavo «Guatri Luigi».

Da Il Popolo Cattolico del 18 settembre 1943:

Poesia

Stamani il cielo è azzurro: d’un colore infinito, senza confini, che s’estende ovunque lo sguardo si volga, l’occhio miri, l’attenzione si arresti. I trilli delle rondini ci giungono ora oscillanti di gioia, quasi primaverile, ora da lungi, flebili, e sembrano piangenti d’una mestizia autunnale. Ché il tempo prima di essere nell’atmosfera e nelle condizioni meteorologiche, è nel canto delle rondini, nello squillo argentino della voce d’un uccello, nel melodioso rintocco di una campana. E l’uno e l’altro, e l’altro ancora, ci parlano al cuore, ci dicono una poesia d’una dolcezza che non ha pari. Il fiore appena sbocciato ridente ai raggi del sole che in fronte lo sfiorano, non commuove o rende felici?

E la natura parla, col suo linguaggio che sol può comprendere l’animo gentile, ma che al rozzo è negato. Parla la natura, ma la sua voce si trasforma in un cantico, di note gravi e solenni, lievi e gioiose, fiere e tremende, spensierate e soavi. Canta in ogni cosa, in ogni essere che senta o non senta, che conosca o ignori, e le note uscenti da una cosa si uniscono alle altre note, formano l’inno più grande, che inebria e attira, affascina e solleva.

Mentre le verdi foglie sonnecchiano beate sull’albero, lor dimora e asilo, Eolo per un solo istante apre l’otre sua, e il vento che, degli altri più ratto, è fuggito, s’avventa, le sveglia, le batte, le fa gemere e, spietato, le toglie da lor seggi e seco porta lontano. Il pensiero segue la misera foglia che, rapita, invano si difende, la vede, ancor quando l’occhio più non la scorge, alzarsi e ricadere, poi risalire e di nuovo precipitare. Ed esso pure, quasi fosse foglia, si leva per breve ora, e poi pesante ripiomba, quando crede di spaziare alfine libero, è scaraventato al basso, e il colpo lo stordisce. Nel frattempo, il sole, che all’alba svogliatamente si è levato, ride d’un riso largo e pieno alla terra e agli astri. È giunto alla metà del suo cammino, faticosamente salendo; ora ridiscenderà. E così ogni giorno sale e scende, come è pur dell’umane cose costume. Si scala un monte: gloria e grandezza; ma questo ha una vetta, ed essa raggiunta, bisogna tornare ai piedi. L’alte montagne, ov’è perpetua signora la candida neve, ricevono anch’esse, e prima d’ogni altra mortale cosa, il raggio benefico: lo scintillio d’una intensità tremenda, bellissima, impedisce allo sguardo di mirarlo: volgi altrove, o uomo, i tuoi raggi, che non sei degno di guardar tanto candore!

Tacete ora; ascoltate in silenzio! Un fruscio lieve e sommesso, quasi timoroso, ma continuo, ferisce l’udito, e la pace e la calma danno all’animo una quiete che altrove non è. Un fresco veloce, irruente rivo scende fra gli alberi che in omaggio s’inchinano al suo passaggio, riverenti e muti.

Ah, dolce poesia! L’animo più non trova parole, gli occhi lacrimano. Pare che lassù, tra il verde, un chiaror importuno voglia entrare, poi s’arresta e volge altrove. Le foglie battono e il ruscello corre, il lor suono s’unisce e confonde, diviene uno sempre più potente: ora le note sono distinte, l’animo le sente e vede fondersi, unirsi, ordinarsi.

Or s’ode l’inno che tutto canta, tutto è bello, grande, sopraumano: e la natura benigna, madre nostra, ci accarezza.

Da Il Popolo Cattolico del 25 settembre 1943:

Ugo Novella

Da un’alta vetta il sole fa capolino, dapprima incerto, poi via via sempre più sicuro, infine risoluto: un’ondata di luce si riversa, confondendosi, a valle e fuga le tenebre che cedono, vinte, il passo. Le casupole che laggiù in fondo sembrano un mazzo di rododendri dal rosso vivace, si destano: e già s’ode il pesante passo dei minatori, che, con eguale, lenta, monotona cadenza, salgono alla miniera, al loro posto di lotta dura e feroce contro la massiccia pietra che mai cede. Lotta talora drammatica, tra il bruto formidabile e l’essere intelligente: battaglia che non conosce soste, contesa senza respiro. Salgono l’erto sentiero e qua e là neppure si scorge un tracciato; ma camminano sicuri, senza esitare. La meta si approssima sempre più: eccoli giunti alfine: e ora al lavoro. Marina, la fiera e robusta montanara dai capelli crespi e dalle linee decise, rientra: ha seguito con lo sguardo lo sposo che andava su, a procurarle col sudore il pane: per lei e il piccolo Ugo, che dorme pacifico nella rustica culla. Neppure s’è svegliato all’ardente contatto delle labbra paterne, che avidamente l’hanno baciato, e non ha visto la mamma piangere dopo aver rinchiuso la porta, un poco più tardi. Né sa, povero piccino, d’essere innocente causa di quel pianto. Il padre dà tutto se stesso per la famigliola, e lavora da mani a sera, e torna stanco e felice, sorridendo alla moglie che gli porge il piccolo. Erano tanto felici! Ma ora mancherà il lavoro. «Che ne sarà di noi? – diceva la sera avanti la giovane moglie al suo Vincenzo – che ne sarà di Ugo?» Oh, per loro non si sarebbero preoccupati: avevano, ancor fanciulli, passate altre annate tristi, ma il bambino ha bisogno di cure, come tutti i suoi coetanei.

Ella piangeva, silenziosa, chinata con la fronte verso il misero lettino: una mano, una piccola, cara mano la toccò sulla nuca. Rialzò il viso, la prese nella sua e la baciò più volte disperatamente, affannosamente, concitata. Ben sapeva che il marito per l’ultima volta saliva alla miniera: poi la disoccupazione, la miseria, la fame: e ancora lacrimava. Ugo era stupito: mai aveva visto la buona mamma piangere così: ella, sempre sorridente e felice!

E quella mattina pianse anch’egli, d’un pianto diverso d’ogni altro giorno, di lacrime non puerili, ma stranamente serie e amare. E neppure volle correre coi compagni su pei prati vicini, ed era con tutti quasi sgarbato. La mamma aveva pianto: altro non sapeva, ma questo bastava.

Marina attendeva con ansia la sera: temeva lo sconforto del marito. Questi non aveva alcuna colpa, ma la fatalità voleva così. La vecchia miniera di ferro ha dato l’ultima stilla del suo sangue: ora più non ne darà. «Le sei: dovrebbe essere qui: oggi non c’era ancora molto lavoro.» Le sette, le otto, le nove… Marina freme disperata, già teme il peggio, vorrebbe salire, chiedere, vedere, ma non osa, le manca il coraggio, si sente venir meno, tenta di alzarsi, ma rimane seduta. D’improvviso sente un passo di corsa. Si rianima, accorre ella pure, apre: Vincenzo la prende fra le braccia e il suo cuore batte vertiginoso per la veloce discesa. «Marina... Marina vittoria! La miniera – e la voce gli moriva in gola mentre articolava affannosamente – la miniera produrrà ancora!» Ella emise un piccolo gemito, appena percettibile, e si volse ad abbracciare Ugo che le tirava le gonne. L’alzò fino al viso del marito, ed ebbero un istante di pura gioia, d’ebbrezza. Rifioriscono le speranze, l’animo ridiventa gaio, sereno, il viso aperto e luminoso. La famigliola è come l’albero che, brullo e sconsolato d’autunno, triste e languente d’inverno, risorge a nuova vita al giungere della verde primavera. E il gaudio è in tutti i volti. Madre e babbo pensano al figlio, loro speranza, con tenerezza commovente, infinita. La vita riprende come se nulla fosse avvenuto… Mesi, anni passano, si susseguono, tutti eguali, con monotonia pari a quella del passo del montanaro che sale i suoi monti. E Vincenzo torna ogni sera chiamando a gran voce il suo Ugo, che gli corre incontro.

Ma un giorno non tornò: era una sera buia, d’inverno. La tormenta ululava sinistramente sferzando implacabile i passanti. L’inquietudine è nei cuori, l’ansia li fa fremere. In casa è un’insolita agitazione: «Strano, già le dieci quasi, e ancora non giunge. Ugo, bisogna fare qualcosa, correre, vedere…» Ha un cattivo presentimento. «No, anzi, aspetta: forse attende che la tormenta si calmi. Dev’essere proprio così, anzi è così!» Ma invano cercava di illudere se stessa e il figlio, ben altri erano i pensieri. Le ombre parevano sinistre e l’urlo dell’esterna bufera insisteva e atterriva. Marina era pensosa; Ugo, vicino, rabbrividiva spesso: il camino mandava gli estremi bagliori, come d’una vita che si spegne. La donna ha lo sguardo fisso sul fuoco e il parallelo, per non so che di fosco, corre tra esso che muore e il marito. «Ugo resta qui, io esco un momento a vedere di tuo padre.» E ciò dicendo gli pone sul capo le mani. Egli sorge di scatto, si svincola dalla sua stretta: «Vengo con te, mamma!».

E salirono con fatica, consci d’andare ad apprendere la loro condanna. Una frana aveva spezzato le loro esistenze: il corpo amato era stato maciullato sotto l’enorme peso, e i brandelli furono le loro reliquie. Ma per caso singolare il piccone, l’arma del minatore, era finito al limite dell’aggruppamento di sassi. Ugo lo raccolse, lo baciò: era l’eredità del padre. E contro il monte che sì duramente nel più puro affetto lo aveva colpito si scagliò, ferendolo ferocemente.

E lassù, ancor oggi nella vecchia miniera, Ugo Adalberti, buon minatore batte la roccia, quasi con rabbia, e in ogni colpo trova soddisfazione, quasi vendetta.

La nascita di Graziella (1943)

Nel 1940, col trasferimento di papà a Treviglio (l’Orobia incorporò le Forze idrauliche di Trezzo sull’Adda) ebbe inizio uno dei periodi più felici e indimenticabili della nostra vita familiare e anche della mia esistenza. Questo periodo è per la famiglia compreso tra il 1940 e il 1961; per me tra il 1940 e il 1949, quando mi trasferii a Milano per iniziare l’attività lavorativa (aprile 1949, due mesi prima della laurea) presso l’Ufficio Studi Economici della Montecatini.

Certo il fatto più importante del periodo trevigliese è la nascita di Graziella (1943), l’amata sorellina, la gioia di tutta la famiglia. Anche mamma Rosa, che l’ebbe a quarant’anni (13-14 anni dopo la nascita di Beppe), ne fu ringiovanita. Io avevo 16 anni, già «vedevo» (cioè guardavo) le prime ragazze: Graziella fu perciò un po’ la sorellina e un po’ la figlia. E tale sentimento è rimasto nel tempo.

Graziella nacque nel pieno della guerra. Ricordo, durante la gravidanza di mamma Rosa (peraltro condotta senza difficoltà), le notti dell’estate del 1943 passate nelle campagne o nei fossati, mentre centinaia di aerei giravano sulle nostre teste. Erano i durissimi bombardamenti di Milano, cui noi assistevamo a circa trenta chilometri di distanza. A ogni violenta esplosione si levavano da tutti frasi di dolore: «Poveretti!», «Povera gente!» (si pensava ai milanesi sotto quella tempesta). Dopo una-due ore di ansie, si rientrava in casa; e la vita riprendeva dal punto in cui la si era lasciata. A tutto ci si abitua, anche alla guerra.

Quando suonava l’allarme fuggivamo di casa con qualche valigia già preparata e che conteneva le cose essenziali per la sopravvivenza, se la nostra casa fosse stata colpita. Ricordo come fosse ieri che mio padre aiutava nel cammino mamma Rosa; mentre io e mio fratello portavamo le valigie.

Per papà Edmondo il periodo trevigliese è quello della maturità vigorosa: dai 40 anni in avanti. Salvo il periodo della guerra, una vita tranquilla, trascorsa nel lavoro all’Orobia, stimato e benvoluto da tutti; capace di guidare i suoi uomini, ma a essi anche affezionato. Alcuni decenni dopo l’ingegner Curami – che dell’Orobia fu il consigliere delegato e col quale ebbi relazioni professionali negli anni Settanta – mi diceva di ricordare papà per il suo equilibrio e la sua serenità in tutte le circostanze, anche le più difficili. In quei tempi, ancora un poco avventurosi per la produzione e distribuzione dell’elettricità, accadevano anche episodi di infortunio mortale per gli addetti ai lavori. Quando due o tre fatti del genere si verificarono nella «sua» zona, tra i «suoi» operai, papà ne rimase sconvolto. Quelli sono gli unici momenti in cui l’ho visto disperato.

Anche mamma Rosa fu nel periodo aureo della sua vita: sempre laboriosa e serena (quando ci trasferimmo a Treviglio aveva 37 anni), come del resto la ricordo a Trezzo, a Valbondione, a Caravaggio. La sua vita si svolgeva in casa. Sbrigava le faccende con l’aiuto in giornata di una ragazza (tutte rimanevano per molti anni), curava personalmente la cucina: non so se in questo c’entri l’affetto, ma io la ricordo eccellente. La sua vita fu interamente dedicata ai familiari: il viaggio più lungo e il massimo svago era la gita domenicale a Trezzo (10-12 chilometri) con la «Balilla» di papà.

Cogli occhi di oggi, un mondo non esaltante: ma quanti affetti, quanta serenità!

Anche se poi l’uso andò decrescendo, papà e mamma (come era all’epoca assai diffuso) usavano «tra di loro», ma non con noi figli, se non occasionalmente, il dialetto milanese. Al mattino: «Mondo (sta per Edmondo) cusafemm de mangia?» e ai figli, con traduzione simultanea, «ragazzi cosa facciamo oggi per pranzo»? Ed Edmondo: «Ranges ti!» (fa come vuoi). Coi figli – questo era un comune pregiudizio dei tempi – non bisognava parlare in dialetto, altrimenti non avrebbero appreso a esprimersi correttamente in italiano (anche a scuola si confermava questo pregiudizio). Comunque io e mio fratello Giuseppe dominavamo sia il dialetto milanese sia quello bergamasco: anche se papà e mamma ci ammonivano spesso che «Noi siamo milanesi, perché veniamo da Trezzo» (esattamente al confine del bergamasco: ricordate il Renzo manzoniano cha a Trezzo attraversa l’Adda, fuggendo nella Repubblica di Venezia).

«El padrù de la lüs»

A seguito della fusione delle Forze Idrauliche di Trezzo (Gruppo Edison) con l’Orobia con sede a Bergamo (pure del Gruppo Edison: epoca dell’ingegner Valerio) ci trasferimmo a Treviglio. Lo ricordo come uno dei periodi più felici della mia vita (forse anche perché i periodi della giovinezza si ricordano come i più belli...).

Papà Edmondo era conosciutissimo a Treviglio, come capo-zona dell’Orobia: in bergamasco era detto «el padrù de la lüs», il padrone dell’elettricità. Aveva una Fiat «Balilla» a disposizione per il lavoro (un servizio di interesse pubblico, quindi con diritto alla benzina o al metano anche in tempo di guerra: ciò che gli consentì anche di non essere «richiamato»).

Nell’estate del 1944 avviene, proprio a Treviglio, l’incontro con Lina. Io già da qualche anno guardavo le ragazze, tuttavia (come era consueto a quei tempi) solo con qualche romantica passeggiata in bicicletta, quasi sempre in una più o meno numerosa compagnia. Nell’anno scolastico 1944-45 svolsi in un solo anno gli ultimi due anni dell’Istituto Oberdan: quando mi presentai, nel giugno 1945, per gli esami di stato (che allora erano una cosa seria), mi trovai al fianco, del tutto impreparati, i reduci della guerra (richiamati nel 1942 e 1943: s’intende quelli che ne avevano fatto ritorno, poiché alcuni non c’erano più). Cercai anche di aiutarli: ma non era facile. Per me l’esame di Stato fu «una passeggiata»; ne uscii con un trionfo.

Perché mai tutta questa fretta? È facile da spiegare: volevo al più presto andare all’Università Bocconi a Milano, dove dal 1944 Lina era tornata con la famiglia. Purtroppo solo due dei tre fratelli erano rientrati dalla guerra; di Letiziano fin dal 1941 non si avevano più notizie: era scomparso durante la disastrosa ritirata della divisione alpina Julia in Ucraina. Era una delle Centomila gavette di ghiaccio.

A Castione della Presolana

Nell’estate del 1945 mi recai con la famiglia, per la prima vacanza estiva del dopoguerra, a Castione della Presolana (Val Seriana), nei pressi della più nota Bratto. Era lì che noi ragazzi (e ragazze) ci recavamo in compagnia alla sera: erano 2 chilometri a piedi.

Mio padre Edmondo arrivava a Castione della Presolana il sabato pomeriggio (non faceva mai le «ferie») per trovare mia madre Rosa e noi tre figli (con me era mio fratello Giuseppe – detto «Beppe» – e la sorellina Graziella) e ritornava a Treviglio la domenica sera.

Di quella estate ricordo anche le lunghe ascese sulle montagne: sia sulle prime rocce della Presolana sia – e soprattutto – verso le montagne a est, dove mi atteggiavo a «comandante» di tutte le gite. Un giorno – partendo alle 7 del mattino – trascinai un gruppo di ragazzi e ragazze a una lunga ascesa attraverso montagne sconosciute: dopo 6-7 ore ci apparve lontano il lago d’Iseo; scendemmo fino a Lovere. Qui prendemmo una «corriera» che ci portò a Bergamo appena in tempo per salire sull’ultima «corriera» per Castione della Presolana dove i nostri genitori ci attendevano in ansia. Erano ormai le 22! Un’escursione durata 15 ore: ma noi eravamo giovani e non sentivamo la fatica! Il «comandante», infine, riconsegnò... felice le sue truppe ai genitori in ansia: «missione compiuta». Ma non tutti furono dello stesso parere e mi invitarono a «guidare» ascese più brevi, pur senza togliermi il comando.

Gli studi alla Bocconi

Mio padre Edmondo fu ben felice che a fine estate 1945 mi iscrivessi all’Università Bocconi. Vi andai con l’amico fidato Rino Invernizzi, che mi accompagnò, pur non dovendosi iscrivere, nell’«impresa». Ci recammo a Milano sui «carri bestiame» (le carrozze dei treni, come sappiamo, erano state distrutte dalla guerra) e, guardando le mappe, andammo in largo Notari. Qui un commesso comunale ci disse: «Ragazzi, guardate che la Bocconi non sta più qui; si trova a Porta Ludovica, in via Sarfatti».

Nei quattro anni che passai come studente alla Bocconi, Edmondo mi seguiva sempre più felice: da me si aspettava molto, ma superai le sue «attese». Nel 1948 lesse con meraviglia la lettera che mi scrisse (a mano) Gino Zappa dopo la lettura del primo dei dieci capitoli della tesi di laurea sull’«Economia delle aziende cotoniere»: «Questo capitolo è sufficiente per la lode. D’ora in avanti scriva per la libera docenza». Nel luglio del 1949 Edmondo era presente nell’aula dove si discuteva la mia tesi di laurea. E udì le parole di Gino Zappa: «Questa tesi di laurea potrebbe essere titolo per partecipare positivamente non dico a un concorso per libera docenza, ma a una cattedra universitaria».

Il ricovero a Treviglio dei genitori di Lina: opera di mio padre Edmondo

A poco più di 60 anni i genitori di Lina (nati nel vicentino nel 1890) erano, per ragioni diverse, entrambi infermi. Dovettero presto essere ricoverati.

Mio padre Edmondo, che a Treviglio era conosciuto e benvoluto da tutti, convinse il direttore dell’importante ospedale della città a ricoverarli entrambi, per curarli e (almeno) alleviarne le sofferenze.

Fu la soluzione ideale. La madre Italia, in grado di muoversi, poteva visitare il marito Luigi, infermo. Questa fu per entrambi una grande consolazione e non finirono mai di ringraziare Edmondo (e indirettamente anche me).

Lina in quel periodo aveva avuto le nostre prime figlie: ma i suoi viaggi a Treviglio (con una delle nostre automobili veloci) avvenivano ogni settimana.

Un giorno estivo (mentre Lina con le nostre figlie era già in vacanza in Versilia, a Fiumetto) mio padre mi chiamò d’urgenza al telefono a Milano: la madre di Lina era gravissima...! Corsi a Treviglio, mi consultai coi medici, che non mi diedero speranze: partii direttamente per la Versilia; speravo che Lina giungesse in tempo per salutare la madre.

Giunsi a Fiumetto sul fare della sera, ci consultammo: insieme decidemmo di ripartire dopo un paio d’ore, quando mi fossi riposato un poco.

Ripartimmo al mattino di buon’ora, lasciando le bambine in mani fidatissime (come sempre ci furono accanto le nostre collaboratrici specializzate: nel caso l’ex ostetrica altoatesina Agathe).

Giungemmo a Treviglio prima di mezzogiorno: mio padre ci attendeva, per confortare Lina. Ma l’incontro col padre Luigi al letto della madre Italia fu straziante...

Come sempre accade in queste situazioni, non bisogna perdere tempo, pensare ad altre cose tristi: i funerali, la sepoltura (il tutto in poche ore). Alle porte già premevano, come accade ancora oggi, gli «avvoltoi» delle pompe funebri.

Con papà Edmondo decisi risolutamente: avremmo organizzato tutto a Treviglio. Io non avevo difficoltà a sostenerne gli oneri; Edmondo si avvalse delle sue conoscenze in Comune per ottenere l’assegnazione immediata al cimitero di un colombario privato (abbastanza grande affinché potesse un giorno accogliere anche il marito infermo, Luigi Fusa).

Lina acconsentì subito, ne fu contenta. I suoi genitori sarebbero tornati nei luoghi dove ci eravamo conosciuti nel 1944, a meno di 2 chilometri da Vidalengo, lungo la strada delle nostre prime passeggiate in bicicletta.

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N.d.A. Si tratta di un’inesattezza. Sono stato anch’io, come tutti, un pendolare. Viaggiavamo nei «carri bestiame» fino alla stazione di Milano-Lambrate. Da qui in tram fino alla Bocconi. L’ultimo tratto lo facevamo a piedi superando le macerie lasciate dalla guerra.