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Il mondo di Guatri

2026/18

Il mio impegno civile. Dall’ISPI all’«Oscar di bilancio», alla Rizzoli, alla difesa della professione del dottore commercialista

Commissario straordinario dell’ISPI

L’ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, fondato nel 1935 da Alberto Pirelli, è stato per decenni un motivo d’orgoglio per il paese, tenendo convegni e corsi che hanno formato il fior fiore della diplomazia italiana; la sua rivista Relazioni Internazionali è stata, anche nel periodo fascista, un baluardo della ricerca e dell’informazione «aperta» sul tema. La massima tiratura fu raggiunta nel 1940 (con 40.000 copie vendute).

E negli anni precedenti – dalla crisi cecoslovacca a quella polacca, allo scoppio del secondo conflitto mondiale – Relazioni Internazionali aveva vissuto una fase di grande espansione, acquistando un sapore di documento «proibito», più o meno apertamente osteggiato dal regime fascista.

Dunque, un Istituto che era stato un punto di riferimento per l’Italia nei rapporti internazionali e che fu per me un grande orgoglio riportare in vita nel corso di un biennio. Ecco cosa scrisse in proposito Panorama:

Dopo un lungo silenzio, dell’ISPI è tornato a parlare Guatri che nel giugno scorso, al Club 44 di Milano, ha annunciato una nuova vita per l’Istituto. E nello stesso tempo ha fatto uscire un numero speciale di Relazioni Internazionali in cui presenta il «rilancio dell’ISPI», con l’esplicito ringraziamento ad Andreotti «per l’impegno e gli interventi che, con notevole lungimiranza, ha profuso.»

Nell’autunno del 1984 il ministro degli Esteri Andreotti mi aveva nominato commissario straordinario dell’ISPI, con lo scopo di chiuderne i «buchi» di bilancio (anche mediante transazioni con le banche) e preparare il rilancio e il riequilibrio del conto economico a lungo termine. Avevo accettato questo incarico, dopo i primi sondaggi del ministro, sollecitato da Leopoldo Pirelli e da altri amici (tra i quali Innocenzo Gasparini, il mio predecessore al rettorato della Bocconi). Ricordo che nel primo inverno passavo alcune ore del pomeriggio nel magnifico palazzo Clerici, sede istituzionale dell’ISPI fin dalla fondazione; la situazione che vi trovai non era allegra: i caloriferi erano spenti; i dipendenti senza stipendio; le banche chiedevano il rientro dei loro crediti...

La vicenda si concluse il 9 luglio 1986, con la riunione finale nello studio personale di Andreotti a Roma in piazza della Lucina. Dove il ministro aveva richiesto la presenza del gotha dell’industria e della finanza del Nord: Gianni Agnelli, Leopoldo Pirelli, Carlo De Benedetti, Ottorino Beltrami (presidente di Assolombarda), Alberto Boyer (presidente del Credito Italiano), Sergio Siglienti.

Andreotti, dopo avermi espresso, con una cortesia che ancora oggi ricordo, il ringraziamento per l’«opera decisiva svolta», ottenne con fermezza la conferma dei contributi annuali dei gruppi presenti (che si aggiungevano all’importante contributo per il quale si era impegnata la Farnesina). In tal modo la crisi dell’ISPI si concluse.

Anch’io volli contribuirvi rinunciando a qualsiasi compenso.

Nei mesi seguenti anche l’Istituto Javotte Bocconi (l’ente che, nel nome del fondatore, vigila sulle sorti dell’università), allora presieduto da Emanuele Dubini, decideva di appoggiare finanziariamente l’ISPI e nel contempo di realizzare una forte collaborazione con l’università (oltre a nominare un vicepresidente, onere che per lungo tempo mi assunsi personalmente, con la partecipazione di nostri economisti di alto livello e di nostri dirigenti che svolsero compiti di rilievo nella gestione dei rapporti internazionali).

Un appoggio che, anche quando divenni presidente dell’Istituto Javotte Bocconi, ho desiderato fosse conservato nel tempo.

Leopoldo Pirelli considerò sempre una «grande prova di sensibilità» l’impegno che all’ISPI avevo dedicato negli anni; e me lo ripeté più volte. Solo quando fummo certi dell’avvenuto rilancio, entrambi lasciammo gradualmente in altre mani (in buone mani) la conduzione dell’Istituto.

Ho ritrovato una serie di documenti originali, conservati nei miei archivi. Si tratta:

  • della lettera del 9 settembre 1984 con la quale il personale dell’ISPI mi dà il benvenuto;
  • dello Stato patrimoniale al 6 luglio 1984, che evidenzia un deficit di ben £ 1.599.633.782 (con debiti verso banche di quasi un miliardo di lire);
  • della mia lettera ai membri del collegio dei Revisori dei conti del 10 settembre 1984;
  • della lettera in data 21 dicembre 1984 da me diretta al presidente del Banco di Sicilia;
  • della lettera in data 15 novembre 1984 al Nuovo Banco Ambrosiano;
  • della lettera in data 15 ottobre 1984 diretta all’Ambasciatore Umberto La Rocca, capo di gabinetto del ministero degli Affari esteri.

Concludo riportando un mio articolo dal titolo «Il rilancio dell’ISPI», che sintetizza i provvedimenti adottati affinché l’Istituto riprendesse forza.

Nel presentare questo numero speciale di Reazioni Internazionali, che appare dopo un lungo periodo di sospensione delle pubblicazioni, credo sia doveroso informare i lettori e l’opinione pubblica dei motivi del prolungato silenzio di questa gloriosa testata. Ciò non può essere fatto senza sottolineare che la vita di Relazioni Internazionali è sempre stata: strettamente legata alla storia dell’ISPI e ne ha caratterizzato alcuni dei più significativi momenti. La pubblicazione della rivista iniziava, infatti, nel 1935, dopo poco più di un anno da quando un gruppo di studiosi dell’Università di Milano e Pavia aveva creato l’ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Animatore e propulsore dell’ISPI fu Alberto Pirelli che, dal marzo 1935, ne divenne presidente. Collaborarono in quegli anni, a vario titolo, con l’Istituto Giorgio Balladore Pallieri, Mario Bendiscioli, Federico Chabod, Guido Gonella, Giovanni Lovisetti, Raffaele Mattioli, Giovanni Mira, Carlo Morandi, Adolfo Omodeo, Bruno Pagani, Ferruccio Parri, Luigi Salvatorelli, Enrico Serra, Pietro Silva, Mario Vinciguerra.

La collaborazione di tale gruppo di personaggi, evidentemente basata sul comune interesse per le attività di documentazione e di studio svolte dall’ISPI, costituiva all’epoca una situazione anomala rispetto alla cultura ufficiale, situazione sostanzialmente tollerata dal Ministero degli Esteri e che comunque godeva della copertura derivante dalla prestigiosa figura di Alberto Pirelli.

L’opera di documentazione, divulgazione e analisi critica iniziata dall’Istituto a partire dagli anni 1934-35, era stata concepita come orientamento permanente per le attività dell’Istituto. E tale di fatto rimase, anche se con difficoltà crescenti nel corso del tempo. Particolari occasioni di difficoltà sorsero, infatti, per la crisi cecoslovacca (Monaco, settembre 1938), per la crisi polacca e maggiormente per lo scoppio della Seconda guerra mondiale (settembre 1939) e, dal giugno 1940, per l’intervento dell’Italia in guerra.

Il settimanale Relazioni Internazionali, che contava negli anni 1936-37 una tiratura media di 3000-4000 copie, iniziò a partire dalla «crisi di Monaco» una fase di espansione imprevedibile. Grazie alla pubblicazione di documenti integrali, non solamente di fonte italiana e tedesca, acquistò un sapore di documento «proibito». Superò in breve le 10.000 copie, e poi (dopo il settembre 1939) le 20.000 copie. Ulteriore impulso alla diffusione della testata derivò dall’entrata in guerra dell’Italia, nel giugno 1940: essa raggiunse una dimensione enorme per quell’epoca, superando le 40.000 copie vendute.

Alla fine della guerra, nel 1945, l’ISPI venne commissariato. A seguito dell’intervento del Ministero degli Affari Esteri, nella primavera del 1949 terminò la gestione commissariale e, contemporaneamente, il dottor Alberto Pirelli riassunse la presidenza dell’Istituto, coadiuvato da un Comitato di presidenza composto da Giorgio Balladore Pallieri, Alessandro Casati e Tomaso Gallarati Scotti. Quando ne1 1965 Alberto Pirelli lasciò la presidenza dell’ISPI terminò, purtroppo, anche il periodo di maggior fulgore della vita di questo Istituto. Negli anni Settanta, infatti, iniziò un lungo periodo di crisi, che fu dapprima di natura culturale, ma implicò in seguito anche un grave squilibrio di gestione e finanziario. Su tale grave situazione di crisi non vale qui attardarsi, dato anche il gran numero delle concause che la determinarono.

Nel luglio del 1983 il Ministero degli Affari Esteri, per fronteggiare la crisi dell’Istituto nominò un proprio «fiduciario» nella persona dell’Ambasciatore Fausto Bacchetti; a questo veniva affidato il compito di condurre un’analisi della situazione dell’ISPI e di studiare le modalità per il suo rilancio. L’Ambasciatore Bacchetti nominò un gruppo di suoi consulenti, guidato da Innocenzo Gasparini e composto da Enzo M. Calabrese ed Enrico Decleva, con il compito di predisporre un rapporto sugli scopi, le finalità, le strutture e le aree di analisi e studio del nuovo ISPI. Il rapporto, presentato nel marzo del 1984, fu il punto di partenza per le fasi successive di rilancio dell’ISPI. Mi è quindi particolarmente gradita questa occasione per ricordare ancora una volta l’opera e il contributo culturale di Innocenzo Gasparini, come pure di unire nel ringraziamento a questo mio illustre amico e collega, recentemente scomparso, anche quello a Enzo M. Calabrese, a Enrico Decleva e a tutti coloro che con lui collaborarono per predisporre il rapporto.

Nel giugno del 1984, sulla base delle risultanze del Rapporto Bacchetti, il ministro degli Affari Esteri, onorevole Giulio Andreotti, commissariò l’ISPI nominandomi commissario straordinario. Le cortesi pressioni del ministro, il caldo appello di amici e di varie istituzioni milanesi mi indussero ad accettare l’incarico. Devo peraltro precisare che nella mia accettazione svolse un ruolo molto importante la convinzione che per Milano, per le Università milanesi e lombarde, per le imprese industriali, per le banche, per le pubbliche amministrazioni fosse fondamentale disporre di un efficiente e qualificato centro di analisi dei problemi politici ed economici internazionali.

Il ministro Andreotti, nel designarmi quale commissario straordinario, nominò anche un gruppo di suoi «alti consulenti» nelle persone di Bruno Bottai, Alberto Boyer, Innocenzo Gasparini, Umberto La Rocca, Giuseppe Pellicanò e Carlo Tognoli. Indicò, inoltre, quali collaboratori di questo gruppo Enzo M. Calabrese e Luigi Cavalchini. A mia volta, nel compito di commissario straordinario, sono stato assistito da Giovanni Lovisetti, Piergaetano Marchetti, Maria Martellini e Giuliano Urbani. Il lavoro svolto in veste di commissario straordinario si è basato su alcune considerazioni, ampiamente condivise, che ritengo opportuno ricordare e sottolineare in questa occasione. Siamo partiti dalla consapevolezza che la necessità di studiare scientificamente la problematica nei suoi aspetti interdipendenti di natura politica, economica, strategica e giuridica delle relazioni internazionali aumenta man mano che le realtà politiche, economiche, sociali e culturali dei singoli paesi risultano influenzate, o addirittura determinate, da fattori extranazionali.

L’Italia è senza dubbio uno dei Paesi per i quali le condizioni di interdipendenza globale – in termini di asimmetria e di rischio di vulnerabilità nei rapporti con l’estero – hanno particolare rilievo. Non può, inoltre, essere trascurato il fatto che l’Italia è anche inserita nel sistema «regionale» della Comunità europea e che, come ben sappiamo, ciò origina continue necessità di adattamento, a volte anche radicale, in una molteplicità di settori vitali, sia pubblici che privati. Né questa speciale «esposizione» internazionale dell’Italia appare eliminabile, data l’esistenza di precisi vincoli strutturali quali, in primo luogo, la mancanza di materie prime e l’insufficienza delle fonti energetiche. Tali vincoli di interdipendenza (sia globale, sia soprattutto discendente dalla integrazione europea) devono per quanto possibile essere controllati, indirizzati e gestiti regionalmente, a vantaggio o, nel peggiore dei casi, a minore danno del nostro Paese. Ciò presuppone, evidentemente, la continua elaborazione di una adeguata politica dei rapporti internazionali la quale a sua volta richiede, oltre che un motivato impegno delle forze politiche e sociali, anche una specifica apertura internazionalistica delle leadership politiche, burocratiche, imprenditoriali e culturali e, ben inteso, una più valida informazione e formazione internazionale della stessa opinione pubblica.

In altre parole, le principali condizioni perché l’interdipendenza internazionale dell’Italia non si traduca di fatto in una vera e propria «dipendenza passiva», sembrano essere fondamentalmente due:

  • la volontà delle forze politiche e sociali di impegnarsi nella elaborazione e nella gestione di una politica estera adeguata;
  • la professionalizzazione e, prima ancora, la preparazione internazionalistica non solo della classe politica, ma anche della pubblica amministrazione, e di quanti altri sono coinvolti, a diverso titolo, nel sistema delle relazioni internazionali.

È da queste premesse che è scaturita, a nostro avviso, l’esigenza di un rilancio dell’ISPI. Rilancio che, prima ancora di essere una operazione organizzativa, è stato concepito come operazione culturale, ritornando così – evidentemente in un mutato quadro di riferimento e avendo di mira criteri, esigenze e valori propri del nostro tempo – a quella che fu per molti versi l’impostazione originaria dell’Istituto, la ragione fondamentale, in anni passati, della sua affermazione e del suo successo.

Anche il «Rapporto Bacchetti» si ispirò a questi concetti e prese il via da questa visione. Si è in definitiva convinti che un rinnovato Istituto per gli Studi di Politica Internazionale italiano, in grado di operare negli anni Ottanta e Novanta, deve vedere necessariamente impostata la propria attività di studio e di ricerca in modo da rispondere in primo luogo alle specifiche esigenze di tutti coloro che operano in campo internazionale: dalla pubblica amministrazione all’intero mondo economico, sia privato sia pubblico. Nel definire i compiti del «nuovo» ISPI si deve inoltre tenere conto delle particolari caratteristiche di Milano e del Nord Italia, in ispecie per quanto concerne il ruolo che quest’area ha come «punto nodale» del Paese nei rapporti economici internazionali, ruolo esaltato da un ricco retroterra culturale, da una radicata propensione, non cancellata neppure nei periodi di crisi, a proiettare i propri interessi e la propria attenzione oltre i confini nazionali.

Ciò premesso, è mia convinzione che scopi, finalità, funzioni, attività, strutture organizzative, indirizzi di ricerca dell’Istituto finirebbero con il risultare anacronistici e velleitari, se non fossero rapportati pregiudizialmente e costantemente alla natura, alle dimensioni e al ruolo internazionale del nostro paese. Perciò, anche se nei suoi caratteri generali il «nuovo» ISPI non potrà che ricalcare i modelli degli altri Istituti analoghi già operanti negli altri paesi, esso dovrà essere opportunamente caratterizzato da peculiarità sue proprie. In termini generali, esso non dovrà, insomma, rincorrere la molteplicità di domande che il panorama internazionale pone quotidianamente, ma concentrarsi in particolar modo su quelle che il contesto mondiale rende direttamente o indirettamente più rilevanti per il nostro paese.

Il «nuovo» ISPI, in sostanza, dovrà destinare le proprie risorse all’approfondimento delle aree funzionali e geopolitiche di diretto interesse dell’Italia. Ne deriverà una specializzazione che dovrebbe porre l’Istituto in grado di colmare specifiche lacune di conoscenza. Esso, quindi, dovrebbe configurarsi soprattutto come un «Istituto di servizio», prevalentemente finalizzato al raggiungimento di specifici obiettivi di conoscenza, di carattere sia generale che particolare. A imporre tale scelta sono – del resto – gli stessi caratteri peculiari del nostro paese, che sembrano richiedere l’esistenza di una struttura in grado di inserirsi pienamente e attivamente nella rete del ristretto e qualificato numero di quelle istituzioni che operano nel campo delle relazioni internazionali, in evidente, per quanto informale, collegamento reciproco.

Sembra conveniente, pertanto, che vengano privilegiate le problematiche derivanti dalla circostanza che l’Italia è un tipico paese a economia di trasformazione, «destinato» a esportare, oltre che a importare, e, quindi, naturalmente interessato a un clima di pace e di espansione del commercio mondiale. In quanto potenza di secondo rango e regionale, rispetto alle due potenze globali, il nostro paese appare costantemente chiamato ad adattare la propria strategia all’ambiente in cui opera, al fine di recitare un ruolo «attivo» e, per quanto possibile, rilevante sia nell’ambito complessivo delle nazioni, sia all’interno delle sue storiche alleanze.

Le finalità generali dell’Istituto potrebbero quindi essere essenzialmente individuate nel contribuire ad accrescere e quantificare la dimensione internazionale della cultura politica del nostro paese, al fine di facilitare una sua strategia di presenza attiva nell’articolato panorama mondiale. Tali sono le linee di fondo culturali alle quali ci siamo ispirati nel lavoro di messa a punto della funzione e del rilancio dell’ISPI.

Non meno impegnativo è stato poi il lavoro per il suo risanamento gestionale: la gestione straordinaria che mi venne affidata ha fatto ordine nei conti, ha dotato l’ISPI di un nuovo Statuto, ha in definitiva creato le basi per il suo futuro operare, di prossima attuazione con il ritorno alla gestione ordinaria.

I positivi risultati raggiunti si devono a tutti coloro che con me hanno attivamente collaborato e che vivamente ringrazio. Ma essi si devono soprattutto all’impegno e agli interventi che con notevole lungimiranza ha profusi il ministro degli Affari Esteri, onorevole Giulio Andreotti, e alla costante opera del suo Capo Gabinetto, il ministro plenipotenziario Luigi Cavalchini. A loro va il mio più caloroso ringraziamento, anche a nome di tutti coloro che all’ISPI sono culturalmente e sentimentalmente legati; e, mi sia consentito, anche a nome di Milano che, in un riorganizzato e rilanciato ISPI, vede una conferma della propria insopprimibile vocazione internazionale.

Questo numero di Relazioni Internazionali, che celebra anche il cinquantenario della testata, non vuole quindi essere solo un segno di continuità della vita dell’ISPI, ma con il ritorno alla prima e indimenticabile veste grafica della rivista, vuole anche attestare il ritorno dell’ISPI alla sue migliori tradizioni.

* Hanno collaborato alla stesura del Rapporto i signori: Gaetano Bianchi, Stefano Bosia, Luigi Caligaris, Aldo De Maddalena, Edoardo De Pedys, Maurizio Ferrera, Gilberto Gabrielli, Pasquale Gagliardi, Amerigo Gori, Bruno Lamborghini, Siro Lombardini, Egidio Lorenzi, Gavino Manca, Piergaetano Marchetti, Giancarlo Mazzocchi, Renato Mieli. Ariberto Mignoli, Mario Monti, Alberto Mucci, Antonino Nicoletti, Fabrizio Onida, Piero Ostellino, Tommaso Padoa Schioppa, Umberto Paniccia, Bruno Pavesi, Fausto Pocar, Adalberto Predetti, Alberto Quadrio Curzio, Raffaele Santoro, Carlo Secchi, Sergio Siglienti, Alfredo Solustri, Mario Talamona, Giuliano Urbani, Paolo Zannoni.

L’«Oscar di Bilancio»

Nel settimanale Il Mondo del 21 ottobre 1991 appare un articolo dal titolo «Aziende in gara» nel quale si legge:

Adesso tocca alle giurie. Con la scadenza del termine di presentazione delle relazioni annuali da parte delle imprese, si è conclusa infatti la prima fase della nuova edizione (è la numero 28 in 37 anni di vita) dell’Oscar di Bilancio, il premio nazionale destinato alle aziende che realizzano la miglior informazione e comunicazione societaria. E in linea con la tradizione e il prestigio ormai acquisiti dalla manifestazione sono pervenuti alla segreteria dell’Oscar, retta da Paolo Pasini, consigliere dell’istituto promotore Ipr, centinaia di rapporti annuali.

La prossima tappa è ora costituita dal vaglio della commissione di selezione, composta da un membro designato da ciascuna delle associazioni che, a fianco dell’Ipr (Istituto per le pubbliche relazioni di Milano), aderiscono all’iniziativa: Aiaf (Associazione italiana analisti finanziari); Aire (Associazione italiana società di revisione); Andaf (Associazione nazionale direttori amministrativi e finanziari); Assirevi (Associazione italiani revisori contabili); Associazione per lo sviluppo, degli studi di banca e Borsa; Centrale dei bilanci; Comitato direttivo degli agenti di cambio della Borsa valori di Milano; Consiglio nazionale dei dottori commercialisti; Ferpi (Federazione italiana relazioni pubbliche) e inoltre da un rappresentante del mondo accademico e un rappresentante della società di analisi ed elaborazione Rating di Milano. Con il compito di selezionare una rosa di tre bilanci per ogni categoria, la commissione si riunirà, il prossimo 6 novembre.

L’appuntamento successivo, fissato per il 15 novembre, è rappresentato invece dal giudizio della giuria, cui spetta la decisione finale di determinare fra le tre aziende finaliste quella vittoriosa nei sei diversi settori: singole società: quotate in Borsa (industriali, finanziarie e di servizi); società capogruppo quotate in Borsa (industriali, finanziarie e di servizi); singole società non quotate in Borsa (sempre dell’industria, della finanza o del terziario); enti pubblici economici e aziende municipalizzate; compagnie di assicurazioni; istituti di credito.

Il miglior bilancio di ciascuna categoria riceverà l’attestato di eccellenza, mentre a quello migliore in assoluto verrà assegnato l’Oscar di Bilancio (che per regolamento non può essere conferito a una delle società che se lo è già aggiudicato nelle ultime tre edizioni). Da quest’anno comunque un Premio speciale piccola impresa si aggiunge agli altri riconoscimenti ed è riservato al miglior rendiconto fra tutte le imprese concorrenti che presentano un fatturato inferiore a 50 miliardi di lire.

Autori di queste scelte saranno 12 giurati. Sotto la presidenza di Luigi Guatri, docente ordinario di Economia delle aziende industriali e commerciali e direttore dell’omonimo istituto, oltre che consigliere delegato dell’università Bocconi di Milano (di cui è stato a lungo in passato rettore), fanno parte di questo comitato di assegnazione Gherarda Guastalla Lucchini, che presiede l’Ipr, l’organismo fondatore, e Paolo Gnes, presidente della Centrale dei bilanci (costituita dalla Banca d’Italia e dall’Associazione bancaria italiana, è la principale istituzione impegnata nell’analisi e nella diffusione dei dati societari dell’economia nazionale), organizzazione che ha dedicato il proprio patrocinio alla manifestazione.

Altri componenti sono poi i presidenti delle associazioni aderenti, in particolare: Gianni Pasini dell’Aiaf, Claudio Muollo dell’Aire, Romano Guelmani dell’Andaf, Maurizio Milanesi dell’Assirevi, Giuseppe Vigorelli dell’Associazione sviluppo studi banca e Borsa, Attilio Ventura del Comitato direttivo agenti di cambio di Milano, Fulvio Rosina dei dottori commercialisti e Claudio Maffei della Ferpi. Il settimanale Il Mondo, che da due anni affianca i promotori dell’Oscar di Bilancio come partner editoriale, è invece rappresentato dal direttore responsabile, Redento Mori.

Per l’appuntamento finale e per l’annuncio quindi dei vincitori ufficiali si dovrà però attendere fino al 9 dicembre, giorno in cui si svolgerà a Milano il convegno sui problemi posti per raggiungere una maggiore cultura e una migliore qualità dell’informazione societaria, che tradizionalmente segna l’atto finale del premio.

E questo confronto pubblico costituirà un’ulteriore occasione per affrontare il problema della trasparenza e della correttezza dei bilanci societari, come sottolinea Luigi Guatri nell’intervista pubblicata in queste pagine, di fronte alle nuove esigenze poste dal mercato internazionale, della competizione con i concorrenti stranieri e soprattutto da un pubblico di azionisti e di investitori che chiede rendiconti di maggiore qualità.

Nello stesso numero de Il Mondo appare un mio articolo dal titolo «I numeri non bastano più», che riporto integralmente.

Si poteva prevedere? E i bilanci? Perché non hanno segnalato per tempo il pericolo? Chi doveva lanciare l’allarme? Sono le domande del giorno dopo. Quando comincia l’inventario dei danni causati dallo scandalo finanziario di turno. Dal crack Lombardfin al caso Bnl-Atlanta, fino ai più recenti pasticci, cioè Federconsorzi e ora Dominion-Dumenil-Leblé.

Tutte vicende che, oltre a mettere a dura prova il mercato finanziario, hanno contribuito a seminare dubbi sulla reale trasparenza dei conti societari e, di conseguenza, sulla qualità dell’informazione fornita dai bilanci annuali. Ma sono perplessità fondate? «Fino a un certo punto», sostiene in questa intervista un esperto in materia come Luigi Guatri, 64 anni, consigliere delegato dell’università Bocconi di Milano, di cui è stato rettore dal 1984 al 1989. Guatri da sempre alterna l’attività accademica (è docente di Economia delle aziende industriali e commerciali, sempre alla Bocconi) a quella di consulente dei principali gruppi industriali e finanziari italiani. Inoltre ricopre la carica di presidente o consigliere negli organi direttivi di decine di imprese (tra le quali Montedison, Recordati, Sopaf, Akros), presiede i collegi sindacali di società come Pirelli, Gemina, Cogefar-Impresit, è autore di numerosi studi e libri sulla valutazione delle aziende ed è fra i più autorevoli esperti in materia di perizie e stime di gruppi industriali o finanziari.

Domanda. Gli ultimi scandali finanziari hanno riproposto il problema della credibilità dei bilanci. Come giudica la qualità media dei rendiconti forniti dalle società?

Risposta. Negli ultimi venti anni sono stati fatti molti passi in avanti. E oggi anche in Italia si è arrivati a un livello medio soddisfacente in materia di informazione societaria. E questo è già un buon risultato, poiché siamo partiti da posizioni di retroguardia.

D. Ma nei bilanci, e quindi stati patrimoniali e conti economici, sono contenute le informazioni necessarie per capire davvero qual è lo stato di salute di una società?

R. Dal punto di vista contabile sono già riportati in genere tutti i dati fondamentali e più significativi.

D. Quindi gli ultimi clamorosi casi di dissesto, da Federconsorzi alla vicenda Dominion, potevano essere previsti leggendo con attenzione i bilanci. Però questo non è accaduto. Perché?

R. Considero questi casi come semplici infortuni. Spiacevoli quanto di vuole ma pur sempre incidenti circoscritti. Del resto anche in passato accadevano fatti simili. Sia in Italia sia all’estero. Oggi forse vengono, giustamente, enfatizzati e anche stigmatizzati di più. E quindi sembra siano più numerosi.

D. Qualcuno però comincia a chiedersi se i bilanci, per esempio, non siano certificati con troppa facilità. È un dubbio fondato?

R. Non entro nel merito di ciò e non escludo che ci possano essere stati errori anche di superficialità. Però, parlando in generale, penso che le società di revisione svolgano un lavoro molto utile. Quindi la certificazione del bilancio rimane un fatto positivo. Da parte mia ho sempre consigliato anche alle aziende che non ne hanno l’obbligo di farsi certificare i conti.

D. Però sono ancora poche le società non quotate, cioè quelle esentate dall’obbligo di certificazione, che interpellano i revisori. Come si possono superare queste resistenze?

R. Spesso l’informazione verso l’esterno diventa difficile se entra in conflitto con esigenze di riservatezza. Tuttavia è necessario trovare un equilibrio. Le imprese devono convincersi che l’utilità della trasparenza è superiore ai rischi che pure essa comporta.

D. Ma gli imprenditori potranno convincersi da soli? O sarebbero necessarie nuove leggi e una più incisiva attività degli organi di controllo?

R. Credo che le imprese debbano auto-convincersi che la strada giusta è quella della trasparenza. Del resto anche il mondo accademico deve maturare appieno questa convinzione. In sintesi occorre diffondere l’idea che un’azienda vive soprattutto grazie a due elementi: il know how e la credibilità. Ebbene, proprio la credibilità è un bene difficile da costruire, ma si può perdere in un attimo. Ecco perché la comunicazione chiara e continua è necessaria.

D. Però occorrerebbe comunicare proprio tutto, anche le difficoltà aziendali. Altrimenti, si avrebbe, per così dire, una credibilità dimezzata, che funziona solo quando l’impresa va bene.

R. Si certo, le difficoltà aziendali non vanno nascoste. Ma soprattutto occorre inserire nei bilanci, nei rapporti annuali e nelle relative relazioni anche altre informazioni, non strettamente contabili.

D. Per esempio?

R. Tutti gli aspetti che riguardano i cosiddetti beni immateriali. Vale a dire gli investimenti in marketing, brevetti, ricerca a tutti i livelli. Inoltre bisognerebbe conoscere, nei limiti del possibile, le linee strategiche dell’azienda, i suoi obiettivi di medio e lungo periodo. A dire il vero quest’anno ho visto che molte aziende quotate hanno fatto progressi in tal senso. Del resto è questa la linea emergente nei paesi più industrializzati.

D. Quali altre misure migliorerebbero la qualità, o almeno la leggibilità del bilancio?

R. Per il pubblico dei non addetti ai lavori potrebbe essere utile una sorta di seconda edizione del bilancio ufficiale. In pratica una sintesi con i dati essenziali, esposti senza tenere conto dei formalismi legali. Negli Stati Uniti questo miniconsuntivo è compilato già da diverse società. Soprattutto da banche.

D. Sarebbero utili anche rendiconti quadrimestrali o trimestrali?

R. No. I bilanci intermedi sono il modo più sicuro per costringere i dirigenti a guardare solo ai risultati del breve periodo, trascurando le prospettive di medio e lungo termine. In altre parole si avrebbe un eccesso di informazioni, tutto sommato poco utili al pubblico e dannose per le imprese.

L’amministrazione controllata della RCS (Rizzoli-Corriere della Sera)

Il caso della Rizzoli è stato emblematico, sul piano tecnico, del modo come debba essere dimostrata l’esistenza di un «capitale netto positivo», ai fini della conferma che lo stato di insolvenza di una società non sia irreversibile. Una tesi diffusa, quanto infondata, a lungo assunta dai tribunali (e in modo particolare dai loro «esperti» più o meno improvvisati) sostiene che un capitale netto contabile negativo sia la prova di un dissesto e quindi della «irreversibilità» dell’insolvenza. Da ciò l’impossibilità di ammettere all’amministrazione controllata una società in tali condizioni.

La Rizzoli, al 30 giugno 1982 (ultima situazione disponibile all’atto della richiesta al tribunale dell’amministrazione controllata), aveva un capitale netto contabile di 52,1 miliardi di lire: ma poiché perdeva da tre anni in media 100 miliardi l’anno (e nel 1982 perdeva ancora di più), era ovvio – secondo questa tesi – che nel momento in cui il commissario giudiziale nel gennaio 1983 presentava il suo parere, tale capitale netto contabile non potesse che essere sfumato.

Nulla di più infondato! Specialmente in tempi di grande inflazione (che negli anni Ottanta raggiunse il 20 per cento) questa tesi era semplicemente invalida. Per esempio: la Rizzoli, nel suo bilancio consolidato, aveva «a valore nullo» testate come il Corriere della Sera e varie altre; aveva immobili a valori contabili lontani dai valori correnti ecc.

Una seria ricognizione in questo senso effettivamente si imponeva, perciò disposi (con l’assenso del giudice delegato) stime sui valori correnti di beni tangibili e intangibili (testate di quotidiani e periodici): oggi si direbbe del loro fair value. Ne derivò la prova che esistevano, in termini reali (e non solo nominali contabili), plusvalenze per 294 miliardi di lire, che portavano il «capitale netto» (inteso in senso appropriato) a 346,1 miliardi di lire: un «cuscinetto» consistente per la sopportazione di ulteriori possibili perdite (che poi cessarono totalmente dal 1984). Questo bastò per consentire che il «salvataggio» potesse continuare.

Si tratta di concetti elementari: ma erano (e spesso sono ancora oggi) una stranezza per il formalismo contabile, che non sa distinguere tra mere convenzioni e valori reali. Si fissò, con l’appoggio del giudice delegato e del Tribunale di Milano, un principio fondamentale, mettendo una volta per tutte in chiaro che altro è il capitale netto contabile, altro è il valore corrente del capitale proprio!

Segnalo, in particolare che la stima Brugger-Jovenitti valutò le testate facenti capo all’Editoriale del Corriere della Sera in 267 miliardi di lire; e quelle della Rizzoli in 168 miliardi.

L’arresto, avvenuto il 19 febbraio 1983, di Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din e altri ex amministratori è un caso, più unico che raro, di arresto con l’accusa di bancarotta fraudolenta nel corso di un’amministrazione controllata. Va premesso che l’articolo 136 della legge fallimentare prevede questa possibilità, nel nostro paese peraltro (per quello che mi consta) mai applicata. Dunque, un atto «fortissimo», quanto inatteso, della magistratura.

All’origine di quello che fu da molti (non solo dai protagonisti vittime) giudicato uno spiacevole episodio (per il quale, ricordo con un po’ di amarezza, il difensore di uno degli arrestati durante il Consiglio di una grande società mi chiese il perché di tanta severità...) ci fu il meccanismo della legge in base al quale, quando il giudice ha notizia di un reato, scattano automatici adempimenti.

Debbo subito dire che in nessun modo dipese da me. Pochi giorni dopo la mia entrata nel «bunker» di via Civitavecchia, trovai sul mio tavolo un esposto che descriveva puntualmente i «falsi in bilancio» degli anni 1976-79. Era del Collegio sindacale della Rizzoli il quale, ove l’amministrazione controllata fosse precipitata nel fallimento, temeva di trovarsi imputato di negligenze. Scattò così un meccanismo automatico e inarrestabile, che portò la notizia del reato (attraverso il giudice delegato) alla procura della Repubblica.

Da quanto risultò da queste prime indagini, si desume che, dal 1976 al 1980, i bilanci della Rizzoli Editore fossero stati alterati sotto un duplice profilo:

  • in quanto i loro risultati economici, come già si è detto, tengono conto di costi non documentati e quindi, fino a prova contraria, non attinenti alla «gestione della società» per i seguenti importi:

£/Mil.

Bilancio 1976

5242,4

Bilancio 1977

85,6

Bilancio 1978

96,3

Bilancio 1979

11.840,4

  • in quanto, anche a prescindere da tale circostanza, gli stati patrimoniali non enunciano all’attivo il saldo dei «crediti verso azionisti» (rectius: verso il dottor Angelo Rizzoli), almeno in base al suo successivo riconoscimento. Gli importi di tali crediti (oscillanti nei vari anni dal minimo di £ 8.719 milioni al massimo di £ 22.061 milioni) vengono, in chiusura di ciascun esercizio, fino al 1980, compensati artificiosamente con altre poste dello stato patrimoniale. Da ciò la conseguenza che non appare il credito e che non appaiono, di riflesso, le poste passive con esso compensate.

L’amministrazione controllata della Rizzoli completò il suo lavoro nell’ottobre 1984. Allorché, il 17 ottobre 1984, conclusi la mia relazione con queste parole: «(...) il sottoscritto Commissario Giudiziale esprime parere favorevole alla richiesta di cessazione della procedura d’amministrazione controllata, in quanto la Rizzoli Editore SpA appare in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni».

Il successo della procedura si basò:

  • sull’equilibrio tra debiti con «scadenze immediate» e «disponibilità liquide»;
  • sull’equilibrio «finanziario del prossimo futuro» (degli anni 1985-88);
  • sul recupero, soprattutto, dell’equilibrio economico.

A proposito di quest’ultimo punto, debbo rilevare che la positiva conclusione è stata resa possibile dal largo successo ottenuto dal Piano di risanamento economico, sviluppato con gradualità e fermezza durante il biennio di amministrazione controllata. Il Gruppo Rizzoli è passato da un livello di perdite stimabili in 100 miliardi di lire all’anno nel periodo 1979-82 a un risultato positivo nel 1984.

Il successo del risanamento della Rizzoli scatenò su di me un’ondata di approvazioni. La rivista americana International Management nel dicembre 1984 scrisse addirittura e con evidente esagerazione che: «[...] Guatri’s rescue mission was equivalent to scaling the west face of mount Everest».

Alcune riviste scrissero che il «caso Rizzoli aveva riconciliato gli specialisti con il tanto criticato istituto dell’amministrazione controllata».

Nella premessa a un articolo di Angelo Renoldi su «Il caso Rizzoli 1982-84» nel n. 3 del 1985 di Finanza Maketing e Produzione scrissi:

Il caso Rizzoli è stato scelto come esempio significativo di ciò che potrebbe essere l’amministrazione controllata (e spesso non è) per le seguenti ragioni. La prima è di natura personale. A questa procedura ho dedicato due anni della mia vita, passati nel «bunker» di via Civitavecchia a Milano a seguire quale commissario giudiziale un’avventura tanto affascinante quanto impegnativa. Un lavoro condiviso da eccellenti colleghi e manager, che vi operarono in varie vesti: Carlo Scognamiglio, Roberto Poli, Angelo Provasoli, Luigi Della Rocca, Giordano Caprara, Giancarlo Mondovì, Maria Martellini, Gualtiero Brugger, Sergio Pivato, Mario Massari e altri ancora.

Tra i nomi ricordati vi è anche quello di Giancarlo Mondovì, bocconiano e coetaneo di Tassan Din, che è stato l’efficace direttore generale della Rizzoli nel periodo 1983-84, quello del risanamento.

Non potrò poi mai dimenticare un «Contro-corrente» che Indro Montanelli dedicò su Il Giornale alla vicenda Rizzoli: dopo aver menzionato i molti illustri bocconiani che al capezzale della Rizzoli si erano affannati per due anni, ricordava che un altro un bocconiano (Tassan Din) l’aveva messa ko. Cioè appunto, bocconi.

Mi si può chiedere, a questo punto, perché considero il mio impegno biennale alla Rizzoli come un «impegno civile». È presto detto: all’epoca la remunerazione per il Commissario giudiziale era, diversamente da oggi, estremamente modesta. Al termine del mio lavoro tutti i Giudici della Sezione Fallimentare del Tribunale di Milano mi chiamarono per ringraziarmi del lavoro svolto.

La difesa della professione del commercialista

Nella vita ci vuole anche fortuna. Non bastano l’impegno, la cultura, l’intelligenza. La fortuna e l’intelligenza sono «doni» che vengono elargiti, non te li puoi «costruire». Io ho avuto, nella vita, la fortuna di avere Maestri (quelli che si designano con la «M» maiuscola) fra i più grandi: nell’accademia Gino Zappa e Luigi Antonelli nella professione. Come se non bastasse, ne ho avuto anche un terzo: mio padre Edmondo, che fu il mio Maestro (anch’egli con la «M» maiuscola) nell’adolescenza e nella prima giovinezza. Mi ha insegnato soprattutto l’onestà e la dedizione al lavoro, ma anche fluidità e chiarezza nello scrivere.

Forse non avrei mai avuto come Maestro (e poi amico: mi invitò a dargli del «tu» quando avevo solo 26 anni) Luigi Antonelli se, nel 1951, non avessi casualmente incontrato presso la società Zari di Bovisio (una cittadina prossima a Desio) Bortolo Termine, un ottimo commercialista milanese, nato sulla riva orientale del Garda. La Zari era tra i più importanti mobilifici della Brianza, all’epoca controllata dalla Lagomarsino (una società nota e rilevante per la costruzione delle «macchine addizionatrici» (i computer di 70 anni or sono). La Lagomarsino SpA trattava la cessione della Zari e il candidato all’acquisto, su proposta di Giorgio Pivato, che ne era il consulente per le operazioni di Borsa, aveva fatto il mio nome: era l’inverno del 1950-51.

Il mio compito era di condurre una due diligence per stabilire se la società fosse stata appunto «gestita con diligenza» e, in ogni caso, accertare che non avesse «magagne»; cosa che il potenziale e ricco candidato-acquirente soprattutto temeva. In pochi giorni ebbi la certezza che le «magagne» non mancavano: anzi erano anche troppe. Tanto che, resosi conto che queste venivano inesorabilmente a galla, il direttore generale (purtroppo un bocconiano) se n’era andato in tutta fretta, lasciando la Zari allo sbando.

In pochi giorni presentai una «relazione» particolareggiata al potenziale acquirente, il quale capì subito che doveva abbandonare il progetto; e mi ringraziò ripetutamente per lo «scampato pericolo». Per informarne i Lagomarsino (che non si occupavano direttamente della gestione, nonostante tenessero la «presidenza» della Zari), inviai loro copia della mia relazione.

Poche ore dopo il presidente della Lagomarsino, ragioniere Spreafico, mi telefonò per pregarmi di incontrarlo con urgenza.

Lo raggiunsi nel suo ufficio. Discussi con lui i temi della due diligence. Ne fu sconvolto (non se lo sarebbe mai aspettato!) e alla fine mi chiese, giacché avevo esplorato a fondo la società e conosciuto le sue «magagne», se potevo per qualche mese sostituire il fuggiasco direttore generale (contro il quale, nel contempo, era stata iniziata una «azione di responsabilità»).

Per alcuni mesi, nel 1951, pur senza la minima esperienza manageriale, feci la spola tra Bovisio e la Bocconi, tenendo sempre informata la Lagomarsino. Divenni, per le rappresentanze sindacali della Zari, che mi presero (chissà perché) in simpatia, il duturin (il «dottorino»: avevo infatti 24 anni).

Vorrei cominciare a raccontare del lungo periodo (14-15 anni) passato nell’ufficio di Luigi Antonelli, nello studio di via dei Bossi 4 a Milano e più in generale della figura storica di Luigi Antonelli, partendo da un commosso saluto che gli dedicai post mortem. Purtroppo il destino non volle concedergli lunga vita: morì, tra il generale rimpianto (e l’angoscia della sua amatissima famiglia) a soli 71 anni. Era nato a Isernia il 2 marzo 1901, morì a Milano il 18 maggio 1972, quasi in perfetta coincidenza (sono le dure scelte del destino!) con la morte di mio padre Edmondo, che pure non ebbe lunga vita. In un anno se ne erano andati due dei miei maestri.

La dolorosa notizia della sua inattesa scomparsa mi raggiunse a Roma, da dove subito rientrai a Milano. Nello studio di via Massena 12/7, chiamai Laura Soriani, la fedelissima segretaria, che da via Bossi 4 lì mi aveva seguito pochi anni prima, e con lei (la sola che potesse ricordare ogni giorno di quegli anni) ci raccogliemmo, con le lacrime agli occhi, nei ricordi di un’epoca ormai giunta alla fine.

Nel 1974 pubblicai con l’editore Giuffrè un libro collettivo che gli dedicai di tutto cuore e che reca nelle prime pagine un’epigrafe. Essa, pur riflettendo l’assoluta verità storica, vuol gridargli tutta la mia riconoscenza.

Luigi Antonelli: in memoriam

Luigi Antonelli fa parte della ristretta pattuglia dei pionieri della professione del dottore commercialista in Italia. E vi ha svolto un ruolo fondamentale.

Non solo perché ha ricoperto per quasi vent’anni le cariche più prestigiose dell’ordine professionale (dieci anni presidente dell’Ordine di Milano; otto anni presidente dell’Ordine nazionale), ma anche e soprattutto per il modo come ha inteso e svolto la professione. Egli univa alle doti essenziali per essere un grande professionista, cioè l’intelligenza, la cultura, la preparazione specifica, alcune altre doti forse più rare; e che per di più possedeva in misura eccezionale.

In primo luogo, il senso profondo del dovere, che lo rendeva capace di qualsiasi sacrificio; e che faceva scaturire dal suo fisico esile e apparentemente fragile energie insospettabili, elevandolo a eccezionali capacità di lavoro.

In secondo luogo, l’onestà scrupolosa, senza compromessi, spinta (anche se ciò sembra paradossale) all’eccesso.

La sua pazienza e la sua tenacia erano proverbiali. Grazie a esse, riuscì più d’una volta a raddrizzare situazioni aziendali compromesse e sulle quali molti si sarebbero ben presto arresi.

Pur dotato di approfondite conoscenze tecniche e di vaste esperienze, non fu mai un esclusivo tecnocrate. La sua visione del mondo professionale teneva giustamente conto di elementi di profonda umanità, di larga comprensione del prossimo, escludendo i giudizi assoluti e senza appello.

La naturale signorilità di comportamento e l’eleganza dell’argomentare gli attribuivano anche esteriormente uno stile inconfondibile.

I dottori commercialisti devono molto a Luigi Antonelli: un uomo che ha posto l’affermazione di questa categoria professionale tra gli scopi non secondari della propria vita e ha attivamente operato per essa.

Il ricordo del periodo di via dei Bossi è indelebile. Fu il periodo della mia giovinezza e fu quello dell’attivismo frenetico, in ogni campo (professionale e accademico).

Da quel cortile di via dei Bossi 4, dalle 8.30 del mattino fino alle 20, ogni giorno (sabato compreso, come si usava allora), entravo e uscivo più volte al dì con macchine sempre più veloci (per non perdere tempo), in una frenesia di incontri presso aziende (dalle quali eravamo sempre più richiesti) e per tenere lezioni in diverse sedi universitarie: non solo in Bocconi, l’Alma mater, ma anche al Politecnico, in Cattolica, all’Università di Genova, all’Università di Parma (dove nel 1960 avevo avuto la mia prima cattedra).

Come facessi a tenere quel ritmo oggi non so spiegarmelo: il fatto è che Luigi Antonelli, che aveva all’incirca l’età di mio padre, teneva un ritmo analogo (alle lezioni universitarie sostituiva i molti impegni nella presidenza dell’Ordine a Milano e Roma). In questo, più che simili, eravamo eguali, «fatti della stessa pasta».

E altrettanto accadeva nell’affetto: ci volevamo bene.

Alle 11 del mattino, quali che fossero gli impegni, quando eravamo presenti, nulla ci impediva però il sollievo del caffè: duecento metri fino al Biffi Scala, parlando tra di noi fittamente. Qui non era raro che incontrassimo, in quei mitici anni Cinquanta, l’avvocato Adolfo Tino ed Enrico Cuccia (rispettivamente presidente e consigliere delegato di Mediobanca). Luigi Antonelli non mancava, col conterraneo Tino, di scherzare un po’... Naturalmente solo per il tempo di sorbire il caffè: poi tutti, a passo svelto, tornavamo ai nostri uffici.

Le funzioni di segreteria – quando nel febbraio del 1952, appena ventiquattrenne, entrai nello studio di via dei Bossi – erano svolte da due giovanissime ragazze, formalmente non diplomate né laureate (come all’epoca era d’uso), ma di estrema bravura, intelligenti, sempre allerta, infaticabili: dalle 8.30 del lunedì fino alle 13 del sabato scrivevano a macchina, archiviavano o ricercavano documenti, correvano avanti e indietro per l’ufficio, senza soste. Quando necessario (e lo era quasi sempre) erano pronte anche al pomeriggio del sabato e la mattina della domenica.

La prima era «la Bruna»; la seconda «la Laura», di pochi anni meno (del 1934), la sua allieva prediletta, che in pochi anni fu all’altezza della «maestra» (e che più tardi mi seguì nelle nuove destinazioni). Bastavano per tutto: si sarebbero offese solo all’idea che, nei momenti di maggior lavoro, chiamassimo qualche aiuto per alleggerire i loro compiti. Dai loro ammaestramenti non potevano (più avanti, quando si rese indispensabile chiamarle) che uscire altre giovani segretarie di grande bravura e impegno.

***

Arrivai in via dei Bossi nel febbraio 1952; Luigi Antonelli (che aveva poco più di 50 anni) era già pienamente affermato nella professione. Incominciammo, insieme, con la liquidazione delle Industrie Binda, una fabbrica meccanica di antica rinomanza, ma ormai in serie difficoltà, alle quali occorreva ormai porre riparo, considerata anche l’avanzata età del protagonista, Ambrogio Binda, che non era più in grado di operare efficacemente.

Ludovico Prinetti, noto legale milanese e di nobili origini, si rivolse ad Antonelli per chiedergli di condurre in porto una liquidazione volontaria, che soddisfacesse tutti i creditori e non lasciasse strascichi di sorta. Mi fu chiesto di assumere, nel lavoro, funzioni rilevanti. La certezza di una conclusione positiva pareva garantita dall’importanza dell’immobile su cui sorgeva lo stabilimento Binda: all’angolo tra viale Campania e via Sismondi, a Milano.

Era la mia prima liquidazione di società di capitali. Antonelli diresse i lavori e fornì le garanzie professionali per il buon fine dell’operazione. Io assunsi compiti sempre più rilevanti (fino a diventare procuratore del liquidatore) col progredire delle operazioni: prima con il controllo dei risultati e poi con i piani finanziari. In ultimo partecipai con Antonelli alla trattativa conclusiva per la cessione dell’area industriale (ma sita in zona urbana e quindi aperta al cambio di destinazione urbanistica), che garantiva il successo della liquidazione, ormai sicuramente senza strascichi di sorta. La trattativa fu eseguita con il più grande costruttore dell’epoca: la notissima Società Generale Immobiliare, allora ai vertici della fama. E si concluse in breve e a ottime condizioni.

Alla fine l’avvocato Prinetti (genero di Binda) volle solennemente ringraziarci del lavoro collegiale svolto (anche altri collaboratori di studio vi avevano partecipato). Fui sorpreso quando, terminato l’incontro, mi prese da parte e mi disse che desiderava integrare il compenso per me stabilito perché «il mio contributo era stato eccellente». Ne fui molto contento e ancor più di me lo fu Luigi Antonelli.

***

La municipalizzazione del gas di Milano (1961-62) rappresenta una parte rilevante della prima storia post-fascista del Comune di Milano: noi, Antonelli e io, vi partecipammo, sia pure con funzioni diverse. Si trattava di definire quanto il Comune dovesse sborsare, in base alla concessione originale tra i due enti, per riscattare gli impianti di proprietà della Edison, all’epoca guidata dall’ingegnere Giorgio Valerio.

Nel 1961 cominciarono a spirare sull’Italia e su Milano i venti «socialisti»; nell’anno seguente, col compromesso storico, Nenni esigerà anche la nazionalizzazione dell’energia elettrica, che colpirà nuovamente la Edison (e altre aziende elettriche) ben più pesantemente.

La municipalizzazione delle aziende del gas (non foriere di utili ingenti, come lo era l’industria elettrica) venne accolta senza troppi rimpianti da Edison che molto semplicemente faceva dipendere ogni sua decisone dalle misure che il nominando Collegio arbitrale avrebbe stabilito come «valore di riscatto» degli impianti (definito dal TU 15/10/1925, all’art. 24; e dalla convenzione inter partes del 16/6/1931).

Il Consiglio di Edison volle, fin dall’inizio, nel 1961, predisporre un’ampia nota metodologica, che, interpretando le norme in vigore, stabilisse con chiarezza e autorevolezza (sic) «i criteri per l’equa determinazione della indennità di riscatto». Il binomio scelto dal Consiglio di Edison fu: Pietro Onida (il massimo aziendalista dell’epoca) e Luigi Guatri. La metodologia venne definita in un volumetto a stampa (a firma congiunta) datato 30 settembre 1961.

Ho riletto più volte quel libretto e debbo ancor oggi rilevare che esso non trovava all’epoca alcun riferimento ad altri casi significativi, e concludere che aprì quindi una nuova strada, lungo la quale s’incamminarono le numerose municipalizzazioni in Italia degli anni Sessanta e Settanta (in molte di queste, specie negli anni Settanta, fui poi chiamato come presidente dei Collegi arbitrali di stima).

Nell’anno successivo (1962) venne alfine designato il Collegio arbitrale. Uno dei tre arbitri fu Luigi Antonelli. Per evitare, com’era nel nostro rigido costume, qualsiasi ombra, decisi (con Antonelli e anche con Onida) di rinunciare alla consulenza di parte per Edison. Mi limitai a suggerire a Onida (che era tutto salvo che un matematico: nei suoi libri si cercherebbe invano una «formula», nella scia del Maestro Gino Zappa) di ricorrere a Eugenio Levi, ordinario di Matematica all’Università di Parma; il che avvenne.

Alla fine, e per concludere, il Collegio eseguì regolarmente il proprio compito: e, vedi caso (una volta tanto!), il valore di riscatto accontentò le due parti... (vorrei aggiungere sottovoce che il Comune di Milano si attendeva dalla municipalizzazione un valanga di utili, mentre la Edison era convinta che non sarebbero mai arrivati). Perciò, tutti felici e contenti!

***

E ora solo una citazione della liquidazione del Cotonificio Bellora di Lainate, del quale ho peraltro un ricordo molto sfumato (anche per avervi partecipato marginalmente). La ricordo per una ragione precisa: per seguire le fasi della liquidazione vennero in via dei Bossi da Lainate due giovani ragazze: Enrica e Piera (quest’ultima ancora giovanissima).

Finita la liquidazione Bellora, rimasero da noi ed ebbero come maestre Bruna e Laura, dalle quali impararono il lavoro e l’efficienza.

Enrica rimase qualche anno; Piera rimase per sempre con gli Antonelli (per ben 52 anni – dato su cui mi aiuta Roberto Antonelli). La ricordo molto bene: nei primissimi anni Sessanta le dettai, di sabato e domenica, un lungo trattato di Ragioneria – destinato a diffondere negli istituti tecnici commerciali superiori il pensiero zappiano – che stenografò impeccabilmente (allora non esistevano altri mezzi per procedere molto celermente).

Credo che nessuno avrebbe saputo farlo meglio. Ho ancora vivo il ricordo di questa ragazza seria, impegnatissima e intelligente, che divenne nel tempo un «pilastro» dello studio Antonelli in via Borgonuovo.

***

Per molti anni, quando (di giorno o di sera) non sapevo dove Antonelli si trovasse, potevo andare a colpo sicuro: era all’Ordine dei commercialisti. Dal dopoguerra, conclusa la breve e altamente significativa presidenza di Giordano Dell’Amore, all’Ordine di Milano le votazioni democratiche espressero sempre il nome più rappresentativo, come a quei tempi si usava.

Su Luigi Antonelli cominciarono a concentrarsi votazioni plebiscitarie. Il compito era però impegnativo. «Come puoi fare?», gli chiedevo. «Sta bene il tuo attaccamento all’Ordine, ma il tempo dedicato non è troppo? E poi, i viaggi a Roma per l’Ordine nazionale, le manifestazioni periodiche che devi presiedere, i convegni annuali, le beghe che devi affrontare... Ne vale la pena?». Ma Antonelli è sempre andato avanti, imperterrito.

Giunse anche a trascinarmi, come relatore, ai convegni nazionali. Ricordo bene il primo a Palermo, sia per il viaggio sia per la sede nella stupenda Villa Igiea. Il viaggio fu immaginato, in linea con le peculiarità dei tempi, in vagone letto fino a Napoli, seguito dal traghetto notturno fino a Palermo.

Fu una delle notti indimenticabili della mia vita. Non solo (e non tanto) perché stavo con la mia giovane e bella moglie Lina, ma per la burrasca notturna che mi sconvolse profondamente: un malessere così acuto e perdurante non credo di averlo mai più provato. Fu per me il pedaggio da pagare per godere del soggiorno idilliaco a Villa Igiea, dove il convegno si svolgeva. A quei tempi il mare davanti era cristallino, di azzurro smalto: tra tuffi e relazioni sulle aziende e sui bilanci, circondato da amici, trascorsi tre meravigliose giornate.

Antonelli mi trascinò più volte sul palco, poiché la mia prolusione (ero un giovane non ancora trentenne) aveva colpito i presenti: fin da allora non ero un conformista, tanto che (se la memoria non mi tradisce) dimostrai per filo e per segno come il bilancio annuale «non si dovesse fare», e comunque «non si potesse fare», senza conoscere bene quei valori esclusi dal bilancio che furono poi chiamati «intangibili» (e che allora indicavamo con denominazioni più o meno improvvisate). Dissi anche che erano finiti i tempi in cui i commercialisti dovevano occuparsi solo di «fisco» e di bilanci «azzoppati» (se non artefatti). Qualche volta Antonelli mi chiedeva di non eccedere; ma capivo bene che tutto questo, in realtà, gli provocava compiacimento.

Quando finì il lungo periodo della presidenza milanese passò a quella – ancor più impegnativa – dell’Ordine nazionale (con sede a Roma). Un poco alla volta, smisi anche di sconsigliarlo da quel pesante (e secondo me poco utile) impegno: dovetti convincermi che non serviva. Ma, tolte alcune decine dei migliori – mi chiedevo fin da allora e mi chiedo ancor oggi a distanza di 50 anni –, i colleghi di tutta Italia gli saranno (o saranno stati) grati?

***

Nel 1964 Antonelli si rese conto che lo studio di via dei Bossi 4 era diventato troppo angusto. Quando gli offrirono di acquistare un ufficio in via Borgonuovo 4 – nell’edificio dove, al piano superiore, abitava Giorgio Pivato (che credo gli avesse segnalato la disponibilità dei locali) – prese in seria considerazione la possibilità di un trasloco. Io, con l’angoscia nel cuore, mi trovai davanti a un bivio. Da un lato Antonelli, che già mi aveva assegnato un nuovo ufficio in via Borgonuovo; dall’altro il progetto di mettermi assieme a mio fratello Beppe e all’amico Giordano Caprara, che con lui condivideva lo studio in via Meravigli 3. Ma avevamo constatato che né in via Borgonuovo né in via dei Bossi c’era abbastanza spazio per tutti.

Avevo, rispetto a Beppe, iniziato la professione in tempi diversi (3-4 anni prima) e in luoghi diversi. Beppe, partito dallo studio del dottor Ernesto Cattaneo (zio del professor Mario Cattaneo), si era poi trasferito, aprendo uno studio con Giordano Caprara (anch’egli giunto più tardi alla professione), nel palazzo di via Meravigli. Non vi era mai stata l’occasione di metterci insieme.

Nel 1964 (io avevo 37 anni, Beppe poco più di 34) i tempi sembravano maturi: allora o mai più!

Ne parlai con Luigi Antonelli: ne fu tremendamente dispiaciuto, ma fu generoso come sempre. «Lo studio di via Borgonuovo è a tua disposizione; decidi tu se e come occuparlo» (anche part-time, intendeva). Convenimmo di tenere riservata questa decisione per qualche tempo. Io avrei visto gradualmente e con calma gli sviluppi. Non si oppose neppure a che portassi con me Laura Soriani, ormai la mia segretaria insostituibile (cosa che ben pochi avrebbero consentito). Fu così che in quell’anno, in attesa di soluzioni definitive, con Beppe e Giordano ci trasferimmo (io abitavo già in via Massena 18) in uno studio provvisorio in via Ferruccio 6, appena al di là del parco sul quale si affacciava la mia casa.

In quegli anni d’oro della vita (tra i 35 e i 40, quando il mondo sembra pronto a farsi conquistare) fui travolto da una serie ravvicinata di incarichi professionali (con Montedison, con Enel per tutte le consulenze tecniche derivate dalla nazionalizzazione, con l’amministrazione controllata Salamini a Parma, con l’Ignis di Borghi, e così via). Beppe mi divenne prezioso e insostituibile, come lo divenne poco dopo il ragioniere Francesco Comotti, che insieme chiamammo da Treviglio. A Beppe passai anche – con poche eccezioni – tutti i clienti «ordinari» e tenni per me i rapporti con i grandi clienti.

In breve, in via Borgonuovo non potei entrare, anche se col cuore non l’avevo mai dimenticato, come mai avrei dimenticato i «quasi tre lustri» passati al fianco di Luigi Antonelli, che rimase sempre – oltre che profondo amico – il mio Maestro. I rapporti familiari continuarono «tali e quali»: il nostro affetto rimase immutato, il nostro legame non si attenuò.

Non passò, purtroppo, molto tempo che accadde ciò che nessuno poteva prevedere (già mi ero trasferito in via Massena 12/7). Un giorno (mi trovavo a Roma) fui informato da mia moglie che Luigi Antonelli «non stava bene». Credevo si trattasse di un malanno passeggero. Seguì la notizia ferale: Luigi Antonelli si era spento. Rientrai di corsa: ma era troppo tardi!

Non feci in tempo neppure a salutarlo, potei solo piangerlo.

Non avevo fatto in tempo a salutare Gino Zappa; non arrivai in tempo neppure per Luigi Antonelli, che pure abitava nella mia stessa casa. Il destino, quando vuole, sa essere spietato. Inutile ovviamente ogni intima recriminazione, ma molto spesso mi sono ripetuto: «Se l’avessi immaginato, avrei potuto rinviare tutto di qualche anno». Indietro non si torna. Caro Maestro, addio!

***

Nell’anno 1950 (avevo 23 anni), quando ero assistente di «Ragioneria generale» del mio Maestro professor Gino Zappa, scrissi per la Rivista dei dottori commercialisti un saggio sul «costo di produzione». A quei tempi ero ligio all’insegnamento del mio Maestro sull’«impossibilità di calcolare i costi di prodotto». Concetto che in anni seguenti superai, facendo avanzare la teoria coniugandola alla pratica. È un fatto che spesso accade: il buon allievo deve portare avanti le teorie dei Maestri. Così fu per Gino Zappa, che approvò nel 1951 il mio libro Il costo di produzione. Ci vollero anni prima che altri allievi di Zappa si adeguassero.

***

Nel novembre del 1989 scrissi per il quotidiano Italia Oggi l’articolo «L’economista dell’anno 2000», che riproduco integralmente.

I dottori commercialisti da diversi anni hanno messo in atto un apprezzabile sforzo per modificare la loro immagine: dalla figura limitata del tecnico fiscale e dei bilanci a quella ben più prestigiosa dell’economista d’impresa. L’obiettivo è ambizioso e forse anche eccessivo: ma è bene che sia così, poiché solo i traguardi difficili sono suscitatori di tensione morale e di impegno che portano spesso a risultati di rilievo.

Un esempio significativo di questa aspirazione ho avuto recentemente, quando ho proposto al presidente nazionale Rosina di far partecipare ufficialmente i dottori commercialisti a una commissione mista composta da accademici ed esperti professionali di varie provenienze, intesa a definire criteri e regole di comportamento per valutare le aziende. La risposta è stata pronta e la partecipazione attiva ed efficace. Si sono così messi attorno a un tavolo, per elaborare una relazione che sarà presto presentata pubblicamente (il 5 dicembre presso la Bocconi), uomini d’accademia (docenti di sette facoltà), dottori commercialisti, rappresentanti delle società di revisione e degli agenti di cambio.

La scelta fatta in questa occasione dai rappresentanti dei dottori commercialisti mi è parsa particolarmente significativa per varie ragioni. Da qualche anno va maturando in me la convinzione che la valutazione del capitale economico dell’impresa debba essere considerata il tema centrale dell’economia aziendale. Tale convinzione, nata dall’osservazione di comportamenti di imprenditori e di manager e dalla riflessione su di un notevole materiale sperimentale, è stata di recente rafforzata da alcuni «segnali» provenienti dalla letteratura internazionale.

In particolare, rilevante è l’affermazione sottolineata nei lavori di Alfred Rappaport, secondo la quale obiettivo primario dell’opera dei manager è «l’incremento dell’investimento azionario». La massimizzazione del valore che lo rappresenta viene dunque messa al primo posto degli obiettivi da perseguire, e che di fatto sarebbero perseguiti da imprenditori e da manager. Tale obiettivo, a ben vedere, può meglio essere espresso, con riferimento alla massimizzazione del valore del capitale. Esso in tal caso assume una validità molto più diffusa, in quanto non riferibile solo alle società quotate. Se l’obiettivo viene accettato, ne deriva la necessaria ridefinizione dell’intero quadro delle strategie aziendali, in quanto muta l’obiettivo primario a esse assegnato. Obiettivo che, in sostanza sposta, dall’ottica del profitto immediato, espresso dai tradizionali canoni contabili e considerato come misura più significativa della performance, all’ottica dei risultati a lungo termine. Sono questi ultimi, infatti, che sostengono e determinano il valore del capitale economico. Un’altra ragione per affermare la centralità del tema della valutazione delle imprese risiede nel fatto che il reddito annuale, così come è espresso nelle sue varie configurazioni (reddito contabile, di bilancio, di gestione) è sempre meno atto a esprimere una reale e soddisfacente misura dei risultati conseguiti. Il rimedio concettuale proponibile, cioè il reddito reale per 1’investitore è definito, a sua volta, principalmente dagli incrementi di valore che ottiene nel tempo il capitale economico. A parte queste considerazioni, che interessano specialmente il teorico, vi è l’osservazione che le valutazioni di aziende sono diventate un problema, anche professionalmente, di diffuso interesse.

Ricordiamo che, nella realtà del nostro Paese, tali valutazioni erano, ancora negli anni Settanta, una funzione professionale che riguardava una ristretta cerchia li esperti; così come sul piano della dottrina si erano dell’argomento occupati pochissimi autori, spesso occasionalmente o in modo saltuario. Anche le esperienze straniere erano poco note, e comunque poco seguite. Questa realtà nel giro di un decennio è radicalmente mutata.

Il mondo operativo ha dato una crescente attenzione al tema, su sollecitazione e spinta di eventi finanziari, di ristrutturazioni settoriali, di crescenti impulsi dinamici di mercato, della diffusione dei processi d’internazionalizzazione; e così via.

La compravendita di aziende, le fusioni, gli scorpori di rami aziendali, gli aumenti di capitale con o senza opzione sono divenuti un fenomeno di ogni giorno A questo si è aggiunto il clamore, in campo internazionale, di trasferimenti più articolati e spesso controversi della proprietà di aziende: scalate, Opa, leveraged buy-out, management buy-out.

Per effetto di tutto ciò, la valutazione di aziende richiesta a esperti indipendenti è cresciuta con grande rapidità, riguardando cerchie sempre più vaste di operatori professionali con varie qualificazioni, impegnati nelle stime di aziende o nel controllo di tali stime.

I dottori commercialisti sono e debbono essere sempre più parte attiva in un tale nuovo ramo dell’attività professionale: questo, anche per l’importanza dottrinale che il tema riveste, è un modo significativo per accreditare la desiderata immagine di economisti d’impresa.

1

Scritti in memoria di Luigi Antonelli, Giuffrè, Milano, 1974.