Il mondo di Guatri
2026/18
Bocconiani sempre!
Lo diceva spesso mia moglie Lina: «Io sono la seconda moglie, poiché la prima è la Bocconi». In parte è stato vero.
Fin dal novembre 1949 abbandonai il mio primo importante impiego (l’Ufficio Studi Economici della Montecatini), dove percepivo un buon stipendio per i miei 22 anni, e passai all’Università Bocconi come «assistente effettivo» di Gino Zappa.
Qui il dottor Girolamo Palazzina – con dolcezza ma anche con fermezza – mi disse che il bilancio della Bocconi non consentiva che percepissi più di 1/5 dello stipendio della Montecatini. Accettai. Mio padre Edmondo ne fu un po’ stupito ma – per la grande fiducia ch’egli aveva in me – mi incoraggiò ad accettare l’offerta.
Conobbi in tal modo la «politica della lesina» di Palazzina: questo piccolo (di statura) ma grande personaggio, che alla Bocconi ha dato tutta la vita.
L’ALUB
L’ALUB (Associazione Laureati Università Bocconi) è da sempre un punto di riferimento per i laureati dell’Università, vecchi e giovani. L’ALUB pubblicava da molti anni un proprio periodico, che nell’estate del 1992 era arrivato al 42° anno (parte dunque dal 1950: l’anno successivo alla mia laurea). Nel 1992 direttore responsabile della rivista è la professoressa Maria Martellini (una dei 12 miei allievi).
Il periodico reca in copertina il titolo «1902-1992. Novant’anni di fedeltà alle idee bocconiane».
Su questo numero del periodico appaiono due articoli che vale la pena di ricordare.
Il primo è un articolo del professor Marzio Romani (oggi uno storico affermato e brillante, allievo del caro amico professor Aldo De Maddalena), che svolge una «intervista immaginaria a Leopoldo Sabbatini». Ne cito alcuni brani.
«Leopoldo Sabbatini è un personaggio misterioso; di lui si sa molto poco, della sua famiglia si sono perse completamente le tracce, nella natia Camerino si sono dimenticati di lui e anche nella sua università non esiste un’aula o un istituto a lui intitolato. In una sorta di intervista immaginaria a quest’uomo che fu il vero padre della Bocconi abbiamo tentato di ripercorrere brevemente la storia.»
«Lei partì dunque per Milano con spirito di conquista. Il giovane di provincia non temeva le insidie della grande città?»
«In effetti i timori non mancavano, ma l’entusiasmo era grande e la modestia non era certamente una delle mie qualità.
Confesso che ero perfettamente cosciente della mia intelligenza, della mia tenacia e della mia ambizione... e questa mi sembrava la sede migliore per mettermi in giuoco; e ancora una volta non mi sbagliai poiché la Milano di fine secolo era una città vivacissima e aperta a chi, come me, avesse voglia di fare. E alla Camera di Commercio la presenza di uomini come Pirelli, Crespi, Colombo, e Angeli, Salmoiraghi, Cramer, Riva, Mangili, Pisa e altri, nei quali imprenditorialità, impegno civile e progettualità generale erano strettamente avvinti, mi diede una carica incredibile, spingendomi ad assumere e a condurre a termine imprese come quella della raccolta delle Notizie statistiche sulle condizioni industriali della provincia di Milano, che attuai praticamente da solo, che mi portarono alla ribalta del mondo economico milanese.
L’élite dell’imprenditoria milanese della Belle Époque era formata da uomini che si erano fatti da sé (pensi a Pirelli, a Colombo, allo stesso Bocconi); si trattava di gente che sapeva capire gli uomini e li sapeva valorizzare nella maniera giusta e io venni immediatamente apprezzato per il mio valore; prova ne sia che gli incarichi in Camera di Commercio divennero sempre più importanti. Non si era nel frattempo spento il mio interesse per l’istruzione; anzi, la vita milanese l’aveva potenziato. La Camera patrocinava, assieme ad altri enti pubblici milanesi, tutta una serie di scuole professionali delle quali, di fatto, divenni uno dei responsabili.»
«In che occasione conobbe Ferdinando Bocconi e come mai, fra i tanti, il fondatore dei grandi magazzini “Alle città d’Italia” scelse proprio lei per progettare la sua Università?»
«Ci incontrammo alla Camera di Commercio, dove il Bocconi era entrato in giunta e ci intendemmo dal primo istante.
Lui cercava di realizzare un ambizioso progetto atto a immortalare la memoria del figlio attraverso la creazione di una scuola superiore di commercio, io avevo esperienza, ambizione, fantasia, determinazione.
Bocconi aveva molte idee, non tutte sembravano realizzabili. Egli si lasciò ben presto affascinare dalla mia carica inventiva, dal mio impegno civile e soprattutto dalla innovatività delle mie proposte.
In effetti, quanto gli proponevo era quanto di più nuovo si potesse immaginare nell’ambito degli studi economici. Gli suggerivo, in sintesi, di abbandonare la vecchia idea che stava alla base delle Regie Scuole Superiori di Commercio esistenti in Italia e di puntare ben più in alto.
Una scuola di commercio che intenda realmente raggiungere il grado universitario, osservavo, deve assurgere allo studio largo, approfondito, scientifico delle discipline economiche. La nuova scuola deve essere anzitutto un istituto di alti studi economici. La mia idea era quella di fare della scienza economica il centro e il motore della nuova scuola, operando una scelta non molto dissimile da quella che era stata compiuta alcuni anni prima alla London School of Economics, ma, a differenza della scuola inglese, che aveva sdegnosamente rifiutato ogni contaminazione di tipo professionale, io intendevo dar vita a una sapiente miscela di scienza e di tecniche, ottenuta attraverso la definizione di un preciso curriculum di studi che prevedeva corsi obbligatori e corsi liberi. I primi avrebbero offerto a tutti gli studenti una vasta e articolata conoscenza scientifica dei fenomeni economici; i secondi avrebbero dovuto fornire gli strumenti necessari a renderli esperti in un particolare settore produttivo. In questo senso, credo, le tante decantate specializzazioni della Bocconi, che si credono un portato della moderna organizzazione dell’insegnamento in Germania e nei paesi anglosassoni, debbano considerarsi una mia invenzione.
È chiaro che, ai giorni nostri, riesce difficile percepire la portata innovativa del progetto, ma proprio perché quel che era novità quasi un secolo fa oggi è diventato la norma. A ogni buon conto le dirò che presentai lo stesso all’VIII Congresso internazionale per l’insegnamento commerciale, tenutosi alla Bocconi nel 1906, e ottenni un autentico trionfo: la mia proposta fu considerata quanto di meglio avesse sino a quel momento prodotto l’Occidente in campo dell’istruzione commerciale superiore e la mia Scuola fu per anni il modello al quale si ispirarono i fondatori di facoltà economiche in tutto il mondo».
«Ma veniamo alla realizzazione. Come si procedette, di fatto, per dar vita all’Università?»
«Bisogna riconoscere che fummo bravissimi. Nel giro di poco più di un anno si mise in piedi il complesso meccanismo. Bocconi si preoccupò della logistica, facendo costruire in pochissimo tempo una bella e funzionale sede in largo Notari; venne creato un comitato scientifico del quale fui presidente e al quale molto spesso imposi la mia volontà, pur con una certa fatica, essendo composto da uomini del calibro di Pirelli, Salmoiraghi, Weil Schott e via discorrendo.
Di fatto approfittai dell’interesse suscitato dalla nuova scuola (debbo dire che avevo ben presto capito il ruolo dei media e mi servii al meglio della stampa) per coinvolgere alcuni fra i migliori scienziati sociali dell’epoca (da Mosca a Pantaleoni, da Sraffa a Supino, da Einaudi a Gobbi), che riuscii ad attrarre nell’orbita bocconiana senza spendere cifre folli, anzi direi retribuendoli decisamente poco. Nel frattempo non me ne stavo tranquillo e davo vita a quell’Unione delle Camere di Commercio italiane di cui sarei stato il primo direttore. Ma non voglio annoiarla e le risparmio tutta la lunga trafila che dovemmo compiere per vincere ostilità e diffidenze, per convincere la burocrazia ministeriale a concederci le necessarie autorizzazioni, per superare ostacoli di ogni sorta: le dico solo che il 10 novembre 1902 eravamo in grado di inaugurare l’Università e di iniziare i corsi con 65 studenti e 22 uditori, provenienti da tutta Italia. Un vero successo per un’Università che era tale nelle nostre intenzioni e conferiva un titolo senza “valore legale”.»
«Lei morì improvvisamente nel 1914 a 53 anni. Ritiene che la sua prematura scomparsa abbia impedito la completa realizzazione del suo progetto?»
«Difficile a dirsi, e soprattutto inutile, la storia controfattuale è un mero esercizio logico. A ogni buon conto, se proprio vogliamo percorrere questa strada, le dirò che poco prima del fatale appuntamento di Foligno stavo meditando su alcune importanti innovazioni da introdurre in campo didattico e organizzativo; in questo senso, forse, la mia morte rallentò un po’ il ritmo dell’innovazione in seno alla Bocconi.
D’altro canto non si deve dimenticare che, in quel momento, la scena europea si apriva sulla grande guerra e che, anche se fossi sopravvissuto, tutto si sarebbe fermato per oltre un triennio.
Debbo invece riconoscere che la Bocconi ebbe una grande fortuna: avevo saputo creare un profondo spirito di corpo fra il personale docente e non docente dell’istituzione (quello spirito che ancor oggi è rimasto a permeare la nostra Università) e soprattutto alcuni anni prima avevo assunto un giovane piacentino, Girolamo Palazzina, che mostrò ben presto inusuali capacità operative, organizzative e contrasse un tale amore per la Bocconi da divenire una sorta di sacerdote della stessa e il mio braccio operativo in seno all’istituzione. Amore è una parola grossa; ma credo che tale fosse il sentimento di Palazzina nei confronti dell’Università, prova ne sia che essa divenne non solo il centro dei suoi interessi, ma la sua casa e la sua stessa famiglia.
Alla mia morte il braccio si trasformò in mente, facendo sì che quelle dure scelte che io riuscii a imporre per poco più di un decennio, grazie a Palazzina, divenissero operative per più di un mezzo secolo.
Ecco, in questo senso credo che, anche se formalmente la Bocconi mi ha dimenticato, di fatto nulla del mio insegnamento è stato perduto e sono convinto che questa continuità ideale tra presente e passato è quella che permette alla Bocconi di oggi di essere la realizzazione di quel sogno che, assieme a un barbuto commerciante milanese, coltivai un secolo fa.
Ma qui mi fermo, anche perché il resto della storia è ben conosciuto. L’ha raccontato Libero Lenti.»
Il «manifesto dell’impresa-valore»
Il secondo articolo è a mia firma: «Il manifesto dell’impresa-valore». Esso è preceduto da questa nota: «Il 27 novembre prossimo (1998), in memoria del professor Ugo Caprara, si svolgerà nell’aula magna della Bocconi un importante convegno che farà il punto sull’evoluzione in corso nelle discipline aziendali, attraverso l’esame della Teoria di creazione e diffusione del valore. Rappresentanti qualificati di tutta l’accademia italiana e del mondo operativo si confronteranno su questo tema. Siamo in grado fin da ora di presentare il documento-base, che illustra il contenuto del convegno e traccia le linee generali del pensiero che Luigi Guatri svolgerà nella relazione introduttiva. L’occasione è importante per comprendere in quale direzione si evolve, nel nostro paese, il pensiero scientifico sul tema dell’economia dell’impresa».
Appello a un comune impegno per la definizione dell’impresa moderna
di Luigi Guatri
L’impresa aperta al mercato si è ormai confermata, dopo i fallimenti clamorosi delle organizzazioni produttive rette da utopie ideologiche, il mezzo unico e insostituibile per organizzare l’attività economica degli individui e per realizzare il benessere sociale.
Ma questo strumento è complesso, delicato e governato da leggi che vanno attentamente studiate e meditate. Come del resto dimostra chiaramente la circostanza che nel mondo odierno si presentano e in un certo senso si scontrano diverse concezioni di impresa capitalistica: i cui casi-limite sono rappresentati dal modello anglosassone e da quello giapponese. Caratterizzato il primo da un massimo di concorrenza e di efficienza finanziaria, il secondo da forme di collaborazione e di efficienza produttiva. L’impresa europea si colloca spesso in una via di mezzo, sia pure con varie situazioni (il modello tedesco, per esempio, tende ad avere vari punti di contatto con quello giapponese).
Questi differenti modelli di imprese riflettono non poco le specificità dei contesti politico-istituzionali e culturali di ciascun sistema capitalistico di appartenenza.
Da ciò l’ansia di ricercare regole e principi ispiratori di comportamenti che possono tenere conto delle varie e mutevoli realtà sopra ricordate, per consentire nel modo più efficace la realizzazione dei fini essenziali che all’impresa si propongono. A nostro avviso un momento fondamentale che può concorrere a chiarire finalità, strategie e modi di comportamento delle imprese moderne, quale che sia il modello cui vogliamo assegnarle, è la teoria di creazione e diffusione del valore.
Anche nei sistemi economici, come in ogni sistema, vi è una tendenza irreversibile alla distruzione dell’energia disponibile: l’impresa non fa eccezione a questa legge. Ciò accade naturalmente, a meno che i sistemi siano capaci di annullare o di invertire i processi di degrado che si svolgono al loro interno. Nelle imprese questa disponibilità è legata unicamente alla ricerca di soluzioni che sappiano creare valore. L’impresa, in condizioni di economia di mercato, perdura e si sviluppa solo generando nuovo valore: perciò la creazione di valore è la ragione essenziale della sua sopravvivenza a lungo termine, della sua attiva partecipazione alla produzione di risorse per la collettività, del suo contributo al benessere sociale. Il punto centrale nel processo di creazione del valore attiene al cosiddetto «capitale economico» (W), cioè valore dell’impresa in se stessa. Esso è legato non tanto ai flussi (di reddito, di cassa) che l’impresa produce, ma alle potenzialità accumulate di produrre in futuro, e per lungo tempo, tali flussi positivi. In tal senso, l’accrescimento del valore del capitale economico diviene la condizione essenziale di sopravvivenza e di sviluppo. È questo un punto di vista che riesce molto bene a sintetizzare i vari interessi che sull’impresa si concentrano: di azionisti, lavoratori, manager, clienti, fornitori, pubblica amministrazione ecc. Esso presenta, in sintesi, le seguenti connotazioni: è razionale, largamente condiviso e accettato, stimolante per gli operatori, misurabile con ragionevole approssimazione. Il processo di creazione del valore può essere analizzato in una duplice ottica:
- di controllo del valore che via via si crea (o si distrugge). Da ciò la necessità non solo di controlli globali, a livello consolidato, ma anche di singole società e ‹‹aree di affari»: nessuna partecipazione o «area d’affari», per quanto faccia parte della storia e della tradizione, è mai esente dalla possibilità di alienazione o liquidazione se si presenta come distruttrice di valore;
- di gestione del valore, che significa la ricerca sistematica e continua di tutte le possibilità di accrescimento del valore dell’impresa. In questo aspetto assume significato anche l’incentivazione dei manager in relazione al valore che essi contribuiscono a creare.
La formazione di nuovo valore ha luogo grazie alla capacità del management di individuare, cogliere e mantenere nel lungo termine le fonti di vantaggio competitivo e di controllare i rischi di impresa. Il pensiero economico non mette in discussione il ruolo centrale del management nella creazione di valore. Ciò che invece si deve sottolineare è che, rispetto al passato, mentre la capacità decisionale del management tende a essere più importante, si attenua la sua possibilità di controllare direttamente le risorse e le competenze necessarie per competere efficacemente sui mercati. Secondo alcune opinioni, è l’autosufficienza economica dell’impresa che si è indebolita e che pertanto rende sempre più importante il rapporto tra l’impresa stessa e il sistema-paese, inteso quest’ultimo come il contesto che è in grado di offrire all’impresa un insieme di risorse, servizi, e condizioni politico-istituzionali che l’impresa deve coinvolgere o utilizzare nei suoi processi produttivi. Perciò la creazione di valore da parte dell’impresa dipende sempre più dalle sue capacità di interagire positivamente con le organizzazioni e le istituzioni del sistema-paese che formano e producono fattori produttivi di rilevanza strategica (si pensi solo al ruolo della formazione o della ricerca).
Il sistema-paese è dunque tra le condizioni essenziali per conseguire e mantenere vantaggi competitivi (o, al contrario, per generare svantaggi). La stabilità politica, la certezza del diritto, l’efficienza della pubblica amministrazione, il livello dell’istruzione, le caratteristiche delle relazioni sindacali, la qualità della vita per la parte dipendente dall’intervento pubblico, il grado di legalità o di illegalità diffuso nel paese, la motivazione di efficacia (o, al contrario, di inefficacia o di spreco) con cui vengono resi ai cittadini i servizi essenziali (sanità, trasporti, sicurezza, previdenza ecc.) sono tutti fenomeni che incidono in modo rilevante sulla capacità del sistema-paese di accompagnare l’impresa, esaltandone o riducendone le capacità concorrenziali e i risultati. Da ciò la suggestiva immagine di due motori, quello interno all’impresa e quello esterno (cioè il sistema-paese) che determinano la capacità del confronto competitivo. Va però osservato che l’impresa ha, più che nel passato, un interesse fondamentale a rispettare l’autonomia decisionale delle organizzazioni e istituzioni del sistema-paese, in quanto ciò costituisce la condizione necessaria affinché la produzione delle risorse e dei servizi risponda a criteri di efficacia e di efficienza. Un esempio può meglio chiarire quanto si è ora detto. Si pensi a una istituzione universitaria e a come la sua autonomia decisionale costituisca una condizione necessaria per lo sviluppo innovativo delle sue attività di ricerca e di formazione.
La teoria del valore trova un’utile integrazione nella teoria di creazione-diffusione del valore. Il processo di diffusione del valore creato significa il passaggio, che può essere totale o parziale, degli incrementi di valore del capitale economico nel valore di mercato delle azioni. A tale trasferimento sono interessate tutte le nozioni di «valore di mercato»: prezzi borsistici o comunque relativi a partite di titoli estranei al controllo (domanda/offerta di tipo finanziario: WM), prezzi di quote di controllo (domanda/ offerta di tipo imprenditoriale: WMM; o valore soggettivo di acquisizione (WA).
Valore di capitale economico e valore di mercato sono legati da relazioni complesse, in parte razionali e spiegabili e in parte irrazionali, fortemente variabili nel tempo. L’analisi dei rapporti tra i diversi valori del capitale e della loro dinamica è un campo di ricerca suscettibile di grandi sviluppi, al quale la teoria dell’impresa-valore dovrà in futuro dedicare molta attenzione. Qualche significativo passo è stato recentemente compiuto nell’analisi dei modelli di formazione sia dei valori di borsa, sia dei valori sul mercato del controllo. Il processo di diffusione del valore si sviluppa in parte in modo spontaneo, cioè al di fuori di ogni iniziativa e controllo da parte delle imprese interessate, come si dirà più avanti. Ma per una buona parte si sviluppa a seguito di analisi, azioni, progetti, comportamenti realizzati dalle imprese interessate. Le vie seguite sono fondamentalmente due:
- la via della comunicazione-informazione basata sul presupposto che un’informazione corretta, tempestiva, non manipolata è il modo più importante affinché le percezioni dei pubblici interessati non siano troppo lontane dalla realtà (non si trascuri inoltre l’importante concetto che la comunicazione, sia interna sia esterna, è anch’essa possibile creatrice di valore);
- la via degli interventi sul mercato. In una visione arcaica, tali interventi erano visti spesso come forme di manipolazione dei valori. Ma ciò non è vero: esistono infatti forme d’intervento opportune o addirittura necessarie, proprio per evitare errori, insufficienze e ritardi ingiustificati nei processi di diffusione di valori realmente creati. Il concetto che è a fondamento della comunicazione finanziaria si può tradurre nell’espressione «credibilità strategica e reddituale» dell’impresa: essa è la base per assicurare alle imprese un’alta trasferibilità del valore creato.
I fattori che la determinano sono essenzialmente, oltre alla capacità strategica, i risultati storicamente conseguiti (il che non significa però i risultati puramente contabili, sui quali si addensano crescenti critiche e riserve), i programmi e le prospettive presentate, l’efficacia della comunicazione.
Gli interventi sul mercato attengono, a loro volta, alla creazione delle condizioni che accrescono la liquidità dei titoli, al classamento e alla struttura dell’azionariato, al sostegno e alla stabilizzazione delle quotazioni, alle operazioni sul capitale, alla quotazione e valutazione delle società controllate, al riparto dei valori tra le diverse categorie di azioni.
Vogliamo però mettere in guardia contro taluni eccessi interpretativi.
Non si può dimenticare, come alcuni autori hanno sottolineato, che il processo di formazione dei prezzi (in specie sul mercato di borsa) non può essere inteso come il fluire di un rapporto a due (impresa/mercato) ma a quattro (impresa/altre imprese quotate/mercati azionari/mercato a reddito fisso). Il meccanismo di formazione dei prezzi è infatti anche un processo di valutazione di attrattività relativa dell’impresa, non solo di attrattività assoluta.
L’attrattività sotto il profilo finanziario non si esaurisce infatti con il constatare che l’impresa gode di significativi vantaggi competitivi nell’ambito del suo settore, ma richiede pure analisi comparate, riferite: alle performance di imprese altrettanto valide operanti in altri settori (più o meno attraenti quanto a prospettive di sviluppo, dinamica competitiva, saggi di crescita della produttività del capitale ecc.); ai prezzi che si formano su altri mercati azionari per le imprese del medesimo settore; ai rendimenti offerti da titoli a reddito fisso a breve e a lunga scadenza. La conseguenza più importante di un siffatto operare degli investitori sul mercato rende evidente che il processo di creazione del valore deve «fare i conti» anche con il rendimento-opportunità pro tempore offerto da altre attività finanziarie. La circostanza assume tanto maggiore rilievo quanto più le condizioni che concorrono a determinare tali rendimenti opportunità sono disgiunte da quelle che contribuiscono a determinare i risultati dell’impresa considerata. È cioè la diversificazione fra i tassi guida del mercato finanziario e la produttività del capitale delle imprese, divaricazione destinata in una piccola economia aperta come l’Italia a essere tanto più elevata quanto più si allarga il contesto di riferimento: per esempio dal mercato nazionale al mercato europeo, a far venir meno o ad attenuare o compromettere pro tempore la convergenza, entro ambiti temporali regionali, di prezzi di borsa e di valori fondamentali.
Questi concetti e queste limitazioni non possono ovviamente essere dimenticati dalla teoria; in caso contrario si porrebbero premesse non corrette e si correrebbe il rischio, che vogliamo evitare, di attribuire un eccesso di confidenza al processo di diffusione del valore: e ciò costituirebbe un errore.
La teoria del valore vede il sistema-impresa anche nell’aspetto del recupero, o del tentativo di recupero del valore economico, quando il processo di disgregazione si è già manifestato ed essa è caduta in crisi più o meno profonda.
La teoria, in tali casi, è chiamata a individuare se esistono ancora le condizioni per il recupero; e a indicare nell’ipotesi affermativa le vie e gli strumenti idonei rispetto a tal fine. La crisi è un fenomeno col quale le imprese devono imparare a misurarsi e, in certi periodi, devono convivere. La storia di quasi tutte le imprese esistenti è caratterizzata, sia pure in forme e misure diverse, da simili eventi.
Del resto la vita delle imprese, e quindi i loro tassi di natalità e di mortalità, sono espressione di questa insopprimibile dinamica.
Pur in caso di crisi la trasparenza e l’efficacia della comunicazione aziendale sono spesso premesse necessarie per conservare la fiducia dei terzi, senza la quale nessuna ripresa sarà mai possibile.
Per le ragioni che precedono, crediamo doveroso proporre agli studiosi di partecipare a un comune impegno, per la migliore formulazione di una Teoria dell’impresa-valore. E chiediamo agli imprenditori e ai manager di concorrere, con le esperienze acquisite o con applicazioni sperimentali, a tale impegno. Crediamo che dall’impegno comune possano derivare utili risultati per il rinnovamento e l’aggiornamento delle teorie aziendali. Agli operatori ricordiamo infine che è pura illusione che una sia pur rilevante esperienza possa essere sufficiente per ispirare razionalmente le azioni, senza il supporto di adeguati principi e di una forte teorizzazione.
Va peraltro detto che occorre distinguere tra principi fondamentali duraturi e basati su salde teorie e norme apparenti, che esprimono solo mode effimere. A breve andare non sempre è agevole una distinzione: qui il compito dell’accademia appare fondamentale; così che le dovrebbe essere concesso il credito per comporre le necessarie distinzioni».