Il mondo di Guatri
2026/18
Ricordo di Ermanno Olmi, il «regista degli ultimi»
Amici
I giornali dell’8 maggio 2018 ricordano con rimpianto e in grandi spazi la morte di Ermanno Olmi. Con Olmi ci siamo incrociati a Treviglio, la città dove ho vissuto gli anni della mia giovinezza, compresi gli anni dell’ultima guerra mondiale (1940-45). Olmi era grande amico di mio fratello Giuseppe: sono coetanei (Olmi è nato a Bergamo il 24 luglio 1931; mio fratello a Trezzo sull’Adda il 5 gennaio 1930).
Con Ermanno Olmi, Giuseppe da Treviglio andava a nuotare a Cassano d’Adda (5 km in bicicletta). L’Adda è, per i nuotatori, un fiume pericoloso, lo so bene anch’io che a Cassano d’Adda andavo coi miei amici.
Il bergamasco
Sul Corriere della Sera dell’8 maggio 2018, il giornalista Gian Antonio Stella ricorda Olmi con un articolo commovente dal titolo «Olmi il regista degli ultimi» e sottotitolato «Il cantore del mondo contadino tra gioia di vivere e ricerca di Dio».
Lo riporto integralmente.
Ermanno Olmi è volato via, lasciandosi dietro una scia di ricordi, di immagini, di amore. Il nonno Anselmo, che quand’era giovane si arrampicava su su fin sulla cima d’un eucalipto e ondeggiava nel vuoto cantando a squarciagola alla sua Bettina. E la zia stramba che s’era inventata ridendo una preghiera satanella in stretto bergamasco: «So ol sòcol/zò ol sòcol/so ol sòcol/ zò ol sòcol», su lo zoccolo, giù lo zoccolo. E lo scolaretto che, dando ragione a Lev Tolstoj e alla sua convinzione sulla purezza della lingua dei bambini («ah, potessi scrivere come loro!»), compose un giorno la poesia perfetta: «Niente alberi niente fiori. Niente fiori niente ciliegie. Niente ciliegie niente bambini».
Il grande regista è morto ad Asiago, dove aveva deciso di vivere fin dal 1959 in una casa un po’ fuori mano verso il monte Zebio, a ridosso del bosco di scoiattoli e caprioli. Era andato lì per lavorare con Mario Rigoni Stern alla sceneggiatura del film Il sergente nella neve che poi non avrebbero più fatto: «A un certo punto, dal basso di una collinetta, sopra un denso strato di nebbia si apre un squarcio di luce, un lucore come d’incanto – scriverà anni dopo Paolo Di Stefano –, Olmi alza gli occhi, raccoglie un sasso dal selciato, lo tira verso l’alto e lo lascia cadere poco più in là: «Se un giorno mi sposerò e avrò figli, farò la casa lì». Anche Rigoni si china a prendere una pietra, la butta a pochi metri e dice: «Vegno anca mì, in piassa massa confusiòn». Troppa confusione. Tanto più per quelli che, teorizzerà l’Ermanno (coinvolgendo nello stesso progetto, in una terza casa, lo sceneggiatore e storico del cinema Tullio Kezich), amano i silenzi: «Che bello se avessimo l’umiltà di accettare il silenzio come la forma più alta di comunicazione. Ci sono silenzi, come dice il teologo Raimon Panikkar, che valgono come tutte le parole del mondo».
Il silenzio che sperava di trovare nella grande steppa russa, ove si era incaponito di andare per girare il nuovo film che aveva in mente sulla grande pianista russa Marija Judina e sulla notte in cui Stalin, sentito alla radio il suo «Concerto K 488 di Mozart», fece telefonare per aver subito il disco «ma il disco non esisteva e così, per non urtare il despota, decisero di farlo apposta recuperando nella notte musicisti e maestranze e lavorandoci fino all’alba».
Il tiranno, riconoscente, mandò all’artista ventimila rubli. Un’enormità. «La ringrazio – rispose Marija –. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso, La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado». L’Ermanno aveva deciso: «Vado». A 86 anni, malandato, in treno e in camper. In volo no? «Devo sentire l’odore della steppa».
Non ce l’ha fatta. Nato a Bergamo («in un quartiere chiamato Malpensata...») ma cresciuto alla Bovisa e a Treviglio («chiedevo: perché ho i capelli così rossi? “Sei nato sotto a un pomodoro”»), era figlio d’un ferroviere ucciso da una bomba quando lui era ancora ragazzino e di una donna di grande spirito e ironia:
«Mi prendeva in giro: “Voglio più bene a te che a una nidiata di topi”». Studente così distratto da lasciare gli studi (si sarebbe rifatto con un po’ di lauree ad honorem) ma lettore onnivoro, cominciò a lavorare da «fornaretto». «Si cominciava a mezzanotte e si finiva a mezzogiorno. Per dodici ore di lavoro mi davano un chilo di pane. Dirlo adesso sembra una miseria. Allora era una grazia della Provvidenza. Ci vuole rispetto, per il pane».
Anche in Torneranno i prati, l’ultimo film sulla Grande Guerra girato in Val Formica nell’inverno 2014 tirando moccoli al mulo che affondava nella neve («Non ci sono più i muli d’una volta! Quelli salivano su coi cannoni. Questi sono cocchi di mamma. Mollaccioni!»), c’è un omaggio al cibo della Provvidenza. Il soldatino che prima d’uscire dalla trincea per esporsi alla morte bacia un pezzo di pane e se lo infila nella giubba. Sul cuore.
Assunto ventenne alla EdisonVolta, ci restò vent’anni. In gran parte passati all’«organizzazione del tempo libero». Dove cominciò a girare documentari industriali.
Via via più belli. Pieni di poesia. Fino al primo film, Il tempo si è fermato. Poi Il posto, dove la parte principale era affidata a Loredana Detto, che sarebbe diventata la compagna di tutta la vita e la madre dei suoi tre figli. Donna bella, minuta e forte. Vicina sempre, fino all’ultimo.
Girò L’albero degli zoccoli, forse il suo capolavoro poetico col quale conquistò Cannes e la fama mondiale, partendo dai racconti che leggeva ai suoi bambini. Parlavano della sua infanzia e «loro ascoltavano queste storie come se appartenessero a un mondo lunare: le veglie nella stalla, il lavoro, il rapporto d’affétto con gli animali. Ne erano estasiati». A chi levava il sopracciglio parlando d’«una operazione nostalgica» diceva che sì, narrando di storie «sue» le accarezzava «con un po’ di tenerezza» ma «nostalgia non significa rimpianto». Se non per la «profonda solidarietà tra gli uomini» di quel mondo contadino perché, «come diceva Giovanni XXIII, solo i poveri sanno capire i poveri».
Catalogato negli schemini come «regista cattolico», forse per i temi che toccava o le amicizie cui teneva come quella con Gianfranco Ravasi, rifiutava l’etichetta: «Ho sempre fatto una gran fatica a credere in Dio. E con Dio ho anche barato, ponendogli delle domande e poi dandomi delle risposte da solo, risposte che erano come quelle dei bambini quando giocano con la propria coscienza. Ma con Gesù non ho mai potuto barare perché, al di là del fatto religioso, la testimonianza di Cristo (non parliamo del Figlio di Dio ma dell’Uomo) non fa che imbarazzarmi continuamente. Non riesco a togliermi dai piedi uno come Gesù Cristo, che ha compiuto dei gesti con cui dobbiamo fare i conti tutta la vita. È la vita che mi aiuta a concepire il desiderio di Dio, perché non potrei neppure concepire Dio se non amassi la vita. La grande gioia della vita umana qual è? Che l’uomo è la sola creatura in grado di stupirsi di fronte alle meraviglie del mondo. La gioia di vivere, questo stupore, ecco cosa mi aiuta a credere in Dio».
Amico del cardinale Martini, al quale dedicò l’ultimo documentario scritto con Marco Garzonio, profondo ammiratore di Papa Francesco, spiegava che se avesse fatto un film su Gesù gli sarebbe piaciuto ispirarsi a don Milani. Che immaginava «un Cristo che per tutto il film non si capisse dove fosse e spingesse lo spettatore a cercarlo per poi trovarlo solo alla fine». Amava Milano ma non la riconosceva più: «Prova a gridare in Piazza del Duomo: “Sono innamorato!”. Ti ignorano».
Quando lo colpì il male, quello che Curzio Malaparte chiamava «lo stramaledetto», reagì come meglio poteva. Raccontava della sua locanda preferita e dell’amica Loriana che «quando ha saputo che non potevo esser da lei per l’ultimo dell’anno si è messa a piangere e ha detto: “allora gli mando a casa la gallina bollita”». E poi del mitico Baffo di Cesuna che diceva sempre «fin che c’è vita c’è vacanza» e fece stampare il proprio necrologio «Non potendo partecipare personalmente al mio funerale...». E del vecchio Toni Lunardi, detto «Toni mato», che «sapeva sì e no leggere e scrivere ma aveva una capacità omerica di narrare storie fantastiche». E di un viaggio aereo di Ignazio Buttitta rotto da grandi risate: «Era Buttitta che parlava con un mongolo. Lui parlava solo siciliano, l’altro solo mongolo. E si divertivano da matti. Non è la squalifica della parola: è riconoscere che la parola ha dei limiti. E oltre questi limiti c’è la poesia».
Era un uomo buono. Gentile. Che si faceva voler bene. Quando sentì avvicinar la fine e arrivò l’inverno, confidò: «Sento scorrere dentro la mia vita. Ma sono sereno». Sperava di andarsene come ne La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth: «Voglia Dio concedere a tutti noi, a noi bevitori, una morte tanto lieve e bella». Non gli è stato concesso. Dopo mesi spossanti di flebo e sospiri, all’arrivo della primavera quando i pascoli asiaghesi cominciano a vestirsi di giallo, era riuscito a farsi portar sul terrazzo dietro casa. Voleva vedere se dal boschetto sarebbe sbucato a cercare, zampettando sulla staccionata, il solito scoiattolino. Mancherà anche a lui.
L’albero degli zoccoli
Ancora l’8 maggio il giornalista Paolo Mereghetti scrive, sempre sul Corriere della Sera, l’articolo: «Uno sguardo realistico. La grande consacrazione con “L’albero degli zoccoli”».
Lo riporto di seguito.
Se ne va Olmi il grande cantore di una sfuggente armonia tra l’Uomo e la Natura, inseguita con pervicacia e bella utopia fin dai tempi dei suoi primissimi documentari industriali. Perché Olmi nasce al cinema convincendo la EdisonVolta, dove lavorava, a creare un «servizio cinematografico»: sono i primi anni Cinquanta, la società milanese è uno dei simboli di una modernizzazione del paese che sta risollevandosi dopo la guerra, e i documentari che Olmi scrive e dirige (La pattuglia del passo San Giacomo, 1954; La diga del ghiacciaio, 1955; Manon finestra 2, 1956, quest’ultimo su un testo di Pier Paolo Pasolini) sono entusiasti elogi del lavoro e della fatica per trasformare in energia la forza della Natura, o per documentare l’impegno educativo della società rispetto alle giovani generazioni (Michelino 1a B, 1956, scritto con Goffredo Parise).
Sono corti e mediometraggi in cui Olmi mette a punto uno stile fatto di sguardi sul mondo, di ammirazione per il lavoro dell’uomo, di «neorealistico» rispetto per le luci e i suoni (praticamente non esistono colonne sonore aggiunte) e che guidano il regista nel costruirsi un’idea di cinema che lo àncora fortemente alla concretezza del reale. Tanto che il suo primo lungometraggio (Il tempo si è fermato, 1959) nasce come un documentario sul lavoro di vigilanza delle dighe e si trasforma in un’emozionante parabola sul rapporto uomo-natura grazie ai due protagonisti, uno studente chiamato a una sostituzione stagionale e l’anziano compagno di lavoro.
Nei film successivi Il Posto, 1961; I fidanzati, 1963 Olmi accentua gli spunti personali (assurdi e grotteschi nel primo, mentali e antinarrativi nel secondo) ma resta fedele a un impianto di base di tipo neorealistico, capace di leggere alcune delle contraddizioni antropologiche dell’Italia del boom, dall’inurbamento con le sue aspirazioni piccolo-borghesi, alla perdita dell’innocenza nel confronto tra mentalità e stili di vita diversi.
Olmi resta comunque sostanzialmente estraneo al «mondo del cinema» romanocentrico, scegliendo soggetti insoliti (E venne un uomo, 1965, su Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII; Un certo giorno, 1969, sul modo di «star dentro il proprio destino» in toni mesti e meditativi; La circostanza, 1974, che racconta con pessimismo dolente e impietoso la crisi di una famiglia) oppure sfruttando al meglio le commissioni Rai (Giovani, 1967; I recuperanti e Durante l’estate, 1970; Le radici della libertà, 1972, scritto con Corrado Stajano).
La consacrazione internazionale arriva nel 1978, con la Palma d’Oro per L’albero degli zoccoli, appassionata e commovente ricostruzione della vita contadina nelle campagne della bergamasca alla fine dell’Ottocento, illuminato da un senso del sacro che, rossellinianamente, cerca i propri valori nella vita quotidiana: il lavoro dei campi, la memoria della terra, le gioie (e gli stenti) della vita rurale. Partecipe omaggio a un mondo in via di estinzione raccontato con la poesia dei gesti quotidiani e un non celato rimpianto per qualità più semplici ma più vere, il film è pensato senza preoccuparsi del «destino commerciale» (lungo quasi tre ore, è sottotitolato perché parlato in bergamasco) e forse proprio per questo fu applauditissimo e accolto da un successo straordinario.
Olmi non troverà più un tale stato di grazia creativa, anche per colpa di una malattia che lo terrà a lungo lontano dal lavoro ma non perderà mai la voglia di percorrere strade inedite e di raccontare la fatica degli umili e dei meno fortunati nell’inseguire un sogno di vita che sappia coniugare sensibilità religiosa («sono un aspirante cristiano» dice di sé e l’ha dimostrato con film fuori dalle regole, come Camminacammina, 1983, sul mito dei Re Magi) con l’utopia di un’armonia col mondo che spesso la morte impedisce di realizzare, ma che però non mette mai davvero in discussione (La leggenda del santo bevitore, 1988, premiato con il Leone d’Oro, e Il mestiere delle armi, 2001, terminano entrambi con una morte materiale che si trasforma in vittoria spirituale).
Così, nell’ultima parte della sua carriera, dove è spesso tornato al documentario (Rupi del vino e Terramadre, 2009, sul recupero di un rapporto meno invasivo con l’agricoltura; Vedete, sono uno di voi, 2017, sull’insegnamento del cardinale Carlo Maria Martini), ha scelto storie e film che gli permettessero di sottolineare con forza le proprie idee, esaltando un «cinema di prosa» capace di andare direttamente al cuore dei valori che più gli stavano a cuore: il significato del perdono (Cantando dietro i paraventi, 2003), la spoliazione dalle certezze intellettuali (Cento-chiodi, 2007), il rischio della carità (Il villaggio di cartone, 2011) e lo scandalo della guerra (Torneranno i prati, 2014), ultimo accorato appello all’Uomo perché non dimentichi l’assurdità della morte e della follia che l’ha generata, dove l’anonimo destino dei singoli diventa prova dell’irragionevolezza all’origine di ogni conflitto.
Il Corriere della Sera e L’Eco di Bergamo
Chiudo con un articolo che Olmi nel 2012 scrisse per il Corriere della Sera e dal titolo «Il profumo che oggi ci manca». Lo riporto integralmente.
Per me, fin da piccolo, il giornale voleva dire il Corriere. E Corriere voleva dire Milano, la Bovisa, che era il mio rione, coi gasometri e le ciminiere, lo scalo merci col fumo delle locomotive e gli stabilimenti coi tetti fatti a denti, a forma di sega. Anche gli odori che c’erano nell’aria erano odori di fabbriche e quando in casa mio padre apriva il giornale si spandeva intorno un lieve e inconfondibile sentore di macchina. Soprattutto da bambini si scopre che ogni cosa ha un suo odore che è solo di quella cosa e nessun’altra, e così anche il Corriere sentiva di Corriere e di Bovisa. Allo stesso modo, ma del tutto diversi.
La prima pagina del dorso del Corriere della Sera di Bergamo nel giorno della sua prima uscita erano gli odori della casa della nonna, che era contadina e abitava a Treviglio. Con l’accelerato; quasi un’ora di viaggio per poco più di trenta chilometri. Tuttavia, ho ancora ben impresso nella mente – e nell’olfatto – che salivo in treno con l’odore di Milano e scendevo con l’odore della campagna coi profumi delle stagioni e della stalla e dell’aglio che la nonna metteva dappertutto in abbondanza. Nostalgia? Sì, nostalgia di quegli odori scomparsi tanto che non si avverte più la differenza tra campagna e città. E naturalmente non è solo questione di odori. Qualcuno pensi pure che queste sono fisime da vecchi, come lo sono io. Ma quello di cui sento la mancanza è che con gli odori perduti è sparita l’autenticità dei luoghi e delle persone. Una cosa, però, non cambiava e ancora non cambia: l’odore del giornale. Il Corriere e L’Eco di Bergamo avevano l’identico profumo di stampa e credo di onestà. Un patto di lealtà verso i loro lettori, sia quelli di città che quelli di campagna.