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Il mondo di Guatri

2026/18

Alfredo Ambrosetti: un esempio per tutti

Un invito a colazione in Bocconi mi giunge per il 1° dicembre (2017). Sono tentato di rifiutare: non esco più per colazione da anni. Ma presto cambio idea: l’invito è del dottor Alfredo Ambrosetti. Ambrosetti lo conosco bene: a lui (con Mario Monti) abbiamo più volte fatto ricorso per trovare i «Consiglieri delegati» della Bocconi. E sempre con ottimi risultati: di ciò gli sono molto grato. Questa funzione l’ho svolta per 25 anni: perciò so bene quanto sia importante.

L’invito in Bocconi

Il 1° dicembre 2017 mi ritrovo in una fiabesca sala in Bocconi: vi sono, oltre ad Ambrosetti e famiglia, altri cari amici: Mario ed Elsa Monti, Mirka Giacoletto, e alcuni collaboratori dell’editore Egea (che ha stampato il libro di Alfredo Ambrosetti, La mia storia).

La storia di Alfredo Ambrosetti è una storia di grandi successi. Egli mi scrive una dedica splendida: «a Luigi Guatri, indimenticabile artefice di una straordinaria Università come la Bocconi. Con l’onore di inviargli una copia della mia biografia. Con tantissima stima». Già questo mi commuove; e ancor più mi commuove la lettura del libro.

La «Prefazione» è scritta da un grande giornalista (Ferruccio de Bortoli). Ne riporto alcuni stralci.

Alfredo Ambrosetti è un signore mite, di una cortesia fuori dal tempo, ma di inossidabile determinazione. Ci conosciamo da più di tre decenni e devo confessare che all’inizio non riuscivo a spiegarmi un’apparente contraddizione. Come potesse un gentiluomo dai modi antichi come lui essere anche un tenace cultore dell’innovazione.

Aperto ai cambiamenti. Ansioso di anticipare i tempi, di vivere il futuro in un Paese che ancora oggi lo teme e lo esorcizza. Ma conoscendolo meglio, ho potuto comprendere come si possa essere contemporaneamente esploratori del mondo e difensori della propria piccola comunità lombarda. Ambrosetti – che ha contributo più di tanti altri a sprovincializzare la classe dirigente italiana – non ha mai lasciato la propria casa di Varese, e non ha mai rinunciato al tramonto rosso sui laghi, ai profili familiari delle sue montagne. Ha amato subito Milano – sede ancora oggi del gruppo di consulenza che porta il suo nome – ma ha preferito non trasferirsi, riuscendo a gestire una pendolarità del tutto particolare.

A Varese ha sempre mantenuto una postazione di lavoro, senza alcun indirizzo pubblicato, con due segretarie. «La gestione del tempo per un professionista è fondamentale.» Roma l’ha attratto ai tempi della nazionalizzazione dell’energia elettrica. Gli dissero che avrebbe fatto carriera se avesse scelto di lavorare e vivere nella Capitale. Ma Ambrosetti disse no a Roma e all’intervento dello Stato nell’economia.

Ambrosetti, classe 1931, doveva studiare medicina, voleva fare il medico. Fu suo padre («I suoi consigli furono sempre saggi e giusti») a consigliargli di frequentare una facoltà di economia. E il giovane riluttante Alfredo, posto di fronte all’interrogativo su quale università scegliere, si chiese semplicemente quale fosse la distanza tra la stazione delle Ferrovie Nord di Cadorna e la Bocconi e la Cattolica. E scelse quest’ultima, la più vicina.

Una volta laureato, ricevette 87 offerte di lavoro. E anche in quella circostanza, il neodottor Ambrosetti si domandò quale tra le società interessate avesse una sede nei pressi della stazione di Cadorna. E scelse la Edison che ancora oggi è in Foro Buonaparte. Pochi metri a piedi. Ascoltandolo raccontare la sua vita, riassunta in questo libro, mi è venuto il sospetto che per andare al gruppo privato, allora diretto dal potente Giorgio Valerio, forse avrebbe accettato anche il fastidio di prendere un tram. Il metrò allora non esisteva.

La Edison è stata la sua fortuna professionale, la seconda famiglia, la finestra sul mondo. Il suo primo capo gli confidò un piccolo segreto su come fare carriera. «Ambrosetti, se le assegnano un lavoro umile, non faccia questioni. Lo svolga al meglio.» Non ci sarebbe stato bisogno di quel consiglio. Il giovane laureato appena assunto aveva già per tradizione familiare uno spiccato senso del dovere, un’inclinazione razionale all’ordine di carattere più mitteleuropeo che mediterraneo. Una disciplina quasi militare.

Nel 1959 vinse una borsa di studio «Giacinto Motta» e poté completare i propri studi con un master alla Syracuse University. «Un periodo straordinario, indimenticabile.» Ambrosetti rimase stupito che, come prima cosa, gli chiedessero quale sport volesse fare, poi si iscrisse a quattro corsi in quattro facoltà diverse. Ma c’era un ostacolo all’apparenza intramontabile, l’inglese. «Chiesi ai docenti di lasciarmi portare in classe un registratore, allora assai voluminoso. Così potevo riascoltare le lezioni decine di volte. Alla fine, però, non riuscivo più ad addormentarmi la sera per la tensione. Ero sfinito. Otto ore di lezione e otto ore di riascolto. Mi accorsi subito che non era la cosa giusta, abbandonai quella curiosa idea di registrare e riascoltare e mi iscrissi a un corso molto qualificato di lingua inglese.» Negli Stati Uniti, Ambrosetti fece molta pratica su un computer Univac di dimensioni gigantesche, messo a diposizione degli studenti.

Superati brillantemente gli esami, la fortuna o il caso che aveva fatto mettere la sede Edison a pochi passi dalla stazione delle Ferrovie Nord si manifestò in una provvidenziale lettera scritta dallo stesso Valerio. Un capo azienda con una rete di rapporti americani di grande livello. Quella lettera contò più di un master. E aprì ad Ambrosetti le porte di IBM, Ford, General Motors e gli consentì di lavorare a lungo accanto ai capi delle strategie aziendali più rispettati d’America. L’esperienza in Kodak fu quella che lo colpì in particolare modo. «Era un mondo a parte, persino il calendario era stato ridisegnato, non c’erano più né 12 mesi, né 365 giorni. Il tempo era stato diviso in periodi uguali.»

Riporto anche alcuni passi tratti da La mia storia di Alfredo Ambrosetti.

La vita e i veri successi

Sono nato il 25 giugno 1931.

Nel 1955 conseguo la laurea in Scienze Economiche e Commerciali presso l’Università Cattolica di Milano.

All’inizio della mia carriera, lavoro per otto anni nell’allora Gruppo Edison.

Grazie all’importante borsa di studio «Giacinto Motta» assegnatami dal Gruppo Edison, trascorro lunghi periodi di specializzazione post-universitaria presso la Syracuse University e, successivamente, faccio stage (1959-60) presso le principali aziende degli Stati Uniti e del Canada: Standard allora Exxon, IBM, General Motors, Ford, Eastman Kodak, Olin Mathieson Chemicals Corp., Metropolitan Life Insurance Co., Carborundum Co., Hydro-Electric Power of Ontario, Con-Edison N.Y., Detroit Edison...

Nel 1965 fondo lo Studio Ambrosetti, società di consulenza direzionale che si sviluppa rapidamente con incarichi di gruppi/imprese di grande importanza.

Dal 2009 cesso la mia attività professionale cedendo tutti i compiti operativi e assumendo la carica di presidente onorario di The European House-Ambrosetti. Agli inizi del 2016 lascio anche la carica di presidente onorario.

Sono stato presidente di ASSCO (Associazione delle Società di Consulenza) verso la fine degli anni Settanta.

Nel 1972 percepisco la necessità di un servizio di Aggiornamento Permanente (AP), sempre finalizzato alle alte direzioni, con una formula completamente diversa dalle soluzioni che vengono offerte in Italia e all’estero. Formula che si rivela subito vincente con l’adesione al servizio, in tempi brevi, di un numero molto elevato di leader di gruppi/imprese operanti in Italia. Si tratta di un’intuizione e di una formula rivoluzionarie.

Nel 1975, sulla base di stimoli scaturiti dalle sessioni di Aggiornamento Permanente, realizzo il Forum di Villa d’Este della durata di tre giornate, evento che diventa di prestigio internazionale con la partecipazione, in qualità di relatori, di personaggi di fama mondiale (capi di stato, reali, capi di governo, premi Nobel e principali esponenti della «comunità economica») e dei più importanti leader di gruppi/imprese non solo italiani.

Nel 1977 lancio il servizio Aggiornamento Permanente dei responsabili di Funzioni (AF).

Dal 1977 (fino all’anno 2000) entro come azionista importante, con Pietro Marzotto, nel gruppo Databank, società capogruppo, con sede a Milano e Londra, organizzata in tre divisioni: Analisi competitiva, Mercato mobiliare, Analisi finanziaria. Dal 1986 al 1992, per sette anni, attraverso Ambrosetti America con sede a Los Angeles, lancio e gestisco con grande successo il servizio Mastership, riservato esclusivamente ai numeri uno di gruppi/imprese americani.

Sempre negli anni Ottanta fondo Ambrosetti Iberica, con sedi a Madrid e a Bilbao, che fornisce servizi di Aggiornamento Permanente riservati alle alte direzioni spagnole con denominazione Alpha Plus.

Ancora negli anni Ottanta fondo Ambrosetti Group, con sede a Londra, che fornisce consulenze direzionali e strategiche e servizi di Aggiornamento Permanente riservati alle alte direzioni con denominazione Alpha Plus UK.

Nel 1990 percepisco l’esistenza di importanti problemi irrisolti nei gruppi/imprese familiari e sviluppo un know-how specifico in grado di assicurare soluzioni concrete a esigenze fondamentali.

Da allora ho realizzato «Patti di Famiglia» per più di cento importanti famiglie imprenditoriali (le imprese familiari rappresentano il più grande patrimonio economico del nostro paese).

Ne11990 avvio anche il workshop annuale «Lo scenario dei mercati finanziari, del loro governo e della Finanza» (Marzo Villa d’Este).

Nel 1999 creo Ambrosetti Club, sempre strettamente riservato ai numeri uno di gruppi/imprese multinazionali e nazionali operanti in Italia.

Sempre nel 1999 progetto e avvio il servizio Leader del Futuro (LdF), di cui fruiscono molti giovani con aspirazioni di successo.

Realizzo con Piero Angela, e con il concorso di alcuni esperti del livello di Tommaso Padoa-Schioppa, Paolo Savona, Paolo Sylos Labini e Umberto Colombo (che sarebbe poi diventato ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica), con le animazioni di Italo Burrascano e con i cartoni animati di Bruno Bozzetto, i programmi Quark Economia (quattordici puntate) e, successivamente, Quark Europa (undici puntate), andati in onda su RAI 1 in prima serata.

Tra gli incarichi svolti, su designazione del presidente Ciampi, sono stato membro del Comitato per l’organizzazione e per il funzionamento del Segretario Generale della Presidenza della Repubblica (2000-2001).

Lo sport

La forte passione per lo sport mi ha sempre accompagnato sin dalla giovanissima età.

Non tanto per gli sport praticati personalmente, in modo non agonistico, nel periodo della scuola (calcio, basket) e successivamente (sci, tennis, nuoto, jogging). Ma, soprattutto, per gli sport da me seguiti con incarichi dirigenziali (ciclismo), con presenza negli stadi (basket – con la mitica squadra Ignis – e calcio, in particolare con il Varese) e successivamente seguiti soprattutto in televisione (calcio, ciclismo, basket, atletica leggera, tennis, pallavolo, nuoto, motociclismo e automobilismo).

Il mio coinvolgimento con il ciclismo è cominciato praticamente dalla nascita: mio papà era il miglior amico del famoso campione Alfredo Binda – vincitore di tre Campionati del Mondo. Alfredo Binda è stato l’unico campione a essere pagato (Giro d’Italia) per non partecipare data la sua enorme superiorità rispetto agli altri. Il mio nome Alfredo si è originato da Binda, che mi ha poi tenuto a battesimo.

Mio papà svolgeva costantemente importanti incarichi dirigenziali nel ciclismo. Fra l’altro, è stato il responsabile dell’organizzazione dei Campionati Mondiali di Ciclismo su strada a Varese del 1951, evento che ha registrato il record storico di presenze (più di un milione di persone) di pubblico sul percorso.

Seguivo le gare ciclistiche con tanta passione e tanto entusiasmo e poi ho cominciato operativamente con la importante Società Ciclistica Binda – di cui mio papà era presidente – con l’incarico di dirigere la Commissione Sportiva della società.

Il mio coinvolgimento non si è limitato alla pur importantissima attività agonistica delle squadre di dilettanti e di allievi: mio papà organizzava annualmente la Tre Valli Varesine, gara molto prestigiosa per professionisti, anche a livello internazionale.

Crescita e sviluppo della società Ambrosetti e delle attività di consulenza

Devo cominciare da lontano. La mia carriera ha avuto un approccio... «scientifico». Dopo il liceo classico, per l’università scelsi la facoltà di Economia. Due università la fornivano: la Bocconi e la Cattolica.

Avevo a Varese una vita felice con tanti amici, con cui ero molto affiatato: optai per la Cattolica perché... era vicina alla stazione Nord e mi consentiva di ritornare presto a Varese per stare con loro.

Dopo la laurea, ricevetti ottantasette offerte di lavoro: erano altri tempi. Scelsi il gruppo Edison perché... aveva sede di fronte alla stazione Nord e potevo tornare presto a casa. Per fortuna, si trattava di uno dei gruppi più prestigiosi e più importanti del Paese.

Dopo circa un anno e mezzo di lavoro, nel 1959, mi venne assegnata dal gruppo Edison un’importante borsa di studio per un anno di studi ed esperienze negli Stati Uniti. Per l’epoca si trattava di un’opportunità straordinaria. Quando mi venne assegnata il mio capo mi disse: «Gliela assegniamo anche perché, se fatto uscire dalla porta, lei è capace di rientrare dalla finestra».

Dopo l’università, grazie alle lettere di introduzione dell’ingegner Valerio (presidente del gruppo Edison), trascorsi vari periodi affiancando i loro massimi responsabili, da un minimo di 15 giorni a un massimo di un mese ciascuno, presso le più importanti imprese di Stati Uniti e Canada, quali per esempio IBM, Standard Oil (ora Exxon), General Motors, Ford, Eastman Kodak, Olin Mathieson Chemicals Corp., Metropolitan Life Insurance Co., Hydro-Electric Power of Ontario, Con-Edison N.Y., Detroit Edison.

Era l’epoca in cui nelle imprese si stavano diffondendo i computer, nati esclusivamente per scopi bellici e scientifici, per applicazioni gestionali. Uno dei quattro corsi di specializzazione scelti fu proprio «La programmazione degli elaboratori elettronici».

Per le esercitazioni era a disposizione degli studenti un elaboratore elettronico Univac, inevitabilmente molto grosso date le tecnologie dell’epoca. I corsi di specializzazione e gli stage mi consentirono di sviluppare una significativa competenza nell’uso degli elaboratori elettronici per applicazioni aziendali.

Davo dei consigli a titolo amichevole e, dopo ogni consultazione, aumentava la richiesta di ulteriori consigli e, conseguentemente, di mio tempo. Nel frattempo, avvenne la nazionalizzazione dell’industria elettrica con la nascita dell’ENEL e con un enorme impatto sul gruppo Edison.

La nazionalizzazione non mi piaceva, ancor meno mi piaceva quando nominato dirigente – ero il più giovane dirigente dell’ENEL – mi si disse: «Tu puoi fare carriera, ma per fare veramente carriera devi trasferirti a Roma». Poco dopo diedi le dimissioni, creando sorpresa e incredulità perché la recente nomina a dirigente era una cosa molto ambita.

Un percorso formativo simile al mio è certamente possibile anche oggi perché esistono ancora i licei (io ho frequentato il classico), le università, le borse di studio, gli Stati Uniti e altri paesi importanti.

Però, è aumentata la concorrenza. Un numero significativo di giovani segue oggi percorsi simili e si riduce l’entità del vantaggio all’atto pratico. Quando toccò a me, un percorso così serviva per emergere mentre oggi, per molti aspetti, serve per essere all’altezza di tanti altri.

Fin dalla nascita, e per tutte le nostre attività, abbiamo intuito e applicato rigorosamente i cosiddetti «valori guida» della nostra organizzazione:

-           indipendenza;

-           ricerca continua dell’eccellenza;

-           professionalità/cultura della professione;

-           integrità;

-           dignità (servizievoli con tutti, servi di nessuno).

Indipendenza. Un lavoro professionale, se ben fatto, deve svilupparsi in modo neutro, obiettivo non condizionato da interessi, salvo quelli del cliente e dell’etica. Indipendenza politica, indipendenza da sponsor, indipendenza da azionisti terzi.

Ricerca continua dell’eccellenza. L’eccellenza è un valore da perseguire con tutte le forze ma mai completamente raggiunto. Occorre promuovere continuamente miglioramento e innovazione. Solo così si conquista la preferenza del cliente.

Professionalità/cultura della professione. Noi siamo sempre stati una società professionale, non un’impresa con i suoi schemi burocratici e i suoi vincoli gerarchici. Gli orari sono quelli richiesti dal lavoro e dal cliente, la responsabilità individuale è senza limiti.

Integrità. Rifuggire con tutte le forze da scorciatoie per acquisire incarichi in modo diverso dalla competizione pulita.

Nei primissimi mesi di vita dello Studio venni visitato da un alto esponente di una delle massime case fornitrici di elaboratori elettronici che mi disse: «Se consiglierete noi, ne avrete un tornaconto».

Mi alzai e, gentilmente ma fermamente, lo accompagnai alla porta dicendogli che, per principio, noi riceviamo onorari da una fonte sola, dal cliente. Sottolineo che all’epoca noi eravamo pressoché nessuno. Ma i valori sono valori.

Ovviamente, integrità anche nei confronti dei collaboratori e di tutti gli altri portatori di interesse.

Dignità. Credo che sia sufficiente il commento «servizievoli con tutti, servi di nessuno».

La gestione del tempo

Fortunatamente, ho capito da subito che l’aspetto più fondamentale per un professionista è la «gestione del tempo».

A tal fine:

-           mentre la nostra sede principale è sempre stata Milano, ho creato, per risparmiare tempo, una sede operativa personale a Varese, dove abito, che ho usato, con l’aiuto di straordinarie segretarie, ogni qualvolta dovevo lavorare da solo;

-           ho avuto la fortuna di lavorare benissimo in auto, in aereo, in treno ecc., anche di sera e nei giorni festivi. Ho dotato l’auto, per i frequenti viaggi a qualsiasi ora, di faretti che illuminavano i documenti con í quali dovevo lavorare. Ho saputo, però, svolgere questa enorme attività professionale assicurando contemporaneamente, con mia moglie e la mia famiglia, di avere tempo da dedicare agli hobby;

-           ho capito presto che, essendo la gestione del tempo una priorità, era necessario dotarsi di un autista perché ciò mi avrebbe permesso di lavorare anche in viaggio, di non dover perdere tempo a trovare parcheggio ecc. e perché, non meno importante, mi creava vantaggi economici dal momento che il valore aggiunto delle mie ore di lavoro era di gran lunga superiore al costo dell’autista.

Volendo puntare alla migliore qualità possibile – questa è la priorità della cosiddetta cultura del servizio e comunque del buon lavoro professionale – la massima cura dei dettagli diventa fondamentale. Com’è noto, si dice che il diavolo si annidi sempre nei dettagli.

Non meno importante è il rispetto della puntualità.

Come nella mia attività usavo ricordare, è sempre bene non punire i puntuali a vantaggio dei ritardatari. Occorre evitare di «cominciare con una pausa». Quando si usa poi organizzare il tempo disponibile al minuto, il rispetto rigoroso della puntualità diventa anche una necessità imprescindibile.

Si tratta di una forma fondamentale di rispetto degli altri e di tutela dell’efficienza. Cura dei dettagli e rispetto della puntualità sono fattori fondamentali della cultura del servizio.

Se dovessi ritornare indietro, ripeterei senz’altro tutto quello che ho fatto, tranne una cosa: non denominerei più la nostra attività Studio Ambrosetti perché mi sono reso conto, nei contatti internazionali, che all’estero il termine «Studio» evoca qualcosa di piccolo, con caratteristiche artistiche.

Conclusioni

Ho attualmente ottantasei anni e per quarantatré sono stato presidente operativo e, quindi, leader della società che ho lasciato, alla fine del 2008, in ottime condizioni di salute.

Il 2008 è stato l’anno record per fatturato e risultati.

È stata una vita molto intensa, con molta fatica e con altrettante soddisfazioni.

Per tutto questo provo una profonda gratitudine per tutti coloro che hanno collaborato con me, per la mia famiglia e, naturalmente, per chi ha avuto fiducia in me.

Quando, alla fine del 2008, ho lasciato tutti i miei compiti operativi, salvo qualche eccezione, la mia visione circa l’evoluzione futura della consulenza era sintetizzata nelle considerazioni che seguono.

La difficile congiuntura di questa epoca lascerà certamente il segno per diversi anni. Hanno e avranno successo solo gli interventi molto concreti, con una diretta relazione con l’incremento di efficacia e/o di efficienza e di produttività. Hanno e avranno successo soprattutto gli interventi in campo strategico e organizzativo caratterizzati da un largo uso delle nuove tecnologie. In campo organizzativo largo uso delle nuove tecnologie significa reimpostare l’assetto esistente perché applicare le tecnologie mantenendo le soluzioni in essere significa ottenere non un’organizzazione più moderna ma un’organizzazione vecchia più complicata e costosa.

Un accento particolare devono avere i servizi finalizzati a ottimizzare:

-           la leadership;

-           il sistema di governo e il quadro di comando per le alte direzioni;

-           l’innovazione continua a tutto campo;

-           la flessibilità con la progressiva riduzione del punto di pareggio;

-           l’intelligenza diffusa, la cultura vincente e la semplicità.

Occorre fare il possibile per avere l’alta direzione come referente diretto, assicurando approcci sistemici e differenziandosi dalla concorrenza. Occorre aiutare il cliente a uscire dalla crisi più competitivo di prima. Un’istituzione cliente è come una sfera: si può penetrare con qualsiasi dei temi precitati e poi si può, se si lavora bene, ampliare il mandato ad altri temi, trasformando di fatto il lavoro di consulenza in incarichi pluriennali, sempre a stretto contatto con le alte direzioni.

Noi siamo nati e ci siamo sviluppati con incarichi di consulenza pluriennali, ampliando la presenza presso il cliente. Altrimenti, gli sforzi promozionali diventano gravosi, con conseguenze negative sul fatturato e sui risultati.

La consulenza è un’attività professionale dominata dalla cultura del servizio, al servizio delle esigenze del cliente e dell’organizzazione. Occorre non ghettizzarsi nei compiti quotidiani ma spaziare in tutto ciò che possa migliorare le realtà di riferimento in essere.

Nella professione occorre non sentirsi mai arrivati. Il percorso del knowhow è senza fine. Ogni giorno è un nuovo punto di partenza per progredire attraverso miglioramenti e, se possibile, innovazioni per rendere superato ciò che esiste, in uno sforzo di ricerca continua dell’eccellenza. Occorre sapersi porre degli obiettivi al limite del possibile e poi battersi al meglio per realizzarli.

Come diceva Seneca: «Non esiste vento a favore per chi non conosce il porto». Occorre avere una visione del futuro, tradurla in obiettivi concreti e in azioni occorrenti per conseguirli. Un giovane, per la giovane età, può rinnovare più volte la visione del proprio futuro ma deve sempre avere una visione. Altrimenti cammina nella vita senza sapere dove andare.

A proposito di autoresponsabilizzazione, di competizione e di meritocrazia, appare di grande attualità il pensiero di Karl Popper in Tutta la vita è risolvere problemi:

Il futuro è decisamente aperto, esso dipende da noi, da tutti noi.

Dipende da quello che noi e molte altre persone facciamo e faremo oggi, domani e dopodomani. E quello che facciamo e faremo dipende, a sua volta, dai nostri pensieri e dai nostri desideri, dalle nostre speranze, dalle nostre paure! Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità largamente disponibili del futuro.

Invece di posare a profeti dobbiamo diventare creatori del nostro destino.

E imparare a fare le cose nel miglior modo possibile e ad andare alla ricerca dei nostri errori. Questo significa che dobbiamo cambiare noi stessi.

Tre ingredienti risultano fondamentali per il successo: la fiducia in se stessi, il coraggio, l’umiltà.