Il mondo di Guatri
2026/18
Il lungo rettorato del professor Armando Sapori
Del professor Armando Sapori ho un preciso ricordo: ero presente alle sue brillanti lezioni di Storia economica da studente alla Bocconi, nell’anno 1947-48 (avevo vent’anni).
I rapporti di Sapori con la Bocconi risalgono ad anni lontani, addirittura al 1930.
Quanto segue, escluso l’ultimo paragrafo di mie Note personali, è tratto da scritti lasciati da Sapori e organizzati dalla figlia Giuliana.
La «chiamata» alla Bocconi
Verso la fine del 1930 Angelo Sraffa già rettore della Bocconi superlativo in prestigio e intraprendenza dal 1917 al 1926, e che – costretto a lasciare la carica «da una congiuntura politica che fu coercizione allo spirito e segnò l’esodo dei nomi più belli» – aveva continuato a essere di fatto il deus ex machina della Bocconi, e il dottor Calogero Tumminelli, consigliere delegato, mi dettero appuntamento all’Hotel Baglioni a Firenze e mi proposero di affidarmi nella «libera» Università milanese l’incarico dell’insegnamento di Storia del commercio (poi la cattedra si è chiamata Storia economica) dicendomi che il mio nome era stato fatto dal titolare, Pietro Bonfante, ammalato della malattia che il 21 novembre 1932 lo trasse a morte.
Impreparato alla richiesta, risposi che non mi ritenevo capace di sostituire una figura come quella del grande giurista e storico e in una Università nota come la prima in Italia. Inoltre, aggiunsi, avevo in cantiere alcuni lavori che volevo portare a termine per la eventualità di un concorso, e i viaggi e la preparazione del corso me ne avrebbero levato il tempo. Avanzai anche la difficoltà di ottenere, se l’avessi chiesto, il permesso di assentarmi sistematicamente dall’ufficio, l’Archivio di Stato, che dipendeva dal Ministero degli Interni. Siccome però insistevano ribattendo punto per punto, e a me dispiaceva di dare l’impressione di non valutare la portata dell’onore fattomi, suggerii che a titolo di prova, per loro e per me, mi chiamassero soltanto per qualche conferenza: avrei riferito agli studenti qualche mia idea che a detta del Bonfante sarebbe stata originale, e io, nell’esporlo a loro, avrei chiarito a me stesso il mio pensiero. Ci lasciammo con l’intesa che ci avrei ripensato con più calma e quanto prima avrei dato una risposta più meditata.
In realtà – l’ambizione stava per trascinarmi – avevo bisogno del consiglio della mamma e della moglie, del cui giudizio mi fidavo senza esitazioni; e poiché il loro parere fu negativo, confermai con lettera del 29 ottobre, il no doloroso ma necessario.
Successivamente mi incontrai di nuovo con Sraffa, il quale non soltanto non se l’era avuto a male, ma fu gentile e direi affettuoso, tanto che proprio da allora nacque fra noi un’amicizia che è stata cara a entrambi e che, dopo la sua morte, è continuata con il suo figlio Piero, l’economista di Cambridge.
In sostanza mi disse che c’erano due ragioni perché la Bocconi mi voleva a insegnare presso di lei. Una perché era nella sua tradizione – vedi Zappa per un solo esempio – di avere docenti di avanguardia nelle singole discipline; e mi si riteneva tale per l’impostazione del primo volume, La crisi delle compagnie mercantili dei Bardi e dei Peruzzi (1926) presentato con dodici pagine di Giuseppe Prato, un vero saggio più efficace dello stesso libro, e recensito favorevolmente da studiosi come Alessandro Luzio, Gino Luzzatto, Gioacchino Volpe. Due, perché lui, Sraffa, era stato bene impressionato dal mio coraggio del rifiuto: il non aver ceduto alla tentazione era per lui un segno di probità scientifica, ciò che appunto richiedeva a un docente bocconiano. Alla mia obiezione, poi, che mi sarei trovato a disagio fra colleghi di grande fama (allora erano tutti così), rispose che una vera Università non deve essere considerata unicamente un punto di arrivo per personalità già affermate (e anche fra queste, aggiunse, va scelto bene perché lei non sa quanti fra loro sono «tromboni», per usare un termine del mondo del teatro) ma deve essere anche un punto di partenza per giovani di valore. Considerazioni sacrosante che una volta divenuto a mia volta rettore avrei sostenuto contro la resistenza di colleghi, appunto, arrivati.
In conclusione a Milano mi avrebbero aspettato fino a quando io stesso mi fossi ritenuto pronto, cioè avessi affrontato e, se ci fossi riuscito, superata la prova di un concorso che purtroppo gli «esperti» ritenevano lontano. Nel frattempo avrebbero provveduto alla cattedra in qualche modo che non impegnasse il futuro.
Il concorso venne invece più presto di quanto ci si aspettase (1932), non però per la libera docenza, il primo gradino sul quale avevo qualche speranza di poter salire, ma per lo straordinariato vero e proprio, che è cosa ben altro impegnativa. Per fortuna, lavorando sodo, avevo pubblicato un secondo volume – Una compagnia di Calimala ai primi del Trecento (1932) – che aggiunsi al precedente e a una trentina di articoli e saggi, e tentai la sorte che mi fu favorevole.
Il 24 novembre Giovanni Gentile vicepresidente della Bocconi mi scriveva: «Oggi ho proposto il suo nome per l’incarico di Storia economica nella Università commerciale Luigi Bocconi, che le farà la comunicazione ufficiale. Spero che, questa volta, ella non abbia esitazioni. Se avesse qualche dubbio scriva prima a me». In pari data Sraffa mi mandava una lettera: «Sono lieto di dirle che ieri la si nominò (faceva parte del Consiglio d’amministrazione) all’Università Bocconi, per quest’anno incaricato, per l’insegnamento di Storia economica che ha qui una tradizione insigne: fu iniziato e onorato dal Bonfante!» (docente dal 1906, essendo anche rettore dopo Luigi Maino dal 1915 al 1917). Contemporaneamente il dottor Palazzina, segretario generale, insisteva anche lui sulla responsabilità della successione (nella loro intenzione c’era di farmi onore, ma mi mettevano più paura che mai):
«mi onoro di comunicarle [...] la cattedra che per lunghi anni fu di Pietro Bonfante e che lo scorso anno fu retta da S. E. Arrigo Solmi, il quale quest’anno non potrà tenere che un gruppo di conferenze. L’Università si lusinga che lei vorrà accettare l’incarico. Comunque la prego di volersi mettere in relazione con S. E. Gentile che le scriverà in proposito».
Due cose emergevano dalle lettere di Palazzina e di Gentile. Da quella del segretario il rimedio escogitato per «aspettarmi», ossia la nomina per il 1931-32 di un uomo politico di rilievo che avrebbe lasciato l’incarico appena richiesto. Da quella del vicepresidente, informato da Palazzina dei precedenti, il timore che ancora una volta tergiversassi: non più per i motivi addotti nel 1930, ché il crisma accademico l’avevo avuto, ma per altri di natura politica, la preoccupazione, non essendo conformista, di recare danno ai colleghi e all’Ateneo. Andai a Roma e la cosa fu subito superata: alla confessione del mio non fascismo, gli occhi del buon Giovanni (quegli occhi così umani!) si illuminarono di un sorriso fra bonario e scanzonato: «lo sappiamo e lo sanno tutti, ma la Scuola ha bisogno di lei, e lei stia tranquillo». Come con Sraffa da allora l’amicizia prese il posto della cordialità avviata con la mia collaborazione all’Enciclopedia Treccani.
Lo stipendio era l’ultima cosa a cui pensassi, e infatti non se ne era ancora parlato. Anche in questo caso ebbi la prova di una affettuosa premura da una lettera confidenziale dello Sraffa:
«5 dicembre 1932. Carissimo amico, sono molto lieto della sua accettazione alla Bocconi e il collega Gentile me ne aveva parlato a Roma. Quanto al trattamento, credo che lei ne sarà sodisfatto. Dato che lei deve venire da lontano credo che si potrà concludere qualcosa su queste basi: biglietto in prima classe da Firenze a Milano, £ 10.000 per l’incarico delle lezioni, £ 5000 per occuparsi di addestrare (se e quando ci saranno) quei pochi e scelti studenti che nell’Istituto di economia, che è in formazione, vorranno occuparsi più specialmente di Storia economica. Mi accenni liberamente se sarebbe contento e io appoggerò la soluzione in questo senso».
Accettai, naturalmente, e il 21 dicembre Palazzina metteva i puntini sugli i: dalle 10.000 e le 5000 lire sarebbe stato detratto ai termini di legge il 12 per cento rimanendo però «a carico dell’Università» l’imposta di ricchezza mobile; l’abbonamento in ferrovia (£ 2800) non avrebbe coperto tutto l’anno ma il solo periodo delle lezioni. Una terza gentilezza riguardò l’orario delle lezioni che, secondo le regole, dovrebbero essere tenute tre per settimana e a giorni alterni, mentre a me sarebbe stato, oltreché di disagio, impossibile vivere a Milano con 730 lire e rotti anche tre dì consecutivi. Ecco pertanto una concessione: (4 gennaio 1933, XI) nel mio caso speciale le mie lezioni sarebbero state concentrate in due giorni, due al venerdì – mattina e sera –, una al sabato mattina per poter partire dopo pranzo e arrivare a Firenze per la cena. La prelezione fu fissata per il 12 corrente alle ore 15.30: un giorno e un’ora che io, di così poca memoria da non ricordarmi la data del mio compleanno, e se debbo riempire un modulo fo il conto alla rovescia, non ho mai dimenticato. Un’ultima prova simpatica e di vero riguardo fu (3 dicembre 1933) la comunicazione fattami da Giorgio Mortara (per inciso, un altro grandissimo della Bocconi) dell’elenco dei titoli delle tesi proposte all’attenzione degli studenti (allora gli allievi sceglievano fra gli argomenti prefissati tenuti presso l’Istituto di economia) perché portassi «le modificazioni e aggiunte che ritiene opportune» (ed era il grande Giorgio Mortara direttore allora dopo Luigi Einaudi dell’Istituto che mi scriveva ora!). Così tutto era proceduto nel più cordiale dei modi, direi affettuoso; e io che mi sentivo attaccato alla Bocconi fin dal primo incontro con i suoi dirigenti, alla fine del 1930, una volta preso possesso della cattedra, mi ci sono affezionato sempre di più. Non ho mai scordato che qui ero stato cercato senza che avessi chiesto nulla, come non ho scordato il calore degli studenti presenti alla prima lezione: la mia prova del fuoco con alle spalle la nobilissima ombra di Bonfante.
Giovanni Gentile, la sua morte e le vicende successive
Poi le cose continuarono de plano con il rinnovo dell’incarico di anno in anno, comunicatomi dal vicepresidente (Gentile) con lettere non compilate su un modello burocratico ma con espressioni ogni volta diverse, nelle quali però ricorrevano sempre le parole «gratitudine» e «affetto». Riconoscenza dell’Università per la mia opera, riconoscimento dell’affetto con cui la pratico. E Gentile una volta (10 novembre 1934) al ringraziamento per la mia opera ecc. alla Bocconi aggiunse: «sono contento di averla chiamata e conto che (Ella) rimarrà a lungo, con sua soddisfazione». È una sottigliezza, lo so, quello che sto per raccontare, ma mi piace notare che quando mi scriveva in via privata mi dava del lei, e nella data non apponeva l’anno dell’era fascista, che aggiungeva invece nel carteggioufficiale, in cui al «lei» sostituiva il fascista voi. Caro amico Gentile! In Mondo finito ne ho parlato col cuore, e qualcuno dei suoi correligionari, miserabili allora e oggi che hanno rivoltato la giubba più miserabili ancora, mi ha mosso critica perché ho detto bene di un fascista.
Ma se tutti i fascisti fossero stati come lui che proprio prima di essere assassinato si accingeva a portare al duce una lista di loro malefatte, le cose sarebbero andate diversamente. La tragedia materiale forse non si sarebbe potuta parare, ma non sarebbe arrivata fino in fondo quella morale, che è stato peggio: tanto che oggi continua a dilatarsi come il fungo della bomba atomica, e a inquinare sempre più a largo con le irradiazioni a catena.
Ebbi con lui un solo scontro ma si risolse subito. Quando si stabilì a Firenze per il trasporto da Roma dell’Accademia d’Italia, mi chiese un articolo per la Nuova antologia, la rivista allora di quella istituzione, e io, che con la stampa fascista non ci avevo mai avuto a che fare, gli risposi di no. In uno scatto d’ira, e di pene doveva averne tante, mi chiamò al telefono: «si ricordi che sono vicepresidente della Bocconi». E io: «sta bene, eccellenza, le do le dimissioni». Non era passata mezz’ora che riprendeva in mano la cornetta, chiamava questa volta mia moglie e le diceva che avevo inteso male le sue parole, che si riferiva al fatto, da lui tollerato, che da un po’ di tempo non facevo regolarmente le lezioni, affidate a un assistente, e che comunque alle dimissioni ci ripensassi. Presi un foglio di carta, ci vergai poche righe e scesi a impostare, proprio per non ripensarci:
«Torno a scrivere, eccellenza [o] meglio a dettare la lettera per il che mi scusi la macchina), per confermarle la impossibilità che possa darle l’articolo richiestomi. Analogamente debbo rispondere per la Bocconi presso la quale a parte la situazione oggettiva dello stato delle comunicazioni, comune del resto ad altri colleghi bocconiani, non mi consentono di recarmi a Milano le condizioni fisiche. Pertanto, nel caso che ritenga che debba curare di persona il regolare svolgimento del corso, non mi resta che confermarle che le metto a disposizione la cattedra di cui sono stato onorato. V. E., che appunto da tanti anni mi conosce, sa che nell’alternativa fra un evidente dolore e la chiarezza di condotta, che è dovere di coscienza, sono pronto a scegliere il primo. Presento a V. E. distinti ossequi».
La mia lettera deve essere stata un colpo per lui, che per la seconda volta telefonò, e ancora una volta non a me direttamente: «ma che ha fatto Armando? La Bocconi non le accetterà mai le sue dimissioni, e per l’articolo sia come non detto».
Senza dubbio nel chiedermi la collaborazione non aveva preteso una prova di gratitudine per quello che aveva fatto per me, e che era stato tanto; senza dubbio non poteva pensare a un mio divorzio dalla Bocconi, e difatti purtroppo lui non c’era più quando i rapporti con Milano furono del tutto interrotti, e la Bocconi per non perdermi e in un futuro che sperava sarebbe stato libero, ricorse allo stesso ripiego di quando, nella vacanza della cattedra per la morte di Bonfante aveva chiamato Arrigo Solmi, affidando la cattedra all’amico bocconiano Tommaso Zerbi incaricato di Ragioneria, e appena anche dal nord furono cacciati i fascisti e i tedeschi, con la prima lettera arrivata da là mi si diceva di tornare appena possibile a riprendere, come se niente fosse stato, il mio posto. Di più gli stipendi mensili mi erano stati messi da parte e li avrei avuti tutti insieme.
In realtà la fermezza, che io solo so quanto mi costò perché a Gentile volevo veramente bene, gli richiamò alla mente il colloquio romano del ’32, allorquando gli avevo detto che non ero fascista, che non intendevo di diventarlo, e tanto meno di camuffarmi da tale, ed ero pronto piuttosto a rifiutare l’incarico, che pure sapevo mi avrebbe aperto la via in futuro, se con il mio nome ci fosse stata la possibilità di un danno per il corpo docente e per l’Università.
Era un uomo, Gentile, conosceva gli uomini, li voleva uomini; non gli importava se le loro convinzioni, onestamente formatesi, erano diverse dalle sue, altrettanto formate onestamente. Ma l’opportunismo, no. Pertanto l’episodio che ho ricordato, a suo onore, non fu un dramma ma una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dopo ci vedemmo, gli buttai le braccia al collo, e l’abbraccio che mi ricambiò commosse entrambi. Fu il suggello della stima e dell’amicizia: per sempre. Purtroppo non sapevamo che sarebbe stato per poco, perché, come dicevo, un colpo a tradimento lo stese davanti alla porta della villa dove abitava, in cui trovava tranquillità e attingeva forza nella profondità e nella dolcezza degli affetti familiari.
Piansi la sua morte, e con lacrime vere, come la piansero altri colleghi suoi estimatori e taluni amici, sbalorditi prima che inorriditi di tanta infamia. E a questo punto dovemmo subire anche la mortificazione della beffa. Di chi la responsabilità? Oggi si legge, anche sul Dizionario enciclopedico Treccani, dei comunisti; lì per lì si parlava invece di fascisti, che si sarebbero sbarazzati di un galantuomo che distingueva fra ideologia e profittamento della ideologia, per avere l’impunità – anche dall’omicidio per fini detti nazionali – chi volesse arricchire indebitamente, vulgariter ladro, chi volesse sfogare una contrastata brama amorosa, vulgariter sporcaccione, chi volesse sopraffare, mosso da invidia, un rivale. I fascisti, senza prova alcuna e un minuto dopo il fatto, affermarono che erano stati gli universitari ad armare la mano del sicario, e senza por tempo in mezzo disposero le rappresaglie: occhio per occhio, e in questo caso tante paia di occhi per uno. Un camerata alto funzionario dell’Università fornì i nomi dei docenti «più irriducibili pericolosi» (e comunque nessuno era comunista) da essere rastrellati, carcerati, e se non furono fucilati non fu per generosità loro. Burocraticamente, e quindi stupidamente, l’elenco, come sempre avverrà, era redatto per ordine alfabetico. Al prelievo si cominciava dalla lettera A, e a un certo punto si fermarono perché fare le fosse ardeatine sarebbe stato un po’ troppo (io, della lettera S, per quanto compreso, ero verso la fine e probabilmente mi sarei salvato).
Chiudendo la parentesi perché scrivo ciò che mi viene alla mente, e questa è una briciola di storia che vale più delle mie piccole vicende, il mio incarico alla Bocconi andò avanti de plano per tanti anni, senza che avessi il minimo timore, e perfino nel caso di vere e proprie persecuzioni del regime era assicurato l’intervento pronto, affettuoso ed efficace di santo Giovanni. Tranquillità assoluta nella eventualità di incidenti politici – e un paio me ne capitò – a causa di una lezione storica di cui, per quanto non del tutto scoperto, le spie del Guf compresero il significato, ma bastò l’opera del rettore Ulisse Gobbi che mise a posto le cose (come a Firenze il preside e indimenticabile amico Jacopo Mazzei col federale). Tranquillità assoluta in quanto avevo la parola di fascista, il quale dette la prova di mantenerla in una circostanza veramente drammatica di cui fu protagonista il nostro bibliotecario. Fausto Pagliari, socialista turatiano che era stato dell’«Umanitaria» fino a che non ne fu cacciato dai commissari fascisti preposti a quella società, e che aveva collaborato a Critica sociale fino a che la rivista fu soppressa, che nel 1925 era stato chiamato – atto di coraggio del rettore Sraffa – a dirigere la biblioteca dell’Università, e che nel 1940, perseguitato per il fatto di tener fede alle proprie idee politiche e sociali, fu arrestato con altri e confinato a Istonio, oggi Vasto, fu liberato proprio per l’intervento di quello che si chiamava santo Giovanni.
Tradizioni e simboli bocconiani
Se la tranquillità si aveva sotto l’aspetto politico, tanto più si era tranquilli di fronte alle ambizioni di chi avesse aspirato a prenderci il posto, anche se raccomandati di ferro e intrallazzatori abilissimi. Si era fatto e si faceva il nostro dovere? Una sostituzione sarebbe stata una ingiustizia. E non solo si aveva la garanzia fino ai limiti d’età; alla Bocconi, almeno chi avesse meriti superiori al normale, lunghezza di servizio, rendimento oltre al comune, particolare prestigio procurato a sé e all’Università, e che conservasse intatte le energie della mente e la capacità di far presa sugli allievi, poteva spingersi oltre al traguardo della pensione. Il che non si deve pensare che attirasse per la misura non diminuita dello stipendio, per chi appunto va a riposo, ma perché per coloro che della scuola hanno fatta un sacerdozio, e la scuola l’hanno nel sangue, lo staccarsi dall’insegnamento e dai giovani è preludio alla morte. Nelle statali, si sa, non è così, e i limiti di età costituiscono una barriera insuperabile; ma la denominazione di «libera» avuta dalla Bocconi anche a questo serviva: né facevano eccezione i burocrati del Ministero che pure per legge controllavano con l’invio di ispettori, e che più o meno ce l’hanno avuta sempre tutti con il glorioso Ateneo milanese. Perché la burocrazia preferisce le cose piatte, uniformi, e ogni volta che lo Stato ha potuto incorporare una libera (di tante che erano una volta, fondate per lo più dai vecchi Stati in cui prima dell’Unità era divisa l’Italia), c’è andato a nozze.
La potenza di chi conta sui righi del berretto sta sul numero dei dipendenti (come per il Dio di Calvino su quello dei dannati), sulla massa delle prostitute, sul maneggio di fondi. Senza diritti, la Bocconi, non si aveva la dabbenaggine di domandare, non pretendere, favori e beneplaciti, che è la strada più diretta per perdere la libertà, e che offre al padrone o presunto padrone di più di quanto domandato; è proprio l’errore che portò all’affermarsi della dittatura e alla degradazione, inutile, di tante coscienze. Ricordo l’episodio di un generale, noto più che altro per la sua barba, a cui una volta Mussolini, scherzando, disse (presenti molti fra i quali ero pure io allora comandato dagli Archivi al Ministero delle corporazioni) «non t’è venuta a noia codesta barba?». E quello sciagurato se la tagliò. A distanza di un po’ di tempo vado a trovarlo, sempre per una commissione di ufficio, entro nella stanza, non lo riconosco, e proprio a lui chiedo «potrei parlare a S.E….?». E lui con aria non certo baldanzosa: «Ero io!».
Siccome l’anziano è uomo, chiarissimo professore o no, e la fortuna delle istituzioni è legata ai migliori dei suoi uomini, da noi la prassi accennata, alla Bocconi, valeva anche per i funzionari migliori: Pagliari per esempio, che la biblioteca aveva trovato un piccolo coacervo, disorganico, soprattutto di lasciti e donazioni, e che la portò a tale livello da essere famosa in Italia e all’estero, rimase come bibliotecario fino a 78 anni; e Palazzina che, assunto appena dopo cinque anni dalla fondazione, si può dire egli pure un fondatore, lasciò il posto a 80 anni.
Benemerenze, ripeto, eccezionali, le loro, che avevano lavorato senza badare né all’orario né a giorni festivi, né a ferie, e la sera le carte se le erano portate a casa, e avevano fatto, quel che più conta, un’opera di vera creazione. Anche fra loro non c’è né un ex studente, uno, che non ricordi Pagliari, ormai morto nel 1961, né uno che andando all’Università non vada a trovare Palazzina (ha 87 anni e sta benone), e tanti gli scrivono ancora da fuori di Milano, dall’estero. D’altronde Palazzina è una istituzione: nell’opinione pubblica la Bocconi e lui sono e resteranno una cosa sola, e lui sarà sempre il segretario per antonomasia.
Ripeto e concludo: fin dal primo giorno e sempre più in seguito via via che ho fatto la esperienza diretta di altre sedi, e indiretta di quasi tutte, non fosse che per aver partecipato alla «Conferenza permanente dei rettori», la Bocconi mi appare un’oasi di serenità, di chiarezza, di pulizia morale, di umanità che mi ha legato proprio come Pagliari e Palazzina in maniera indissolubile: questi sono incancellabili nel mio cuore, ma insieme pure loro, Angelo Sraffa e Giovanni Gentile e donna Javotte (Bocconi), la presidente con la quale avevo avuto rapporti di affettuosa cordialità.
La nomina a rettore (1952) e le polemiche successive
La già lunga docenza bocconiana e il mio riconosciuto amore mi portarono, dopo 20 anni e altrettanto inaspettatamente come era avvenuto per l’incarico della cattedra di Storia economica, al rettorato. Le cose andarono così.
Nel maggio o giugno del 1952 (ho smarrito il telegramma ricevuto al Senato) fui convocato da donna Javotte con preghiera di recarmi a Milano al più presto possibile. Pensai: «ahimè, addio alla Bocconi, senatore del Fronte popolare anche se indipendente ma di sinistra, saranno finiti i tempi di Gentile; in una Università di cui la presidente è stata dama della regina ed è rimasta fedele alla monarchia, e di cui il consigliere Delegato è il dottor Cicogna, grande industriale e già della Camera dei fasci e delle corporazioni, non sarò più gradito, e siccome tutti e due sanno dove la gentilezza sta di casa, mi vorranno comunicare la cosa a voce indorandomi la pillola con i ringraziamenti per il servizio devoto». Siccome mi dispiaceva, e tanto, salii la scala del palazzo di Corso Venezia due gradini avanti e uno addietro, ma mi trovai subito di fronte a facce così cordiali – c’era anche un terzo, il dottor Croccolo, presentatomi come bocconiano della prima leva e matricola n. 10, del che giustamente sifaceva grande vanto –, che un po’ la paura mi passò. In sostanza mi spiegarono le ragioni per le quali il Consiglio di presidenza e quello di amministrazione erano in rotta con il rettore, mi dissero che era loro intenzione di sostituirlo e chiedevano a me – che ecc. ecc. – un suggerimento per la persona del successore. Così a colpo una risposta mi era difficile, ma conoscendo l’ambiente, e avendomi detto che in quanto Università libera la scelta poteva cadere anche su un professore di fuori, feci i nomi di due economisti di indirizzo liberale, Jannaccone e Bresciani Turroni. Mi ringraziarono. Feci a casa un telegramma: «niente pericolo», e ripresi il treno. Il 2 ottobre altro allarme, ma questa volta minore: una cartolina di Palazzina che mi chiedeva di «tenermi informato, ti prego (ormai da un po’ ci davamo del tu) dei tuoi spostamenti per ogni eventuale mia ulteriore comunicazione urgente»; e in pari data, una arrivata con la seconda distribuzione, un’altra missiva: «desidero sapere se domenica 5 corrente sarai a Firenze e se vi rimarrai e se ripartirai lunedì per Roma». Tutto questo era assolutamente nuovo e non ci voleva molto a pensare che qualcosa bolliva in pentola. Risposi con un telegramma, e il 3 ecco un terzo avviso nel quale c’era tutto Palazzina, frettoloso, prudentissimo e compitissimo:
«domenica 5 corrente col treno che arriva normalmente costà alle 12 (mi pare) partendo qui alle 7.15, sarò costà e mi permetterò di venire subito da te. Desidero conoscere il tuo pensiero su certe questioni universitarie. La mia venuta è in incognito. Scusami la noia che ti do con la mia presenza».
Non lo attesi a casa ma andai a prenderlo alla stazione e la bomba scoppiò appena sceso. Si guardò da torno, e in un sussurro mi disse: «si pensa di farti rettore, accetteresti?». Che non mi avessero buttato fuori come avevo temuto la volta prima è comprensibile, ma che mi facessero rettore mi pareva così grossa che lo guardai come se avesse due teste. «Dunque non accetti?».
«Lasciamela digerire la notizia, e parliamone con Giuliana» (la mia assennatissima figliola che nel consigliarmi si era sostituita alla mamma e alla moglie perdute nello spazio di nemmeno un anno). Il discorso fu lungo, ché la tentazione di sì era tanta, ma tante erano anche le difficoltà. Per cominciare, avrei dovuto dimettermi dal Senato? Perché la carica la concepivo impegnativa e con i viaggi tra Firenze, dove ero ordinario, Roma e Milano sarei stato sempre sulle ruote come un commesso viaggiatore.
«Niente paura, ci hanno pensato e non c’è bisogno delle dimissioni». Poi: hanno intenzione di darmi un posto di ruolo come ordinario, e in questo caso dovrei lasciare Firenze? Perché è impossibile che un professore ordinario qua e incaricato a Milano sia là anche rettore. «A posto anche questo. A parte che la Bocconi è una Università libera, nel suo statuto regolarmente approvato sta scritto solamente che il rettore, da essere nominato dal Consiglio di amministrazione, e non eletto dal corpo dei professori, deve essere un professore di rango universitario». Mi persuadeva poco, per la verità, ma al Senato ero amico di Segni, allora Ministro della Pubblica Istruzione, e avrei sentito da lui se avrebbe dato l’approvazione, sempre dallo statuto richiesta. Ancora: è possibile che il rettore della libera Bocconi sia un comunista, così ero chiamato anche se non era vero perché grazie a Dio di padroni non ho mai voluti, e volontariamente una tessera non l’avevo presa mai? E pure ammesso che i signori del Consiglio di amministrazione accogliessero la designazione› della presidente e ingoiassero il rospo, la stampa come l’avrebbe presa, e come i milanesi che la Bocconi la considerano la pupilla dell’occhio destro? «Il Consiglio di amministrazione è già preparato, avrai qualche opposizione, ma passerai a larga maggioranza. Per la stampa hai ragione; ma intanto la cosa si tiene segreta, e quando i giornali lo sapranno, cosa fatta capo ha». Questo mi convinceva meno ancora; e a sedermi su una bella poltrona e prima di avervi fatto la forma doverla lasciare, riprendere le mie carabattole e rientrare al paesello, sarebbe stato da non mettere più il capo fuori di casa. In ultimo sapevo – in seguito l’avrebbero riportato anche i giornali – di aspirazioni di altri già ben piazzati e che più lo sarebbero stati quanto prima, e a temere il pericolo di uno sgambetto ci voleva poco. Ultimo dubbio e assicurato anche su questo: che proprio la cosa l’avevano studiata a fondo e tutto avevano valutato. Ad ogni buon conto per concludere gli dissi: «per prima cosa ti ringrazio, caro Palazzina, perché sebbene per la tua modestia non me l’abbia detto, che la cosa è partita da te l’ho capito e l’hanno presa subito perché alla Bocconi ti tengono in palmo di mano. Poi sono sicuro – sei tanto cauto – che se pure mi hai scritto di venire in incognito, sei latore di un mandato preciso. Però avanti di dire sì, voglio che i capintesta, donna Javotte, il cavalier Cicogna, il dottor Croccolo, mi diano personalmente con la loro voce le garanzie, le assicurazioni che mi hai dato te. Siccome fino a ora alla Bocconi non si è mai mancato di parola, mi fiderò e accetterò». Così ci lasciammo – doveva essere a Milano per la notte – dopo un pranzo che nemmeno sentì di che roba erano fatte le vivande, e soltanto il vino si gustò perché lo presentai come Chianti autentico, e anche a Firenze bere un Chianti vero è un vero rito: tanto che il caro Girolamo me lo ricordò per anni e anni.
Il fulmineo segretario era appena rientrato che eccolo a spedire un telegramma: «Signora Bocconi lieta riceverti domani ore 16 Corso Venezia 46». Il 7 mattina ero di nuovo nella metropoli lombarda, e avuto la conferma punto per punto di quanto mi aveva detto Palazzina, accettavo. L’8 confermai l’impegno per lettera da Firenze e il 10 donna Javotte mi scriveva:
«Ho ricevuto la sua e la ringrazio vivamente per la collaborazione che ella mi riconferma, e per i chiari propositi con i quali si ripromette di esercitarla. Sono pertanto sicura che tale collaborazione, basata sulla reciproca stima e fiducia, darà eccellenti risultati per le sorti dell’Istituto al quale, per ragioni diverse – come ella giustamente osserva – superiori ai nostri personali interessi, ci sentiamo profondamente legati. Mi propongo di tenerla al corrente – occorrendo per il tramite del comune amico dottor Palazzina – degli avvenimenti e le porgo con i rinnovati ringraziamenti miei e del dottor Cicogna e Croccolo distinti saluti».
La parola «avvenimenti» significava i riflessi della cosa nella eventualità, da prevedersi, che fosse risaputa prima della riunione del Consiglio di amministrazione da tenere alla fine del mese. Difatti, ahimè, il 22 ebbi un primo allarme, e tuttavia una sciocchezza di fronte a quello che sarebbe avvenuto dopo: «qualche notizia è trapelata, un esponente democristiano ha naturalmente criticato la scelta, esprimendo il dubbio che egli possa attivamente occuparsi del nuovo ufficio; e per verità tale dubbio è stato manifestato da altra valente persona che però ha detto ottima la scelta. Bisognerà quindi presto con i fatti smentire i dubbi, tuo Palazzina»
Il 26, finalmente, i consiglieri si radunavano e la nomina venne anche se non de plano.
Appena sciolta l’adunanza ecco il buon Girolamo di fronte a un foglio di carta che imposta con francobollo espresso verso la mezzanotte:
«Carissimo Rettore (con la r maiuscola), non senza lunghe discussioni (seduta dalle 15.30 alle 19!) nomina avvenuta. Magnifici interventi soprattutto Casati, Greco, Faina e, naturalmente, prima di tutti Cicogna. Non mancheranno le critiche al nostro Consiglio (c’è già stata una protesta dell’Unione industriali), ne riparleremo. A Dell’Amore viene affidata direzione Istituto di economia aziendale. Vedrai tu di metterti in relazione con lui... anche se egli aspirava alla successione...».
Il 27 avevo la comunicazione ufficiale fatta dalla presidente:
«Ho il piacere di comunicarle che il Consiglio di amministrazione nella riunione di ieri le ha conferito la carica di rettore per l’anno accademico 1952/53 con decorrenza 1° novembre p.v. Nel farle questa comunicazione esprimo a nome del Consiglio la certezza che la proficua e serena collaborazione che ella da molti anni dà alla Bocconi in qualità di insegnante verrà intensificata e potenziata dalla nuova veste di rettore».
Palazzina mi aveva scritto dei sostenitori della mia candidatura, e quando seppi i particolari dei loro interventi, la mia riconoscenza andò particolarmente a Paolo Greco già rettore e amico fraterno e al senatore Casati che dette prova della più grande serenità. Sapori, disse, è mio collega al Senato dove ci troviamo in settori diversi. Posso però testimoniare che la sua opposizione non è stata mai settaria e piuttosto sempre intelligente e costruttiva, e che la sua posizione, veramente di indipendente di sinistra, è limpida. Palazzina non mi aveva invece indicato i nomi degli oppositori, che seppi poi dal consigliere e amico Aurelio Martegani e dal dottor Cicogna. Sul terreno politico il più duro era stato il senatore Giovanni Falck (pure mio collega a Palazzo Madama), il quale non certo in omaggio ai principi della democrazia, ma piuttosto con l’anima del fascista, a cui la rovina d’Italia non aveva insegnato nulla, piuttosto che aderire alla grande maggioranza, o tutt’al più astenersi, si dimise da consigliere. Sul terreno religioso, una volta suppostomi comunista, sarei stato di conseguenza anche ateo. Particolarmente decisi furono l’on. Giambattista Migliori e il dottor Carlo Corti. Due galantuomini che in seguito, però, resisi conto del loro errore, mi chiesero, coerenti col loro credo, scusa.
La gazzarra della stampa si scatenò subito e superò le stesse mie pessimistiche previsioni.
Sottilmente maligno fu il Corriere lombardo del 7 novembre, in un articolo a tre colonne e ritratto, dal titolo «Dissapori alla Bocconi per la nomina di Sapori», e il sottotitolo «Curioso retroscena della nomina del nuovo rettore». Maligno più che con me – col dire della mia fama internazionale mi dette un cucchiaio di miele, e col dirmi «eletto senatore con i voti dei comunisti», ne aggiunse uno di aceto – con i consiglieri del Consiglio di amministrazione, di cui riportò uno a uno i nomi, e non certo a elogio, come si usava ai tempi del fascismo. In sostanza li metteva in berlina nel modo più mortificante: ai termini dello statuto bocconiano avrebbero dovuto darlo loro il voto in piena libertà, e invece avevano ingoiato il rospo messogli nel piatto da un semplice funzionario dell’Università molto potente: «in pratica la decisione è stata determinata dal dottor Palazzina che da molti anni dirige i servizi di segreteria. Il dottor Palazzina non era del parere che si dovesse riconfermare il professor Demaria, uomo di indubitabile valore scientifico, ma considerato troppo autoritario». E quanto a perfidia c’era dell’altro nel retroscena. Intanto, dapprima sarebbero stati fatti i nomi dei professori Jannaccone e Bresciani Turroni, il che era esatto: proprio i due che io avevo suggerito quando ero stato richiesto di un suggerimento. Poi si sarebbe passati a considerare i due ordinari della Bocconi, il professor Giordano Dell’Amore e il professor Flora, il primo di un qualche prestigio perché presidente del Consiglio provinciale, e candidato sicuro per la carica più alta di presidente della Cassa di Risparmio delle Province lombarde; il secondo di tale fama che gli studenti affollavano come nessun’altra le sue lezioni: qualcosa come un nuovo Carducci o un nuovo Pascoli.
L’inaugurazione dell’anno accademico 1952-53 e la visita del presidente della Repubblica Luigi Einaudi
La Bocconi, fondata nel 1902, nel 1952 compiva i primi cinquant’anni, la inaugurazione dell’anno accademico avrebbe dovuto assumere una forma più solenne del solito con l’intervento del presidente della Repubblica, e proprio a me sarebbe toccato a fare il discorso. Ma il prefetto, a cui sembra che spetti dare o non dare il benestare ai movimenti del Capo dello Stato a seconda del suo giudizio sulla opportunità politica, mise il veto perché con un rettore come me c’era da aspettarsi Dio sa quali disordini. E dire che, quel buon uomo di Pavone che aveva retto prima di quella di Milano la Provincia di Firenze, e io ero già senatore, mi aveva chiesto più volte di dargli una mano per scongiurare qualche guaio, come uno sciopero o un corteo.
«Lei, senatore, che è tanto equilibrato e gli operai le vogliono bene, vuol vedere se...». E io avevo fatto sempre del mio meglio, se avevo visto, s’intende, l’interesse dei lavoratori, che gli agitatori avrebbero fatto scendere in piazza tutti i giorni senza vera necessità. Per fortuna proprio in quei giorni Pavone fu promosso capo della Polizia, andò a Roma e là s’impantanò con la faccenda Montesi uscendo dal fango malridotto. Il successore era un generale e c’era da pensare che dalla padella fossi caduto nella brace. Invece lui il permesso lo dette dopo avermi detto che aveva assunto informazioni sul mio conto ed ero risultato una persona per bene. «Però, aggiunse, per precauzione contro qualche malintenzionato disporrò un servizio discreto di polizia nell’Università.» «Grazie, eccellenza, della fiducia», gli risposi (anche se il fatto delle informazioni era un’offesa); «ma quanto ai poliziotti dentro i cancelli, no. Per tradizioni di secoli le Università godono di una sorta di immunità, e non posso non farne una questione di principio. Le assicuro però, perché conosco i miei ragazzi, che al servizio d’ordine provvederò io stesso e non accadrà nulla». Il discorso fu lungo e, diciamo così, curioso: ché quel poveretto, dopo aver detto un mezzo sì, tornava da capo per convincermi che i nostri pericoli – gli avevo spiegato che ce n’erano, in caso, anche per me – non erano uguali. «Lei, alla peggio non farà più il rettore, ma il posto di insegnante nessuno glielo leva, e può guadagnarsi la vita a scrivere libri, io non so fare che il prefetto...»
Quando gli studenti seppero che la cerimonia si sarebbe tenuta (il 15 dicembre), mi saltarono al collo; quando dissi che l’ordine l’avrei tenuto con loro – una squadra di ragazzi forzuti disposti nei punti strategici e pronti a buttare fuori gli eventuali turbolenti, nel caso di qualche infiltrazione da altri Atenei –, credo che i prescelti con una attenzione accurata si siano votati alla morte come i combattenti attorno al Carroccio contro il Barbarossa e i volontari a Curtatone contro gli austriaci.
Tutto si svolse in perfetta tranquillità. Venne Einaudi accompagnato dal ministro Zoli in rappresentanza del Governo, dal senatore Molè e dall’onorevole Chiostergi, in rappresentanza rispettivamente del Senato e della Camera dei deputati, e venne naturalmente il prefetto che io vedevo dall’alto e mi pareva di sentire il suo batticuore. Terminai la mia relazione con un omaggio all’illustre ospite:
«A nome vostro, studenti, in quello dei colleghi e nel mio, dinanzi al maestro di scienza Luigi Einaudi fo promessa di austerità nell’insegnare e nell’apprendere; dinanzi a Luigi Einaudi, presidente, affermo la nostra lealtà alla Costituzione della Repubblica italiana».
Appena il Capo dello Stato tornò in Prefettura mi fece telefonare dal senatore Molè, vicepresidente del Senato e capo del mio gruppo degli indipendenti di sinistra, per congratularsi del modo «esemplare» con cui si era svolta la cerimonia. Appena rientrato a Roma [il presidente] mi telegrafò.
«Ho avuto così lunga consuetudine di insegnamento nella Università Bocconi che non ho potuto non sentirmi profondamente commosso nel ritrovarmi nelle sue aule per la duplice fausta ricorrenza della celebrazione cinquantenaria e del nuovo anno accademico. Mentre rinnovo ogni più lieto augurio per sempre maggiore prosperità dell’insigne Istituto, desidero ricordarmi con grato animo ai convenuti tutti e in particolare alla gentile presidente donna Javotte Bocconi, al corpo accademico, agli oratori [avevano parlato anche il prof. Cattabeni per il Municipio e l’ing. Morandotti presidente della Camera di commercio], e a Lei personalmente».
La mattina dopo il prefetto mi telefona con una voce tra dolce e ormai baldanzosa: «Magnifico rettore posso venire a trovarla?». «Non si disturbi, eccellenza, vengo io, però abbia la cortesia di mandarmi a prendere con la macchina perché alla Bocconi al rettore non gliela passano» (l’ebbi più tardi, ma fu un regalo di due ex bocconiani, il dottor Carlo Verticalé e il dottor Dino Cardarelli, e l’Università di suo ci ha messo soltanto un custode che a tempo perso faceva da autista). Il prefetto: «Complimenti, magnifico rettore, ma come ha fatto?». «Che domanda strana, eccellenza; questo è proprio il compito suo, e tanto varrebbe mi desse il suo posto.» «A parte lo scherzo, me lo dica davvero.» «Molto semplice: ho dato la responsabilità agli uomini, tali anche se giovani e giovanissimi. Figlioli, gli ho detto, se vi preme il buon nome della vostra Università, e se volete che non sia cacciato via il vostro rettore, a cui volete bene e che sapete cammina sul filo del rasoio, bisogna che tutto vada liscio come l’olio.»
Altre considerazioni sulla Bocconi
Alla Bocconi il rettore è consigliere di diritto, e, sempre che sappia e voglia fare, la sua voce può essere un peso notevole anche nel campo finanziario, mentre non ha il carico delle pratiche finanziarie, il che significa una responsabilità che lo vincola maggiormente al direttore amministrativo, e ha più tempo per occuparsi della direzione didattica e scientifica, nonché, e in prima linea, dei contatti con gli studenti e degli eventuali provvedimenti disciplinari. In conclusione, dopo che la prima nomina era stata, come ho detto, contrastata e il secondo anno non furono presenti alla seduta, forse per caso o pour cause, un paio di consiglieri, col tempo, dopo due parole di proposta del presidente, un applauso unanime ha sempre sanzionato il rinnovo. Dimenticavo fra gli inconvenienti il fatto che essendo, fino al 1967, la Bocconi articolata in una sola Facoltà, economia con alle dipendenze una sezione di lingue, e pertanto mancando la figura del preside, il rettore presiedeva i Consigli di facoltà: compito ingrato.
Io, il rettore della Bocconi, e per tre lustri, l’ho fatto volentieri, e lo farei da capo, come del resto tutte le cose della mia vita. Però non lo consiglierei a un amico, e se mai proporrei che i professori si avvicendassero in quella carica a titolo di punizione, e magari si alternassero con gli studenti. Mi direte che così avveniva in tempi lontani di cui io stesso ho fatto l’elogio. Allora però, all’inizio degli Atenei, a cui avevano aperto la strada i goliardi girovaghi del secolo XII (degli anni di Abelardo per intenderci), c’era in tutti una gran sete di conoscere, e chi avesse appreso sentiva il bisogno, irrefrenabile, di insegnare.
Apprendere e insegnare in libertà, inoltre, tanto è vero che i primi a morire sulle piazze non furono uomini che difendevano il salario, ma alunni che rivendicavano il diritto al sapere: per dirne una, leggere e commentare Aristotele, contro il divieto del vescovo di Parigi, il quale ricorse al re e le guardie regie caricarono i dimostranti, un blocco di docenti e di discenti. A mano a mano l’Istituto umanista degenerò e oggi, politicizzato, classista, strumento per conto del potere, le sue «componenti» si scagliano l’una contro l’altra.
Oggi, dicevo, fare il rettore è duro. Intanto ci sono i Consigli di facoltà e i Senati accademici composti di colleghi: una invenzione del diavolo in concorrenza col Padreterno. Il quale, per affliggere l’umanità peccatrice con un altro fra i tanti malanni, trasse dalla costola di qualche altra Eva (più buona donna della prima) il «professore universitario», e Lucifero per non dimostrarsi da meno inventò appunto il collega. Dopodiché il buon Dio, forse pensando di avere un po’ esagerato, o forse volendo mortificare con un atto di bontà il Maligno, disse all’universitario: «domandami per te una grazia e io la concederò anche al tuo collega, e raddoppiata». E lui: «Eterno Padre, ti supplico, cacciami un occhio!».
I colleghi, dicevo, invidiosi che il rettore sia il primus inter pares, l’hanno sulle corna e ciascuno manovra del suo meglio per prendergli il posto.
Altra piaga, questa per fortuna potenziale – ma non si sa mai, e se è tale è mortale – è il direttore amministrativo. Sa tutto delle leggi, dei decreti, dei regolamenti, delle circolari, e se col rettore ce l’ha – per esempio perché sta troppo in ufficio e vede troppe cose – basta che nella selva burocratica delle carte lo indirizzi su un sentiero sbagliato, e il poveretto inciampa nel primo ostacolo ignominiosamente. Per fortuna i direttori amministrativi sono collaboratori leali – però di Girolamo Palazzina ne ho conosciuto uno solo – nella Bocconi.
Il rettore ha puntata nel fianco una terza spina, il Consiglio di amministrazione che per statuto lo nomina anno per anno, mentre presso le Università governative la sua scelta è di spettanza del corpo accademico, e per la durata di un triennio. È evidente che lo statuto bocconiano rispecchia l’origine privatistica dell’Ateneo.
Con questo non voglio istituire una uguaglianza: il rettore della Bocconi e la statua crisoelefantina di Atena e mostrare i padroni del Consiglio in atto di ammirazione per la sua personalità. Qualcosa quel brav’uomo deve concedere allo spirito dell’Istituto, però, e non ai singoli che temporaneamente ne sono alla testa. E lo spirito della Bocconi all’atto della sua fondazione non fu, né potrà essere – a meno che mutino tutte le strutture dello Stato – uno spirito spregiudicato, aperto alle più audaci innovazioni. Ma qui si fa avanti il principio della lealtà che, a sua volta, è un aspetto della dignità, e per primo verso se stesso. Se la carica di rettore l’avrà sollecitata, e i mezzi possono essere tanti, è chiaro che avrà mani e piedi legati: il prezzo dell’ambizione. Se le cose saranno andate in modo diverso, sarà vincolato soltanto nei limiti della sua accettazione volontaria, che non implica nessuna mortificazione. Quando io indossai la brutta toga di rettore – brutta non in quanto toga ma perché pacchiana – lo statuto me l’ero letto con cura, avevo valutato i pro e i contro, e avevo ritenuto che i primi prevalessero. Volete che non mi rendessi conto che il Consiglio di amministrazione non è un organo scientifico? Però conoscevo i procedimenti, le manovre, gli intrallazzi per la elezione dei rettori, fatta dagli scienziati professori, e sapevo che l’eletto nelle statali promette x a Tizio e a Caio, singoli e raggruppati per Facoltà, per raccogliere voti, [così che] la libertà la vede da un finestrino piccino così. Volete che non mi rendessi conto che la nomina annuale è peggiore di quella triennale, insufficiente essa pure, perché un uomo che abbia buona volontà non ha il tempo di disporre un piano di azione e tanto meno di attuarlo? E che il successore gli butterà tutto all’aria e che ne dirà peste e corna? Come ascoltai a Firenze in occasione della inaugurazione dell’anno accademico 1954-55 il discorso del neorettore, di quasi due ore, dedicato per nove decimi alla condanna del predecessore. E io ci pativo, per la cosa in sé tutt’altro che edificante, e perché proprio io ero di turno per tenere la prolusione. Il pubblico, conclusa la catilinaria a mezzo[giorno] e mezzo, se ne andò a mangiare e così parlai alle seggiole.
Sapevo pertanto che, se non avessi fatto il pazzo e se piuttosto fossi rimasto in una tradizione, dalla quale, del resto, la Bocconi aveva tratto il prestigio di cui gode, avrei potuto sviluppare il mio piano che non improvvisavo ma avevo suggerito, in Senato, per tutta l’Università italiana. Nel quale non aveva posto soltanto l’edilizia e le attrezzature per far fronte alle previste esigenze di una scuola da sboccare in una scuola di massa, ma avrei posto l’accento su un inquadramento di base umanistica e non prettamente tecnica, e avrei cercato, in questa cornice, non di propinare informazioni, ma di formare menti e coscienze di giovani. Dico di più: animato da sincerità e lealtà, non potevo non attribuire anche agli altri questi stessi miei sentimenti, e, in questa attribuzione, un cardine stava nella dizione libera Università vincolante per tutti, se uomini di onore. Del resto, di non avere avuto sfiducia per partito preso, non ho avuto a pentirmene. I quindici anni di rettorato, hanno superato in lunghezza quelli degli altri rettori bocconiani, a partire dal primo rettore Leopoldo Sabbatini, e in quei tre lustri urti veri e propri non ne ho conosciuti, e piuttosto una cordialità via via accentuata.
Note personali
Armando Sapori è stato un rettore di lunga durata (il massimo nella storia della Bocconi); anche se la sua propensione ai temi economici-finanziari era scarsa o nulla (a ciò poneva rimedio Girolamo Palazzina).
È stato anche ottimo Maestro: lo dimostra l’allievo prediletto Aldo De Maddalena. Ma anche i grandi Maestri hanno debolezze umane. Era vivo il suo desiderio che Aldo sposasse la figlia Giuliana. Ma Aldo realizzò un altro progetto, sposò Maria Adele Buccellati: più giovane di lui e che lo aiutò e lo sostenne fino all’età estrema. Questo però chiuse ad Aldo (che fu anche mio collega all’Università di Parma) per lungo tempo l’ingresso come professore ordinario alla Bocconi, che pure avrebbe ben meritato.
N.d.A. Anche anch’io, quale giovane docente, ero presente nell’aula magna della Bocconi quel giorno (s’intende la vecchia aula magna di via Gobbi).