Vai al contenuto principale Vai in fondo alla pagina

Il mondo di Guatri

2026/18

Via Bocconi 12

Il pensionato Bocconi

Via Bocconi 12 è il titolo del libro di Salvatore Grillo che reca il seguente sottotitolo: Amori e tragedie, utopie e conversioni, vita e politica, generazioni e storia nel Pensionato universitario più famoso d’Italia.

In questo libro Grillo, che ha guidato il nostro pensionato, col suo linguaggio un po’ pittoresco (e che perciò mi costringerà a qualche omissis) racconta in piena libertà (e con coraggio) l’intera sua vita; e soprattutto la «rivoluzione» nella quale ha guidato il nostro Pensionato.

Comincio col ricordare che quando nel 1945 (a 18 anni) mi iscrissi alla Bocconi avrei meritato di avere un posto nel pensionato (venivo allora da Treviglio), ma una ragione me lo impedì: non esisteva ancora. Questo è il motivo per cui quando, alla sera, mi fermavo a Milano, andavo a dormire a casa della «zia Gemma» (in realtà zia di mio padre e sorella di mia nonna Francesca).

Ecco di seguito quanto scrive Grillo.

Stare con i giovani non è un lavoro, è una vocazione, è una questione di cuore. E io questa vocazione la sento nel profondo, proprio perché non mi sono mai dimenticato della mia storia. Sono stato un giovane in difficoltà e i giovani di oggi sono un po’ tutti “giovani in difficoltà”; lo avverto sulla mia pelle e credo che loro lo capiscano e sentano pertanto il bisogno di confidarsi, di avere amicizia, di avere speranza nel fatto che ogni giorno si possa cominciare da capo. Ma sono anche un vecchio cameriere con il senso profondo di essere al servizio non perché c’è uno stipendio, ma per il bisogno di dare ai giovani quello che io ho avuto la fortuna di avere. Come io ho avuto nella gratuità, così cerco di dare nella gratuità.

Domenica 27 novembre 1994, giorno del mio compleanno, arriva un grande quadro con tanti disegni e con la scritta

“La vita è un dono...

... e se non lo avete ancora capito...”

Sul retro è firmato da tutti gli studenti del Pensionato compresi gli abusivi che si firmano mettendo fra parentesi “abusivo”.

Inutile dire che questo quadro me lo tengo gelosamente esposto nella direzione del Pensionato Bocconi. Ma c’è anche il dottor Enrico Resti. Quando l’ho conosciuto era il segretario generale dell’Università Bocconi, ma per me è stato l’uomo che mi ha dato speranza, sicurezza, fiducia, che mi consigliava di andare a incontrare, pur non conoscendolo ancora di persona, don Francesco Beniamino Della Torre. Ma è stato anche l’uomo che, conoscendo la mia situazione familiare piuttosto complicata, durante le vacanze prendeva mio figlio Antonio e se lo portava a Sanremo per oltre un mese.

A lui in particolare, a don Francesco Beniamino Della Torre e al dottor Ferdinando Ceretti, devo la mia laurea ed è per questo che ho voluto dedicare loro la mia tesi.

Grazie ancora.

La caduta del muro

C’era un muro. Un muro, un normalissimo muro divisorio. Era sempre stato lì, per separare due edifici, due mondi che, secondo chi lo aveva voluto, non avrebbero dovuto mai entrare in contatto. Non lì, almeno. I maschi da una parte, le femmine dall’altra, come era sempre stato al Pensionato Bocconi. Era il 1970. È vero che c’era già la contestazione studentesca…, ma l’Italia era ancora così, evidentemente l’idea che in una residenza per studenti universitari i ragazzi e le ragazze potessero incrociarsi suscitava ancora scandalo. Ma a me sembrava solo una grande ipocrisia, una idiozia bella e buona.

I ragazzi, però, … trovavano mille modi per aggirarlo: qualcuno si arrampicava sul tetto della mensa per poi calarsi in una finestra del lato femminile, qualcun altro smontava i bocchettoni degli idranti – che allora erano molto più grandi – e si infilava in quel cunicolo per sbucare dall’altra parte, dove c’era la ragazza che lo aspettava e, d’accordo con lui, aveva già smontato l’altro bocchettone. Il Pensionato Bocconi, tra l’altro era uno degli epicentri del Movimento studentesco, anche perché qui i ragazzi stavano insieme, avevano più tempo e occasioni per parlare, per organizzarsi.

All’epoca c’era quel benedetto Corso di laurea in lingue che portava in Bocconi molte ragazze, ché altrimenti erano pochissime quelle che si iscrivevano a economia, mica come oggi che le donne sono praticamente la metà degli iscritti. Poi la Facoltà di lingue chiuse e di colpo ci trovammo con meno ragazze e anche meno richieste di alloggio, addirittura arrivammo a 250 domande su 363 posti disponibili. Robb de matt.

La cosiddetta liberazione sessuale non l’avevo mica inventata io! Solo che le autorità accademiche di allora non vedevano questa cosa molto bene. Ma a me facevano ridere quelli che, dopo che si era sparsa la notizia dell’abbattimento del muro, mi additavano come «il rivoluzionario». Ero sicuro che dopo la sbornia iniziale le cose si sarebbero calmate anche nei corridoi del Pensionato e tutto sarebbe tornato alla normalità. E così è stato. Mi ricordo bene, però, che durante le lunghe discussioni il professor Ugo Caprara, allora presidente quasi novantenne del Comitato di gestione, mi lanciò un’idea, nel suo immancabile dialetto milanese, che a suo giudizio ci avrebbe sollevati tutti quanti da qualsiasi responsabilità: «Dam a tra Grillo, femela curta, num metum un bel cartel: chi ghin i don – riservato alle donne. E poi faghen quel che voren».

Intendiamoci, io non ero mica allineato agli slogan dei giovani contestatori. Altroché, se lo ricordano bene loro. Ma la cosa bella del Movimento studentesco, con tutti i suoi difetti, era che metteva insieme le persone, conduceva alla convivenza. Il primo passo fu l’eliminazione della goliardia, quella brutta e pericolosa. I concetti chiave che mi hanno insegnato questi ragazzi sono quelli di «libertà» e di «equità». Libertà, perché con le costrizioni non si ottiene niente, e nel caso del muro interno al Pensionato non è che tenendo due separati tu riesci a impedire che quei due…; no, perché tanto poi, oltre ai passaggi spericolati da una parte all’altra del muro, c’erano le donne delle pulizie che subaffittavano i loro appartamenti per gli incontri ardenti. Ed equità, perché non è che ci deve essere differenza di vita tra uno che ha i soldi e allora ha la casa sua e ci porta tutte le ragazze che vuole e uno che invece non se lo può permettere e allora sta in un Pensionato; perché le esigenze dei giovani di quell’età sono uguali per tutti, o no? E ripeto: io ero giovane, libero di testa, ma non c’entravo nulla con il Movimento studentesco… Avevo e ho ancora altri valori. Io sono cattolico, prima di qualsiasi altra cosa. Ma comunque queste cose le ho imparate facendo il cameriere, vivendo davvero per anni a stretto contatto con il «proletariato» vero, prima con il negozio di cibi cotti e poi con la trattoria dei miei genitori, cioè mantenendo rapporti con lo spazzino e con l’ambulante che vendeva le mutande, con il conducente di camion e di autolettighe, cioè con gente che ti insegnava una morale molto più grande, altro che quella assurda idea di tenere maschi e femmine separati perché non stava bene che avessero contatti. Ma fatemi il piacere!

Per quanto riguarda la mia fede, invece, posso fare quest’esempio, che magari aiuta a capire qual è il Cattolicesimo cui io faccio riferimento. Quando un signore pio e devoto andò a confessarsi in Duomo dal «mio» don Della Torre – di cui poi vi dirò tutto – e gli domandò quale fosse la posizione corretta per avere rapporti sessuali con la moglie, lui lo liquidò dicendo che il rapporto sessuale è un atto d’amore e quindi si fa come cavolo si vuole. Stiamo parlando di un prete con degli attributi così! Perché all’epoca giravano davvero i libri di teologia con le figurine e le «istruzioni» su come un cristiano doveva avere rapporti con sua moglie.

Del muro si continuò a parlare ancora per un po’, ma erano soprattutto quelli che lo avevano vissuto come un odioso ostacolo. Per esempio, non posso dimenticare le rivelazioni che il professor Claudio Demattè fece durante una sua visita al Pensionato in compagnia dell’allora rettore, il professor Innocenzo Gasparini. Demattè – che aveva fatto carriera e che sarebbe diventato poi famoso come presidente della Rai e delle Ferrovie dello Stato – aveva vissuto i suoi anni da studente bocconiano al Pensionato e fu proprio lui, in quella circostanza, a rivelare il trucco degli idranti per raggiungere le ragazze al di là del muro: «Sa come facevamo noi ad andare al Femminile? Glielo spiego io; smontavamo questo idrante, passavamo a malapena da quel buco e così potevamo incontrare la nostra ragazza al Femminile». Il professor Gasparini in un primo momento si rabbuiò, ma poi scoppiò anche lui in una sonora risata.

Un altro ricordo divertente che conservo è quello del «processo» organizzato contro un’altra ragazza che fu sorpresa in una stanza con un ragazzo, in atteggiamenti a dir poco affettuosi. Forse era il primo caso che arrivò alla totale notorietà in tutto il Pensionato. Fatto sta che saltò fuori questo processo durante il quale il Comitato di gestione presieduto dal professor Ugo Caprara avrebbe dovuto stabilire se la ragazza era da buttare fuori oppure no. «Allora come facciamo, qui? – diceva Caprara nella sua plateale “requisitoria” – come ne usciamo da questa brutta storia? La mandiamo via, ’sta ragazza? Ma come facciamo a decidere a cuor leggero di mandarla via? D’altra parte, però, non si può negare l’evidenza dei fatti e che quindi merita una punizione esemplare». «Io forse ho l’idea giusta – intervenne Aldo Montagna, uno studente che faceva parte del Comitato di gestione – mandiamo una lettera ai suoi genitori, così almeno sapranno loro come regolarsi con la figlia. E noi evitiamo di mandarla via. Siamo tutti d’accordo?». Applausi, risate, votazioni finte. «Una lettera ai genitori? Ma immaginiamo una roba del genere – riprende il Montagna – una lettera in cui il padre che ha appena avuto un infarto si vede raccontare che sua figlia è stata trovata da tutto il Pensionato Bocconi in camera con uno studente? Così lo facciamo morire». «Sì», rispose all’unanimità il Comitato di gestione. Ma era chiaro che fosse solo una grande burla e infatti non accadde proprio un bel niente. Si erano solo divertiti un po’ con un caso nuovo per tutti, dopo anni di «muro».

Tra l’altro, man mano che le cose iniziavano a normalizzarsi, gli eccessi finivano per far infuriare gli stessi studenti, vittime dei rumori molesti a tutte le ore del giorno e della notte. Perché non dimentichiamoci che la gente veniva lì per prendersi una laurea alla Bocconi, e se stava al Pensionato era perché a casa sua di danée non ce n’erano mica tanti da poter buttare via il tempo.

Ho visto la fame

Uno dei doni che io ho avuto nella vita è stato vedere la fame; non l’ho mai provata ma l’ho vista, so cos’è. Sembrerà banale, ma non lo è. La mia infanzia è stata segnata da tre elementi: l’odio di mio padre per suo fratello, la sofferenza di mia madre che non sapeva chi fosse suo padre e per questo veniva chiamata figlia di n.n. e l’essere stato considerato per anni l’imbecille della classe, dal momento che provenivo da una famiglia dove mia nonna era analfabeta e i miei genitori avevano la quinta elementare. E io mi ritrovavo in classe con il nipote di padre Agostino Gemelli, allora rettore dell’Università Cattolica. Figurarsi.

Sono nato a Milano il 27 novembre 1938. Mio padre, di origine calabrese, era nato in Brasile e poi si trasferì in Italia, mia mamma ha conosciuto soltanto sua madre e mai suo padre. Ho un fratello più giovane, che oggi fa il medico, primario di nefrologia a Como. Mia mamma già a 13 anni lavava i piatti, qui a Milano, in via Vigevano: siccome era molto piccola stava in piedi su una «tolla», un bidoncino di latta di quelli per la salsa, perché arrivasse all’altezza del lavandino. Ed è rimasta così, piccoletta e dimessa, per tutta la vita, forse per il complesso di essere figlia di n.n., perché credo che sia una cosa che ci si porta addosso per sempre e che lascia il segno, marchia le persone. E per tutta la sua vita è sempre stata al servizio degli altri, perché doveva o perché non ha saputo pensare altro ruolo per sé. Appena sposati, i miei aprirono un negozio di cibi cotti a Dergano, periferia Nord di Milano, per passare poi a una trattoria, la Giannina, in piazza Diocleziano, che poi diventò un ristorante. E anche lì, per esempio, ho visto mia madre piangere rabbiosa quando qualche vigile in cerca di chissà che cosa veniva a fare accertamenti e stendeva un verbale chiedendole l’identità e allora ripeteva ad alta voce «figlia di n.n.». Una sera sbottò e disse al ghisa: «Scriva pure figlia di puttana, che tanto va bene lo stesso».

A sei anni, dopo che eravamo sfollati a Cesano Maderno per la guerra, cominciai le elementari nella scuola pubblica di via Monviso, a Milano. I miei avevano una piccola trattoria e alla sera tiravano giù quattro mattoni, le reti e lì si dormiva, con me in mezzo a loro. Poi ho fatto le medie in parrocchia e poi il Parini, serale. Credo di essere l’unico studente al mondo che in sei anni – perché allora erano sei anni – non abbia mai fatto un’assenza, neanche una. E di giorno lavavo i piatti, le pentole, facevo il cameriere, servivo ai tavoli, insomma aiutavo i miei al ristorante. Ma avevo già un progetto chiaro: dovevo andare in Bocconi. Questo era chiaro, ma per il semplice fatto che il nostro locale, nel frattempo diventato ristorante, era frequentato dal dottor Luigi Locati, segretario dell’ALUB, l’associazione dei laureati alla Bocconi. Lui mi ha sostanzialmente iniettato nel sangue il mito di questa università e da allora non c’è stato più nulla da fare. In pratica da bambino l’unica cosa certa era questo obiettivo. Non che avessi chissà quali ambizioni, no, non sapevo neanche cosa avrei voluto o potuto fare dopo, non mi immaginavo a fare altro che il cameriere. Forse era il fatto di provenire da una famiglia di analfabeti o forse la spinta delle elementari da incubo che avevo fatto, in classe con il nipote di Gemelli, il rettore della Cattolica, e con un maestro che faceva di tutto per farmi fare la figura del... Questa è una delle cose che ancora oggi cerco di sottolineare a tutti gli educatori che incrocio: attenzione, perché la cosa più facile è far sentire stupido un ragazzino. E poi perché io mi sono appassionato così tanto ai giovani in difficoltà? Perché non mi sono dimenticato che anch’io sono stato un giovane in difficoltà. Infatti il concetto di perdono per me è importantissimo, perché se non avessi incontrato qualcuno disposto a tendermi una mano e ad aiutarmi probabilmente sarei finito in galera. È in questi momenti che il ruolo degli adulti è importante.

Ero andato alla sede della Saffa in via della Moscova: avevo intenzione di ordinare migliaia di fiammiferi Minerva per far pubblicità alla Giannina. Dopo la firma del contratto, il direttore, insieme a un suo collaboratore, mi invita a bere un caffè al bar di sotto. Se ne vanno e io, non so perché, mi metto a girovagare per via della Moscova: praticamente senza accorgermene mi trovo a spingere una porta di legno e, senza volerlo, mi ritrovo nella chiesa di Sant’Angelo, tenuta dai frati francescani. Per istinto – ero cresciuto in oratorio – traccio il segno della croce, faccio la genuflessione e tendo al tabernacolo. Non ce l’ho fatta: dopo due, tre passi, ho cominciato a piangere: mi sentivo indegno di avvicinarmi all’Eucarestia. Ho rifatto il segno della croce, la genuflessione e sono uscito con grande magone addosso. Subito sono andato alla ricerca di don Della Torre, che anche lei conosceva perché lo vedeva al ristorante, e da quel momento mi è sembrata alleggerita dai suoi tormenti interiori.

Roberto Franceschi

Roberto Franceschi è uno studente iscritto al secondo anno della facoltà di Economia politica, è uno dei leader del Movimento studentesco all’interno della Bocconi, un ragazzo che non esita ad andare fino a Parigi per partecipare a una manifestazione contro la guerra in Vietnam e cose del genere, per intenderci. Ha ottimi risultati accademici, studia con passione quelli che in quel momento lui considera gli strumenti utili per l’analisi della realtà economica e politica che intende combattere. È molto apprezzato dai suoi docenti e dai suoi compagni di studi, anche perché è uno che si mette addirittura a battere a macchina dispense di alcune materie che poi distribuisce gratuitamente a chi deve affrontare gli esami.

Al gennaio del 1973, Franceschi presenta al rettore Giordano Dell’Amore la richiesta formale di un’aula per una assemblea convocata per le 21 del 23 gennaio.

L’aula viene concessa, ma questa volta il rettore tiene in modo particolare a evitare che vi entrino esterni, poiché, appunto, l’assemblea è riservata ai bocconiani. Ora, questa regola teorica valeva sempre, ma di solito i controlli si limitavano alla presenza del dottor Rambelli, il segretario di facoltà, e del commesso Longo sulla porta dell’università per la verifica dei tesserini di quelli che entravano; passati i primi cinquanta, arrivava poi la massa di cinquecento studenti. E a quel punto, impossibilitati a controllare i tesserini. Rambelli e Longo se ne andavano; entravano cani e porci, altro che bocconiani e basta: c’erano studenti di altre università, operai, intellettuali.

C’era un grande fermento, quella sera, un via vai continuo dentro e fuori l’università, con la celere schierata dall’altra parte della strada. E purtroppo non si è risolto tutto con la solita sceneggiata di slogan e mozioni. No, un gruppo di studenti vuole fare di più. Vanno al Pensionato, preparano con le bottigliette vuote del vino delle piccole bombe molotov e, strisciando contro il muro dell’allora Ceb, si avvicinano allo schieramento della polizia, contro il quale lanciano poi le loro molotov.

Si incendia una camionetta e gli agenti reagiscono sparando all’impazzata. Parte una miriade di colpi, una sparatoria impressionante. Che fa i suoi bei danni. Mentre stavano scappando dopo aver lanciato le loro bottigliette incendiarie, vengono colpiti in due: uno studente e un operaio che si era aggregato al gruppo che aveva organizzato quell’iniziativa contro la polizia. Il giovane lavoratore, che poi vengo a sapere si chiama Roberto Piacentini, resta ferito alla schiena, a un polmone, ma se la caverà. Lo studente, invece, viene colpito alla nuca da un proiettile che gli trapassa il cranio. Cade esattamente nel punto in cui oggi c’è il monumento a lui dedicato, «la pressa». Alcuni studenti lo trascinano fino all’atrio del Pensionato, provano di tutto, massaggio cardiaco, respirazione bocca a bocca, ma il ragazzo sta perdendo molto sangue. Si teme subito che per lui non ci sia niente da fare. Morirà una settimana dopo. Il suo nome? Roberto Franceschi.

Io ero al ristorante, stavo lavorando come ogni sera, ma vengo chiamato al telefono, poco dopo la tragedia, dal dottor Rambelli, piuttosto agitato, che mi invita a correre al Pensionato. Arrivo e trovo una situazione impressionante. L’atrio del Pensionato è pieno di polizia, mi ricordo benissimo un vicequestore con la fascia tricolore e un trombettiere. Il dirigente mi chiede chi sono e poi mi invita a stare sulla porta per garantire che entrino soltanto gli ospiti del Pensionato. E io obbedisco, ovviamente. Man mano che arrivano gli studenti vengono condotti senza tanti complimenti tutti dentro il foyer della mensa. Intanto, di fronte all’entrata c’è un massiccio schieramento di agenti con i mitra puntati. Soltanto dopo qualche ora arriva il magistrato che si piazza nel mio ufficio e inizia a interrogare tutti quelli che ritiene testimoni utili. La tensione è alle stelle: i poliziotti furiosi per l’aggressione subita, i ragazzi spaventati e preoccupati per quello che è successo. A un certo punto, ma ormai era quasi l’alba, il giudice mi dice che vorrebbe fare una perquisizione. E io mi ribello un po’: «Ma basta, dai, cosa vuole trovare ancora? Se anche qui dentro ci fosse stata la bomba atomica a quest’ora sarà già stata portata come minimo a Londra!». Lui mi chiede se mi assumo io tutte le responsabilità e io gli rispondo a modo mio che «sì, dai, firmo tutto quello che vuole, non c’è problema...». Ue’, ormai erano praticamente le cinque del mattino.

Quindi il magistrato se ne va, la polizia esce dal Pensionato e finalmente posso entrare nel mio ufficio. Tra i primi incontro Carlo Giannini – un ragazzo destinato a occupare un posto particolare nella mia vita – che quella sera aveva la febbre alta ed era rimasto un po’ in disparte per questo. Mi blocca nel corridoio e mi dice: «Ti ricordi di quel ragazzo che in assemblea ti aveva detto quella roba dell’Espresso sotto il braccio?». A me torna subito alla mente quel momento e la faccia di quel ragazzino del secondo anno di economia: «Sì, che me lo ricordo». E Giannini aggiunge: «Ecco, il ragazzo ferito mortalmente alla testa è lui: Roberto Franceschi; adesso è stato portato al Policlinico ma credo non ci sia niente da fare».

La mattina dopo si presenta ai miei occhi e a quelli di tutti i presenti un altro spettacolo impressionante: un corteo infinito, compatto, che riempiva interamente tutta la via Bocconi per la sua larghezza e per la sua lunghezza, dalle 9 alle 13, è sfilato ininterrotto davanti al luogo dove era stato ferito Franceschi.

Una manifestazione silenziosa... Ecco lì si poteva cogliere tutto il dolore, quello vero, di quelle persone. Secondo me quel giorno iniziava a morire il Movimento studentesco, ma questa è una mia idea personale: perché poi comincerà a trasformarsi in qualcosa d’altro, passando dai pomodori della Scala alle P38.

Ma torniamo a quei giorni drammatici, i più brutti dei miei tanti anni alla Bocconi. Ricordo che in quelle sere, subito dopo la tragedia che aveva ridotto Franceschi in fin di vita, sempre con addosso una profonda tristezza e commozione me ne andavo ad Arese, dove don Vittorio Chiari celebrava la messa con i giovani in difficoltà del Centro Salesiano San Domenico Savio. Pregavo, speravo. Ma la notizia temuta arrivò inesorabile. I medici, infatti, riuscirono a tenere in vita Roberto Franceschi soltanto per alcuni giorni, fino al 30 gennaio 1973. La tragedia continuava e si manifestò in tutta la sua portata nel giorno, indimenticabile anche per me, dei funerali; sembrava che tutta Milano fosse accorsa per l’ultimo saluto.

Ho ancora oggi delle immagini indelebili nella mia mente. Mi ricordo, per esempio di Salvatore Spiniello, uno dei pochi studenti critici nei riguardi del Movimento. Era un tipo sempre sicuro di sé, già allora aveva la sua macchina, un maggiolino Volkswagen, roba di lusso tra quei ragazzi. Spiniello rimase molto colpito dalla morte di Franceschi e me lo rivedo, nella camera ardente in Bocconi presidiata costantemente da un picchetto di studenti, con la bandiera rossa vicino alla bara. Anche se lui se ne è dimenticato e oggi dice che non è vero. La morte di Franceschi, comunque, lasciò un segno profondo in molte persone e a mio giudizio quel giorno tra gli studenti nacque anche la paura. Poi la Bocconi ritornò abbastanza rapidamente alla sua normalità. Certo, continuavano le riunioni quotidiane e animate nella sala teatro del Pensionato, che oggi è diventata il self-service dell’università, dove si incontravano i leader del Movimento, Capanna, Cafiero, Toscano. L’unico accadimento importante, per me, fu il mio incontro-scontro con la madre di Franceschi, la signora Lydia. Impossibile dimenticare certi momenti. Io non l’avevo mai conosciuta, neanche durante quei terribili giorni tra la sparatoria della polizia e i funerali. Un giorno era lì sul punto in cui era stato colpito il figlio, non ricordo se stava mettendo dei fiori o se invece stava pulendo le macchie di sangue che ancora rimanevano sull’asfalto. Mentre passo io lei lancia una battuta: «Ecco uno dei padroni della Bocconi...». Nel sentire quelle parole io mi fermai e le risposi, perché anche se non eravamo mai stati presentati sapevo chi era quella donna affranta dal dolore: «Ma quale padrone... signora, io sono qui a sua disposizione, se vuole che parliamo un po’...». Le raccontai di me, delle cose di cui mi interessavo, dei ragazzi di Arese... Insomma, fu un inizio. Il primo passo di un rapporto inizialmente difficile che si trasformò in amicizia vera soltanto diciassette anni più tardi. Perché nel tempo io mi sono sempre adoperato perché in Bocconi si dedicasse la serata del 23 gennaio alla commemorazione di Roberto Franceschi in aula magna e con tutte le manifestazioni del caso.

A un certo punto gli stessi familiari si resero conto che l’attenzione per questo ricordo stava scemando. Allora il marito, un laureato della Bocconi, Mario Franceschi – credo che lei non lo avrebbe mai fatto – venne da me e mi disse: «Guardi, Grillo, a noi piacerebbe che d’ora in poi questa commemorazione avvenisse in collaborazione con l’Università Bocconi...». Io manifestai immediatamente tutta la mia disponibilità e dettai seduta stante una lettera per richiedere questa collaborazione al rettore Luigi Guatri. Immediatamente preparai anche una lettera a firma del professor Guatri, con la quale accoglieva quella richiesta. E in effetti da lì avviammo un nuovo corso per le serate del 23 gennaio, che sono ancora adesso organizzate dall’ISU Bocconi, dalla famiglia e dalla Fondazione Franceschi. Più che il mio presunto «potere» credo che ad agevolare questa soluzione fu l’iniziativa che assunsi da «vecchio cameriere», con buon senso e pragmatismo. Bastava muoversi e fare le cose.

I docenti della Bocconi

Dicevo dei docenti. Ma come si può dimenticare il professor Coda, giovane assistente del professor Carlo Masini, che si faceva in quattro per insegnarci i primi elementi di contabilità meccanizzata con delle baracche incredibili? Erano proprio dei cassoni enormi, e li chiamavano computer, figuriamoci... E poi c’era Giovanni Ricci, il docente di matematica. Il suo era l’esame degli esami. Temutissimo. Molti studenti della Bocconi si trasferivano a un’altra università per evitarlo: qualcuno se ne andava per sempre, altri facevano l’esame di matematica e poi ritornavano in Bocconi. Ma era uno di quei docenti rispettati da tutti: nessuno si è mai lamentato delle bocciature del professor Ricci, tutti erano convinti che avesse ragione lui.

Come lui era anche Luigi Guatri, che poi diventò rettore. Io fra l’altro, qui lo dico a chiare lettere, a Guatri devo una riconoscenza eterna. Rifaccio la sintesi. Provengo da una famiglia di analfabeti. Mia nonna non sapeva né leggere né scrivere; i miei genitori avevano fatto solo la quinta elementare, io facevo il cameriere. Ho fatto la ragioneria serale al liceo classico Parini, ho fatto la Bocconi lavorando sette giorni su sette, dalla mattina alle 7 alla sera alle 24... e quel grande professore non solo ha accettato che io facessi con lui la tesi, ma poi mi ha addirittura accolto come suo assistente. Io ripeto sempre che gli anni più belli della mia vita li ho passati in Bocconi, ma i più belli in assoluto sono stati quelli in cui il professor Guatri era rettore, consigliere delegato, presidente dell’ISU. Si era instaurata tra noi una fiducia reciproca. Consigli di amministrazione con quindici punti all’ordine del giorno venivano risolti in venti minuti. Se mi arrabbiavo durante una discussione il professor Guatri cercava di tranquillizzarmi toccandomi una gamba sotto il tavolo.

E dal momento che non mi vergogno mai a dire che l’amore per la Bocconi scorre nel mio sangue da sempre, in questa rassegna di ricordi, accanto al nome di Guatri, non posso dimenticare quello del dottor Luigi Locati, che quando ero ancora un ragazzino veniva alla Giannina – lui che allora era segretario dell’Alub, l’associazione dei laureati della Bocconi – e mi parlava della Bocconi con un entusiasmo tale da contagiarmi per sempre. Ripeto che se la mia vita ha preso questa piega è anche grazie a lui. Perché io sento che tra i più grandi doni della mia vita ci sono: l’essermi iscritto alla Bocconi, l’essermi laureato in Bocconi, l’aver lavorato in Bocconi al servizio degli studenti, sentirmi da sempre bocconiano per vocazione. E questo lo devo soprattutto al dottor Enrico Resti, al quale ho dedicato la mia tesi di laurea, insieme al dottor Ferdinando Ceretti e a don Francesco Beniamino Della Torre.

Attenzione, questa non è mica retorica, eh? Io queste cose le penso e quindi le dico con grande serenità. Anzi, qualche volta, quando le racconto agli studenti di oggi, forse dovrei enfatizzarle di più, visto che molti di loro non si rendono minimamente conto del dono che hanno.

1

Milano, Melampo, 2006. Si ringrazia l'Editore per la gentile concessione alla riproduzione.

2

Si allude alla goliardia del «papiro» e alla sgradevole «estorsione» di sigarette, caffè ecc.