Il mondo di Guatri
2026/17
L’antica amicizia con Tancredi Bianchi
Se vi è un amico al mondo che, quando lo leggo, mi commuove è Tancredi Bianchi (foto pag. 291). Siamo quasi coetanei; siamo lombardi e nati a poche decine di chilometri di distanza: milanese io (Trezzo sull’Adda) e bergamasco Tancredi (Caravaggio). Io ho eletto Milano a città della mia vita; Tancredi è rimasto tenacemente fedele alla “sua” Bergamo, ove abita tuttora.
C’incontrammo da ragazzi, a Caravaggio, dove la mia famiglia abitò per 2-3 anni, per poi trasferirsi a Treviglio.
Scrive Tancredi Bianchi in Ricordi:
Fu in quegli anni che incontrai Luigi Guatri, nato nel 1927, il 19 settembre, mentre io sono del giugno 1928. Luigi aveva abitato a Caravaggio perché lì era il lavoro di suo padre, ma si era trasferito a Treviglio, per il progresso della carriera del genitore.
Era amico dei fratelli Banfi, da poco orfani del padre Silvio, giacché compagno alle elementari del più giovane, Aldo, che sarebbe diventato mio compagno di classe alla scuola media, poiché bocciato al primo anno. L’amicizia con Guatri perdura ormai da ottant’anni. Con i fratelli Banfi si è interrotta con la loro morte.
L’anno successivo, il 1940, sempre a motivo di una bocciatura, si aggregò al nostro gruppo Sergio Donzelli, che mi fu caro compagno fino alla prematura morte.
La guerra vide un quintetto di caravaggini (i due fratelli Banfi, Donzelli, Pernigoni e io) che pedalava verso Treviglio per frequentare la scuola media e lì, dopo le prime tre ore di lezione, nel breve intervallo di un quarto d’ora, giocava nel cortile della scuola, ritrovando anche Guatri, che ormai abitava a Treviglio.
E ancora:
Nel 1943 terminai la scuola media inferiore. Mio padre intuì che meritavo di proseguire negli studi. Le carenze e i pericoli del porto ferroviario, il fatto che si potevano trovare generi alimentari più facilmente a Caravaggio che non altrove, la possibilità di frequentare la media superiore a Treviglio, raggiungibile in bicicletta, furono circostanze decisive per il proseguimento dei miei studi all’Istituto Tecnico Oberdan, ormai strada obbligata. A Treviglio non c’era il liceo scientifico; quello classico era, di fatto, ormai fuori da ogni possibilità.
Mio padre chiese un appuntamento al preside dell’Oberdan, il professor Pigozzo, che prima aveva insegnato ragioneria all’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele di Bergamo. Persona di grande dirittura morale e con la ferma convinzione della missione morale dell’insegnamento, Pigozzo consigliò a mio padre di farmi restare nella scuola dove avevo frequentato la media inferiore.
Gli disse parole decisive: “L’Istituto sarebbe lieto di non perdere un allievo capace e intelligente”. Un giudizio che fece salire un groppo alla gola a mio padre, uomo coraggioso ma di sentimenti nobili. Me lo riferì al ritorno dall’appuntamento, chiarendomi che costituiva per me un impegno.
Mi avviai così alla media superiore per diventare ragioniere. La scelta era di fatto, come detto, obbligata, ma, nonostante tutto, non mi entusiasmava. Fu invece un colpo di fortuna!
* * *
Memorabili sono state le prime vacanze estive passate insieme, dopo la guerra.
Scrive, sempre in Ricordi, Tancredi Bianchi:
Dal 1949 andavo con Luigi Guatri a trascorre le vacanze, a luglio, al mare in quel di Cattolica, sulla riviera romagnola. Nel 1950 la vacanza si prolungò fino a Roma, per i riti dell’Anno Santo, del Giubileo; Papa: il cardinale Pacelli, Pio XII. Nei quindici giorni che fummo a Roma credo che camminammo per almeno duecento chilometri. Avevamo un libro, una guida, scritto benissimo, che suggeriva appunto quindici itinerari. Usavamo il mezzo pubblico di trasporto solo per recarci, al mattino, al punto di partenza delle visite suggerite per il giorno. Eravamo a Roma per la prima volta nella vita. E imparammo a conoscere la Città eterna. Compimmo anche il gesto, suggerito dalla superstizione, di gettare una monetina nella fontana di Trevi, affinché non mancasse, nel futuro, l’occasione di ritornare. Vivemmo quel viaggio da... pellegrini! Resta però nella nostra memoria.
A Cattolica parlavamo a lungo delle possibili aspirazioni accademiche. Non sapendo danzare, sia l’uno che l’altro, solo in spiaggia ci intrattenevamo con delle ragazze, che in verità non corteggiavamo. Luigi era già legato a Lina, che nel 1954 avrebbe sposato. Io pensavo con nostalgia al primo amore: un frutto che non avevo colto.
Poi, nel 1953, salutandoci al ritorno da Cattolica dissi a Luigi: “A settembre mi sposo”. Sapeva che da un anno ero fidanzato con Marina, nel frattempo diventata amica di Lina, ma non si aspettava quella notizia. Nell’occasione gli chiesi pure di essere il mio testimone di nozze. Acconsentì.