Il mondo di Guatri
2026/15
Girolamo Palazzina
Gli studenti bocconiani (e molti professori) di oggi non sanno neppure chi sia stato Palazzina. Eppure è stato un grande protagonista della vita della nostra Università per molti anni.
Egli è stato in Bocconi per 51 anni (1907/58) come direttore della segreteria, incarico che comprendeva anche la segreteria del Consiglio d’Amministrazione; e per altri 12 anni (1958/70) come segretario del Consiglio. In totale 63 anni. Quando m’iscrissi nel 1945 come studente al primo anno vi aveva già trascorso, dunque, 38 anni[1]. Sempre con cariche volutamente tenute di basso profilo, di fatto con grandi responsabilità e con grandi poteri, anche in tempi difficilissimi. Compresi 10 anni di guerre e 22 di fascismo. Era effettivamente un forte accentratore e riversava sulla Bocconi (sui suoi studenti, laureati, professori) un affetto senza limiti e senza condizioni; ma sapeva anche fustigare coloro che non davano il loro impegno.
Forse chi non ha incontrato Palazzina non ha conosciuto l’anima autentica della Bocconi primigenia. Io ebbi la fortuna di conoscerlo, avendolo visto in azione per almeno 13 anni (1945/58) e avendo avuto con lui rapporti per circa 25 anni.
Nato a Cortemaggiore (Piacenza) nel 1880, laureato in giurisprudenza, cominciò la propria attività come vicesegretario della Camera di Commercio di Brescia. Lì fu contattato da Leopoldo Sabbatini – l’ideatore del progetto Bocconi, in quel momento segretario generale della Camera di Commercio di Milano – che, avendone apprezzate le qualità, lo volle come suo braccio destro alla Bocconi. Una scelta straordinariamente fortunata.
Anche quando, per l’età avanzata, non poté più ricoprire alcun incarico, non uscì mai dall’edificio di via Sarfatti (dove abitava un piccolo appartamento all’ultimo piano) e tenne sempre vivi i rapporti con i laureati bocconiani.
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Ho vissuto l’epoca di Palazzina e mi ricordo bene del suo lavoro intenso e senza sosta. Egli viveva solo per la “sua” Bocconi.
Talvolta i dipendenti se ne lamentavano anche con me, che pure in quel periodo ero solo un giovane docente. Mi raccontava Italo Munari, il suo vice (che aveva con me particolare confidenza), che quando in alcuni giorni invernali si aprivano per l’influenza larghi vuoti nel personale (allora ridotto all’osso) ed egli si rivolgeva a Palazzina per informarlo che negli uffici mancavano, ad esempio, 10 impiegati su 20, questi immancabilmente gli rispondeva: «Ma non siamo qui noi?».
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Noi diciotto-diciannovenni, iscritti del 1945, non avevamo vissuto sulla nostra pelle le vicende della guerra; e quelle del fascismo solo per qualche manifestazione folcloristica (anche se la guerra ci aveva sottratto alcuni anni della nostra giovinezza).
Del contrasto tra fascismo e antifascismo, che ancora infuriava nei mesi precedenti, già alla fine del 1945 in Bocconi quasi non si parlava più. Da Palazzina, di quelle passate vicende che tanto avevano pesato sulle sue spalle, non sentii mai una parola. L’epoca di Giovanni Gentile era per noi solo un’eco, che si stava ormai spegnendo.
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Ma la “figura” di Palazzina uscirebbe del tutto incompiuta e il suo peso sulla storia della Bocconi sarebbe falsato se queste vicende fossero trascurate. Vale perciò la pena di riassumerle, in quanto si tratta di aspetti essenziali della sua opera.
Partiamo dagli inizi degli anni Trenta, quando nel rinnovato Consiglio dell’università entrò (unitamente a Marcello Visconti di Modrone, podestà di Milano) il filosofo prof. Giovanni Gentile. In quel momento, dopo essere stato ministro dell’Educazione nazionale e l’autore della riforma della scuola che durerà per decenni (e che qualcuno ancora oggi rimpiange), Gentile ricopriva importanti incarichi: era, tra l’altro, presidente dell’Istituto Fascista di Cultura e dell’Istituto Italiano di Studi Germanici; direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa; proprietario della casa editrice Sansoni.
Un insieme di cariche di alto prestigio che derivava (e ai tempi non poteva essere diversamente) anche da un saldo rapporto con Mussolini, assicurando al suo detentore un peso politico rilevante. Quel peso che l’abile Palazzina seppe molte volte, per quasi tre lustri, utilizzare a favore della Bocconi; e che Gentile offrì sempre generosamente.
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Quando nel 1932 scomparve Ettore Bocconi, la presidenza dell’università passò alla vedova, donna Javotte Manca di Villahermosa.
Una signora intelligente e bellissima (il cui quadro, magnifica opera dell’Alciati, da 35 anni sovrasta, simbolo di grazia e nel contempo di un legame duraturo con l’università, la mia scrivania alla Bocconi).
Di fatto donna Javotte delegò tutte le sue funzioni a Giovanni Gentile, quale vicepresidente.
Quando Palazzina venne informato, nel 1944, da padre Agostino Gemelli (Rettore della Cattolica), che il ministro Biggini aveva in progetto di statizzare la Bocconi, trasformandola in una facoltà dell’Università Statale di Milano, invocò disperatamente l’aiuto di Gentile: ed egli si adoperò per «la difesa dell’autonomia e della libertà della Bocconi attuata con il proporsi come Rettore al posto di Paolo Greco, definitivamente squalificato agli occhi dei “repubblichini” (lettere del 24, 25 e 30 marzo 1944), parando così la tempesta che si addensava sull’Ateneo». E poco dopo, quando Biggini (ex Rettore di Pisa, con il quale Gentile era in grande dimestichezza) decise di sostituire il Rettore Paolo Greco da poco scaduto con un commissario governativo, gli riuscì di convincerlo a nominarlo “commissario”, con a fianco il prof. Giovanni Demaria come “subcommissario”.
Purtroppo l’assassinio di Gentile (15 aprile 1944) vanificò tutto ciò; e gettò Palazzina in gravi angustie: la Bocconi si trovava senza «l’autorevole padrino e protettore proprio in uno dei momenti più tormentati dell’esistenza sua e del Paese». Ma Palazzina, senza perdersi d’animo (malgrado fosse l’ultimo rimasto sulla breccia), dopo pochi giorni era già alla ricerca della soluzione. E scrisse al consigliere delegato, senatore Venino, preoccupandosi della successione a Gentile di un nuovo commissario.
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Il tratto che a nessuno, sull’arco di oltre 50 anni, può sfuggire dell’amministrazione Palazzina fu la cura estrema nel contenimento dei costi, con comportamenti che sembrano talvolta spinti al parossismo.
Naturalmente applicando questa “politica della lésina” per primo a se stesso: lavoro senza soste, al punto che scriveva da sé tutta la sua corrispondenza (lo ricordo scrivere le lettere con due dita sulla sua Olivetti con righe disallineate, utilizzando più volte le stesse buste ecc.). Pochissimi erano i dipendenti: quando entrai in Bocconi nel 1945 Cavazza era l’unico bidello di tutto l’edificio di via Sarfatti; Pagliari aveva in biblioteca due, tre collaboratori e inservienti; la signora Galli teneva da sola i rapporti con gli studenti e gestiva i movimenti di cassa; non più di 10 persone operavano in tutta l’amministrazione, diretta dal dottor Munari; giorno e notte un unico portiere; nessun dirigente e così via. Sembrerebbe quasi incredibile, rispetto ai 600 dipendenti amministrativi di oggi!
Un esempio è rimasto nella memoria di Zappa. Quando chiese, nel 1931, di affiancare al professor Ugo Caprara, già “aiuto” dell’Istituto di Economia Aziendale, un secondo “aiuto” nella persona di Pietro Onida (con un compenso di 12.000 lire) Gentile manifestò «forte perplessità»; e Palazzina operò per un compromesso che ridusse sia tale compenso quanto quello del dottor Lorusso – così Palazzina scrisse a Gentile – «con una economia, nel gruppo Zappa, di 11.000 lire, che mi pare rappresentare un risultato notevole». Ma che peraltro mandò Zappa su tutte le furie.
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Quando, nel novembre 1949, lasciai l’Ufficio Studi Economici della Montecatini per divenire assistente effettivo di Gino Zappa (al primo anno di Ragioneria), feci presente a Palazzina che il mio trattamento economico (che era in Montecatini di 55-60.000 lire al mese) si sarebbe ridotto a 19.000 lire. Lui mi disse – con grande affetto ma con fermezza – che questa cifra era il massimo possibile, ma che, d’altro lato, io non avrei avuto difficoltà a integrare i miei compensi con attività professionali (alla ricerca delle quali, agli inizi, egli stesso si adoperò).
Quando, nell’anno successivo – a seguito della tragica morte di un collega – dovetti raddoppiare il mio impegno, estendendolo anche al corso di secondo anno, mi disse che il mio stipendio, a causa delle ristrettezze di bilancio, non poteva aumentare.
Nell’anno ancora successivo, quando si poté sostituire il collega scomparso e io tornai a svolgere le lezioni di un solo anno (il secondo), mi disse che le difficoltà di bilancio lo costringevano a suddividere il compenso di 19.000 lire tra ambedue: aggiungendo amabilmente di essere felice che mia attività professionale si svolgesse ormai con esiti molto positivi (sottinteso: questo compenso è diventato un fatto marginale).
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Palazzina fu sempre, anche in casi difficili, il primo difensore di tutti i laureati bocconiani. Quando assunsi posti di responsabilità, varie delle sue famose lettere mi raggiunsero.
Ancora nel ’68, già uscito di scena e vicino alla morte, mi telefonò (ero al tempo commissario giudiziale della Salamini di Parma) per presentarmi un industriale napoletano che nei decenni successivi divenne un mio caro amico: Carlo Dessy. Mi disse: «Il dottor Carlo Dessy desidera incontrarla a Parma. È un bocconiano; e questo credo che possa bastare».
Questo, ancora negli ultimi tempi, era lo spirito che lo animava!
Mi rendo conto che oggi l’ho superato. I miei rapporti con la Bocconi durano da 66 anni (1949-2015).