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Il mondo di Guatri

2026/15

Gino Zappa

Gino Zappa è stato il mio Maestro. Avevo da poco superato 22 anni (era il novembre 1949) quand’egli mi chiamò alla Bocconi in qualità di “assistente effettivo”. Accettai, abbandonando dopo soli nove mesi l’Ufficio Studi Economici della Montecatini.

Fu per me la decisione irrevocabile di scegliere nella carriera accademica l’Economia aziendale piuttosto che l’Economia politica.

Fui incaricato di tenere le lezioni di Ragioneria generale e applicata al primo anno dell’università: mi era accanto un caro e compianto amico, Napoleone Rossi (per me un fratello maggiore, come Carlo Masini che affiancava Zappa al secondo anno dello stesso insegnamento).

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Nell’aula del primo anno, di gran lunga la più affollata, con centinaia di studenti (avevamo allora un’unica classe), Palazzina mi fece accompagnare dal bidello Cavazza, una vera istituzione per la Bocconi del tempo, un riferimento necessario per tutti gli studenti un po’... sperduti che si affacciavano ai corsi accademici. Questi mi accompagnò alla cattedra e, rivolto alla platea, annunciò ad alta voce: «Ragazzi, fate attenzione: questo è il professore!».

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I miei rapporti diretti e personali con il Maestro Gino Zappa investirono all’incirca un periodo di 12 anni, dal 1946 (quando in novembre assistetti all’apertura del suo corso di Ragioneria di secondo anno) fino al 1958, quando lo vidi per l’ultima volta nella sua casa di Venezia sul Canal Grande.

La frequentazione durò però soli sette anni: da quel novembre del 1946 fino alla lettura del manoscritto del mio libro I costi di azienda, verso la fine del 1953.

Tuttavia l’impronta che lasciò in me è durata l’intera vita: è ancor oggi, e lo sarà sempre, “il Maestro”; come lo è per Tancredi Bianchi, l’amico quasi coetaneo: siamo oggi gli ultimi due allievi rimasti, uniti dagli stessi sentimenti.

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Nel 1946 egli svolgeva le lezioni venendo a Milano una volta al mese per cinque giorni di seguito (sempre con lezioni di due ore ciascuna).

Queste erano tenute in un’auletta del secondo piano di via Sarfatti (proprio dove – forse un segno del destino? – stanno oggi i miei uffici). Eravamo in 20-25 studenti a seguirle: furono sempre affascinanti, anche se un po’ singolari.

Egli partiva proponendo un argomento del programma (le cosiddette “tesine”: ad esempio, “la valutazione delle rimanenze nelle aziende industriali”), ma per due ore poi trattava a braccio, in modo che avvinceva tutti, di argomenti di attualità o di temi teorici di grande respiro (dall’inopportunità, ad esempio, di nazionalizzare le società elettriche, al significato del valore del “capitale economico”, ai molteplici modi di interpretare i poco trasparenti bilanci dell’epoca). Due ore filate di argomentazioni che per me passavano in un lampo. Fin da allora decisi che, al momento opportuno, gli avrei chiesto la tesi: cosa che feci l’anno successivo.

Gino Zappa era un docente molto severo: credeva fermamente nella serietà degli studi; e quindi i suoi esami erano durissimi: chi non sapeva non li poteva superare. Implacabile, annotava sul libretto un eloquente 10/30. Così fu dai suoi esordi bocconiani, negli anni Venti, quando il Rettore Sraffa e il solito onnipresente Palazzina si resero conto che era sorto uno scoglio, prima del tutto inesistente, che a prima vista apparve perfino eccessivo.

Poi tutti si resero conto, come scrive Marzio A. Romani, della sua capacità di essere “crivello” dell’università, che ne teneva alto il livello qualitativo mediante una dura selezione; e nel contempo “glutine”, in quanto elemento aggregante di giovani studiosi, forgiati alla dura disciplina della ricerca e dell’insegnamento.

Questa caratteristica non mutò fino al termine della sua presenza bocconiana. E tale la trovai quando, dal 1950 (sia pure per poche sessioni), sedetti al suo fianco come esaminatore.

Secondo il costume, cui fino all’ultimo restò fedele, gli esami erano divisi in due parti: la prima svolta dagli assistenti, la seconda da lui stesso; per accedere alla seconda occorreva peraltro superare la prima (nel caso contrario. l’esame era subito concluso con la bocciatura che gli assistenti potevano tradurre, secondo il grado d’impreparazione riscontrato, in 10/30 o 15/30; mentre egli rimase fedele al suo quasi mitico 10/30). Le domande non erano improvvisate ma dedotte, sia nella prima come nella seconda parte dell’esame, da “schedine” già predisposte (con difficoltà attentamente graduate mediante vari quesiti) ed estratte per sorteggio dall’esaminando.

Anche noi, suoi giovani collaboratori, fummo permeati dalla convinzione che la serietà degli esami fosse parte essenziale di una missione, vissuta come un dovere fondamentale. Forse io sentii più di altri questo dovere-missione quando mi trovai a esaminare studenti che erano stati miei compagni di corso (l’uso di presentare la Ragioneria di secondo anno come ultimo esame era una diffusa consuetudine dei tempi; e i “fuori corso” erano allora numerosissimi).

Ricordo ancora oggi, dopo oltre 60 anni, il dispiacere che sentivo quando ero costretto – per conservarmi sempre fedele alla missione – a respingere i miei compagni di corso: perfino la mia amica Carla, buona e gentile ragazza, che per anni era stata seduta nei banchi accanto a me, ma che si era presentata con una preparazione non sufficiente. Con vero rammarico dovetti dirle che non la giudicavo preparata; ed ella se ne dispiacque apertamente. Zappa se ne rese conto, mi chiamò e mi disse che avevo compiuto il mio dovere. Ma ricordo ancora il tutto con amarezza, come un duro prezzo pagato per tenere fede a un impegno, che per noi valeva come un giuramento.

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Il costume che gradualmente si diffuse ovunque, di rendere gli esami facili, le votazioni sempre elevate, di non segnare sul “libretto” le bocciature, non fu mai da me condiviso; a tutto ciò, anche quando ricoprii cariche accademiche, mi opposi fin che fu possibile.

Ancora oggi confesso di vedere con malinconia come anche nella mia università la dura selezione sia quasi scomparsa: ma come si possono premiare i migliori (“i talenti”, come in modo roboante si dice oggi) senza una dura selezione, che solo esami severi consentono? Questo per me rimane un mistero. Ai nostri tempi non usavamo parole roboanti, ma adempivamo con serietà e senza eccezioni alla missione di docente.

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Nel 1951 si tenne nel nostro Paese il primo concorso a cattedra di materie aziendali (Ragioneria) dopo la guerra: non se ne tenevano da 8-10 anni. Al tempo, come ancora per alcuni decenni, i concorsi a cattedra erano basati solo su titoli e si svolgevano con un complesso meccanismo: ne uscivano vincitori 3 concorrenti (la fatidica “terna”), che potevano essere poi chiamati a coprire una cattedra in una qualsiasi università del Paese; gli altri riconosciuti meritevoli dalla commissione (composta da 5 membri, eletti da tutti i docenti di ruolo della materia e di materie affini) erano giudicati “maturi”. Un titolo che era solo un giudizio, tuttavia ai tempi considerato molto autorevole (ben superiore alla libera docenza: quest’ultima era una prova per titoli ed esami, che non necessariamente apriva una carriera accademica. Era spesso un titolo a valenza professionale).

I concorsi a cattedra furono sempre in Italia anche una battaglia tra Scuole: svolta con obiettività da quelle serie; con molta minore serietà dalle altre. In ogni caso, era consuetudine che i più noti professori ordinari compissero ogni sforzo per essere eletti nelle commissioni, per “sostenere” i propri allievi.

Ebbene, quando fu indetto il concorso a cattedra nel 1951, Zappa mi chiamò e mi disse: – che non si sarebbe presentato alle elezioni, in quanto intendeva che al concorso partecipassero tre suoi allievi; e quindi, si sarebbe trovato in stato di “incompatibilità” (anche se tutti gli altri ordinari si comportavano in modo contrario: l’idea della “incompatibilità” non li sfiorava nemmeno); – che fra i tre allievi avrebbe presentato anche me. Gli feci presente che non avevo ancora 24 anni e mi ero laureato da meno di due. Rispose: «Questo che vuol dire? Contano le opere...». Non ammise discussioni: dovetti presentarmi. E nella primavera del 1951 scrissi in due mesi il libretto La diversificazione dei prezzi: quello che poi risultò l’ultimo libro della collana bocconiana diretta dal Maestro.

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Ripensandoci oggi, che ho 88 anni (e che nella mia vita ho portato alla cattedra 12 allievi), debbo dire che quella decisione del Maestro fu per me da un lato un bene, in quanto mi consentì di raggiungere il premio della “maturità”, con il voto favorevole dei 3 massimi docenti dell’epoca dopo Zappa (Amaduzzi, Ceccherelli, Onida). E questo mi aprì le porte all’incarico all’Università di Genova, dove mossi i primi passi come responsabile di un corso fondamentale (Tecnica industriale e commerciale), e accrebbe le mie quotazioni in Bocconi, l’università che non ho mai lasciato. Ma fu anche un male in quanto generò contro di me invidie e ostracismi per alcuni anni: ero ancora giovanissimo ma ero “maturo”, un abbinamento innaturale, che vissi con qualche difficoltà.