Il mondo di Guatri
2026/15
Giorgio Pivato
Il mio grande amico Giorgio Pivato ebbe anagraficamente lunga vita (1910/96), ma la sua vita “vera”, consapevolmente vissuta, fu assai più breve: non oltre il 1986. Assalito da una malattia inesorabile, trascorse (almeno) gli ultimi dieci anni amorevolmente assistito dalla famiglia ma lontano dal mondo.
Giorgio era nato nel 1910, io nel 1927. Fu la nostra età (17 anni di differenza sono molti per un ventenne) che lasciò per qualche tempo il nostro sempre affettuoso rapporto a mezza strada tra la figura del Maestro (espressione che egli non volle mai sentir pronunciare) e quello dell’amico.
L’ultima volta che lo incontrai, già in difficoltà, fu quando volle leggere di persona, il 29 novembre 1988, la lettera che avrebbe voluto spedirmi per i miei 60 anni. Apparve in Aula Magna di via Gobbi emaciato, ma nel suo inconfondibile aspetto di Signore.
Tuttavia il nostro rapporto fu egualmente lungo, perché iniziò nel 1947, quand’io ero ancora studente di secondo anno della Bocconi. Durò, dunque, dal 1947 al 1982: 35 anni per me indimenticabili. Se dell’amicizia si potessero fare i conti del “Dare” e dell’“Avere”, a Giorgio sarei ampiamente debitore.
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L’Istituto di studi sulle Borse Valori A. Lorenzetti fu, in assoluto, il primo centro di ricerca creato nella nostra Università e la direzione ne venne affidata a Giorgio Pivato. Fu infatti lui ad avere l’idea, straordinaria per l’epoca, di utilizzare una donazione del padre di Lorenzetti (caduto in guerra), per fondare un Istituto di ricerca (con una propria rivista, La Borsa Valori, Editore Morganti).
Palazzina indicò me come possibile segretario: mi recai a casa di Giorgio e dopo un breve scambio di informazioni e di idee gli comunicai che avrei accettato l’incarico e il compenso che mi era stato offerto. Così ebbe inizio la nostra lunga e proficua collaborazione.
Io entrai operativamente nell’Istituto Lorenzetti con la nascita de La Borsa Valori, con lo specifico compito di seguire la rivista. Quello fu il mio primo incarico all’Università Bocconi.
All’Istituto A. Lorenzetti furono riservati due piccoli uffici al secondo piano di via Sarfatti 25 (in uno di questi Gino Zappa teneva nel 1946/47 le sue lezioni di Ragioneria di secondo anno). Quando mi recai in visita a Giorgio Pivato per formalizzare l’accettazione dell’incarico, ebbi il piacere di conoscere la bellissima famiglia del mio amico: mi è rimasto vivissimo il ricordo di Giorgio accanto alla giovane moglie Giuliana (che lo seguì per tutta la vita con assoluta dedizione, anche nell’ultimo periodo buio), che da poco gli aveva dato una bambina, la dolce Elisabetta.
Ancor oggi incontro Elisabetta, talvolta in compagnia dei nipoti, nell’edificio di via Massena 18 dove abitano le nostre famiglie e mi appare sempre come una nonna dal comportamento signorile e nel contempo impegnatissima!
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Negli anni Cinquanta era consuetudine degli aziendalisti bocconiani integrare il modestissimo stipendio stabilito dal dottor Palazzina con impegni professionali. Giorgio Pivato era, ad esempio, agente di cambio presso la Borsa di Milano. Io, come altri, mi ero iscritto giovanissimo (1950) all’Ordine dei Commercialisti.
Pivato fu tra quelli (ricordo anche Carlo Masini) che mi aiutarono a farmi conoscere professionalmente. Nell’inverno 1950/51, richiesto da un suo cliente di Borsa che aspirava ad acquistare il mobilificio Zari SpA di Bovisio (all’epoca uno dei più importanti della Brianza) dalla Lagomarsino SpA che voleva “liberarsene” perché generava perdite continue, Pivato mi propose per una due diligence: dovevo cioè verificare che la società non avesse “magagne”. I primi accertamenti rivelarono che le magagne erano numerose e sostanziose, tanto che provocarono nel direttore generale dell’epoca l’improvviso bisogno di cambiare aria.
Da ciò nacquero due fatti rilevanti:
- la proprietà Lagomarsino SpA, letta la mia relazione, dopo avermi ringraziato, mi chiese se per qualche mese – visto che avevo ormai conosciuto bene la società – potessi sostituire il fuggiasco direttore generale. Fu la mia prima esperienza manageriale (a 24 anni). E mi resi conto che qualche attitudine l’avevo;
- indirettamente, attraverso l’aiuto dato a Bortolo Termine, incaricato dal Tribunale di Milano di una consulenza tecnica per l’azione di responsabilità nei confronti dell’ex direttore generale, giunsi in contatto con Luigi Antonelli, che fu poi il mio Maestro nella professione.
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Nel 1955 potei (in parte) ricambiare a Giorgio Pivato il favore: l’occasione fu la cessio bonorum dell’Oleificio Vismara, con sede a Vimercate (MI) e stabilimenti a Vimercate e Grottaglie (TA). I fratelli Vismara erano in serie difficoltà finanziarie, dovute unicamente alle loro incapacità manageriali, ma erano nel contempo personaggi “poco raccomandabili”. Dopo aver artefatto scritture e bilanci, incolparono il loro consulente Giorgio Pivato di avere presentato quei dati alle banche... Ce ne accorgemmo presto anche noi (Antonelli e io), quando dovemmo controllarli: giunsero perfino a occultare (a noi e quindi ai loro creditori – banche) cisterne ricolme di olio. Quando i nostri addetti alla sicurezza li scoprirono, giunsero fino alle minacce personali...
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Nel 1951 Gino Zappa perse completamente la vista; e poco prima di uscire dai ruoli dovette lasciare la Bocconi e Ca’ Foscari; non usciva più dalla sua casa di Venezia sul Canal Grande. Nell’anno seguente Aldo Amaduzzi mi chiamò a Genova per “Tecnica industriale e commerciale” e questo fu il mio primo incarico – come all’epoca si chiamava – di una materia fondamentale. Giordano Dell’Amore non mi lasciò tuttavia “partire” del tutto dalla Bocconi: mi affidò il corso biennale per dirigenti (la futura SDA) oltre ad una materia complementare per la Facoltà. Verso la fine del 1953 Giorgio Pivato vinse meritatamente il concorso a cattedra (nel periodo bellico, per molti anni, non ve n’erano stati). L’unica cattedra accessibile (da Milano) era quella di Genova, dove avevo da poco iniziato il secondo anno di incarico. Ne parlai ad Aldo Amaduzzi (che apprezzava Giorgio Pivato) e mi offrii di lasciare l’incarico per consentire la copertura della cattedra a favore di Pivato (anche se il preside di facoltà, l’anziano professor Chessa, mi ripeteva di «pensarci bene» ecc.). Ricordo il viaggio a Genova con Giorgio Pivato e la colazione in casa Amaduzzi: dove si presero le decisioni, e dove io scrissi la lettera di dimissioni. La mia scelta spiacque ad alcuni membri del Consiglio di facoltà, divenuti miei amici (Scotto e altri), ai quali offrii una sorta di “risarcimento”: sarei rimasto con un incarico complementare per alcuni anni. E questo fu l’accordo finale.
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Con Giorgio Pivato divenimmo strettissimi amici: nel 1954 egli fu, con Napoleone Rossi, mio testimone di nozze (Tancredi Bianchi e una maestra vicentina, amica della famiglia Fusa, furono testimoni di mia moglie Lina); quando, nel 1965, nacque il mio primo figlio maschio, prese il nome di Giorgio; Pivato fu il suo padrino di battesimo.
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Verso la fine degli anni Cinquanta il “potente” Giordano Dell’Amore aveva compiuto ogni sforzo per portarmi in cattedra; ma proprio la sua “intransigenza” non glielo consentì.
Tuttavia, ciò che non poté Giordano Dell’Amore fu realizzato dal più duttile Giorgio Pivato nel 1960.
Ricordo, come fosse oggi, la sua telefonata (che mi raggiunse al Grand Hotel di Roma) e che mi riempì di gioia: «Sono riuscito, sei il vincitore!». A mia volta telefonai a Milano a mia moglie Lina e a Treviglio a mio padre Edmondo, che condivisero la felicità che sentivano nelle mie parole.
Devo confessare che per me era, in effetti, il raggiungimento di un traguardo al quale avevo guardato per tutta la giovinezza: avevo 33 anni. Due mesi dopo fui chiamato alla cattedra all’Università di Parma, dove divenni da subito direttore dell’Istituto di “Tecnica Industriale e delle Ricerche di Mercato”, accolto a braccia aperte da Carlo Masini (Ragioneria), Eugenio Levi (Matematica), Franco Feroldi (Economia politica), Francesco Costanzo (Statistica), Ugo Sorbi (politica agraria), Aldo De Maddalena (storia). Ero il quarto bocconiano (dopo Masini, Levi e De Maddalena) che giungeva nella neonata facoltà di Economia e Commercio dell’antica Università di Parma!
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Nel periodo 1969/82 (l’anno in cui Giorgio Pivato lasciò la direzione) la vita comune nell’Istituto si svolse sempre nel segno dell’amicizia. Giorgio mi lasciò completamente libero d’organizzare come meglio credevo i corsi di Marketing, dove formai numerosi allievi.
Il mio amico aveva in quel periodo (tra altri validi) due allievi prediletti: Carlo Scognamiglio e Gualtiero Brugger. Due studiosi di primo piano, intelligentissimi e colti, che chiunque gli avrebbe invidiato; e due personalità diverse. Il primo estroverso e brillante, se ne andò presto per la sua strada (divenendo prima Rettore della LUISS di Roma e poi dandosi alla politica, dove arrivò addirittura alla presidenza del Senato della Repubblica). Il secondo, studioso serio, tenace, puntuale e in parallelo pronto a trasferire queste doti nel campo professionale, dove lo annoverai da giovanissimo tra i più affidabili collaboratori (forse il migliore che abbia mai incontrato). Pivato aveva visto bene
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Nel 1983 appare il Trattato di finanza aziendale. Nell’opera, oltre a un ampio lavoro introduttivo di Pivato, compaiono i contributi di sei valorosi coautori: Carlo Scognamiglio ha studiato il sistema finanziario nell’ottica del flusso dei fondi, nonché la domanda e l’offerta di attività finanziarie;
Mario Massari ha delineato gli strumenti per le analisi finanziarie; Paolo Jovenitti e Alberto Bertoni hanno trattato degli strumenti e dei canali finanziari (ricorso al mercato mobiliare e ricorso alle istituzioni creditizie); Gualtiero Brugger ha svolto un’indagine sul sistema delle decisioni finanziarie dell’impresa e delle decisioni d’investimento; Jody Vender ha indagato fusioni, acquisizioni, la formazione e la gestione finanziaria dei gruppi. Quest’opera era la sintesi di gran parte delle ricerche scientifiche svolte da Giorgio Pivato negli ultimi vent’anni, cui i suoi migliori allievi avevano dato un contributo determinante.
Perciò nel terzo numero della rivista bocconiana Finanza Marketing e Produzione (da me diretta dal 1983 al 2000) ricordo bene di aver voluto pubblicare, con grande evidenza, un articolo intitolato: «Il Trattato di finanza aziendale a cura di Giorgio Pivato conferma la nascita della “finanza aziendale” come disciplina autonoma».
L’articolo si conclude con queste parole, che rappresentano puntualmente il mio convincimento: «Ciò consente finalmente di affermare che anche la finanza aziendale può a pieno diritto considerarsi come disciplina autonoma nell’ambito delle materie di economia aziendale».
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Negli anni Sessanta (prima che la “contestazione studentesca” la rendesse impossibile) la prolusione all’Inaugurazione dell’anno accademico era il momento culminante di quella cerimonia (che riempiva l’Aula Magna).
Nel gennaio 1962 Giorgio Pivato vi pronunciò il discorso «Il contributo del mercato mobiliare al finanziamento delle aziende industriali» che riassume vent’anni di ricerche e di esperienze sul campo (non dimentichiamo che Pivato fu agente di cambio e figlio di agente di cambio alla Borsa Valori di Milano). In quelle pagine, scritte nella pienezza delle sue forze e della maturità, riconosco la grandezza del mio indimenticabile amico.
Lasciato l’Istituto, Giorgio Pivato effettivamente scompare – salvo un’inaspettata apparizione del 1987 – di cui dirò più avanti – dalla mia vita e da quella di tutti i suoi numerosi amici e discepoli. Il Parkinson lentamente, inesorabilmente si impadronisce di lui e giunge all’epilogo nel settembre del 1997, tra il compianto generale. «Lo ricordo come un grande signore», mi dice ancora oggi Mario Monti.
Pochi mesi dopo, nell’annuale incontro d’Istituto, volli commemorarlo, davanti alla moglie Giuliana, ai figli, alla grande platea dei docenti e collaboratori dell’Istituto da lui fondato. Iniziai il discorso, ma gradualmente un “groppo” mi prese la gola: faticavo ad articolare le frasi, infine mi misi a piangere. E dovetti concludere in fretta...
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Come ho detto, dopo alcuni anni d’assenza, appare inaspettatamente il 21/11/1988, in occasione della presentazione degli “Scritti” in mio onore. Inizialmente fui preso da un po’ d’apprensione. Ma poi pronunciò con sufficiente chiarezza queste parole:
“Avevo preparato una lettera per Luigi Guatri, ed ho pensato che la cosa migliore sia di dedicargliela leggendola attentamente qui.
La partecipazione veramente “corale” alla raccolta di scritti in tuo onore conferma non solo l’affetto ma anche l’ammirazione di tanti colleghi ed estimatori riguardo alle tue alte qualità umane, alla tua operosità scientifica, alla tua illuminata gestione rettorale.
Mi è graditissima l’odierna occasione per considerare brevemente i tre punti sopra delineati.
Sotto l’aspetto umano, che giustamente deve essere anteposto agli altri tratti caratterizzanti il profilo di una persona, ti vengono riconosciute qualità preclare di sensibilità e di cordiale apertura verso i terzi. Siano essi amici, colleghi o persone non direttamente vicine alla nostra Università, tutti trovano in te attenzione, comprensione, qualificato consiglio. I fattori del grande ascendente che la tua persona gode si identificano con il prestigio e l’autorità morale che via via ti sei conquistati.
Per quanto riguarda la tua operosità scientifica, a parte gli scritti minori che per brevità non menziono, debbo ricordare soprattutto due filoni di ricerca da te prediletti: gli studi di marketing e quelli concernenti la valutazione delle aziende.
In ordine al marketing tu sei stato un precursore in quanto hai fatto assurgere gli studi di mercato a disciplina scientifica. Risalgono al 1960 le tue prime impostazioni di una teoria su tale materia e da questa data hai via via conferito al marketing autonomia di ricerca e di insegnamento. Gli anni a noi vicini ti hanno portato ad ulteriori perfezionamenti nella trattazione dei contenuti della materia. Sei così giunto, dal 1972 in poi, ai cosiddetti “Manuali di marketing”, opere di ampio respiro e di completo coordinamento della disciplina. Mi riferisco alle edizioni che vanno dal 1972 al 1987.
Quanto al secondo filone di ricerca, cioè alla valutazione delle aziende, da tempo sei l’autore più qualificato per profondità e ricchezza di contribuiti. Già nel 1957, in uno studio su “L’avviamento d’impresa” tu trattavi del fattore di rischio e dei caratteri del reddito in funzione dei quali si può giungere correttamente alla determinazione del valore di una azienda. Attraverso successive edizioni dal 1984 al 1987 hai focalizzato direttamente l’intero problema della valutazione delle aziende con notevoli progressi nella trattazione di una materia che attrae sui piani sia conoscitivo, sia operativo. Recentemente, nel 1988, hai portato un nuovo contributo alla valutazione delle aziende “altamente redditizie”.
È di questi tempi la tua attività di coordinamento per un poderoso Trattato di Economia delle Aziende Industriali che uscirà alla fine del corrente anno.
In conclusione, sotto il profilo scientifico sei stato anticipatore nella impostazione di rilevanti problemi di Economia Aziendale e autore di scritti di grande impegno ai quali la dottrina moderna si è ispirata.
Ora non posso chiudere questo scritto senza accennare alla tua attività come Rettore della Bocconi da oltre quattro anni. La posizione di un Rettore di Università è molto delicata, esposta come è all’occhialuto giudizio del Consiglio di Amministrazione, dei colleghi, degli studenti, dei terzi esterni. Non sono certo il primo ad ammirare la dedizione e l’efficienza della tua gestione rettorale. Ad essa hanno corrisposto non solo un forte tasso di crescita del nostro Ateneo, ma anche vigorosi impulsi ai rapporti con il mondo esterno, italiano ed internazionale, e ciò con vantaggio per le conoscenze delle relative realtà fenomeniche.
Voglio sottolineare il fatto che, dopo i precedenti, timidi approcci di contatti con altri Paesi, svoltisi a partire da dieci anni or sono, nel quadriennio del tuo Rettorato hai delineato un efficace programma di internazionalizzazione della Bocconi. Ne sono prova: gli studi ed i convegni sui vari aspetti della spinta transazionale; lo sviluppo dell’informazione all’estero e dall’estero; la diffusione degli scambi di docenti e di studenti; gli studi afferenti il commercio estero e la competitività dei vari Paesi; gli scambi di notizie sui progressi tecnologici ed innovativi.
A questo punto non possono essere dimenticati i progetti, allo studio, di nuovi corsi di laurea fra i quali sono certo di grande rilievo i previsti prossimi corsi per manager pubblici. Si potrà così sperare che la gestione degli enti pubblici venga ispirata ai più efficaci ed aggiornati criteri che reggono con successo la conduzione delle aziende private.
Tenuto conto di tutto, noi ti siamo riconoscenti per i preziosi contributi che hai generosamente profuso come persona, come docente ed autore di scritti di gran pregio, come reggitore della nostra Bocconi.
Ti abbraccio affettuosamente.”