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Il mondo di Guatri

2026/15

Ugo Caprara

Ugo Caprara è stato uno dei “veri” maestri della mia vita. E il simbolo del XX° secolo: lo ha percorso quasi interamente (nato a Lodi nel 1894, morì a Milano nel 1990). Dalla bella casa di via Castelbarco (nei pressi della Bocconi), dove l’ho sempre visto abitare, percorreva poche centinaia di metri per raggiungere la nuova sede dell’università in via Sarfatti: qui due mattine per settimana teneva le sue tre ore di lezione di Tecnica commerciale.

Pare che proprio da lui fosse giunta a Palazzina la notizia della possibile disponibilità, per scopi edilizi-accademici, dell’area compresa all’angolo delle vie oggi denominate Sarfatti e Bocconi.

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Il suo modo di far lezione era unico. Non si sedeva in cattedra, ma spostava la sedia a contatto con i banchi degli studenti, con i quali svolgeva una conversazione: partendo quasi sempre da domande che, non ammettendo una risposta breve, conducevano alla costruzione graduale dei concetti che voleva imprimere nella mente dei suoi allievi: così li abituava al ragionamento. Bisognava solo non vergognarsi di ignorare la risposta, che del resto era impossibile, e partecipare alla costruzione dei concetti ch’egli sviluppava, salendo verso l’alto per volute successive. Così teneva sempre viva l’attenzione, senza sosta alcuna.

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Il “ruolino di marcia” di Ugo Caprara è stato, invero, inimitabile. Negli anni Cinquanta ebbi occasione di collaborare con lui in alcuni lavori professionali. Questi, di regola (e salvo rare eccezioni), si svolgevano solo a partire dalle 17.

Il mattino aveva infatti tre precise e impegnative incombenze: di buon’ora (dalle 7) leggeva, studiava, scriveva per alcune ore; poi – in giorni stabiliti – si recava per tenere le sue lezioni, due volte per settimana alla Bocconi e qualche volta a Torino (in tal caso partiva presto); verso fine mattina si portava nel suo curatissimo giardino e vi lavorava per alcune ore.

Al pranzo seguiva regolarmente il “riposino”: così da riprendere le forze. Poi iniziava una lunga passeggiata (alcuni chilometri di cammino “di buon passo” lo tenevano in forma) e raggiungeva il posto di lavoro.

Questo era lo schema classico: che solo in via eccezionale poteva essere alterato, per gravi motivi.

Nell’attività professionale mi dava fiducia e spesso “carta bianca” quando avevo sì e no 25 anni. Mi lasciava scrivere le relazioni, che poi rivedeva parola per parola, ma sempre accettava in piena convinzione il mio punto di vista. Più avanti vi partecipò anche Giordano (il figlio, l’amico e il collega, con mio fratello Beppe, dello studio in Milano di via Massena 12/7 che insieme costituimmo, costruendo con altri amici anche il palazzo a metà degli anni Sessanta).

Veniva talvolta presso lo studio Antonelli, in via dei Bossi, dove dal febbraio 1952 iniziai la mia esperienza professionale da “iscritto” all’Albo dei commercialisti.

Con l’aiuto e il sostegno di Luigi Antonelli, il mio maestro nella professione di commercialista, fece anche (una volta sola!) il curatore del più grande fallimento dell’epoca: il Cotonificio Tavazzani. Per puro caso, il figlio del cotoniere Tavazzani era stato un mio simpatico compagno della Bocconi, noto a tutti per essere l’unico studente degli ultimi anni Quaranta che veniva all’università non in tram o in bicicletta, come tutti, ma con la motoretta (forse la Lambretta). E per questo potentissimo mezzo era invidiato da tutti.

Alti e bassi della vita; dagli altari (della Lambretta) alla polvere della procedura fallimentare! Ma un curatore meno fiscale di Ugo Caprara sarebbe stato difficile trovarlo...

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Ricordo come fosse ieri che talvolta, anche di primo mattino, l’ottuagenario professor Caprara mi telefonava raccomandandomi di non esagerare nell’attivismo accademico e professionale: «Tu e Giordano [suo figlio – NdA] siete quarantenni e perciò in un’età delicata, dovete stare attenti alla salute. Siete anche esposti all’infarto, alla vostra età...» (non già lui, che di anni ne aveva il doppio). «Per fortuna – aggiungeva – avete delle brave mogli». Quando per due anni fui commissario giudiziario alla Rizzoli, con un ulteriore gravoso impegno per il quale, tra l’altro, finivo tutti i giorni sui giornali, le telefonate si fecero ancora più frequenti.

Da quando nel 1984 divenni Rettore della Bocconi, non mancò mai ad ogni incontro che presiedevo in Aula magna: sempre seduto in prima fila, pronto a intervenire non appena gli si presentasse l’occasione. Forse non ebbi mai un ascoltatore tanto assiduo e attento.

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L’ultima lettera di Ugo Caprara mi giunse il 26 aprile 1988 (aveva 94 anni!) con quella ch’egli definiva una “proposta personale”: consisteva nell’invitarmi «affettuosamente e calorosamente» a comporre una “Storia dell’Economia aziendale” (che egli qualificava ancora, dopo 60 anni, come «una nuova disciplina»). Commovente, anche se sicuramente eccessiva è la motivazione che cito qui testualmente a conferma della stima (spinta al limite di smarrire il senso della misura) che aveva in me: «Sei l’unico, tra tutti quelli del passato e del presente, che disponga delle capacità intellettuali, culturali e morali per assolvere a tale incarico. Sin che avrò un’ora di vita io sarò al tuo fianco per consegnarti tutti i miei ricordi». So che non può essere vero; ma quanto emoziona, anche a distanza di oltre cinque lustri, ricordare che un grande Maestro del passato ti abbia fatto una così importante “apertura di credito”!