Il mondo di Guatri
2026/15
Giordano Dell’Amore
Quando Gino Zappa lascia nel 1951 la Bocconi, a succedergli – con il consenso generale – è Giordano Dell’Amore, bocconiano “di ferro”, ma che aveva trascorso a Venezia i suoi primi anni dopo il successo nel concorso a cattedra (1938). Egli non è soltanto in quel momento l’unico ordinario di materie aziendali in Bocconi, ma uno degli allievi prediletti del Maestro e uno studioso di alta qualità; ed è inoltre un personaggio rilevante nel mondo politico che presto, con la nomina a presidente della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, diverrà un banchiere potente. Alle capacità indiscusse di studioso e all’impegno assiduo nella ricerca (con una lunga serie di pubblicazioni che si susseguono per decenni senza sosta) e nella docenza (non mancò mai alle lezioni, che iniziavano alle 8 del mattino) univa indiscusse capacità di guida degli uomini.
Chi meglio di lui poteva succedere a Zappa? Diventò infatti il leader indiscusso degli aziendalisti bocconiani; e a lui – come tale – guardarono tutto il corpo docente e il Consiglio della Bocconi, oltre naturalmente a Palazzina.
Nella forma, divenne il direttore dell’Istituto di Economia Aziendale (l’unico, all’epoca, nel mondo aziendalistico), nonché il direttore delle pubblicazioni dello storico Istituto di Ricerche Tecnico-Commerciali, di cui mutò la denominazione in Collana dell’Istituto di Ricerche Aziendali (recando in copertina il nome di Gino Zappa come fondatore).
Dopo il doloroso ritiro di Zappa, a ciò costretto dalla cecità, Dell’Amore divenne per quasi trent’anni il sostenitore e il punto di riferimento di tutti gli aziendalisti della Bocconi (come di tutti gli aziendalisti bocconiani sparsi in varie sedi universitarie, dal Nord al Sud del Paese). Una posizione che ha sempre mantenuto affermando attivamente, nella linea del Maestro, i concetti di severità degli studi (e della rigorosa selezione nelle prove d’esame), di riconoscimento del solo merito nei giudizi di nomina e di carriera dei docenti, battendosi anche duramente contro le ingiustizie e i favoritismi nei concorsi, specialmente contro le cosiddette “mafie” universitarie. Inoltre giunse (grazie anche alla sua posizione di forza a difesa della cultura aziendalistica e del “peso” delle materie aziendali in Bocconi) con Sapori e Gasparini a definire la regola del fifty-fifty nella divisione dei posti di ruolo, con la creazione di due dipartimenti. Tale regola, sopravvissuta fino al 2007, cioè per circa mezzo secolo, con il consenso generale, si è rivelata nel complesso efficace e ha accompagnato lo sviluppo e i progressi della nostra università, attenuando i conflitti che in tempi precedenti non erano mancati.
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Il mio primo incontro con Dell’Amore avvenne agli inizi del 1950, quando ancora non era entrato come professore ordinario in Bocconi; e avvenne in circostanze inconsuete.
Mi telefonò chiedendomi di raggiungerlo in via Vivaio, presso la sede della Provincia di Milano (della quale, all’epoca era presidente): mi ricevette in una sala solenne, con grande affabilità.
Disse che di me gli aveva parlato Gino Zappa, esprimendogli un giudizio che l’aveva colpito: e pertanto desiderava conoscermi.
Mi chiese delle mie pubblicazioni e, con fare paterno, m’incoraggiò a continuare con lo stesso fervore nella ricerca. Fu l’inizio di un rapporto che durò trent’anni.
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Dell’Amore è stato un Maestro (con la M maiuscola!) in quanto, all’intensità e qualità delle sue ricerche lungo l’intero arco della vita, ha aggiunto la capacità di scoprire e crescere moltissimi allievi, tutti di alto o altissimo livello, che hanno per vari decenni dominato l’economia delle aziende bancarie (e le materie derivate) nell’intero Paese, portando il loro insegnamento nelle maggiori università. Di tutti leggeva e discuteva le opere (come faceva Zappa!); a tutti ha dato suggerimenti e consigli; a tutti ha reso possibile dedicarsi alla ricerca e all’insegnamento appoggiandoli altresì sul piano economico (grazie anche alla sua influenza nel mondo bancario e professionale); infine, ha accompagnato tutti i meritevoli fino alla cattedra, battendosi anche duramente affinché nei concorsi il merito prevalesse sul nepotismo.
Ricordo bene che qualche volta, dopo il 1960, si rivolse anche a me affinché entrassi (per elezione, come allora si usava) nelle commissioni giudicatrici per assicurare – mi diceva – la prevalenza di «commissari attenti solo al merito». Anche se aveva idee precise sull’ordine di merito dei suoi allievi e di tutti gli altri, ascoltava con grande attenzione le mie osservazioni e, quando le nostre graduatorie non erano coincidenti, tornava con scrupolo a rivedere i propri giudizi, disponibile a cambiarli se si convinceva di avere commesso qualche svista.
Ricordo un solo caso in cui i nostri giudizi non poterono comporsi. Fu in occasione della prima chiamata di un suo allievo in Bocconi, dove in contesa erano due studiosi eccellenti come Tancredi Bianchi e Roberto Ruozi. Prima di proporre al Consiglio di facoltà il nome da lui scelto (che avrebbe avuto senza alcun dubbio l’adesione generale), convocò tutti gli aziendalisti ordinari (non eravamo più di mezza dozzina) presso la presidenza della Cassa di Risparmio in via Monte di Pietà per sottoporre loro la sua opinione (che era, sia pure soffertamente, per Ruozi; ma anche di Bianchi aveva un altissimo concetto).
Alla sua proposta, che forse sorprese un po’ tutti, nessuno replicò. Ma io non mi sentii di tacere, anche se ben sapevo che la decisione era ormai irreversibile. Dissi che, pur avendo di Ruozi (più giovane di Bianchi) un concetto molto positivo e che avrebbe fatto molto bene alla Bocconi (come poi avvenne puntualmente), non mi sentivo in coscienza di vedere scavalcato Tancredi Bianchi. E gli chiesi di annotare la mia astensione dal giudizio. Acconsentì immediatamente, apprezzando la mia franchezza.
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Nel 1954 aprì, con il pieno consenso del Consiglio d’Amministrazione (presidente Furio Cicogna) il Corso biennale di specializzazione per la preparazione dei quadri direttivi d’azienda (brevemente detto Corso biennale per dirigenti).
Era la prima scuola universitaria di management in Italia, anche se più vicina alle forme tradizionali di insegnamento ex cathedra che non alle business school anglosassoni, alle quali si avvicinò dopo la riforma del 1969 la SDA (Scuola di Direzione Aziendale) sotto la guida di Claudio Demattè, un giovane allievo di Dell’Amore che dimostrò subito straordinarie doti manageriali.
Fin dal primo anno partecipai al biennale per dirigenti tenendo il corso sui Costi di produzione e di distribuzione. Proprio nel 1954 avevo infatti pubblicato nella collana dell’Istituto di Ricerche Aziendali il volume I costi di azienda che in quelle lezioni (tenute a giovani laureati di varia estrazione – da Economia, da Giurisprudenza, da Ingegneria in particolare – già impegnati nelle aziende e quindi dotati di esperienze di lavoro) trovò importanti riscontri e verifiche.
Sostenuto dal vigore di Dell’Amore e grazie alla possibilità – ch’egli possedeva – di chiamare a raccolta i più noti esperti dei vari settori del management italiano, il Corso per dirigenti si resse con successo per molti anni. Divenne tuttavia gradualmente obsoleto durante gli anni Sessanta, malgrado la presenza di ottimi docenti, più per problemi di modalità e strumenti d’insegnamento che non di contenuti: mancava una didattica interattiva e partecipativa, mancava la discussione dei casi secondo le regole ormai affermatesi nelle business school anglosassoni: da ciò il riesame del progetto e la fondazione della SDA, che trovò in Demattè il primo straordinariamente valido direttore nel 1971.
Ma ebbe sempre in Dell’Amore il più convinto e tenace sostenitore nel Consiglio della Bocconi. Da quando nel 1974 divenni consigliere delegato, ricordo che Dell’Amore non perdeva occasione per sottolineare al Consiglio i successi e i meriti della SDA, anche negli anni in cui problemi ben più pressanti gravavano su di noi. La sentiva come la sua creatura prediletta.
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La fondazione dell’IEFE (Istituto di Economia delle Fonti di Energia) nel 1957 fu una iniziativa di grande risonanza.
Era un problema centrale del mondo moderno, quello dell’energia, che la Bocconi aveva percepito con grande anticipo sui tempi; e al quale fu dedicato il primo centro di ricerca bocconiano: un archétipo dal quale proliferarono nei decenni successivi numerosi centri.
Dell’Amore e Cicogna erano gli ideatori dell’iniziativa, alla quale furono dedicati mezzi, spazi e dotazioni straordinarie per quell’epoca di ristrettezze (il centro era peraltro supportato finanziariamente dai massimi operatori dell’energia, in particolare società elettriche e petrolifere).
In quegli anni in Europa esisteva un solo istituto di questo genere: l’Energiewirtschaft Institute di Colonia, diretto dal professor Theodor Wessels, che ebbi occasione di visitare nel 1958 e dal quale traemmo ispirazione per l’organizzazione della nostra iniziativa. Conoscevo il tedesco, che peraltro avevo abbandonato nella pratica da alcuni anni: e perciò intendersi con Wessels non fu proprio facile. Ma alla fine riuscii a ottenere le informazioni e i consigli essenziali, che Wessels ci profuse a piene mani.
La ricordo anche come una visita divertente. Era con me, oltre a mia moglie Lina, un allegro collaboratore della Bocconi (il dott. Ravazzoni). Quante risate su quel treno che ci portava a Colonia! Forse eravamo tutti giovani…
Fui chiamato dal duo Dell’Amore-Cicogna prima come segretario generale e poi come direttore del nuovo Istituto (agli inizi il direttore era lo stesso Dell’Amore). Ricordo come fosse ieri il duro impegno che dedicai nella calda estate del 1957 (mentre ero in vacanza in Versilia) a preparare un articolo per il numero di esordio della rivista bimestrale (di cui assunsi la direzione) Economia delle fonti di energia. Il tema, per me e per tutti allora sconosciuto, era il costo dell’energia nucleare. Quando apparve nell’autunno 1957 il primo numero della rivista, Cicogna così lo commentò: «È un’opera seria». Nel suo linguaggio era il massimo elogio. Dell’Amore era raggiante: la sua nuova creatura aveva mosso con successo i primi passi!
Ancora oggi l’IEFE, dopo più di cinquant’anni d’attività e soprattutto grazie all’opera del successore da me proposto, Sergio Vaccà, rimane il più importante centro di ricerca della Bocconi.
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Il Consiglio della Bocconi del 27 ottobre 1967 nominò Dell’Amore Rettore. Il presidente Cicogna informò che «l’Ufficio di Presidenza avendo lungamente esaminato, sotto ogni profilo, la pratica relativa alla nomina del nuovo Rettore per l’anno accademico 1967/68 è venuto alla conclusione di proporre a tale carica l’on. Prof. Giordano Dell’Amore che ha assicurato di poter dare (...) le assidue cure che essa [carica] comporta e delle quali è pienamente consapevole». La proposta fu accolta da un lungo applauso.
I sei anni (1967/73) del suo rettorato furono proficui, ma anche i più difficili che la storia della Bocconi ricordi: caddero proprio, a partire dal ’68, nel pieno della contestazione studentesca che in Italia, com’è noto, si protrasse a lungo anche negli anni Settanta e che lasciò indelebili tracce (negative) sulla qualità dell’insegnamento e della selezione accademica, abbassandone il livello.
Certo, fu per la Bocconi una fortuna che in quel periodo il rettorato fosse ricoperto da una figura “forte” come Dell’Amore: ma per lui significò un’infinità di noie...
Ricordo che, credendo che con loro si potesse sostenere un ragionevole colloquio, si recò alla cosiddetta “assemblea” di Lingue (di gran lunga la più facinorosa delle nostre due facoltà). Fu travolto dai fischi e ne uscì disgustato. Capì che se non si fosse estirpato quel bubbone, la sua università poteva uscirne sconvolta.
Tanto più che a Lingue (come non accadde mai nella facoltà di Economia) gli assistenti e non pochi docenti erano parte attiva di questa supposta “rivoluzione”.
Per qualche tempo cercò di resistere e di temporeggiare. Un giorno mi telefonò chiedendomi di correre in via Sarfatti per assistere agli esami di matematica del professor Ricci. Qui, alcuni (pochi, in verità) studenti contestavano la regolarità della commissione d’esame di Matematica generale, presieduta da quell’eccelso matematico (ordinario alla Statale) che era il professor Giovanni Ricci, in quanto in quella commissione... non era presente un ordinario della Bocconi. Accorsi e mi sedetti a fianco di Ricci: volutamente non dissi mai una parola. Quella stravaganza assurda naufragò nel ridicolo.
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Ma giunse il momento in cui non si poté più temporeggiare.
Nell’estate del 1968 il Rettore Dell’Amore e il presidente Furio Cicogna capirono che occorrevano decisioni drastiche: da ciò la decisione, di cui si assunsero la piena responsabilità davanti al Consiglio, di sopprimere gradualmente la facoltà di Lingue, comunicando la chiusura delle iscrizioni al primo corso dell’anno accademico 1968/69: entro il 31 ottobre 1972 la facoltà sarebbe stata soppressa.
Furio Cicogna aveva informato a fine luglio 1968 Giovanni Spadolini, all’epoca direttore del Corriere della Sera, delle decisioni assunte, che ne diede notizia immediata (in termini tutt’altro che negativi, “La Bocconi sarà potenziata”, con allusione alle nuove iniziative nel campo economico pure decise dallo stesso Consiglio).
Chi ebbe a dolersene fu il preside della facoltà di Economia, Innocenzo Gasparini, che solo dal Corriere aveva appreso la notizia. Egli scrisse al Rettore che avrebbe gradito un dibattito preventivo davanti al Senato Accademico. Forse sul piano formale aveva ragione: ma non si rendeva conto che le decisioni che comportano “tagli netti” debbono essere assunte da pochi e con prontezza (in caso contrario ci si invischia in discussioni infinite e non si decide più).
A ben vedere, in quel momento occorreva salvare la Bocconi. E Dell’Amore e Cicogna si assunsero tutte le responsabilità.
Anche a distanza di decenni, sono convinto che la decisione fosse necessaria. In sintesi: un comportamento insolito, ma preso in una situazione di emergenza, che non consentiva di aprire un pubblico dibattito.
Ricordo comunque benissimo che la gran parte degli aziendalisti (quanto meno) era del tutto solidale con Dell’Amore, apprezzandone il coraggio (il che, in quei tempi, non era da tutti).
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Dell’Amore sapeva organizzare con rigidezza prussiana le sue giornate, suddividendo sistematicamente il tempo, in modo da sfruttarlo in massimo grado. Inoltre sapeva lavorare molte ore al giorno, con grande resistenza; e aveva abitudini estremamente morigerate (era perfino rigorosissimo nelle scelte del tipo e della misura dei pasti). Credo non sia mai andato al cinema.
Ricordo bene che tre giorni per settimana (salvo che nei periodi “di punta” della contestazione) si presentava in Bocconi per tenere dalle 8 (in punto) alle 9 la sua lezione; e dalle 9 alle 10 si dedicava al Rettorato. Un’ora, nei periodi di normalità, gli bastava.
Per incontri sia singoli che collegiali riguardanti i problemi della Bocconi, la “succursale” (nel corso della giornata) era la presidenza della Cassa di Risparmio in via Monte di Pietà, dove anch’io ero divenuto “di casa”. Tanto che gli occhiuti portieri all’ingresso non mi chiedevano neppure più da chi dovessi andare, anzi aprivano il cancello alla mia macchina per consentirmi di posteggiarla nel cortile interno (privilegio riservato a pochi).
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Il mattino del 5 marzo 1980 (all’epoca ero consigliere delegato), vidi Tancredi Bianchi rincorrermi nell’atrio della Bocconi trafelato e sgomento per dirmi: «Hanno arrestato Dell’Amore!». Mi accennò concitato che l’arresto riguardava tutto il Consiglio dell’ICCRI (l’Istituto di Credito delle Casse di Risparmio Italiane) con sede a Roma, da dove proveniva l’ordine di cattura che riguardava anche l’eccellente direttore generale della Cariplo, avvocato Luigi Falaguerra, altro manager “al di sopra di ogni sospetto” nel sentire comune del mondo milanese.
Ambedue (Bianchi e io) sentivamo un groppo alla gola: «Ma com’è mai possibile?», «Come può essere?». Salii di corsa nel mio ufficio e con il dottor Enrico Resti cercammo di verificare la notizia, che purtroppo venne confermata. D’istinto chiamai subito al telefono la signora Jolanda che, affranta, mi diede conferma del fatto, aggiungendo con voce ferma: «È un grave errore, il professore Dell’Amore (sic) è una persona retta e non ha commesso reati di sorta». Balbettai a fatica qualche parola per consolarla e per garantirle che tutta la Bocconi era al suo fianco.
Dopo poche ore il fatto era su tutta la stampa nazionale a caratteri cubitali; e molti giornali esprimevano cautamente i loro dubbi contro il provvedimento giudiziario; solo Il Giornale di Montanelli si schierò senza riserve e con estrema chiarezza a favore di Dell’Amore. Atteggiamento che nei giorni successivi, quando Dell’Amore fu sottoposto a un trattamento persecutorio e perfino pericoloso per una persona della sua età, salì nei toni. Fino a tradursi in un durissimo (verso il magistrato inquirente) “Contro-Corrente” nello stile tipico del grande Indro.
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Nel corso dei poco più di nove mesi che intercorsero tra la scarcerazione e la morte (6 gennaio 1989) lo rividi solo due volte. Intervenne in quei mesi a un Consiglio della Bocconi e chiese la parola. Quando i presenti si resero conto che intendeva offrire una spiegazione della propria innocenza, il presidente Cicogna insorse gridandogli: «Tu non hai bisogno di spiegare proprio nulla! Non vorrai credere che qualcuno di noi abbia un minimo dubbio!».
Alcuni dei presenti avevano le lacrime agli occhi...
Lo rividi poi in occasione della cerimonia funebre della moglie Jolanda: era sorretto dai parenti, muoveva a fatica piccoli passi, era disfatto. Ebbi una stretta al cuore.
Giovanni Spadolini, nel decennale della scomparsa, gli dedicò pagine commoventi, che si chiudono con espressioni altissime:
«Ma il giudizio della storia riparerà quest’uomo tanto devoto alla vita universitaria e alla vita degli studi dalle infinite amarezze degli ultimi anni, dagli abbandoni, dalle diserzioni e dai tradimenti cui dovette assistere. Egli conservò sempre, nel fondo del suo animo di economista, un bagliore evangelico. Anche per lui come per San Paolo “charitas omnia solvit”.»
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Dopo alcuni anni incontrai al Consiglio superiore della Banca d’Italia l’avvocato Luigi Falaguerra, che mi avvicinò e mi disse: «Professore, ha saputo che siamo stati tutti assolti con formula piena? Però, “Lui” [Dell’Amore] ormai non c’è più!». Anch’egli aveva le lacrime agli occhi e io mi commossi con lui.
«Pochi anni dopo (1988), alcuni magistrati di alto rango di Milano proposero, sostenuti dalla Cariplo, dal Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa Sociale (fondato da Adolfo Beria d’Argentine, procuratore generale della Repubblica a Milano) e dall’Università Bocconi, la fondazione dell’Osservatorio Giordano Dell’Amore, nel quale fui chiamato con la carica di vicepresidente (quella di presidente fu a lungo ricoperta dal Governatore della Banca d’Italia e poi Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi).
Uno di questi grandi magistrati (che ricopriva al tempo la carica di presidente della Corte d’Appello) mi disse che, partecipando a quell’iniziativa, sentiva di adempiere a un obbligo morale («Sento che la nostra “Corporazione” [quella dei magistrati – NdA] deve riparare a quanto a Dell’Amore è stato fatto»).