Il mondo di Guatri
2026/15
Fausto Pagliari
Fausto Pagliari è stato direttore della biblioteca della “Bocconi” per moltissimi anni. Fin dalla sede di piazza Statuto, la “vecchia Bocconi” dell’ante guerra. Veniva dall’“Umanitaria”, di cui fu direttore, ed era dichiaratamente un socialista-riformista: posizione che gli costò molte noie al tempo del “fascismo”. So da fonti sicure che – durante il ventennio del Duce – fu portato in un campo di concentramento, fatto che egli – schivo com’era – non raccontò mai.
Il dott. Palazzina sapeva tutto: ma anch’egli – come gran parte dei professori bocconiani – era nel cuore antifascista, anche se non conveniva manifestarlo. Fin da quando il Rettore dell’epoca fu assalito dai fascisti, che gli chiedevano di promuovere con esami facili tutti i reduci della 1a grande guerra. Oppure quando i professori di razza ebraica furono costretti dalle “Leggi razziali” fasciste ad andarsene altrove (spesso negli Stati Uniti): vedi Mortara ed altri.
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Da quando, a fine 1949, divenni assistente di Gino Zappa (e prima che la professione mi impegnasse) passavo molte giornate in università e alle 12.30 sedevo nella mensa al pianterreno, quasi sempre a un tavolo con gli amici e i colleghi più cari; fra di essi era presente anche Fausto Pagliari. Solo qualche volta, invitato dal Rettore Giovanni Demaria, mi sedevo al suo tavolo: era un onore, ma in realtà un disagio al quale aderivo proprio quando risultava inevitabile (e l’ora anticipata alle 12.30 serviva anche a tal fine). Con me ricordo più volte Francesco Brambilla, Aldo De Maddalena, Tullio Bagiotti: devo dire che la mensa (la povera mensa post-bellica, quella con i “bollini” della tessera annonaria) era da anni per me un ritrovo importante. Fin da quando, dall’inverno del 1946 (ancora senza il riscaldamento) le amiche di Treviglio neostudentesse di lingue (Lidia, Elsa e altre), dalle 11 (e anche prima, se del caso) si recavano in mensa per occupare un tavolo nei pressi dell’unica stufa allora funzionante, per se stesse e per i colleghi. E questi giungevano appunto al termine delle lezioni, alle 12.30. Un apporto essenziale alla sopravvivenza degli amici studiosi.
L’oretta trascorsa al tavolo per consumarvi il risotto troppo cotto (e fino al 1947 anche spesso freddo) era meravigliosa. Dopo la nomina ad “assistente”, con Pagliari e alcuni amici docenti era anche un godimento intellettuale.
Pagliari, che conosceva tutte le principali lingue, ma che eleggeva il milanese-cremonese a “lingua per gli amici”. Così, quando si ricordava di un libro che avrei dovuto consultare, cominciava: «Ti te düvereset vardà ...» (“Dovresti guardare...”).
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Qualche volta, il sabato, quando lo vedevo avviarsi verso casa, ovviamente a piedi, con un fagottello di libri legati con una funicella a tracolla (da catalogare nel fine settimana: questo era il suo weekend), mi offrivo di accompagnarlo per sollevarlo dal peso.
E lui qualche volta mi diceva: «Lo fai perché sono vecchio: ma guarda che dopo i 75 anni non si è più vecchi, perché comincia la “decrepitezza”». Frase che talvolta mi ritorna alla mente oggi, che i 75 anni li ho passati da un pezzo, e non amo essere considerato vecchio, mentre in realtà – nel linguaggio di Pagliari – sarei più che decrepito. Ma forse, mi dico, erano altri tempi... (o almeno spero).
Quando il 15 dicembre 1952 (anch’io ero presente tra i più giovani docenti) il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi presenziò in aula magna alla celebrazione del primo cinquantennio di vita della Bocconi, si preoccupò di cercare tra la folla Pagliari, che egli conobbe come bibliotecario ai tempi del suo insegnamento bocconiano in piazza Statuto, in anni ormai lontani. Non lo vide e in una lettera a Palazzina (del 17/12/1952) scrisse: «(...) Nella ressa non vidi Pagliari. Gli faccia i miei migliori auguri».
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Quando nel 1953 scrissi un impegnativo libro sui “costi di azienda” (un tema serio, perché dovevo cercare di superare, ma senza contraddirli, gli insegnamenti della mia Scuola), dovetti fare incetta di tutti i libri in argomento della biblioteca della Bocconi. Allora il numero di prestiti consentiti era di tre libri (per volta). Io avevo bisogno di tutti: circa un centinaio, in massima parte stranieri (americani e tedeschi, perlopiù). Quasi tutti risalenti all’anteguerra: dopo il 1945 il flusso non era ancora ricominciato, o accadeva per pochissimi casi.
Pagliari cominciò ad accordarmi permessi di 4-5 libri per volta; ma dopo qualche mese li avevo quasi tutti. Gliene parlai con franchezza: «Nessuno li può sfruttare meglio di te – fu la sentenza – e se ci fosse qualche specifica richiesta, ne riparleremo».
Non se ne riparlò fino alla fine del mio libro.
Quando gli dissi quanto mi fossero stati utili, anzi indispensabili, per capire a fondo la posizione di isolamento in cui la Scuola zappiana si era posta e per cercare, in punta di penna, di apportarvi le integrazioni richieste dai tempi, ne fu felice, come se gli avessi fatto un regalo (che in realtà lui aveva fatto a me).
Un altro suo grande “cliente” era Bagiotti, che in biblioteca stazionava intere giornate (anche perché, all’epoca, era da escludere che un assistente potesse disporre non dico di un proprio ufficio, ma anche solo di una scrivania). Sennonché Pagliari, pur rispettandolo pienamente, non lo filava. «Ti te set püse a la man» (“Tu sei più alla mano”), mi diceva.