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Il mondo di Guatri

2026/15

Giovanni Demaria

È stato un grande economista del Novecento, originalissimo nelle sue teorie audaci, tenace nelle proprie opinioni e nei comportamenti (fino a sfidare la dittatura), amato da generazioni di studenti bocconiani, ma per quasi vent’anni in opposizione al Consiglio d’Amministrazione (e per un breve periodo anche al Consiglio di facoltà). Considero un grande onore averlo convinto a riconciliarsi con la “sua” università. Giovanni Demaria è stato uno dei grandi docenti nella storia della Bocconi, uno dei suoi massimi economisti, uno scienziato multiforme, un Maestro con la “M” maiuscola (Riquadro 1).

Riquadro 1 Biografia sintetica di Giovanni Demaria

  • Nasce a Torino il 5 dicembre 1899
  • Combatte come ufficiale dartiglieria (1917)
  • Si laurea a Torino (Istituto superiore di commercio)
  • Studia a Venezia Ca Foscari con Gustavo Del Vecchio (che considera suo Maestro)
  • 1928: libero docente
  • 1929: vince il concorso e viene chiamato per la cattedra di Economia politica allIstituto superiore di scienze economiche e commerciali di Bari
  • 1930/33: si specializza a Harvard
  • 1938: viene chiamato come ordinario allUniversità Bocconi
  • 1945: pro-rettore della Bocconi (nomina del Comando alleato: assomma le funzioni accademiche e amministrative)
  • 1945/46: presidente della commissione economica dellAssemblea Costituente
  • 1946/52: Rettore della Bocconi
  • 1938/70: direttore dellIstituto di Economia E. Bocconi
  • 1939/75: direttore del Giornale degli Economisti
  • 1970: esce dai ruoli
  • 1986: viene nominato professore emerito dellUniversità Bocconi
  • Muore a Milano il 12 aprile 1998

Egli ebbe evidentemente, una lunga vita (giunse quasi al traguardo dei 99 anni!).

* * *

A fine agosto del 1945 m’iscrissi alla “Bocconi”. Qui, dai manifesti ancora appesi ai corridoi, il Rettore professor Paolo Greco sembrava impartire le ultime disposizioni. Ma erano nei fatti già superate, come anche noi giovani studenti venimmo a sapere pochi giorni dopo. Con una storica lettera del 7 agosto, infatti, il professor Giovanni Demaria aveva informato la presidente dell’Università Bocconi (nobildonna Javotte Bocconi di Villahermosa): «Dal Comando Alleato mi è stato conferito l’incarico di reggere per il momento, e con la doppia funzione accademica e amministrativa, le sorti della nostra Università».

La ragione dell’incarico a Demaria fu principalmente la sua fiera opposizione al fascismo, che pure tanti guai gli aveva procurato in anni precedenti. Demaria assunse in tal modo, alla ripresa post-bellica, inizialmente la qualifica accademica di pro-rettore, che ricoprì per l’anno accademico 1945/46. Nel 1946 il Comando alleato consentì al ripristino dello status normale e il nuovo Consiglio d’Amministrazione (alla cui presidenza era tornata donna Javotte Bocconi) lo nominò Rettore per l’anno accademico 1946/47.

* * *

L’aula di primo anno (la sola con capienza di circa 200 posti) era colma per i soli quattro corsi cosiddetti “difficili”; alla metà o meno rimanevano gli altri corsi. Alle lezioni di Demaria (e di Frumento) ero sempre presente.

Demaria appariva in aula sempre al mattino. Ci intratteneva sullo Stato sociale moderno, il libro che stava scrivendo (e quindi non era materia d’esame) e lasciava il resto (cioè la materia d’esame) al dottor Armando Frumento, suo collaboratore stretto.

Ma nessuno lo evitava all’esame (dopo aver superato il preesame di Frumento). Davanti a lui finii anch’io, in quel giugno 1946, dopo che Frumento mi aveva dato ampi segni di assenso (ma non comunicato il giudizio, che rimaneva riservato). Demaria mi esaminò con la sua consueta attenzione, appesantì via via le domande; alla fine afferrò il libretto e lo riempì in un secondo: “trenta e lode”. Il fatto non accadeva più di una volta all’anno.

Al secondo anno, come sempre accadeva in quei tempi, lo scenario mutava: le lezioni si svolgevano nelle aulette al secondo piano di via Sarfatti e registravano 30-40 presenze. La suddivisione delle lezioni non mutava: Demaria allo Stato sociale moderno, aggiungeva, ogni due settimane, un seminario basato sulla discussione di un libro scelto di volta in volta; agli assistenti (al secondo anno il giovane Innocenzo Gasparini) erano affidate le lezioni sulla Logica economica.

Avevo l’impressione che, dopo l’esame di primo anno, Demaria mi riconoscesse: mi chiese infatti di svolgere la presentazione di un articolo del professor Umberto Ricci sull’elasticità della domanda per il primo seminario periodico. Mi lasciò esporre e discutere il testo “dall’a alla z”. Intervenne brevemente nella discussione e alla fine commentò, rivolto alla classe: «Che ne dite? Ha dimostrato sicurezza e chiarezza; e i commenti (troppi formalismi eccetera, eccetera) sono corretti. Ha fatto molto bene».

Fu così che mi notò: e da quel momento, in quella piccola aula, non erano rare le occasioni in cui, nel corso di una lezione, si rivolgesse a me, chiedendo: «Guatri, che ne pensa?». Dovevo interloquire con lui; e così facevo. All’esame di giugno, quando mi sedetti davanti al Maestro, mi fece alcune domande: ma aveva l’aria di chi già sapesse che l’esame era quasi pleonastico. Poco dopo, infatti, vergò il “trenta e lode”.

* * *

I miei primi anni di presenza costante in Bocconi (prima dell’incarico a Genova, chiamatovi da Aldo Amaduzzi) sono compresi tra il 1945 e il 1952: pressoché l’intera durata del rettorato di Giovanni Demaria. Per 4 anni da studente e per 3 anni (dal 1949), su chiamata di Gino Zappa, come assistente effettivo (era questa la qualifica dell’epoca: non eravamo più d’una decina per tutte le materie).

Degli allievi di Zappa ero considerato il più ben visto da Demaria e, quindi, dai suoi assistenti dell’epoca, tra i quali l’“inviso” (agli aziendalisti) Tullio Bagiotti, suo fedelissimo: comporrà la Storia dell’Università Bocconi 1902-1952 e a lui il Maestro affiderà la Rivista di Scienze Commerciali, sollevando – specie tra gli aziendalisti – non poche critiche.

Quei tre, quattro anni, che sono anche gli anni della mia giovinezza (tra i 22 e i 25), vedevo Demaria (quasi) ogni giorno; talvolta, sottraendomi ai miei amici più cari di mensa (da Pagliari a Brambilla, da De Maddalena a Bagiotti ecc.) mi invitava al suo tavolo e mi intratteneva cordialmente. Lì si parlava dei grandi fatti del Paese e del mondo: mai di fatti bocconiani, sui quali quell’uomo “tutto d’un pezzo” rispettava le regole e le convenienze, non parlandone con un giovane assistente.

* * *

Il 26 ottobre 1952, quando si pose di nuovo il problema della nomina del Rettore, il Presidente del Consiglio Dott. Cicogna spiegò che i rapporti con Demaria – a suo dire – si erano deteriorati. Così Demaria cessò dal Rettorato a 53 anni, nel pieno delle sue forze e della fama.

Quello che accadde tra la fine del 1952 e il 1970 (per 18 anni!) ha dell’incredibile. Demaria, riconosciuto e osannato in ogni parte del Paese e del mondo, temuto e onorato dai suoi studenti, con molti allievi affezionati in cattedra, fu in continuo conflitto con il Consiglio d’Amministrazione; e più avanti anche con il Consiglio di facoltà della Bocconi. Sono circostanze che ho vissuto ben poco (o per nulla): erano gli anni dell’impegno nella professione, nell’insegnamento (pur senza abbandonare la Bocconi) a Genova (1953/57) e più avanti della cattedra a Parma (1960/69).

Quando giunsi al Consiglio di facoltà della Bocconi (1969) Demaria già non vi interveniva più; quando entrai nel Consiglio d’Amministrazione (1974), i conflitti si erano da tempo sopiti... Insomma, per vent’anni, non mi resi ben conto di quanto stava accadendo.

Dal novembre 1984 ero diventato Rettore; il direttore dell’Istituto di Economia politica era Mario Monti; il direttore del Dipartimento di Economia era Adalberto Predetti. Un giorno ci riunimmo nell’ufficio rettorale e chiesi a tutti una franca risposta alla domanda: può la Bocconi (dopo 11-12 anni, cosa che mi sembra impossibile!) esitare oltre nel proporre la nomina di Giovanni Demaria a professore emerito?

La risposta fu pronta e unanime: “siamo assolutamente d’accordo: no”. Mi riservai solo d’informarne il presidente del Consiglio di Amministrazione, Giovanni Spadolini: anch’egli non vide alcun impedimento.

Il vero problema, feci a questo punto presente a Monti e a Predetti, sarà riuscire a convincerlo; dovremo tutti impegnarci.

Il primo segno positivo giunse allorché, alla richiesta di un incontro presso la sua abitazione di via Melchiorre Gioia a Milano, l’appuntamento ci venne dato.

Nel giorno stabilito, ci presentammo puntualissimi all’ingresso.

Salendo le scale, ricordo di aver detto agli amici: «Speriamo, queste scale, di non rifarle tra poco di corsa, o a ruzzoloni...». Non fu ovviamente così: il Maestro ci accolse sorridente sulla porta e ci salutò con cordialità. Ancora un po’ timoroso illustrai il nostro proposito. Non esitò nemmeno un attimo: si disse grato della proposta e di accettarla ben volentieri.

Ci intrattenemmo ancora un quarto d’ora a conversare con lui. Infine gli chiesi (ancora con un po’ di timore) se, concluse le procedure ministeriali, ci avrebbe fatto l’onore di intervenire alla prossima inaugurazione dell’anno accademico (in quel momento ricordavo come, nel 1968, a quella cerimonia aveva rifiutato di tenervi la prolusione e non era nemmeno intervenuto; e dopo d’allora non era più apparso in Bocconi). Accettò anche questo!

Con Mario Monti e Adalberto Predetti, salutato il Maestro, scendemmo quelle scale felici. Il Maestro tornava, dopo 16 o 17 anni, alla più sacra delle cerimonie bocconiane; tornava alla “sua” università! Nel mio quinquennio rettorale ho avuto giornate di gioia e di soddisfazione (e viceversa, naturalmente): ma questa fu ineguagliabile!

Sono ancora orgoglioso di questo passo. Ma le sorprese non erano finite. Dopo che il Consiglio di facoltà ebbe approvato il 5 dicembre 1986, con voto unanime, la proposta al ministro per la nomina di Giovanni Demaria con una relazione degna di lui, il giorno dell’inaugurazione dell’anno accademico 1987/88 ebbi la gioia di vederlo apparire (88enne) in toga e tocco. Mi alzai per farlo sedere in una posizione di massimo riguardo, in prima fila tra il corpo accademico; accettò con piacere.

Durante il mio discorso giunsi al punto in cui comunicai all’aula gremita la nomina a professore emerito di Giovanni Demaria.

E qui avvenne puntualmente quanto attendevo: l’intera sala si alzò e si sciolse in un interminabile applauso. Anche il Maestro si alzò, s’inchinò e salutò più volte. Era commosso, e più di lui lo ero io, lo eravamo tutti.

Giovanni Spadolini quel giorno mi disse che avevo fatto per la Bocconi il massimo che potessi fare; e aggiunse che la cancellazione di una pagina, per noi pressoché incomprensibile della sua storia, fosse assolutamente doverosa!