Il mondo di Guatri
2026/15
Claudio Demattè
Claudio Demattè è stato, tra il 1970 e il 2003, uno dei più importanti personaggi bocconiani. Per la Bocconi ha fatto moltissimo; e se il destino non ce l’avesse tolto troppo presto, avrebbe fatto, ne sono sicuro, molto di più. Una sua lettera, scritta pochi mesi prima della scomparsa ai vertici bocconiani (e di cui dirò più avanti), dimostra con tanta chiarezza che l’averlo avuto con noi “solo” per 33 anni è stata una perdita pesantissima.
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Demattè era molto più giovane di me: era nato (a Trento) nel 1942; si era laureato nel 1966 (17 anni dopo di me, che nel 1960 quand’egli non era ancora studente bocconiano, ero già in cattedra). Ma, nonostante ciò, l’ho conosciuto molto bene e fin dal principio (cioè dalla fondazione della SDA e dalla “ideazione” del primo Master) mi ero accorto delle sue straordinarie capacità di studioso e di manager. Ancor prima, com’è ovvio, se n’era reso conto Giordano Dell’Amore, il suo maestro e grande sostenitore: quante volte ebbe a ripetercelo, alla metà degli anni Settanta, nel Consiglio d’Amministrazione della Bocconi!
Quando, nel 1969, ci si rese conto che il Corso per dirigenti (biennale, serale, che Dell’Amore aveva promosso nel 1955) era diventato obsoleto (come anch’io più volte avevo segnalato, tanto che ne fu disposta la sospensione nel 1970), gli aziendalisti bocconiani dell’epoca (Giorgio Pivato, Carlo Masini, io e i più giovani Vittorio Coda e Roberto Ruozi) cominciarono a riflettere con Dell’Amore su come potesse essere rinnovato e reso più aderente ai tempi.
Un ruolo decisivo in questa riflessione lo assunse un giovane “assistente” al ritorno da esperienze maturate a Harvard: esperienze che egli seppe (e proprio in questo sta il suo massimo merito) adattare alla realtà italiana. Si trattava naturalmente di Demattè.
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Rispetto al passato, una delle differenze principali che veniva proposta riguardava l’adozione della didattica “attiva”, compresa la discussione in aula dei “casi”.
Nacque così la Scuola di Direzione Aziendale (SDA). Dell’Amore ne fu il sostenitore; Demattè il massimo realizzatore. Ma soprattutto ne fu il trascinatore negli anni successivi, portandola a successi insperati mediante la costruzione di un “modello” originale, che non fu una copia delle business school anglosassoni.
L’avvio nel 1974 del Master di direzione aziendale, il primo in Italia, fu in realtà una delle più forti iniziative della Bocconi. Anche questa volta con l’appoggio incondizionato di Dell’Amore, che lo sostenne da par suo davanti al Consiglio d’Amministrazione (nel quale in quell’anno anch’io ero entrato come consigliere delegato).
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Mi tornano ora alla memoria ricordi che credevo per sempre sepolti: di quando con Coda, Ruozi e Demattè ci si incontrava, al sabato, nella mia casa di via Massena per definire le linee generali del progetto. Ogni volta sentivo in lui (e negli altri due amici) il desiderio di costruire qualcosa di nuovo: che non fosse, peraltro, un prodotto di pura matrice anglosassone, ma valido anche per il nostro mondo, che contiene realtà aziendali spesso del tutto diverse.
Naturalmente Demattè (forse solo lui poteva farlo) fu poi ufficialmente incaricato della gestione del progetto: con la sua forza di trascinamento, con la sua capacità di suscitare entusiasmo, con le sue doti di manager, seppe portarlo al successo. Cosa che non avvenne per altre similari iniziative, nate in Italia all’incirca negli stessi tempi, che copiavano alla lettera le esperienze anglosassoni, senza i necessari adattamenti; e soprattutto senza disporre di un Demattè.
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Alla rivista Economia & Management, che fondò nel 1988 (quando era direttore generale della SDA) Demattè dedicò, oltre alla sua straordinaria capacità d’inventiva, un duro lavoro che riguardava non solo la programmazione e la discussione ogni bimestre del nuovo numero della rivista, ma un suo editoriale di ampio respiro su argomenti di vasta portata e di grande attualità. Una volta gli chiesi, a proposito di questi editoriali (che anch’io usavo, peraltro, in forme più brevi, talvolta di una sola pagina, su altre riviste bocconiane o vicine alla Bocconi) come potesse sostenere un così duro impegno. Con la sua abituale franchezza mi rispose:
«Lo sopporto, ma che fatica!».
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Claudio Demattè è stato anche un grande manager. E tra i suoi incarichi più impegnativi vanno senza dubbio annoverati la presidenza di Carime (1996/2000), la presidenza delle Ferrovie dello Stato (1998/2001), la presidenza della RAI (1994): incarichi che a chiunque avrebbero fatto tremare le vene e i polsi (non a lui). Ma non è di questi che intendo parlare, perché qui ricordo solo i rapporti che ho avuto personalmente (come con tutti gli altri personaggi rappresentati in questo libro).
Con Demattè manager mi sono incontrato in un solo caso: nel Mediocredito Regionale Lombardo (allora presieduto dal professor Caloia e controllato dalla Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, dove io rappresentavo gli azionisti di minoranza, designato dalle banche popolari). In quella sede i rapporti furono anche intensi, in quanto ambedue facevamo parte, oltre che del Consiglio d’Amministrazione, anche del Comitato esecutivo, dove sedemmo fianco a fianco per molti anni. Ricordo ancora nitidamente quelle lunghe sedute a Milano in via Broletto. È lì che ho potuto apprezzarlo meglio nelle vesti di banchiere, nelle quali non lo conoscevo.
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Claudio Demattè scrive l’8 dicembre 2003 una lunga lettera indirizzata ai vertici (all’epoca) della Bocconi: che risulterà un estremo sforzo per contribuire, con la sua intelligenza, con la sua schiettezza, con il suo senso di realismo, a indirizzare le scelte – che egli sentiva imminenti – sul futuro della “sua” università.
Nel biglietto con il quale me l’inviò scrisse di «una riflessione sul problema Bocconi, sperando che possa essere di qualche utilità». La lettera mi raggiunse solo il 22 dicembre a Casa de Campo (nella Repubblica Domenicana), dove mi trovavo. Ho rinvenuto tra le mie carte la lettera con cui gli risposi dopo qualche settimana: avevo riflettuto non poco su di essa.
Avevo visto nell’impegnato scritto di Demattè (che evidentemente aveva dedicato al tema non poco tempo e una lunga riflessione) un contributo di estrema importanza. Quando tornai in Italia verso la metà di febbraio, mi proposi di incontrarlo al più presto e già mi ero preparato con qualche nota, scritta a margine della sua lettera, all’incontro. Ma il destino non ha voluto che l’incontro avvenisse. Il 18 marzo 2004 l’amico Claudio ci lasciò all’improvviso.
Ripercorrendo oggi, che parlo di lui, quell’ispirato documento dell’8 dicembre 2003, mi rendo conto che se Iddio ci avesse conservato la sua presenza per qualche anno ancora, egli avrebbe potuto incidere positivamente sull’evoluzione della Bocconi.
Aveva in mente (e mise per iscritto, anche controcorrente) un quadro preciso, che avrebbe lasciato una traccia profonda.
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Dopo la sua morte, ho partecipato più volte alla celebrazione, presso la Chiesa di S. Ferdinando, di messe affollate in suo suffragio. Ho visto crescere gradualmente la bambina che aveva in braccio quando l’infarto lo colpì. Oggi, coi miei 88 anni, sono diventato troppo vecchio: ma vi partecipo col cuore.
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Scrive Enrico Valdani: “non credo di violare la sua intimità raccontandovi di Claudio privato. Parlava spesso con grande affetto e orgoglio di Maurizio e Stefano, i suoi figli grandi, quasi sgomento che lo stessero facendo nonno. Parlava con altrettanta tenerezza di Maura, il suo primo amore. Parlava con passione di Sandra, il suo secondo amore e con immensa felicità parlava di Margherita che gli illuminava la vita quale nuovo padre.”