Vai al contenuto principale Vai in fondo alla pagina

Il mondo di Guatri

2026/15

Gianguido Scalfi

Quando nel gennaio 1965 fu proposta la chiamata di Scalfi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Parma, dopo il suo successo nel concorso a cattedra, fui tra i più pronti e convinti suoi sostenitori. Al suo arrivo a Parma fummo subito amici.

Scalfi fu in breve una delle figure rappresentative di quella ristretta e affiatatissima facoltà (fatta quasi esclusivamente di milanesi, con prevalenza di bocconiani), ma non era solo amicizia: ci univa un profondo senso di reciproca stima e di grande considerazione.

Che non venne mai meno, in nessuna circostanza, anche difficile.

Sottolineo: Gianguido Scalfi è stato uno dei grandi amici della mia vita. Poco più anziano di me (nacque a Milano il 3 aprile 1924), fu fin dagli anni Cinquanta tra i migliori allievi di una delle “stelle” del firmamento giuridico e avvocatesco di Milano: il professor Aurelio Candian. E come tale l’avevo conosciuto di fama prima di incontrarlo a Parma.

A Parma dopo la prematura scomparsa, a soli 53 anni, del noto matematico Eugenio Levi, che fu un grande preside della facoltà, e dopo un intermezzo movimentato di Aldo De Maddalena, Scalfi divenne anche preside, incarico che ricoprì con assoluta dignità e rigore.

Ambedue ci trasferimmo da Parma alla Bocconi il 15 ottobre 1969: per me fu l’atteso rientro (solo per la cattedra, visto che come professore incaricato e direttore di Istituto – l’IEFE – non ne ero mai uscito); mentre Gianguido, che si ritrovò in un ambiente del tutto nuovo, fu chiamato alla cattedra di Istituzioni di diritto privato.

Sapevo bene che, con ciò, la mia università avrebbe fatto un importante acquisto. Infatti Dell’Amore, all’epoca Rettore, lo chiamò prestissimo (già nel 1969/70) alle funzioni di pro-rettore: in pochi anni – ed in uno dei momenti più difficili della vita del nostro Ateneo – ci ritrovammo, ancora una volta assieme, proiettati ai vertici della nostra università.

La seduta del Consiglio d’Amministrazione dell’8 novembre del 1974 fu di svolta. Almeno per cinque motivi:

  1. segna, per la prima volta, l’ingresso in Consiglio: di Giovanni Spadolini (designato dal ministro della Pubblica Istruzione), di Dino del Bo, di Roberto Calvi (!), di Innocenzo Gasparini e di me stesso (questi ultimi designati dall’Istituto Javotte Bocconi – Amici della Bocconi);
  1. decide la nomina di Giovanni Spadolini a vicepresidente;
  2. la nomina di Luigi Guatri a consigliere delegato;
  3. la nomina di Gianguido Scalfi a Rettore per l’anno accademico 1974/75;
  4. indica in Innocenzo Gasparini il Rettore per il successivo anno accademico 1975/76.

Sorprendente e inusitato, in tutto ciò, non fu il fatto che Scalfi (che, dopo le dimissioni di Dell’Amore nel novembre 1973, aveva già esercitato le funzioni rettorali con la qualifica di pro-rettore per il 1973/74) venisse nominato per un solo anno (poiché questa era la norma statutaria, all’epoca), ma che fosse già precisato che non sarebbe stato confermato per l’anno successivo; e che il suo successore venisse già indicato.

Oggi come allora credo che il Presidente Cicogna, navigato uomo d’azienda, avesse ben chiaro un disegno: dopo la dura contrapposizione che Dell’Amore e Scalfi avevano coraggiosamente condotto (e Scalfi stava conducendo) alla contestazione studentesca (contrapposizione che lo stesso Cicogna aveva pienamente condiviso), stava per giungere una fase di atteggiamenti rettorali più morbidi, più sfumati, più aperti a qualche forma di trattativa. Che si dovesse insomma por fine alla conflittualità, anche pagando qualche prezzo era inevitabile... Ma era ovvio che non potesse chiedere a Scalfi – il Rettore intransigente e “tutto d’un pezzo” – un così sensibile mutamento di politica. Per contro, la nuova impostazione sarebbe stata meglio e più credibilmente gestita dal più duttile e “politico” Gasparini.

Perciò si considerò – come sibillinamente dice il verbale – «fecondo e utile agli interessi dell’Ateneo un normale avvicendamento» (che invece “normale” non era).

* * *

Il 3 giugno 1975 (poco dopo le ore 16) mentre stavo entrando nel mio ufficio di consigliere delegato di via Sarfatti, vidi aprirsi la porta del corridoio che collegava quegli uffici col settore delle aule: giungeva, trafelato e stranamente arruffato nei capelli, il mio amico Rettore, seguito da un assistente: «Che è accaduto Gianguido?», chiesi. «Mi hanno pestato...».

«Che significa?» e intanto lo facevo entrare nel mio ufficio col suo giovane collaboratore (il dottor Gambaro). Era ancora ansimante... Quando si calmò un poco, riuscì a spiegarmi: «Mezzo centinaio di giovani della cosiddetta sinistra extraparlamentare, non frequentatori delle mie lezioni, si sono stretti minacciosamente intorno alla cattedra. Volevano spiegazioni – dissero – ma poi le parole furono sostituite da calci e pugni».

Arrivò di corsa anche il dottor Enrico Resti, che era già stato informato dell’accaduto dal personale. Ci stringemmo tutti attorno al Rettore: il nostro simbolo indomabile e coraggioso; nessuno meglio di Gianguido Scalfi, nella sua fragilità fisica e nella sua fierezza, poteva rappresentarlo più degnamente!

Un quadro che è rimasto, dopo quasi 40 anni, ancora nitidissimo nella mia mente. E che sempre associo all’aggressione fascista al Rettore Angelo Sraffa, avvenuta nel 1922 all’ingresso di largo Treves, allora motivata dal fatto che gli ex combattenti della prima grande guerra non venivano promossi con esame... agevolato.

* * *

Considero la prolusione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1994/95 (che è anche l’ultima, purtroppo, cui Gianguido Scalfi ha partecipato) dal titolo «Il diritto vivente» come il suo testamento spirituale. Sono pagine di altissimo livello scientifico e morale, quasi presagisse quella prolusione come l’ultima occasione per lasciarci un messaggio e un ricordo imperituro: col passare degli anni, trovo questo testo forte e allo stesso tempo poetico. Forse quella vena di poesia, gli discende per i rami di famiglia: Ada Negri era sua nonna.

* * *

Nell’agosto del 1995 mi trovavo a Casa de Campo (nella Repubblica Domenicana). Ero tutto immerso nelle mie carte, quando mi giunse una notizia inattesa e per me dolorosissima: «È deceduto Scalfi». Ricordo la disperazione di non potermi collegare con i miei abituali riferimenti a Milano (sia l’ufficio privato, sia gli uffici della Bocconi erano chiusi per le ferie estive). In quegli anni anche i giornali italiani arrivavano là (quando pure arrivavano) con giorni di ritardo. L’unico possibile cenno di partecipazione, che al momento non seppi neppure capire se sarebbe stato tempestivo, erano i necrologi sul Corriere della Sera: troppo poco per un’amicizia/colleganza profonda e inespugnabile com’era stata la nostra per più di trent’anni!

Dopo qualche giorno mi pervenne, per mia consolazione, copia di un articolo scritto con mano magistrale e con profondo sentimento da Paolo Panerai[2] (in “Orsi e Tori”, Milano Finanza, 26 agosto 1995), che ripropongo qui integralmente:

I lettori mi perdoneranno se concludo questo Orsi & Tori con una nota privata, ma la morte del professor Gianguido Scalfi in effetti riguarda anche loro. Li riguarda perché il professor Scalfi era il presidente di Class Editori, dopo esserne stato consigliere sin dalla fondazione e quindi garante del progetto di una casa editrice di giornali economici e politici completamente indipendente dal grande capitale finanziario e industriale. Il professor Scalfi è stato il terzo presidente di Class Editori, dopo il professor Guatri e il professor Alberto Bertoni. Si era con loro avvicendato, affondando come loro le sue radici in quella casa unica che è l’Università Bocconi, di cui il nostro Presidente era stato rettore e dove continuava a insegnare come ordinario di Istituzioni di diritto privato.

Soltanto chi ha conosciuto personalmente il professor Scalfi può comprendere quanto sia pertinente definirlo non solo uno straordinario maestro di diritto, ma anche di saggezza, un uomo di rara umanità e dolcezza. Con il suo papillon inseparabile e una costante eleganza interiore prima che esteriore, da vero signore, è stato decisivo per l’affermazione del progetto di Class Editori non solo per gli atti compiuti come consigliere e presidente ma anche per la sicurezza che ci ha fatto sempre sentire addosso: sempre pronto al consiglio più saggio e più giusto, sempre disponibile a comprendere anche le posizioni avversarie e a vivere e a far vivere anche le fasi più aspre con la serenità più alta che un uomo possa avere.

Il vuoto che lascia a Class Editori non è sicuramente paragonabile a quello che lascia alla Sua bella famiglia, al cui dolore tutto il personale della nostra casa editrice partecipa nel modo più fraterno, ma è ugualmente enorme. Buon viaggio, professore. Continui a guidarci.

Il Suo esempio sarà la bussola più preziosa per il nostro cammino sulla strada dell’autonomia, alla ricerca della correttezza e libertà che ci ha insegnato.

* * *

Anche la Bocconi, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1995/96, lo ricordò degnamente nella relazione annuale del Rettore, professor Roberto Ruozi (associando la sua memoria a quella del professor Carlo Masini, altro bocconiano insigne e amico di una vita, deceduto il 20 settembre dello stesso anno).

Ecco come Ruozi concluse il suo intervento: “Gianguido Scalfi e Carlo Masini hanno quindi lasciato un profondo vuoto nel nostro Ateneo, e tutti noi conserveremo un ricordo incancellabile delle loro virtù umane e scientifiche. Alla loro memoria mi permetto di chiedervi un attimo di raccoglimento.”

In quel minuto in piedi sul palco della storica aula magna di via Gobbi, a fianco di Mario Monti, ho rivisto come in un film i trent’anni di amicizia fraterna con Gianguido: con lui mai un disaccordo, mai una crepa, mai neppure una parola che non fosse sincera e disinteressata.

1

Paolo Panerai, giornalista, fondatore di Class Editori e nel 1986 del quotidiano economico-finanziario MF Milano Finanza, è autore di una rubrica settimanale intitolata “Orsi & Tori”.