Il mondo di Guatri
2026/15
Sergio Vaccà
Sergio Vaccà era nato a S. Zenone al Lambro (in provincia di Milano) il 10 agosto 1927; è quindi coeva la nostra laurea (lui in Cattolica, io in Bocconi), dopo la quale egli rimase in Cattolica (il suo Maestro fu Pasquale Saraceno) ed io in Bocconi, chiamato come assistente effettivo da Gino Zappa.
Saraceno era stato allievo di Zappa: un aziendalista, tuttavia fortemente orientato ai problemi sociali. Al suo Maestro Vaccà restò sempre affezionato e, pur percorrendo strade proprie, rimase sempre affascinato dai suoi studi e dalle sue ricerche. In un certo senso non fu mai aziendalista “puro”.
Incontrai Sergio all’inaugurazione dell’anno accademico 1962/63 dell’Università Cattolica, dove il professor Zerbi (ordinario di Ragioneria e direttore dell’Istituto di Economia Aziendale) voleva mi trasferissi, da Parma, come ordinario di Tecnica industriale e commerciale, per subentrare allo scomparso Pasquale Saraceno.
Al mio arrivo in Cattolica, Zerbi convocò Sergio Vaccà. E, dopo averlo informato che io avrei condotto il corso diurno e lui quello serale (come, all’epoca, si usava), gli chiese di uniformarsi ai contenuti del mio corso o comunque di accordarsi con me. Io dissi subito a Sergio che continuasse a svolgere il suo programma in piena libertà.
Fu Zerbi a presentarmi al Rettore dell’epoca, il noto economista Francesco Vito (succeduto al fondatore, padre Agostino Gemelli) e a Giuseppe Lazzati (noto anche come animatore dell’Azione Cattolica lombarda).
Fu così che io, “bocconiano di ferro”, trascorsi in Cattolica un intero biennio, avendo ricevuto il placet di Giordano Dell’Amore (il quale, tuttavia, non consentì mai che vi assumessi la cattedra malgrado le insistenze di Zerbi).
In quegli anni partecipai in toga all’inaugurazione dell’anno accademico, che si concludeva, dopo il discorso del Rettore, con la relazione del presidente dell’Istituto Toniolo (il “custode delle sorti dell’Università”: il corrispondente del bocconiano Istituto Javotte Bocconi-Amici della Bocconi).
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Mi avvidi che, con il passare del tempo, il “cattolico” Sergio Vaccà si spostava sempre più a sinistra: nei primi anni Settanta, dopo essere diventato ordinario a Genova, quando in Italia giunse la contestazione studentesca, si schierò apertamente a favore dei movimenti studenteschi. Le nostre discussioni alla Pineta di Arenzano, dove spesso veniva a trovarmi, divennero sempre più accese. A un certo punto gli chiesi addirittura – con l’amicizia che ci consentiva di essere reciprocamente schietti – se stesse “ammattendo”.
Fu, naturalmente, una fase passeggera della sua vita: coi fumi del ’68 svanirono anche gli eccessi; e tornò a una visione meno rivoluzionaria/barricadiera e più realistica delle battaglie sociali.
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Nel 1974, in Bocconi, ero il consigliere delegato. Dall’anno seguente, 1975, Innocenzo Gasparini divenne Rettore (e lo fu sino al 1984). In quello stesso anno il presidente Furio Cicogna ci lasciò (1975) e gli subentrò – su designazione dell’Istituto Javotte Bocconi-Amici della Bocconi – Giovanni Spadolini.
Si creò una situazione per cui, sui fatti accademici, l’accoppiata Gasparini-Guatri assunse la piena “regia” della vita dell’ateneo.
Agli inizi degli anni Ottanta, decidemmo di rompere la sino ad allora ferrea regola del fifty-fifty nell’assegnazione delle cattedre (50% agli “aziendalisti” e 50% agli “altri”, economisti-giuristimatematici-storici, ecc.), che resisteva dai tempi in cui Giordano Dell’Amore “governava” l’ateneo. Fu così che, riconoscendo in Sergio Vaccà sia le caratteristiche dell’aziendalista (seppure anomalo) sia dell’economista, lo chiamammo alla cattedra di Economia delle fonti di energia, collocata nel Dipartimento di Economia Politica. Divenne anche direttore dell’Istituto delle Fonti di Energia.
Conoscevo ovviamente l’attenzione di Sergio per questo campo di studi. Già nel 1974 gli avevo chiesto di affiancarmi nella direzione della rivista Economia internazionale delle fonti di energia (nel 1974 già giunta al 18° anno di vita: era nata nel 1957!). Io mantenni la qualifica di direttore, ma di fatto gli chiesi di prendere gradualmente “in pugno” la rivista.
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Nell’autunno del 1984 divenni Rettore dell’Università Bocconi. Il primo problema che affrontai fu la scelta del o dei prorettori (tutte le cariche rettorali, a quei tempi, erano gratuite: esigevano impegni seri, senza alcuna contropartita monetaria!); la mia scelta cadde, infine, sul binomio Sergio Vaccà-Roberto Ruozi. Fu così che Sergio divenne prorettore.
Di quegli anni alcuni ricordi sono rimasti incancellabili. Come il viaggio in Giappone nel 1989 (erano con noi anche mia moglie Lina, la dottoressa Giacoletto, allora capo ufficio stampa, e Carlo Secchi, all’epoca responsabile delle relazioni internazionali della Bocconi). Di quel viaggio mi sono rimasti impressi tre momenti:
a. la visita all’Università Hitotzùbashi, al Nord dell’isola, col treno ad alta velocità (grande novità a quei tempi: correva a oltre 300 km/h) che in un paio d’ore consentiva di attraversarla; e l’orribile pranzo offertoci dal Rettore: accovacciati per terra, a base di pesce crudo, che dovemmo ingerire... per cortesia;
b. i nostri discorsi alla Camera di Commercio italo-nipponica (con traduzione simultanea: noi parlavamo cinque minuti e il traduttore si esprimeva talvolta in un minuto e altre volte in dieci: misteri del giapponese...). Alla fine dei nostri discorsi, dopo il ringraziamento, un autorevole signore si alzò e porse a ciascuno di noi, con un profondo inchino, un voluminoso pacco di yen...!;
c. la visita a una delle grandi banche nel centro di Tokio, parte essenziale delle disciolte Zabatsu, di fatto rimaste tali o simili, tra la magnificenza di quadri di grandissimi autori stranieri (dagli Impressionisti francesi in avanti), accolti con grande cortesia dal presidente, che ci salutò personalmente.
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L’Istituto di Economia delle Fonti di Energia ha sempre avuto tre caratteristiche peculiari:
- è sempre stato l’Istituto di ricerca dell’Università Bocconi con maggiori entrate;
- si è sempre autofinanziato, grazie all’appoggio delle aziende interessate ai problemi energetici (senza mai gravare sul bilancio dell’Università);
- ha sempre fruito di sedi importanti: agli inizi (1957) al primo piano di via Sarfatti 25 per oltre 30 anni (caso unico all’epoca). Successivamente ai piani superiori di via Filippetti 9 in un grande edificio in locazione (con una biblioteca propria).
Vaccà lo diresse dal 1975 per circa un quarto di secolo.
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Fin dagli esordi (1994) fui nominato presidente della commissione generale premi della Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi, che si divideva in tre settori: Medicina, Economia, Scienze alimentari. Per il settore Economia, la commissione giudicatrice per diversi anni fu così composta: Luigi Guatri (presidente), Mario Arcelli, Giacomo Becattini, Romano Prodi, Maurizio Rispoli. Per accordo assunto tra i membri fu deciso che la successione dei premi avvenisse assegnando ogni tre anni due volte il premio all’Economia politica e una volta all’Economia aziendale. Così nel 1994 il premio fu assegnato a Pier Paolo Sylos Labini, nel 1995 a Siro Lombardini, nel 1996 spettava, finalmente, all’Economia aziendale. Ricordo come non fu facile ottenere simile successione: lo dovetti, in particolar modo, all’appoggio di Romano Prodi, che mi fu sempre amico.
La contesa si aprì tra i due nomi più “gettonati”: Tancredi Bianchi e Sergio Vaccà. Si discusse a lungo, poiché ambedue erano pienamente meritevoli. Mi venne allora l’idea di proporre un ex equo (circostanza che non si era mai verificata). E la tesi prevalse e divenne unanime.
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Finché Sergio rimase, come qualifica formale, tra gli aziendalisti (divisi per raggruppamenti) conducemmo insieme una difficilissima battaglia a favore di “Tecnica industriale e commerciale”, come allora si chiamava, lavorando per terne di vincitori in cui fosse data prevalenza al merito. Una battaglia, in questo nostro Paese, disperata e forse inutile poiché dove prevale il nepotismo non può prevalere la giustizia!
Noi ci occupavamo di concorsi e di elezioni dei commissari in prossimità dei concorsi, poi per anni d’altro (di fare ricerca, di scrivere ecc.), ma altri nostri colleghi – specie al Centro-Sud – non si occupavano sostanzialmente d’altro che predisporre per tempo alleanze, in vista di reciproci favori: insomma di sostenere “a tutti i costi” i loro allievi.
Qualche volta, con Sergio, provammo a fare i conti: «Tanti voti a Milano, tanti a Genova, a Venezia, a Torino ecc. Forse possiamo raggiungere la maggioranza!». Invano: chi aveva lavorato per questo obiettivo per anni, alla fine prevaleva. E noi andavamo nelle commissioni a condurre battaglie disperate (e poche volte con risultati apprezzabili). Fu così che un giorno Sergio si stancò: e, divenendo economista, lasciò il raggruppamento.
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Devo infine ricordare la sua ultima battaglia, condotta con ineguagliabile forza d’animo contro la malattia che lo costrinse alla emodialisi trisettimanale. L’ultimo periodo della vita di Sergio divenne “un calvario”. Dopo essersi risposato, prendendo una nuova dimora a Milano in via Fogazzaro 20, la sua movimentata vita pareva essersi placata, ma una malattia inesorabile quanto lunga lo costrinse a sottoporsi ad emodialisi tre volte alla settimana presso una struttura ospedaliera. In questo doloroso frangente diede prova di una forza d’animo forse senza eguali. Nei giorni di emodialisi si allontanava per buona parte della giornata dallo IEFE, ma in ogni altro momento era indomito alla sua scrivania in via Filippetti 9: e lì, imperterrito, continuava a studiare e scrivere.
Quando passavo a salutarlo in quel suo “regno”, lo trovavo invariabilmente vivace e combattivo.
Anche quando, per raggiunti limiti di età, lasciò la direzione dello IEFE, non lasciò mai la sua scrivania. La testa rimase come al solito lucida, cristallina; forse solo il suo carattere si era un poco addolcito.
Non so perché, ma non gli chiesi mai – malgrado l’amicizia – se fosse tornato credente (all’epoca, del resto, anch’io, pur credente, mi ero allontanato dalla pratica religiosa, alla quale sono tornato solo da 7-8 anni).
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Sergio Vaccà cessò di vivere, tra il cordoglio generale dell’Accademia e dei molti suoi estimatori, il 17 aprile 2007 (aveva compiuto gli 80 anni). Le sue esequie si celebrarono nella chiesa di San Ferdinando all’Università Bocconi. Di quella giornata dolorosa, tra le tante manifestazioni di cordoglio, due episodi mi fanno ancor oggi dispiacere:
- il fatto che i suoi figli si schierassero da un lato e la moglie (sposata in seconde nozze) dall’altro lato dell’emiciclo, senza (almeno all’apparenza, ma vorrei sbagliarmi) comunicarsi il dolore, che pure era nei loro occhi;
- il fatto che, terminata con il Vangelo la commemorazione religiosa, nessuno dei suoi allievi si alzasse per una commemorazione accademica. Mi rivolsi al suo primo allievo genovese, Lorenzo Caselli, e gli chiesi perché nessuno di loro prendesse la parola. Caselli mi disse: «Lo faremo in un’altra sede...». «Ma perché non l’avete detto? – gli chiesi un po’... irritato – l’avrei fatto io, anche improvvisando...». La Bocconi non doveva e non poteva lasciare questo suo professore emerito (in senso “stretto”) senza una parola...
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Mi pare, infine, utile ricordare ciò che Sergio disse il 21/11/1988 nella presentazione degli “Studi in mio onore”.
“Emblematico a questo proposito è stato l’impegno quasi inarrestabile manifestato sul tema del costo di produzione. C’è stata infatti una lunga stagione degli studi di economia aziendale durante la quale era ben difficile che uno studioso, specie se giovane, riuscisse a resistere al fascino del tema dei costi dell’impresa. A questo fascino, o forse a questa sorta di passaggio obbligato, non si sottrasse lo stesso Guatri.
La sua ricerca sui costi si colloca però in una prospettiva differente e tale da rappresentare una reazione critica ad un’imperante esasperazione di tipo teologico fondata sull’indeterminazione dei costi, sull’impossibilità di una fondata misurazione. Recuperare una teoria del costo che consentisse di disporre di uno strumento concettuale necessario per l’economia aziendale, è stato l’obiettivo perseguito da Guatri.
La disputa sulla non calcolabilità dei costi, sulla loro inevitabile indeterminazione ha rappresentato un modo discutibile di far teoria e soprattutto un modo per non costruire un rapporto reale con la vita concreta dell’impresa, con le sue scelte e con i suoi comportamenti, fondata su costruzioni di costo dei processi produttivi. Guatri, insistendo sul concetto di determinazione oggettiva e soggettiva dei costi, fa di quest’ultima (la determinazione soggettiva) – in armonia con l’esperienza aziendale – una costruzione elaborata dai soggetti, utile per illuminare sui problemi dell’economia di impresa, se ed in quanto si tratti di una costruzione di cui si possa valutare l’attendibilità dei risultati, così da rendere tollerabili i limiti e gli errori sottolineati dalla costruzione o misurazione oggettiva del costo.
A molti anni di distanza questa reazione (ben più articolata rispetto a questi brevi cenni) di Luigi Guatri al pensiero economico-aziendale dominante, può anche sembrare normale, cioè rispondente ad uno dei tanti passaggi evolutivi che contrassegnano il progresso del pensiero scientifico. Senonché le cose allora si presentavano meno semplici, e la cautela usata dal Nostro nell’esporre le sue riflessioni senza dubbio rifletteva anche il fatto che Gino Zappa non condivideva le conclusioni raggiunte da Guatri nella sua ricerca.”