Vai al contenuto principale Vai in fondo alla pagina

Il mondo di Guatri

2026/15

Innocenzo Gasparini

Innocenzo Gasparini è deceduto a soli 65 anni. Ricordo – come fosse ieri – quando la dottoressa Andreina Levi (che fu mia prima segretaria all’Istituto delle Fonti di Energia) entrò disperata nel mio studio rettorale al primo piano dell’Università Bocconi e piangendo mi disse: «Aveva solo 65 anni!». L’abbracciai per calmarla. Accorse anche Resti, il direttore amministrativo: eravamo tutti sbigottiti; ne informammo subito Giovanni Spadolini[3].

La notizia si era nel frattempo sparsa in tutto l’ateneo, suscitando tra i colleghi e i dipendenti grande costernazione. Decidemmo con Spadolini che una commemorazione si sarebbe svolta nell’atrio di via Sarfatti 25, alla presenza della famiglia, dei docenti e dei dipendenti dell’Università. Fu questo – a mia memoria – l’unico caso in cui la commemorazione di un importante bocconiano defunto si svolse nell’atrio della Bocconi. Parlò Spadolini e parlai io, che di Innocenzo ero il successore come Rettore.

* * *

Innocenzo Gasparini si era laureato alla Bocconi nel febbraio 1944 (dopo aver svolto il servizio militare dal 1° marzo 1941 all’8 settembre 1943).

Quando l’esercito italiano, rimasto senza ordini superiori, si era disgregato dopo l’armistizio con gli Alleati, aveva potuto far ritorno a casa e all’università.

Il 9 giugno 1958 aveva sposato Valeria Salvatori, nata a Roma, e molto più giovane di lui, dalla quale aveva avuto due figli: Maria Alessandra nel 1959 e Federico nel 1961; una famiglia perfetta.

Ho visto Valeria Salvatori Gasparini per molti anni (e quando ho potuto l’ho salutata) alle cerimonie ufficiali bocconiane. Da qualche anno è scomparsa: non vorrei – com’è purtroppo accaduto in diversi casi recenti – che avesse l’impressione che Innocenzo sia stato un po’ dimenticato.

* * *

La sua presidenza alla facoltà di Economia (dal 1966 al 1974: un anno dopo essere stato chiamato come ordinario alla Bocconi) durò per otto anni. In questo periodo visse occasioni non facili, che spesso lo irritarono molto. La più aspra credo sia stata dover leggere sul Corriere della Sera l’annuncio dell’abolizione della facoltà di Lingue divenuta, dal 1968, il covo della contestazione studentesca.

* * *

Il lungo rettorato di Gasparini fu molto proficuo. Dopo la breve parentesi di Gianguido Scalfi, Furio Cicogna si era reso conto della necessità di assegnare la carica e la responsabilità del rettorato a una “figura” più duttile e meglio disposta alla trattativa. Nell’anno precedente io ero stato nominato Consigliere Delegato e Spadolini alla morte di Cicogna era diventato Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Università (il 26 gennaio 1976). Si costituì in tal modo ai vertici dell’Università una terna (Spadolini, Gasparini, Guatri), che per molti anni collaborò con unità d’intenti, dedizione e tenacia alla gestione dell’ateneo. Specialmente i primi anni furono particolarmente difficili: la Bocconi era in gravi difficoltà economiche e Cicogna dovette ricorrere all’aiuto del banchiere Roberto Calvi, divenuto vicepresidente.

I contributi di Calvi (500 milioni di lire: tre volte gli incassi delle tasse accademiche dell’epoca!) furono determinanti.

Per contro, il “nuovo prodotto” (il DES, il corso di laurea in Discipline Economico Sociali), molto valido per la qualità dei contenuti, dal punto di vista economico e finanziario non serviva a nulla.

* * *

Con Spadolini ebbi subito un discorso franco: gli illustrai un piano di quattro-cinque anni (che discussi in incontri riservati a casa mia con alcuni più giovani colleghi, tra i quali ricordo Ruozi, Coda, Demattè). La linea strategica si articolava in due punti:

  1. ripristinare un graduale ma sensibile aumento dei contributi accademici richiesti agli studenti (con il supporto di un’adeguata comunicazione, di un miglioramento di tutti i nostri “prodotti culturali”, dell’introduzione del “numero chiuso”, ecc.) sino a raggiungere l’equilibrio del bilancio;
  1. conservare i contributi dei privati, ma renderli in quattro-cinque anni “non più necessari”.

Il presidente Spadolini accettò con entusiasmo: non vedeva l’ora che potessimo contare solo su noi stessi. Spadolini fu attento al bilancio dell’Università fino a quando (poco prima della misteriosa scomparsa di Roberto Calvi) gli annunciai che quei contributi non erano più necessari: da quel momento in poi, non gli interessò più nulla!

* * *

Con Demaria, Gasparini – suo allievo – ebbe un contrasto. Quali ne fossero le ragioni posso solo supporlo. Forse è derivato dal lungo dissenso di Demaria col presidente Cicogna e con il Consiglio di Amministrazione della Bocconi.

La conseguenza più spiacevole di questo invero troppo lungo contrasto fra i due fu che il dissenso divenne astio e insofferenza, in altre parole un “fatto personale”: tant’è che il Rettore Gasparini non propose mai Demaria per la nomina a professore emerito dell’Università Bocconi.

Nel periodo del mio Rettorato sentii il dovere morale, insieme con Mario Monti (Direttore dell’Istituto di Economia politica) e Adalberto Predetti (Direttore del Dipartimento di Economia) di rimediare allo “sgarbo” fatto a Demaria.

Il vero problema, feci a questo punto presente a Monti e a Predetti, sarà riuscire a convincerlo ad accettare la nostra iniziativa; dovremo tutti impegnarci. Il primo segno positivo giunse allorché, alla richiesta di un incontro presso la sua abitazione di via Melchiorre Gioia a Milano, l’appuntamento ci venne dato.

Nel giorno stabilito, ci presentammo puntualissimi all’ingresso. Salendo le scale, ricordo di aver detto agli amici: «Speriamo, queste scale, di non rifarle tra poco di corsa, o a ruzzoloni...». Non fu ovviamente così. Il Maestro ci accolse sorridente sulla porta e ci salutò con cordialità. Ancora un po’ timoroso illustrai il nostro proposito.

Non esitò nemmeno un attimo: si disse grato della proposta e di accettarla ben volentieri.

Ci intrattenemmo ancora un quarto d’ora a conversare con lui. Infine gli chiesi (ancora con un po’ di timore) se, concluse le procedure ministeriali, ci avrebbe fatto l’onore di intervenire alla prossima inaugurazione dell’anno accademico (in quel momento ricordavo come, nel 1968, a quella cerimonia aveva rifiutato di tenervi la prolusione e non era nemmeno intervenuto; e dopo d’allora non era più apparso in Bocconi). Accettò anche questo!

1

Giovanni Spadolini, senatore, già presidente del Consiglio, Presidente del Senato e più volte ministro, fu per 18 anni (dal 1976 fino alla sua scomparsa) presidente del Consiglio di amministrazione dell’Università Bocconi.