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Il mondo di Guatri

2026/15

Napoleone Rossi

Napoleone Rossi lo incontrai nel 1945 al 1° anno di “Ragioneria” (era assistente di Zappa). Faceva lezione camminando su e giù per l’aula; parlava con chiarezza cristallina, accarezzandosi talvolta la lunga barba nera. Da lui appresi i primi rudimenti della Ragioneria a livello accademico.

Gino Zappa[7] era già alla fine della sua carriera e solo una volta al mese (per cinque giorni di seguito) veniva qui a fare lezione. Abitava a Venezia, dove per anni aveva insegnato come ordinario all’Università Ca’ Foscari dopo aver lasciato la Bocconi negli anni ’30. In un’auletta del secondo piano non eravamo più di venti-venticinque persone a seguire le sue lezioni. Egli insegnava al secondo anno mentre al primo anno (allora la materia era “Ragioneria”) l’insegnamento era assegnato a Carlo Masini e a Napoleone Rossi.

Io incominciai, nel novembre 1949, a insegnare “Ragioneria”[8] al primo anno, a fianco di Napoleone Rossi; e l’anno seguente, nel 1950-1951, insegnai anche al secondo anno a fianco di Carlo Masini. L’uno e l’altro erano, per me, dei fratelli maggiori (avevano 13-14 anni più di me).

Avevo scritto, nel frattempo, un paio di libri: uno, lo ricordo, sui «Rendimenti», che piaceva molto a Zappa, tanto che lo inserì nei programmi dei corsi che tenevo assieme alle teorie tradizionali del «Reddito», cioè al testo classico zappiano.

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Di Napoleone Rossi divenni grande amico. Ricordo nitidamente di aver frequentato sia la sua abitazione a Milano, dove conobbi anche la sua famiglia, sia la sua sede abituale (dove trascorreva gran parte del suo tempo) all’Ufficio Studi dell’Unione Commercianti in piazza Belgioioso. L’amicizia si spinse al punto che egli, con Giorgio Pivato, divenne mio testimone alle nozze nel 1954 (mentre Tancredi Bianchi era testimone per la mia sposa Lina Fusa, che conosceva dalla giovinezza trascorsa tra Caravaggio e Treviglio).

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È con profondo dispiacere che vedo Napoleone Rossi completamente dimenticato dal mondo bocconiano. Anche se non è mai stato professore ordinario della nostra Università (lo è stato a Venezia – Cà Foscari ed a Pavia), per noi ha fatto molto.

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Tancredi Bianchi fa tornare alla mia mente che, mentre viaggiavano in treno da Venezia a Milano, accadde un incidente, e che la sorte peggiore toccò a Napoleone, che fu seriamente ferito.

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Napoleone Rossi ha però lasciato tracce durature nei libri pubblicati, specialmente con Giuffré Editore. Si comincia con “Scritture doppie” del 1949: un libro di ben 350 pagine modestamente sottotitolato “Appunti per gli studenti”. All’epoca egli si qualifica “Assistente di Ragioneria” (come si diceva a quel tempo). Ebbene questi “appunti” – se ben ricordo in un’edizione economica – li ho consultati anch’io nel 1945, quando – subito dopo la seconda grande guerra – m’iscrissi al primo anno della Bocconi.

Da Rossi appresi dunque la “Partita doppia”, che in parte già conoscevo dall’Istituto tecnico-commerciale “Guglielmo Oberdan” di Treviglio. I miei professori dell’epoca ripeterono più volte a mio padre che avrei dovuto lasciare l’Istituto tecnico commerciale per passare a un liceo classico. Ma il liceo classico più prossimo era a Bergamo. Il viaggio in treno era pericoloso per i “mitragliamenti” imprevedibili degli aerei “alleati”. Mio padre perciò s’oppose. E subito aggiunse: “l’anno prossimo andrai alla Bocconi”: si veda come già allora la “mia” Bocconi fosse conosciuta anche da persone estranee al campo (mio padre Edmondo era allora capo-zona a Treviglio di una società del Gruppo Edison, l’Orobia). È così che per l’anno accademico 1945-46 mi iscrissi alla Bocconi.

Venivo da Treviglio nei carri-bestiame (le carrozze ferroviarie erano state distrutte dalla guerra, o portate in Germania): la signora Galli, una delle poche impiegate del Dott. Palazzina, accolse la mia iscrizione col pagamento della 1a rata (l’anno successivo ebbi una “borsa di studio” con esonero dalle tasse a motivo dei brillanti risultati).

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Nelle collane bocconiane (prima dirette da Gino Zappa e successivamente da Giordano Dell’Amore) Rossi scrisse tre lavori:

  1. “Rilevazioni d’impresa nell’industria meccanica in condizioni economiche perturbate”, di pag. 420 (Giuffrè, 1950);
  1. “Le previsioni d’impresa”, di pag. 308 (Giuffré 1950);
  2. “Il commercio delle stoffe”, pag. 340 (Giuffré 1955).

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Nel 1957 appare il libro “Il bilancio nel sistema operante delle imprese” (S.A.M.E., Milano), ove Rossi si qualifica “Incaricato di Ragioneria all’Università Luigi Bocconi”. Di questo libro, dedicato “a Lauretta, figlia mia”, ho ritrovato nella mia biblioteca una copia con dedica autografa che ancor oggi mi commuove.

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L’ultimo libro di Rossi che trovo nella mia biblioteca reca il titolo “Contributo allo studio del Capitale-Valore nelle imprese”; edito da UTET, è del dicembre 1965. Anche qui trovo una dedica che mi commuove (datata 1.1.1966).

Si ricordi che solo all’inizio degli anni ’80 la valutazione delle aziende divenne un tema fondamentale per l’Economia aziendale. Il mio libro “La valutazione aziendale” (il cosiddetto “libretto rosso”, edito da Giuffè nel 1981) fu venduto in oltre 100.000 copie: come un romanzo di buon successo!

Rossi, dunque, si cimentava con largo anticipo sull’argomento: ma i tempi non erano ancora maturi! Esso esige, infatti: a) una base logico-quantitativa; b) una serie (preferibilmente numerosa) di esperienze fatte “sul campo” (ma questi non si hanno se le aziende non ne sentono l’urgenza).

È in questo quadro inesistente nel 1965 che Rossi, con coraggio, affronta l’argomento. Cito alcune parti salienti del suo libro:

Lo scopo dell’indagine di cui ci occupiamo può essere pure la conoscenza del valore correttamente attribuibile all’impresa funzionante nella ipotesi di una sua cessione a terzi, totale o parziale. Ma, si badi, il valore stimato del capitale economico in siffatta ipotesi, anche se la procedura seguita per determinarlo è corretta, non è un valore oggettivo e valido erga omnes: è soltanto il risultato di una stima attuata dal cedente sul fondamento di ipotesi concrete intorno al futuro svolgimento della gestione. Esso può non essere valido per il cessionario, soprattutto se quest’ultimo intende svolgere differenti politiche di governo dell’impresa che comporteranno quasi certamente una diversa redditività futura. Accadrà così che il prezzo di cessione eventualmente negoziato, lungi dal rispecchiare il valore di un astratto capitale economico di quel momento, sarà funzione delle rispettive forze contrattuali degli interessi alla cessione: in nessun caso esso potrebbe essere esteso ad altre negoziazioni di capitale o di quote di capitale in imprese similari, neppure per quanto attiene alla tecnica della sua determinazione. (pag. 40-41).

Si ricordi che, in quell’epoca si parlava di “bilancio interno” e “bilancio pubblico”: quest’ultimo composta da pochissime voci, tra le quali non entrava neppure l’importo del fatturato (considerato informazione riservata). Dovevano passare ancora parecchi anni prima che le basilari intuizioni di Gino Zappa del “Conto profitti e perdite a costi, ricavi e rimanenze” diventassero legge!

E ancora: 

Supposta, come ipotesi più frequente, la durata di un’impresa indefinita nel tempo, per determinare il capitale economico secondo i consueti procedimenti, bisogna accordarsi sulla entità del presunto futuro reddito da capitalizzare, nonché sul tasso di capitalizzazione. Dopo di che, il problema, nell’aspetto formale, è facilmente risolto perché la misura del capitale economico è direttamente proporzionale al reddito prescelto, mentre è inversamente proporzionale al tasso di capitalizzazione: così almeno si afferma dagli operatori. Le grosse difficoltà che in concreto si debbono affrontare investono, dunque, due ordini di problemi: determinazione del reddito di capitalizzare e scelta del tasso di capitalizzazione”. (pag. 46-47).

E prosegue:

Che cosa significa, innanzi tutto, determinare i redditi di esercizio con criteri normalizzati? Ad un primo momento, la mente corre ad una serie di bilanci formati con lo scopo di conguagliare nel tempo i risultati economici della gestione. Ma tale modo di porre il problema non regge, soprattutto se gli esercizi ai quali si estende l’indagine si svolgono sotto l’insegna di differente congiuntura, perché tanto varrebbe determinare le correnti di reddito caratteristiche di ciascun esercizio per calcolare poi, in successo di tempo, una media: la qual cosa abbiamo già respinto a priori.

In un secondo momento, guardando al modo di comportarsi di qualche pratico, ci si domanda se, per reddito normalizzato debba intendersi un reddito medio calcolato dopo avere posto l’ipotesi che la gestione si svolga in condizioni non ottime e non pessime, spesso vagamente denominate normali; quindi a un risultato economico che fa completa astrazione dall’attività svolta nel periodo amministrativo decorso e anche da quello di futuro svolgimento. Ma anche questo modo di porre il problema non soddisfa, perché gli operatori hanno a che fare con una concreta unità di produzione che è venuta attuando una certa politica di gestione, che ha chiari programmi riguardanti il futuro svolgimento dell’attività lucrativa e che si muove a lungo certe direttrici per attuare il cosiddetto piano del profitto. Ed è precisamente in funzione di questo piano e delle concrete possibilità di attuarlo che gli investimenti della particolare impresa sotto inchiesta assumono un certo valore economico, piuttosto che un certo altro.

Allora i pratici – quelli che non ignorano i concetti fondamentali di economia aziendale, bene inteso – quando usano l’espressione reddito normalizzato devono riferirsi a qualche cosa di diverso. Certamente essi pensano a redditi di passati esercizi ricalcolati tenendo presenti, oltre alle rilevazioni continuative di conto e fuori conto composte a sistema, anche i piani operativi poi attuati negli esercizi successivi e, per l’ultimo termine della serie, i piani operativi predisposti per lo svolgimento della gestione futura. Ad evidenza, questa corretta procedura implica il rifacimento dei bilanci riferiti ai periodi amministrativi presi in esame e, quindi, implica successive valutazioni ex-novo dei componenti stimati di reddito che sono nel contempo attività o passività degli Stati patrimoniali dei bilanci revisionati. È censurabile siffatto tentativo? La risposta deve essere negativa.” (pag. 46-47).

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Nella “Presentazione” del libro in esame, Rossi ringrazia con cordialità gli amici e colleghi intervenuti all’Università di Pavia: e tra questi i suoi allievi. Ma chi fu l’allievo prediletto di Rossi? Fu Antonio Amaduzzi. Ce lo ricorda egli stesso in una “Rassegna” dell’Università di Bergamo datata 11.11.2010, quando diventò “professore emerito”. Scrive Antonio Amaduzzi:

Mi sono laureato in Bocconi nel ‘58, nel mese di ottobre, e a novembre ero già in aula. Non ho interrotto neppure per un anno la mia attività universitaria.

Di fatto, sono 51 anni di insegnamento ininterrotto. Eravamo un gruppo di studenti molto affiatati, abitavamo al Collegio della Bocconi ed eravamo in concorrenza tra di noi: studiavamo per piacere e per diventare qualcuno. La mia tesi, “La pianificazione nell’economia dell’azienda industriale”, allora un argomento decisamente nuovo, mi portò a ricevere ben 102 offerte di lavoro, da grandi e piccole imprese. Provai a lavorare un anno in una grande azienda, ma mi resi subito conto che la mia aspirazione era rimanere in Università.

I maestri

Il mio maestro è stato Napoleone Rossi che incontrai all’Università Bocconi e che poi ho seguito a Ca’ Foscari di Venezia e a Pavia. Venezia è stata per me una grande palestra di didattica. Nei miei prossimi studi voglio rivalutare questo personaggio che era capace di essere dolce ma anche terribile: non era raro che, nel corso di un esame, non soddisfatto delle risposte date da uno studente gli gettasse il libretto dalla finestra. Rossi mi ha insegnato la purezza del linguaggio e a essere preciso nell’insegnamento. Mio padre ed Egidio Giannessi mi hanno invece trasmesso la propria visione del mondo e l’umanità.”

* * *

Quella degli Amaduzzi è una storia che conosco molto bene. Ho avuto, nella mia ormai lunga vita, a fare che con tre Amaduzzi: Aldo Amaduzzi il più grande, che mi conferì il mio primo incarico di “Tecnica Industriale e Commerciale” all’Università di Genova; Antonio Amaduzzi, che ho conosciuto bene (si è laureato in Bocconi una decina d’anni dopo di me); Andrea Amaduzzi, che è stato (con Laura Zanetti) l’ultimo dei miei collaboratori in Bocconi e che solo il tempo mi ha impedito di portare in cattedra, come meritava (idem per Laura Zanetti). Ci arrivò egualmente (è di grandissima intelligenza) coi mezzi suoi.

Ad Aldo Amaduzzi ho anche dedicato un capitolo del libro “Vite vissute” (Egea, Milano, 2013).

1

Vedi in questo stesso volume, pp. 10-14.

2

Oggi preferiscono chiamarla “Accountancy”: ma è l’identica cosa.