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Il mondo di Guatri

2026/15

Libero Lenti

Libero Lenti è stato, dal 1981 al 1993, uno dei miei predecessori alla presidenza dell’Istituto Javotte Bocconi-Amici della Bocconi (il terzo in ordine di tempo, dopo Donna Javotte Bocconi: 1955/65), all’epoca di Giovanni Spadolini presidente del Consiglio di Amministrazione della nostra università.

Lo ricordo in quella veste quando si distribuivano le medaglie d’oro dell’anno accademico; in quell’occasione prendeva sempre la parola, prima dell’intervento finale di Giovanni Spadolini, dopo la relazione del Rettore in carica e la prolusione di un accademico. Poi venne il ’68 (che in Italia fu importato nei primi anni Settanta) e per lungo tempo la cerimonia fu (forzatamente) abolita.

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Libero Lenti nacque a Casalbagliano (in provincia di Alessandria) il 28 febbraio 1906 da Carlo e Maria Baldi; morì a Milano il 5 maggio 1993. Aveva poco più di 87 anni.

Il padre, agente ferroviario, lo fece studiare: si diplomò al Regio Istituto Cattaneo di Milano; il 5 settembre 1923 si iscrisse all’Università Bocconi presentando domanda per una borsa di studio. Si laureò nel novembre 1927 (io ero nato da due mesi!) con lo statistico Francesco Coletti sul tema dell’industria zootecnica.

Di Lenti fui allievo al secondo anno all’Università Bocconi (1946/47) e adottai come testo base il suo libro Statistica economica. Aveva, in quell’anno, al suo fianco il fido assistente “volontario” Gabriele Virzì, che ricordo con grande simpatia.

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Libero Lenti fu un costante oppositore del Partito Nazionale Fascista nel ventennio successivo alla “marcia su Roma”. Agostino De Vita nel libro in suo onore apparso nel 1979 (A. Giuffrè, Milano) scrisse su Lenti pagine bellissime.

Le persone della mia età ricordano benissimo i suoi brillanti articoli “di fondo” sul Corsera in materia economica. Erano di una chiarezza cristallina, leggibili per tutti, della giusta dimensione. Una serie di abilità che pochi giornalisti, se non “di razza”, posseggono. Ed egli era uno di questi.

Solo quando il professor Lenti scomparve, nel maggio del 1993, Giovanni Spadolini (allora presidente dell’Università Bocconi e che fu collega di Lenti al Corriere dei primi anni Cinquanta) diede un pubblico riconoscimento della sua statura di studioso e di uomo impegnato nelle cure del bene comune. In un elzeviro apparso sul Corriere della Sera il 9 maggio 1993 Spadolini riassunse da par suo la vita e le opere del collega e amico, bocconiano e per ventisette anni (1945/72) collaboratore del prestigioso quotidiano milanese. L’elzeviro ci offre una testimonianza vivissima dell’attività non solo di studioso e di giornalista di Libero Lenti ma anche del suo comportamento, da uomo libero e retto, sia durante il ventennio fascista sia nell’Italia repubblicana del dopoguerra.

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Professore ordinario di Statistica economica dal 1939 al 1965 a Pavia e successivamente ordinario, dal 1965 al 1981, della stessa disciplina alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano.

Ma sempre legato alla Bocconi da un incarico di insegnamento che valeva per lui quanto e più della cattedra: esattamente come era stato per oltre vent’anni, prima del fascismo, per Luigi Einaudi, ordinario a Torino e incaricato nella “vecchia” Bocconi in piazza dello Statuto, quasi allo sbocco di via Solferino, cioè all’incirca dirimpettaia del Corriere (ed Einaudi che attraversava la strada per consegnare, finita la lezione, i suoi articoli al direttore, il leggendario Luigi Albertini).

Milanese acquisito, che conosceva tutto della sua città. Economista, che non si chiudeva mai nell’economia (e meno ancora nella statistica), che guardava alla storia, al diritto, alla scienza politica, con una coscienza “interdisciplinare” che si ricollegava alla sua radice crociana (bellissimo è il ritratto dell’incontro con Croce a Napoli, nell’immediato dopoguerra, contenuto nelle pagine di quel libro autobiografico, Le radici nel tempo, che pubblicò a puntate sulla Nuova Antologia, cui era devoto, e che meriterebbe di essere ristampato, tanto era lo specchio fedele di una generazione e di un mondo).

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Alla morte di Donna Javotte Bocconi di Villahermosa, moglie del figlio del fondatore dell’Università (e quindi “l’ultima dei Bocconi”), Furio Cicogna, che fu presidente dell’Istituto nel periodo 1965/73, era riuscito a congegnare una serie di pesi e contrappesi al fine d’evitare inframmettenze di natura politica nell’amministrazione dell’Università. In altre parole, mise in piedi una Associazione degli amici della Bocconi, erede del patrimonio della famiglia Bocconi, la quale, per statuto, nomina la maggioranza del Consiglio di Amministrazione dell’Università oltre al Presidente, e quindi influenza la nomina del Rettore. Donde una struttura “monarchica” dell’Università, o almeno “presidenziale” alla francese. In quegli anni, monarca, o presidente della repubblica bocconiana, era per l’appunto Cicogna.

I presidenti dell’Istituto post-Cicogna sono stati: Giordano Dell’Amore dal 1973 al 1981; Libero Lenti dal 1981 al 1993; Emanuele Dubini dal 1993 al 2005 e io dal 2006. Carica che mi è stata confermata nel 2015: tutti i miei predecessori sono rimasti in carica fino alla morte e non desidero sottrarmi a questa regola.

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L’introduzione di Silvio Beretta al libro di Libero Lenti “Elementi per un piano di ricostruzione economica dell’Italia”[4] recita:

“Nelle note che seguono mi propongo di dare sinteticamente conto dell’attività di Lenti economista della ricostruzione postbellica, nelle molteplici forme che tale attività ha assunto e che fanno capo ai ruoli – fra loro sinergici – di analista di problemi economico-statistici, di consulente e consigliere del policy maker (le sue funzioni di membro, in rappresentanza del Partito d’Azione, della Commissione economica del CLNAI con Merzagora presidente e Di Fenizio segretario, di membro del Comitato per la distribuzione delle materie prime alle diverse industrie e per la determinazione dei relativi criteri di priorità, di collaborazione a Parigi alla redazione del settore italiano del programma OECE per la distribuzione degli aiuti ERP, sono esempi fra i più rilevanti di tale attività), infine di osservatore e commentatore sistematico degli eventi economici (si ricordino il suo ruolo a capo dell’Ufficio studi economici della SNIA con il connesso quotidiano interscambio di informazioni con altri analoghi “luoghi” privilegiati, dalla COMIT alla Montecatini alla Edison all’Ufficio statistica della Confederazione dell’industria, e poi nel “Corriere della Sera” di Mario Borsa cui Lenti collabora a partire dal 27 maggio 1945 e successivamente per ventisette anni, e poi ancora l’intenso impegno per – e nel – “24 Ore” dal settembre 1946, in un ideale rapporto di continuità con l’esperienza della rivista “Borsa” cui aveva posto termine un decreto prefettizio del 1934).

Per i miei fini illustrativi farò riferimento quasi esclusivamente a scritti dello stesso Lenti, editi e inediti, sui temi specifici della ricostruzione, partendo tuttavia di nuovo dal volume autobiografico, per estrarre preliminarmente passi espressivi di quel gusto del parlar chiaro che ho sottolineato in precedenza e che appaiono sintomatici di una molteplicità di dati della personalità significativamente correlati all’attività di Lenti che mi propongo di approfondire: chiarezza di idee, accuratezza di giudizio, determinazione nelle scelte, assenza di spirito dogmatico pur nella fermezza delle convinzioni. Tutti prerequisiti soggettivi per chi si disponesse a delineare scenari e a proporre soluzioni di problemi economici, in una parola a “far piani”: un’attività che comporta per definizione chiarezza di obiettivi (quindi di idee), consapevolezza degli strumenti a disposizione (quindi capacità e lucidità di giudizio), attitudine a scegliere, cioè a discriminare. Se non ce n’è per tutti (molti sono infatti i destinatari di giudizi lusinghieri, da Einaudi a Tino, da Mattioli a Malagodi, da La Malfa a Paggi, da Parri a Valiani a Menichella a Croce a Fortunati) ce n’è certamente per molti, e della più diversa estrazione, anche se la “misura” varia. Per Gronchi, ad esempio, ministro dell’Industria nel Governo Bonomi, che talvolta frequentava le riunioni della Commissione economica CLNAI: “il passo svelto ed elastico… La parlata toscana, se non la parlantina, (che) l’aveva aiutato nella carriere politica, quando aveva fatto parte del primo governo Mussolini come rappresentante del partito popolare…” Per Lombardi, prefetto di Milano dopo la Liberazione, “…ancora indeciso sul modo di mettere i bastoni tra le ruote del nostro meccanismo produttivo”. Per Mattei che “…per combattere le sette sorelle, n’aveva imparato i metodi…” Per Nenni “…più abile a lanciare parole d’ordine ed a farsi applaudire nei comizi che a guidare il Paese sulla via della ricostruzione”. Per Ernesto Rossi, “…altro ingenuo della più bell’acqua”.

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Brano tratto da “Libero Lenti economista della ricostruzione”, articolo di S. Beretta pubblicato in “Il Politico” – Rivista a cura del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università degli Studi di Pavia, anno 1994, n.1, pp. 21-35; successivamente ristampato come Introduzione al libro di L. Lenti, “Elementi per un piano di ricostruzione economica dell’Italia”, Univ. Bocconi, 1996, pp. 13-24. Le sottolineature in grassetto nel testo sono dell’Autore.