Il mondo di Guatri
2026/6
Gino Zappa
Maestro dei maestri, venne dall’Ottocento e dominò il secolo XIX come fondatore dell’Economia aziendale.
Professore, oggi abbiamo programmato di ricordare quello che lei affettuosamente definisce il “suo Maestro”: Gino Zappa. Sono doppiamente contento dell’occasione perché prevedo che Lei – tanto generoso di ricordi su una infinità di personaggi – sarà finalmente costretto a parlare anche di se stesso. Come conobbe quello che si può considerare il fondatore di uno dei rami oggi più importanti della scienza economica: l’Economia aziendale?
Gino Zappa (foto a p. 323) è stato effettivamente il mio Maestro. Avevo da poco superato 22 anni (era il novembre 1949) quand’egli mi chiamò alla Bocconi in qualità di “assistente effettivo”. Accettai, abbandonando dopo soli sette mesi l’Ufficio Studi Economici della Montecatini di via della Moscova, ove mi aveva assunto un grande economista, Ferdinando di Fenizio. Fu per me la decisione irrevocabile di scegliere nella carriera accademica l’Economia aziendale piuttosto che l’Economia politica.
Girolamo Palazzina – il direttore della Segreteria onnipresente nella Bocconi del tempo – mi chiamò per dirmi che ne era felice; ma che lo stipendio mensile poteva essere solo un terzo di quello della Montecatini. Fui incaricato di tenere le lezioni di Ragioneria generale e applicata al primo anno dell’università: mi era accanto un caro e compianto amico, Napoleone Rossi (per me un fratello maggiore, come Carlo Masini che affiancava Zappa al secondo anno dello stesso insegnamento).
Nell’aula del primo anno (foto a p. 322), di gran lunga la più affollata, con centinaia di studenti (avevamo allora un’unica classe), Palazzina mi fece accompagnare dal bidello Cavazza, una vera istituzione per la Bocconi del tempo, un riferimento necessario per tutti gli studenti un po’... sperduti che si affacciavano ai corsi accademici. Questi mi accompagnò alla cattedra e, rivolto alla platea, annunciò ad alta voce: «Ragazzi, fate attenzione: questo è il professore!».
Cominciai le mie lezioni sviluppando i temi che trattavo nel libro I rendimenti, che stavo scrivendo e avrei pubblicato poco dopo. Nel maggio del 1999, dopo 50 anni, quando tenni la mia ultima lezione (per il corso di Valutazione delle aziende), ricordai quell’episodio, con un po’ di commozione: rividi, in rapidi flash, l’intera mia vita di docente.
La figura di Zappa, nel pieno delle sue forze e del suo magistero, è stata trattata da vari autori in testi, pubblicati dall’Università Bocconi, che offrono un panorama documentale davvero interessante. Quali sono i passaggi che, a suo parere, meglio illustrano la figura umana e accademica di Gino Zappa?
Mi sono documentato, dopo che in uno dei nostri incontri mi aveva anticipato questa domanda, e ho tratto alcuni brani che metto a sua disposizione. Potranno essere utili a chi voglia approfondire, o anche semplicemente ricordare, la figura di uno dei grandi Maestri della Bocconi[1].
I miei rapporti diretti e personali con il Maestro Gino Zappa investirono all’incirca un periodo di 12 anni, dal 1946 (quando in novembre assistetti all’apertura del suo corso di Ragioneria di secondo anno) fino al 1958, quando lo vidi per l’ultima volta nella sua casa di Venezia sul Canal Grande.
La frequentazione durò però soli sette anni: da quel novembre del 1946 fino alla lettura del manoscritto del mio libro I costi di azienda, verso la fine del 1953.
Tuttavia l’impronta che lasciò in me è durata l’intera vita: è ancor oggi, e lo sarà sempre, “il Maestro”; come lo è per Tancredi Bianchi, l’amico quasi coetaneo: siamo oggi gli ultimi due allievi rimasti, uniti dagli stessi sentimenti.
Alla metà degli Anni Trenta, Zappa si trasferì all’Università veneziana di Ca’ Foscari. Tuttavia non abbandonò mai il suo vecchio ateneo; mantenne, anzi, con la Bocconi uno stretto rapporto...
Risaliamo al novembre del 1946. Il Maestro andava già verso la fine della carriera. In quell’epoca era ordinario a Ca’ Foscari, dove si era trasferito dalla Bocconi nel 1935, dopo essere stato dal febbraio 1929 il primo ordinario della nostra Università. Ma non aveva abbandonato in Bocconi l’incarico di Ragioneria e la direzione dell’Istituto di Ricerche Tecnico-Commerciali, quest’ultimo fondato nel 1922 e attorno al quale si strinsero tutti i suoi allievi, originando una lunga catena di pubblicazioni, che si apre con le Negoziazioni caratteristiche dei vasti mercati di Ugo Caprara (n. 1 della 1a serie, del 1927) e si conclude con il mio La diversificazione dei prezzi (n. 9 della 3a serie, del 1951).
Riquadro 1 In ricordo di Gino Zappa
L’insegnamento di Gino Zappa provocò, all’inizio, un notevole sconcerto in studenti avvezzi ai corsi di contabilità di Eugenio Greco e di Daniele Venegoni: la sua severa figura, la sua ampia cultura, la sua determinazione e la sua durezza non mancarono di creare problemi sia alle matricole provenienti dagli istituti tecnici, convinte di veder reiterare all’università le nozioni di contabilità apprese alla scuola superiore, sia a quelle che venivano dal liceo, che si trovavano in seria difficoltà a seguire l’alto insegnamento di colui che per gli aziendalisti italiani sarebbe divenuto “il Maestro” tout court. Il malessere di una parte degli studenti si riverberò ben presto sul rettore e sul direttore della segreteria, anch’essi combattuti tra il fascino che l’uomo indubbiamente emanava e il linguaggio che usava.
La diffidenza del direttore amministrativo sarebbe ben presto sfumata di fronte alla capacità di Zappa di essere nel contempo “crivello”, capace di tenere altro lo standard qualitativo attraverso una dura selezione operata sugli studenti già al primo anno, e “glutine” dell’Università, elemento aggregante di giovani studiosi, che attratti dal suo magistero, sarebbero andati forgiandosi alla dura disciplina della ricerca e dell’insegnamento.
Più refrattario al fascino del professore di ragioneria si sarebbe, invece, dichiarato Angelo Sraffa, per le difficoltà nelle quali si dibattevano i giovani alle prese con la ragioneria.
Alla fine però anche il rettore sarebbe stato sedotto dal fascino di Gino Zappa divenendone estimatore... (Storia di una libera Università, op. cit., vol. II, pp. 127 e ss.)
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L’illustre aziendalista, che sin dal suo arrivo alla Bocconi aveva ingaggiato una vera e propria battaglia a favore delle discipline economico-aziendali, non intendeva certo lasciarsi sfuggire l’occasione di attirare nella nostra Università volontà ferme e intelligenze aperte che sanno leggere anche nella realtà degli affari. (Ivi, p. 142)
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Nel giugno del 1922, dopo aver lungamente discusso della cosa con le autorità accademiche, l’onnipresente direttore della segreteria e i fidi discepoli, egli presentò al rettore un progetto per la costituzione di un “Istituto di ricerche tecnico-commerciali e di ragioneria”. (Ivi, p. 143)
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La feconda attività dell’istituzione e il carisma del suo direttore avrebbero ben presto spinto una schiera di giovani economisti, cresciuti all’Università Bocconi o all’Istituto superiore di Scienze Commerciali di Venezia (Ugo Caprara, Teodoro D’Ippolito, Giorgio Pivato, Ugo Borroni, Ettore Lorusso, Arnaldo Marcantonio, Pietro Onida, Giuseppe Zippel, Pasquale Saraceno, per non ricordare che i primi) ad affiancare l’azione del Maestro in seno al “laboratorio”. (Ivi, p. 144)
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Nel linguaggio complesso e un po’ retorico di Gino Zappa il compito di quelli che già allora si consideravano gli adepti di una nuova setta, i sacerdoti di una nuova scienza, non ignari dei rinnovati problemi della pulsante vita dei tempi nuovi, che impongono sistemazioni non ancora “tentate”, doveva essere quello di «abbandonare le aride dottrine che nella sicurezza del dettato occultano una profonda ignoranza delle cose (...) per l’osservazione diretta sempre più estesa, per l’analisi acuta della vita economica delle aziende, per le sintesi sempre più alte, per le ipotesi e per le deduzioni saggiate con la pietra di paragone del confronto con l’esperienza». (Ivi, pp. 144 e ss.)
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La lunga riflessione circa l’opportunità di «provvedere alla graduale formazione di un corpo accademico proprio» ebbe termine il 19 maggio 1928, con la decisione di creare tre cattedre di ruolo. Sulla prima, dedicata a “computisteria e ragioneria generale e applicata”, sarebbe stato chiamato Gino Zappa; sulla seconda, destinata al “diritto commerciale, industriale e marittimo”, sarebbe seduto Ferruccio Bolchini [ma non avvenne mai – NdA]; mentre per la terza, assegnata a “una delle materie economiche”, si rinviò, per il momento, ogni decisione.
Il primo febbraio 1929, a completamento del lungo iter burocratico – che prevedeva la modifica dello statuto, l’approvazione dello stesso da parte del Consiglio superiore per l’istruzione economica e commerciale e l’assenso del ministro della Pubblica Istruzione – nell’orbita del quale l’Università era, nel frattempo, entrata a gravitare – Gino Zappa approdò finalmente in Bocconi. (Ivi, pp. 177 e ss.)
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A dire il vero alla luce dei valori percentuali calcolati sugli esami del primo biennio, si può ben dire che l’itinerario di studi dei bocconiani fosse duro e accidentato fin dall’inizio; il che spiega in maniera esauriente quali e quanti insuccessi fossero all’origine di quelle richieste di trasferimento ad altra sede che Ulisse Gobbi lamentava nel suo solenne discorso inaugurale nel novembre del 1932.
Al primo anno, la media generale di insuccessi già elevata (28,3%) conosceva un massimo del 49,5% con l’esame di Ragioneria tenuto dal professor Gino Zappa attorniato dai suoi assistenti Tommaso Zerbi, Stefano Cappelletti e Giorgio Pivato. E non si dimentichi che nei tardi anni Trenta, a giudicare dal titolo di studio col quale si erano immatricolati in Bocconi quegli studenti che arrivarono alla laurea, nove volte su dieci si trattava di licenziati da un Istituto Tecnico per Ragionieri. (Ivi, pp. 560 e ss.)
Viso sereno, alto, massiccio, sempre vestito di scuro, un vero sacerdote della ragioneria. Entrava in aula, di solito piena di studenti, saliva in cattedra e tirava fuori un mazzo di chiavi. Poi, giocherellando con le chiavi, comunicava la lezione con l’intento di farci capire che la vecchia ragioneria stava morendo, se non era già morta, e che stava nascendo quella professata dalla “nostra Scuola”, che doveva trasformare una ragioneria puramente contabile in un’economica d’azienda (...). L’esposizione di Zappa era sempre molto chiara. Non altrettanto il suo testo, arricchito da un imponente apparato critico ed erudito, ma scritto anche con un italiano che ricordava quello d’altri tempi. Tanto lo ricordava che alcune frasi riuscivano quasi incomprensibili. Per questo si mandavano a memoria. In qualcuno di noi galleggiano ancora frasi come questa: «Quando, pur nel vanire della forma utile a noi percettibile, perduta l’utilità dei costi che a nessuno oggetto sensibile si sanno imputare, hanno vita i “costi indivisi”, o “costi sospesi”, o “costi non imputabili”». La potenza del suo insegnamento, o perfino quella del suo scrivere, faceva sì che gli allievi, quelli che scherzosamente chiamavamo la “compagnia degli zappatori”, finivano con l’imitarne lo stile. Testimonianza, questa, dell’impronta d’un vero maestro. (Le radici del tempo, passato al presente futuro, op. cit., pp. 44 e ss.)
Nel 1946 egli svolgeva le lezioni venendo a Milano una volta al mese per cinque giorni di seguito (sempre con lezioni di due ore ciascuna). Queste erano tenute in un’auletta del secondo piano di via Sarfatti (proprio dove – forse un segno del destino? – stanno oggi i miei uffici; foto a p. 322). Eravamo in 20-25 studenti a seguirle: furono sempre affascinanti, anche se un po’ singolari, come spesso accade con i geni.
In che senso “singolari”?
Egli partiva proponendo un argomento del programma (le cosiddette “tesine”: ad esempio, “la valutazione delle rimanenze nelle aziende industriali”), ma per due ore poi trattava a braccio, in modo che avvinceva tutti, di argomenti di attualità o di temi teorici di grande respiro (dall’inopportunità, ad esempio, di nazionalizzare le società elettriche al significato del valore del “capitale economico”, ai molteplici modi di interpretare i poco trasparenti bilanci dell’epoca). Due ore filate di argomentazioni che per me passavano in un lampo. Fin da allora decisi che, al momento opportuno, gli avrei chiesto la tesi: cosa che feci l’anno successivo.
Era facile parlare con il professor Zappa, porgli domande?
I concetti, che sgorgavano come un fiume in piena, non consentivano di fatto a noi studenti di porre domande e quindi non vi era alcun colloquio. Solo a fine lezione (per i pochi che osavano farlo, il Maestro incuteva in tutti grande soggezione: nell’auletta si poteva udire una mosca volare), mentre si andava verso l’uscita, era possibile porre qualche quesito, al quale veniva sempre data cortese e puntuale risposta.
Ricordo che in quell’inverno 1946/47 la Bocconi non aveva ancora il riscaldamento e le lezioni si svolgevano al gelo (oltretutto erano cadute copiose nevicate). Al già anziano Maestro l’onnipresente dottor Palazzina, come eccezionale riguardo, aveva riservato una stufetta elettrica, che gli riscaldava i piedi; e che noi guardavamo con un po’ di concupiscenza.
In realtà il suo dire era affascinante, coinvolgente, e ci faceva scordare anche il freddo. Ecco come mirabilmente lo ricorda Pietro Onida[2]:
Il suo dire era come una polla d’acqua viva che urge e si riversa, senza ordinati canali, ma fecondando attorno a sé. Parlava seguendo l’estro, in frequenti digressioni che avevano una loro logica avvincente; gettava semi a piene mani, poneva problemi e ci rendeva pensosi. Seguirlo non era sempre facile, eppur piaceva. Certo, non era il professore meglio adatto per quei tali studenti che amano di essere rapidamente preparati agli esami, imparando il minimo necessario per la promozione.
Il primo allievo bocconiano di Zappa fu Ugo Caprara, che il Consiglio della Bocconi gli aveva consentito, nel 1922, di assumere come (unico) aiuto. I miei ricordi zappiani si congiungono, per due episodi ancora scolpiti nella mia mente, con quelli per Ugo Caprara (che, già ottuagenario, chiamava Zappa “il Maestro”: fatto che oggi sembra inverosimile!).
Il professor Zappa è stato ricordato da molti bocconiani non solo come docente avvincente e capace di mettere in moto le meningi dei suoi allievi, ma anche come esaminatore scrupoloso ed esigente, avaro di aggettivi e ancor più di lodi. Tuttavia gli è sempre stata riconosciuta un’eccezionale capacità di giudizio, una perfetta conoscenza dei suoi studenti e delle loro potenzialità. Sono giudizi che lei condivide?
Devo farlo, anche se sono stato direttamente interessato dalle sue valutazioni. Le racconto alcune personali esperienze: proprio in quell’inverno 1946/47 fui testimone diretto di un episodio che, per la nostra piccola Bocconi dell’epoca, si può definire storico. Ugo Caprara venne, a fine lezione, a salutare “il Maestro”, con il quale s’incontrava per la prima volta dopo la guerra e dopo la pubblicazione del libro La Banca. Principi di Economia delle aziende di credito (Giuffrè, 1946). Zappa lo abbracciò e lo baciò sulla fronte, davanti a tutti noi studenti.
Ma già l’anno prima, leggendo le bozze del libro, gli aveva scritto:
Ca’ Foscari, 11 agosto 1945
Mio caro Caprara,
ricevuto il suo manoscritto avevo pensato di leggerlo per 1 o 2 ore giornaliere senza interrompere la mia consueta fatica. Lessi senza interruzione per quasi 5 giorni, traendo dalla lettura vivo godimento.
E pensi che da qualche tempo, per la vista indebolita, il leggere mi riesce assai penoso.
Dunque non so ripetere che il giudizio già dato: ottimo!
Ha fatto opera di vera scienza che onora Lei e la sua Scuola.
Molto mi attendevo dal suo ingegno, dopo la lettura della prima parte, ma tanto non avevo osato sperare.
Con un abbraccio paterno Le esprimo il mio più vivo compiacimento.
Mi voglia dunque bene suo affezionatissimo
Gino Zappa
Il secondo episodio, che ricordo con un po’ d’imbarazzo, riguarda Ugo Caprara quale membro della Commissione (presieduta da Gino Zappa) che nel luglio 1949 mi laureò alla Bocconi. Esso è citato nel capitolo a lui dedicato in questo libro: racconta del giudizio finale di Zappa, mio relatore. In quell’occasione egli così si espresse:
Questa tesi di laurea potrebbe essere titolo per partecipare positivamente non dico a un concorso a libera docenza, ma a una cattedra universitaria.
Le premesse a questo giudizio finale già nascevano, peraltro, da quanto egli (a mano) mi scrisse nel 1948 a Treviglio (dove allora abitavo con i miei genitori), dopo la lettura del primo della decina di capitoli in cui avevo suddiviso la bozza della tesi di laurea sull’Economia delle aziende cotoniere.
«Questo capitolo – mi scrisse – è sufficiente per la Lode. D’ora in avanti scriva per la Libera docenza». Un giudizio che mi lasciò esterrefatto. E più di me lo fu mio padre Edmondo, che vide le speranze che aveva su di me consolidarsi oltre le sue (già grandi) attese.
A maggior ragione risultavano come eccezionali riconoscimenti ogni parola o gesto apparentemente in contraddizione con il suo modo scrupoloso, quasi maniacale, di fare gli esami. In realtà, egli aveva il massimo rispetto per la missione della Bocconi e desiderava che ogni laureato fosse all’altezza di una laurea già allora prestigiosa?
Gino Zappa era un docente molto severo: credeva fermamente nella serietà degli studi; e quindi i suoi esami erano durissimi: chi non sapeva non li poteva superare. Implacabile, annotava sul libretto un eloquente 10/30. Così fu dai suoi esordi bocconiani, negli anni Venti, quando il Rettore Sraffa e il solito onnipresente Palazzina si resero conto che era sorto uno scoglio, prima del tutto inesistente, che a prima vista apparve perfino eccessivo (si vedano le note dedicate all’argomento nel Riquadro 1).
Poi tutti si resero conto, come scrive Marzio A. Romani, della sua capacità di essere “crivello” dell’università, che ne teneva alto il livello qualitativo mediante una dura selezione; e nel contempo “glutine”, in quanto elemento aggregante di giovani studiosi, forgiati alla dura disciplina della ricerca e dell’insegnamento. Questa caratteristica non mutò fino al termine della sua presenza bocconiana)[3]. E tale la trovai quando, dal 1950 (sia pure per poche sessioni), gli sedetti al fianco come esaminatore.
Riquadro 2 Pietro Onida: un ammirato curriculum del Maestro
L’attività del Nostro fu interamente consacrata agli studi e alla Scuola ed ebbe vicende semplici, come estremamente semplice fu tutta la Sua vita vissuta, tanto più negli anni della maturità, in nobile umiltà di spirito.
Nato a Milano, il 30 gennaio 1879, il Nostro, dopo di aver seguito, negli anni 1903-04 e 1904-05, i corsi di Fabio Besta a Ca’ Foscari, in qualità di uditore, ed averne brillantemente superato gli esami, e dopo di avere ottenuto nel 1905 l’abilitazione all’insegnamento della ragioneria (foto a p. 324), iniziò, giovane, l’insegnamento universitario a Genova, nel 1906, in qualità, prima, di assistente e, subito dopo (nello stesso anno), d’incaricato per la ragioneria presso il R. Istituto Superiore di Scienze Economiche e Commerciali di quella città.
A Genova proseguì l’insegnamento fino al 1921: anno in cui, essendo riuscito primo a unanimità nel concorso per la cattedra di ragioneria dell’allora R. Istituto Superiore di Scienze Economiche e Commerciali di Venezia, passò a questa cattedra che, per lunghi anni, illustrò, dopo Fabio Besta, in modo altamente degno del Suo Maestro.
Dal 1921 fino al raggiungimento dei limiti di età, il Suo insegnamento si svolse parallelamente presso questa Scuola e presso l’Università “Luigi Bocconi” di Milano (dove aveva avuto l’incarico per la ragioneria nel 1920), salvo il periodo dal 1929 al 1935 in cui, trasferitosi a Milano, insegnò come ordinario presso l’Università Bocconi.
All’industriosa Milano (e forse alla stessa professione del padre, commissionario importatore/esportatore con l’Argentina) aveva attinto il gusto per gli studi economici, dei quali largamente nutrì la propria mente, aperta, del resto, ad una cultura vasta, a sfondo umanistico, non formata su pochi solchi né su chiuse specializzazioni professionali.
(P. Onida, “Gino Zappa il Maestro”, in Studi in memoria, op. cit., vol. III, pp. 1555 e ss.)
Può raccontare come si svolgeva l’esame nello stile zappiano?
Secondo il costume, cui fino all’ultimo restò fedele, gli esami si svolgevano in questo modo. Innanzitutto, erano divisi in due parti: la prima svolta dagli assistenti, la seconda da lui stesso; per accedere alla seconda occorreva peraltro superare la prima (nel caso contrario l’esame era subito concluso con la bocciatura, che gli assistenti potevano tradurre, secondo il grado d’impreparazione riscontrato, in 10/30 o 15/30; mentre egli rimase fedele al suo quasi mitico 10/30; foto a p. 323).
Le domande non erano improvvisate ma dedotte, sia nella prima come nella seconda parte dell’esame, da “schedine” già predisposte (con difficoltà attentamente graduate mediante vari quesiti) ed estratte per sorteggio dall’esaminando.
Anche noi, suoi giovani collaboratori, fummo permeati dalla convinzione che la serietà degli esami fosse parte essenziale di una missione, vissuta come un dovere fondamentale. Forse io sentii più di altri questo dovere-missione quando mi trovai a esaminare studenti che erano stati miei compagni di corso (l’uso di presentare la Ragioneria di secondo anno come ultimo esame era una diffusa consuetudine dei tempi; e i “fuori corso” erano allora numerosissimi).
Ricordo ancora oggi, dopo quasi 60 anni, il dispiacere che sentivo quando ero costretto – per conservarmi sempre fedele alla missione – a respingere i miei compagni di corso: perfino la mia amica Carla, buona e gentile ragazza, che per anni era stata seduta nei banchi accanto a me, ma che si era presentata con una preparazione non sufficiente. Con vero rammarico dovetti dirle che non la giudicavo preparata; ed ella se ne dispiacque apertamente. Zappa se ne rese conto, mi chiamò e mi disse che avevo compiuto il mio dovere. Ma ricordo ancora il tutto con amarezza, come un duro prezzo pagato per tenere fede a un impegno, che per noi valeva come un giuramento.
Ricordo invece con piacere l’esame di Tancredi Bianchi che ammisi alla seconda prova con 30/30, che Zappa confermò dicendomi: «Questo 30 è proprio meritato!». E ciò accadeva assai di rado.
Fu una dura gavetta, immagino, non solo per gli esaminandi ma anche per lei esaminatore. Ma ebbe modo di sperimentare sul campo la validità e il funzionamento di uno degli snodi necessari per costruire e mantenere alto il livello dell’insegnamento accademico. E, magari, di apprezzarlo?
In effetti, questa impronta derivata dal Maestro, il costume alla severità dell’esame, non mi lasciò per tutta la vita. Quando, come conseguenza del ’68, anche in Bocconi negli anni Settanta si manifestò (seppure non a livelli catastrofici come altrove) l’appannamento della severità degli esami, mi trovai presto “spiazzato” rispetto al modo in cui giudicavano i miei giovani collaboratori del tempo.
Quando aggiudicavo un 24/30 credevo di aver dato un buon giudizio (come accadeva negli anni Cinquanta e Sessanta): ma gli studenti ne uscivano scontenti, quando non disperati: mi resi ben presto conto che il “metro” non era lo stesso usato dai miei collaboratori; e quindi i giudizi non erano omogenei. Un poco alla volta lasciai loro il compito di svolgere l’esame, riservandomi di sentire gli studenti migliori (per i quali il giudizio era ovviamente ai massimi livelli).
In pratica ha dovuto accettare l’appiattimento, ai livelli più bassi, preteso dalla “cultura” sessantottina e introdotto in tutta la scuola italiana. Con danni gravissimi inflitti a intere generazioni di scolari e, alla lunga, di studenti universitari. Danni ancor oggi rilevabili?
Il costume che gradualmente si diffuse ovunque di rendere gli esami facili, le votazioni sempre elevate, di non segnare sul “libretto” le bocciature, non fu mai da me condiviso; a tutto ciò, anche quando ricoprii cariche accademiche, mi opposi fin che fu possibile.
Ancora oggi confesso di vedere con malinconia come anche nella mia università la dura selezione sia quasi scomparsa: ma come si possono premiare i migliori (“i talenti”, come in modo roboante si dice oggi) senza una dura selezione, che solo esami severi consentono? Questo per me rimane un mistero. Ai nostri tempi non usavamo parole roboanti, ma adempivamo con serietà e senza eccezioni alla missione di docente.
Gino Zappa, che non finiva mai di sorprenderla per la sua altissima stima, la sbalordì quando nel 1951 (lei aveva 24 anni!) le ordinò di presentarsi a un concorso a cattedra (il primo del dopoguerra), mettendola in grave imbarazzo. Anche se questo, con l’ottenimento del giudizio di “maturità”, le aprì le porte all’incarico all’Università di Genova. Come visse quell’anno non poco travagliato?
Nel 1951 si tenne nel nostro Paese il primo concorso a cattedra di materie aziendali (Ragioneria) dopo la guerra: non se ne tenevano da 8-10 anni. Al tempo, come ancora per alcuni decenni, i concorsi a cattedra erano basati solo su titoli e si svolgevano con un complesso meccanismo: ne uscivano vincitori 3 concorrenti (la fatidica “terna”), che potevano essere poi chiamati a coprire una cattedra in una qualsiasi università del Paese; gli altri riconosciuti meritevoli dalla commissione (composta da 5 membri, eletti da tutti i docenti di ruolo della materia e di materie affini) erano giudicati “maturi”. Un titolo che era solo un giudizio, tuttavia ai tempi considerato molto autorevole (ben superiore alla libera docenza: quest’ultima era una prova per titoli ed esami, che non necessariamente apriva una carriera accademica. Era spesso un titolo a valenza professionale).
I concorsi a cattedra furono sempre in Italia anche una battaglia tra Scuole: svolta con obiettività da quelle serie; con molta minore serietà dalle altre. In ogni caso, era consuetudine che i più noti professori ordinari compissero ogni sforzo per essere eletti nelle commissioni, per “sostenere” i propri allievi.
Ebbene, quando fu indetto il concorso a cattedra nel 1951, Zappa mi chiamò e mi disse:
- che non si sarebbe presentato alle elezioni, in quanto intendeva che al concorso partecipassero 3 suoi allievi; e quindi, si sarebbe trovato in stato di “incompatibilità” (anche se tutti gli altri ordinari si comportavano in modo contrario: l’idea della “incompatibilità” non li sfiorava nemmeno);
- che fra i 3 allievi avrebbe presentato anche me. Gli feci presente che non avevo ancora 24 anni e mi ero laureato da meno di due. Rispose: «Questo che vuol dire? Contano le opere...». Non ammise discussioni: dovetti presentarmi. E nella primavera del 1951 scrissi in due mesi il libretto La diversificazione dei prezzi: quello che poi risultò l’ultimo libro della collana bocconiana diretta dal Maestro).
Ripensandoci oggi, che ho superato gli 81 anni (e che nella mia vita ho portato alla cattedra 11 allievi), debbo dire che quella decisione del Maestro fu per me da un lato un bene, in quanto mi consentì di raggiungere il premio della “maturità”, con il voto favorevole dei 3 massimi docenti dell’epoca dopo Zappa (Amaduzzi, Ceccherelli, Onida). E questo mi aprì le porte all’incarico all’Università di Genova, dove mossi i primi passi come responsabile di un corso fondamentale (Tecnica industriale e commerciale), e accrebbe le mie quotazioni in Bocconi, l’università che non ho mai lasciato. Ma fu anche un male in quanto generò contro di me invidie e ostracismi per alcuni anni: ero ancora giovanissimo, ma ero “maturo”, un abbinamento innaturale, che vissi con qualche difficoltà.
Lei mi ha raccontato che anche da questi fatti nacque la decisione, improvvisa, di iniziare l’attività professionale, della quale fino ad allora si era occupato saltuariamente. Una decisione che considera, alla luce della sua ormai lunghissima esperienza, corretta?
Dagli inizi del 1952 entrai nello studio di commercialista di Luigi Antonelli, in via dei Bossi 4 a Milano. Il mio Maestro ne fu contento: vedere dall’interno le aziende lo considerava (e con piena ragione) un modo per migliorare e integrare la ricerca pura (cui, tuttavia, mi ripeteva, bisogna sempre riservare molto tempo, a costo di gravi sacrifici). Una verità sacrosanta della quale sempre più mi convinsi e nella quale ancora oggi pienamente credo. Ricordo, del resto, che Giovanni Spadolini mi ripeté più volte, nei vent’anni in cui collaborammo nel Consiglio della Bocconi: «Ricordati che i migliori professori sono quelli “non a tempo pieno”»[4].
Come (credo) sempre accade per i migliori allievi, giunse (per Lei presto) il momento in cui, ricercando in autonomia, si trovò su temi fondamentali in qualche contrasto con il pensiero di Zappa. Ciò accadde in special modo per un argomento che era uno dei “cavalli di battaglia” della Scuola zappiana: il calcolo dei “costi di prodotto”. Un argomento per il quale il Maestro appariva intransigente e sul quale lo seguiva, in quel periodo, tutta la Scuola. E che – mi sembra – la mise in serie difficoltà: non voleva dispiacere a Zappa, ma nel contempo era convinto che occorresse impostare nuove teorie. Come uscì da questa impasse?
Parto da una premessa: il periodo, che si colloca temporalmente nella prima parte degli anni Cinquanta, contiene quelli che furono poi chiamati “i primi tentativi di quantificazione dell’Economia aziendale”. Li ripercorro con l’ausilio di illustri colleghi che quel periodo hanno con me vissuto (Tullio Bagiotti, Sergio Vaccà) o l’hanno più tardi studiato (Maria Martellini).
Com’è noto, Il Reddito (l’opera fondamentale zappiana, dalla quale nasce l’Economia aziendale) è un libro scritto senza una formula, un simbolo, una notazione quantitativa qualsivoglia.
Il processo di quantificazione dell’Economia aziendale dovette partire, negli anni Cinquanta, da qui: cioè dal ricorso alla simbologia, che apre la strada alle “formule” e ai modelli quantitativi. E sul piano concettuale dovette contrastare inevitabilmente alcune idee, quali: l’impossibilità di stimare i costi di prodotto, l’estrema indeterminatezza (al limite dell’arbitrarietà) del reddito annuale, la vaghezza del concetto di valore dell’azienda (che infatti non si può misurare senza “formule”).
Nella prima fase di questo necessario progresso (che è anche rivolgimento) verso la quantificazione, si partì dal costo di prodotto. Si trattò, dico subito, di un percorso travagliato e che dette origine a interpretazioni erronee o capziose. Nel 1952 apparve infatti l’opera di Tullio Bagiotti, Storia della Università Bocconi (Università Bocconi Editore, Milano), nella quale, forse per la prima volta, si avanzarono dubbi su alcuni principi base della teoria zappiana, con particolare riferimento all’affermata impossibilità di calcolo dei costi di prodotto.
Questa riflessione sulla portata dell’insegnamento zappiano nulla toglie all’opera che il Maestro ha dato per tanti anni...
Essa la solleva invece al pensiero che la bella fatica continua con le persone del cenacolo che fu suo e che i toni estremi di questa nostra rappresentazione in chiaroscuro possano ancora comporsi nel color di fiamma viva entro il quale l’insegnamento del Maestro è apparso a due generazioni di bocconiani.
Al professor Zappa sono succeduti i professori Masini, Rossi e Guatri. Con essi, rimanendo il libro del Maestro al centro dell’insegnamento, potrebbe nulla essere mutato sotto il sole. Fondamentalmente, difatti, è così. Parola diversa meriterebbero tuttavia i lavori del Guatri, i quali (alludiamo specialmente ai rendimenti) potrebbero cospirare in pieno ossequio a mettere a nudo una contraddizione latente nella dottrina economico-aziendale: quella che sopra s’è ricordata a proposito dell’opera del Maestro.
Tullio Bagiotti, nel dedicarmi una copia del volume, scrisse: «Al caro Guatri, perché mi consideri per quello che di lui non ho scritto» (18 dicembre 1952). L’insistenza di Bagiotti nel vedere nei miei lavori un’opposizione ad alcuni classici principi zappiani sfociò in una recensione a un mio libro del 1953 (sulla Rivista di Scienze Commerciali), nella quale insistette troppo a lungo (e in modi sbagliati) su questa idea.
Giordano Dell’Amore (che era succeduto a Zappa quale direttore dell’Istituto di Ricerche Aziendali), come risulta da una lettera del 12 ottobre 1953 di Girolamo Palazzina al Rettore Giovanni Demaria, dichiarò:
Egli trova inammissibile che un nostro Assistente [il dottor Bagiotti – NdA] critichi la Scuola del professor Zappa e chiede provvedimenti adombrando anche la possibilità di una protesta collettiva di tutti i professori che furono allievi di Zappa e che ne continuano l’insegnamento.
Sull’argomento, da un altro punto di vista, intervenne anche Sergio Vaccà (foto a p. 325), secondo il quale la tesi zappiana e di molti suoi allievi dell’epoca
sulla non calcolabilità dei costi, sulla loro inevitabile indeterminazione, ha rappresentato un modo discutibile di far teoria e soprattutto un modo per non costruire un rapporto reale con la vita concreta...[5].
Sarebbe perciò che la mia successiva insistenza
sul concetto di determinazione oggettiva e soggettiva dei costi, fa di quest’ultima (la determinazione soggettiva) – in armonia con l’esperienza aziendale – una costruzione elaborata dai soggetti, utile per illuminare sui problemi dell’economia d’impresa, se e in quanto si tratti di una costruzione di cui si possa valutare l’attendibilità dei risultati, così da rendere tollerabili i limiti e gli errori sottolineati dalla costruzione o misurazione oggettiva del costo[6].
E concluse Sergio Vaccà:
A molti anni di distanza questa reazione (ben più articolata rispetto a questi brevi cenni) al pensiero economico-aziendale dominante, può anche sembrare normale, cioè rispondente a uno dei tanti passaggi evolutivi che contrassegnano il progresso del pensiero scientifico. Sennonché le cose allora si presentavano meno semplici e la cautela usata nell’esporre le sue riflessioni senza dubbio rifletteva anche il fatto che Gino Zappa non condivideva le conclusioni raggiunte...
Considero peraltro più precisa (soprattutto perché non intrisa dell’implicita opposizione al pensiero zappiano che è specialmente nell’opera di Bagiotti) la ricostruzione che nel 1988 ne ha fatto Maria Martellini.
Riquadro 3 Zappa nel ricordo dei primi allievi
Nel ricordo di Giordano Dell’Amore
Ma il merito maggiore che Gli deve essere riconosciuto, per il quale il Suo nome va collocato senza riserve fra i massimi pensatori della nostra epoca nel campo economico, è senza dubbio un altro: quello di avere creato le premesse per una revisione di una parte notevole della dottrina economica, la quale, dopo alcuni anni di noncuranza e talvolta di denigrazione, ha cominciato ad ammettere che non si possono più ignorare i fenomeni della gestione e dell’organizzazione delle aziende, se si vogliono superare le astrazioni della statica economica ed elaborare teorie che non siano totalmente avulse dalla vita concreta degli individui e delle collettività.
Alcuni degli scritti raccolti in questa opera, anziché essere dedicati a particolari problemi scientifici, si soffermano a considerare le preclare doti umane di Gino Zappa. Essi sono stati inseriti nella raccolta, non solo per un doveroso tributo alle virtù che edificarono familiari e discepoli, ma anche per offrire alla nostra ed alle future generazioni un incomparabile esempio di un Maestro nel senso integrale dell’espressione. Gino Zappa infatti non è stato soltanto un Uomo guidato da una tenace volontà, volta instancabilmente ad attingere le più alte vette del sapere, noncurante dei diuturni sacrifici che richiede questo impervio cammino. Egli ha saputo anche conciliare la nobile e disinteressata dedizione alla Scienza ed alla Scuola con la più intransigente austerità della vita privata, illuminata da un’abbagliante luce interiore. A tutti coloro che, con ammirazione, avevano la fortuna di avvicinarLo, Egli largiva a profusione, con generoso trasporto, la ricchezza inestimabile del Suo patrimonio intellettuale e spirituale, valorizzato da una solida e coerente erudizione, sempre plasmata e vivificata da un’innata attitudine alla raccolta meditazione.
La Sue doti eccezionali di Educatore rifulsero soprattutto negli ultimi dieci anni della Sua vita, durante i quali, lungi dal piegarsi sotto il peso dei disagi fisici e morali che Gli imponeva la sopraggiunta cecità totale, continuò serenamente – con lena immutata – la propria feconda fatica, arricchendo ulteriormente la preziosa eredità dottrinale lasciata ai discepoli.
Nel ricordo di Aldo Amaduzzi
Affermo, in piena coscienza, che nessuno dei contemporanei e dei futuri studiosi potrà ricercare in qualunque branca di studi, che riguardi l’amministrazione economica delle aziende, se non abbia prima penetrato gradualmente e compiutamente il pensiero che Gino Zappa ha profuso nelle Sue opere, tra le quali giganteggia “Il reddito d’impresa”.
Coloro che hanno creduto di potere interpretare le opere dello Zappa rivolgendosi, più che al vasto disegno della Sua costruzione ed al sistema dei Suoi principi, ad alcuni capitoli o ad alcuni dettagli, dovranno rimediare i loro commenti.
A Gino Zappa, come a tutte le aquile del pensiero, il travaglio della ricerca, le tappe faticosamente raggiunte, con quel metodo delle successive approssimazioni che gli è proprio, l’originalità dei risultati ottenuti, l’anticonformismo, non sono stati fattori che possano avere contributo ad evitare le passeggere amarezze di quella particolare incomprensione che chiamerei l’ingratitudine scientifica.
* * *
Posso testimoniarlo. Nel 1921, quando sedevo, a Venezia, nel banco innanzi a Gino Zappa, Egli ci spiegava che nell’opera, frutto di altissima cultura e impegno, il Besta aveva nelle ultime parti segnato le vie che si dovevano percorrere e che, una volta percorse, avrebbero indicato quanto della stessa costruzione richiedeva sviluppo.
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Pensate, Colleghi, quale sia stato il contributo di sacrificio, di impegno, di dottrina, che Gino Zappa ci ha dato, quando dal confronto tra l’opera “Il reddito d’impresa” del 1920-1929 e l’opera “Le valutazioni di Bilancio” di una decina di anni prima, emerge una tale originale nuova posizione di concetti e di sistemi che solo un gigante del pensiero poteva dare.
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L’opera di un Maestro non va giudicata nel numero delle nozioni e dei precetti che può indicare, ma dal carattere universale dei principi che può formulare; principi che debbono rappresentare un passaggio obbligato attraverso il quale gli studiosi seri debbono transitare.
Le proposizioni generali dell’opera “Il reddito di impresa” trovano sviluppo nella successiva recente opera in tre volumi: “Le produzioni nell’economia d’impresa”. Ci troviamo di fronte allo scienziato, il quale mira, pur nel travaglio fisico che lo aveva duramente colpito, a completare serenamente la Sua fatica, mettendo rami nel tronco, arricchendo il sistema, sostanziandone il fondamento economico, diffondendosi sull’esame di fatti speciali.
Da questa cattedra, che per quindici anni lo ebbe a Maestro, e dalla quale le Sue originali concezioni ebbero il massimo lievito, rivolgiamo pensiero di recente omaggio, alla Sua indimenticabile, cara figura, anche a nome di tutti gli allievi genovesi, antichi e nuovi.
Il Suo altissimo esempio, di purezza di sentimenti, di dedizione alla Scuola, come alla famiglia, di coerenza scientifica ed umana, di tenacia e serenità del sacrificio, guidi il nostro cammino, conforti la nostra fatica.
(Presentazione dei saggi in memoria di Gino Zappa, Giuffrè, Milano, 1961)
Nel 1954 dopo un biennio di riflessione e maturazione appare il volume I costi di azienda (Giuffrè), che reca il sottotitolo “Metodologie per il calcolo e l’analisi dei costi di produzione nell’industria, nell’agricoltura, nel commercio e nella banca”.
La nuova pubblicazione segna il suo definitivo distacco dalla ben nota impostazione zappiana di negazione totale di tale concetto. Impostazione in quel momento non solo prevalente, ma esclusiva, nella Scuola. Distacco, sia ben chiaro, che viene descritto come una evoluzione della dottrina; e che mai viene evidenziato come opposizione al Maestro, al quale lo legano un’ammirazione e un affetto che non verranno mai meno.
A questo punto devo ricordare che I costi di azienda furono letti pagina per pagina da Zappa e con lui discussi. Egli, pur non condividendone alcune conclusioni, non solo li accettò, ma li volle pubblicati nella collana bocconiana (allora diretta da Dell’Amore, suo successore).
Credo che questo chiaramente serva a sfatare la leggenda della rigida chiusura della Scuola zappiana; e dimostri quanto la critica, purché sostenuta da validi argomenti, vi fosse pienamente accettata. Il Maestro, lo ricordo con commozione, scrisse nel 1955 ad Aldo Amaduzzi: «Appartengono alla mia Scuola soltanto coloro che, avendo percorso con me i primi passi, sanno procedere oltre i limiti da me raggiunti».
Mi sembra che del tutto diversa sia stata l’evoluzione della dottrina zappiana su un altro tema che lei, per decenni, ha trattato ottenendo – a quanto mi risulta – importanti progressi: il valore e la valutazione delle aziende. Argomenti sui quali ha difeso strenuamente, sia pure su basi temporalmente aggiornate, il pensiero originale di Zappa. È esatto?
Lo confermo pienamente: nel campo del valore e delle valutazioni aziendali la nostra cultura, intendo anche quella recente, deve molto a Gino Zappa, a partire da Il Reddito[7]. Su questo libro, di cui oggi gli studenti (e forse anche alcuni giovani docenti) bocconiani ignorano forse perfino l’esistenza, si è formata per decenni la classe dirigente delle aziende in Lombardia e in larga parte nel nostro Paese (dove gli allievi di Zappa hanno insegnato).
Il valore del capitale economico, un concetto che domina per decenni le teorie di valutazione nel nostro Paese, viene, sia pure con una formulazione non ancora a base quantitativa (come meglio si vedrà più avanti), da Il Reddito. È importante, nella nostra ottica, ricordarne i passi salienti.
Alcuni dei quali sono concetti anticipatori di regole che, nei periodi successivi, autori italiani e di altri Paesi (compresi quelli anglosassoni) hanno assunto come nuove “scoperte”. È proprio vero che, guardando ai concetti generali, molto spesso non vi è «niente di nuovo sotto il sole».
Il riferimento ai redditi futuri. Nella valutazione economica del capitale di impresa i redditi, che offrono un dato diretto per la soluzione del problema, sono i presunti redditi futuri. I redditi conseguiti nel passato non sono che uno tra gli elementi, spesso non il più importante, atti a consentire una consapevole previsione dei redditi venturi. L’assunzione di tali redditi medi passati, comunque determinati, a espressione dei redditi futuri, è fonte copiosa di errori. Nella soluzione dei concreti problemi di valutazione economica, la tacita ipotesi frequente, che suppone duratura costanza nei fenomeni di impresa, è in se stessa assurda: l’ipotesi irreale troppo prescinde dalle necessarie solidarietà proprie del mondo economico assiduamente perturbato.
Le difficoltà della previsione. (...) il capitale, inteso in senso economico, è pur sempre il valore capitalizzato dei redditi futuri, anche se questi non possano congetturarsi che su dati tratti dalla passata gestione.
Riquadro 4 I rapporti con gli allievi
«Sola attitudine scientifica – Egli scriveva – è quella dell’indagatore che sempre è atto a completare o ad abbattere le costruzioni già erette» (Tendenze nuove, p. 13). Ed aggiungeva: «(...) anche la nostra scienza ci appare come un seguito di risultati ognor superati», «anche la ragioneria, come ogni altra dottrina, se vuol vivere feconda deve rinunciare alla presunzione di aver compiuto opera definitiva, deve ricevere impronta dal dinamismo fervido che informa la vita economica, deve coglierne lo spirito e in sé riviverlo. Mutate le cose che le esperienze antiche avevano rivelato, variati i fatti con i quali i concetti antichi forse si accordavano, non può la scienza permanere e trovare espressione in immote verità (op. cit., pp. 16-17)».
(P. Onida, “Gino Zappa il Maestro”, in Studi in memoria, op. cit., vol. III, p. 1567)
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La fecondità del suo insegnamento è attestata dalla vasta schiera di discepoli che lo seguirono e dal fiorire degli studi economico-aziendali, in numerose opere, molte delle quali sono accolte in collane di pubblicazioni dirette dal Nostro (Pubblicazioni dell’Istituto di Ricerche Tecnico-Commerciali dell’Università Bocconi di Milano; Pubblicazioni dell’Istituto Universitario di Venezia; Biblioteca di Economia Aziendale). Né si può dire ch’Egli incoraggiasse i giovani a seguirlo, con la promessa di facili successi, perché, se sapeva fortemente incitare al lavoro duro e tenace, rifuggiva dagl’interventi a sostegno degli allievi nei pubblici concorsi, e raramente faceva parte delle commissioni giudicatrici. (Ivi, pp. 1576-7)
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Il più fedele seguace di un Maestro, sul piano della ricerca scientifica, non è chi ne ripete pedissequamente la parola ma chi progredisce nel solco aperto da quella parola, imitando il Maestro in ciò che lo fa grande e cioè nell’avanzare. (Ivi, p. 1556)
È superfluo osservare come la predeterminazione dei redditi futuri sia quanto mai complessa. Essa accresce ed estende le già notevoli difficoltà inerenti alla determinazione dei redditi passati, con le previsioni inerenti al futuro volgere dei fenomeni di mercato e d’impresa, spesso vincolato al progredire della tecnica e al mutare dei bisogni. La gestione futura dovrà forse seguire vie discoste assai da quelle percorse in passato, a ciò sospinta dalla stessa convenienza economica, suscitata da mutate circostanze di impresa e di mercato, e suscitatrice di nuove e di rinnovate condizioni.
Spesso, nel fatto, quando deve spingersi assai in là negli anni, la previsione fa assegnamento sulla comprovata capacità dell’impresa nel conseguire i migliori od i medi redditi consentiti dalla industria esercitata, o, in caso di liquidazione, sulla presunta attitudine a ricuperare, totalmente o con guadagno il capitale investito.
La necessità dell’analisi pro-forma. La determinazione dei redditi futuri non può spesso raggiungersi che con la distinta previsione dei componenti positivi e negativi di quei redditi; previsione che a sua volta non può sovente comporsi che mediante prospettive analitiche riflettenti particolarmente i maggiori ordini di produzione attuati.
La diffusione delle previsioni nelle grandi/medie aziende. Le previsioni, nelle imprese di non ristrette dimensioni, oggi più che in passato, sono oggetto di assidue formazioni. Oggi le previsioni esercitano efficace azione su ogni momento della gestione commerciale. E all’uopo si estendono oltre i fenomeni che si possono giudicare direttamente pertinenti alla gestione di impresa, e contemplano non le sole tendenze dei prezzi sui quali si opera, ma anche le tendenze dei prezzi che ai primi sono più vivamente connessi e le condizioni generali dei mercati.
I risultati devono essere credibili. Quando non si possa pervenire alla formulazione sufficientemente fondata e attendibile dei redditi futuri, conviene rinunziare anche alla valutazione economica dei capitali.
Il saggio di capitalizzazione “dei redditi venturi”. Nella valutazione economica del capitale di impresa, il vincolo che unisce il capitale al reddito è il saggio di “capitalizzazione”. La nozione di tale saggio è anzi implicita anche in ogni “capitalizzazione” di particolari frutti per il calcolo di valori economici attuali.
La complessità della scelta dei tassi; tassi e rischio. La determinazione “del saggio di capitalizzazione” è assai complessa, e non tale da essere superata con un generico riferimento a un supposto saggio corrente di mercato. Talvolta si adotta il saggio di interesse fatto in prestiti bancari di un dato ordine e di una data scadenza; talvolta il saggio di interesse fruttato da date categorie di titoli a reddito fisso. Ma non raramente il saggio di “capitalizzazione” si commisura ai supposti redditi medi gettati da dati ordini di imprese. Qui i diversi complessi investimenti differiscono anche, e spesso in modo caratteristico, per la varietà dei rischi che comportano: nessun investimento complesso e duraturo può dirsi esente da rischi.
La varietà dei saggi di “capitalizzazione”, in quanto attiene specialmente alla diversità dei rischi, può facilmente percepirsi anche nei tanto differenti saggi che corrispondono ai prezzi fatti in borsa per le diverse specie di titoli e ai loro frutti.
Per le azioni tali prezzi dicono anche quanto siano ardue e varie, per gli estranei alla gestione di date imprese, le previsioni sul futuro andamento dei redditi di impresa.
Tassi e liquidità dell’investimento. I saggi di “capitalizzazione” delle varie specie di titoli sono diversi anche in relazione al diverso grado di “commerciabilità” dei titoli stessi. La maggiore “commerciabilità” dei titoli, o, come anche si dice, il grado maggiore di liquidità, inerente tanto all’ampiezza del mercato dei titoli, quanto alla continuità di loro negoziazione, è circostanza atta a facilitare i rapidi arbitraggi e quindi ad attenuare singolarmente i rischi propri dei vari impieghi. Anche negli investimenti di impresa, la più difficile trasformazione dei capitali è, in se stessa, condizione di rischio più sentito.
Il rischio può trasferirsi sia sul tasso sia nella misura dei redditi. Già ci è noto che non è rara l’adozione, come saggio di “capitalizzazione”, di saggi di interesse fatti nel mercato monetario per date forme di prestiti. La “capitalizzazione” dei redditi a un saggio comune di interesse è specialmente frequente quando tra i componenti del reddito si comprendono opportune quote di rischio.
Il riferimento all’“ambiente inflazionistico”: un’assoluta necessità. Il saggio di “capitalizzazione” è unito da evidente relazione alla moneta numeraria e alle variazioni di valore che in essa si presumono. Quando per la “capitalizzazione” si usa un saggio di interesse monetario, è evidente che a un presunto aumento del livello generale dei prezzi si accompagnerà un accresciuto saggio di interesse, non necessariamente un aumento dei redditi ritratti da date imprese.
Le previsioni concernenti il valore economico della moneta non possono coglierne le future oscillazioni senza scarti notevoli: anche per questo aspetto la formazione di quel prezzo, che è il saggio di interesse nei prestiti monetari, può esercitare un’azione notevole sulle valutazioni economiche. La moneta avariata, quando non subisce trasmodanti alterazioni di valore, può rendere incongrua ogni accurata determinazione economica di capitali.
“Peso” del tasso e durata dei redditi futuri. A ogni modo, pur quando i redditi si suppongono costanti, un aumento o una diminuzione nel saggio di “capitalizzazione” provoca una diminuzione o un aumento nel valore del capitale. Questa azione delle variazioni del saggio di “capitalizzazione” è tanto più efficace quanto più i capitali hanno vita duratura e più si protrae la serie dei redditi sperati.
I flussi reddituali come base fondamentale delle valutazioni d’azienda. La nozione economica del capitale di impresa trasferisce invece senz’altro l’attenzione del ricercatore, dal concetto supposto primigenio dei valori che sono anche elementi patrimoniali, al concetto di reddito e di componente di reddito.
Quasi pare che, a non breve andare, il capitale di funzionamento debba ritrovare nel capitale economico la pietra di paragone che ne consenta la appropriata valutazione.
La costanza dei valori capitali che la gestione non muta con assidua vicenda, la costanza specialmente dei valori immobilizzati, nei rispetti delle oscillazioni dei valori di mercato, è un’ipotesi utile, che consente ordinariamente la rapida determinazione di frequenti componenti di reddito e di capitale, ma che non resiste a lungo al superiore influsso dell’ambiente economico sul complesso aziendale, che in esso dispiega la sua perturbata esistenza.
Affermiamo dunque che, anche nell’aspetto economico-aziendale, il fluire del reddito è il fenomeno predominante della vita economica, che il reddito è l’alfa e l’omega della scienza economica.
A metà degli anni Ottanta, con un ristretto gruppo di allievi prediletti, Lei dette vita a quella che viene chiamata la “Scuola del valore” bocconiana. Ad essa, se non erro, ha dedicato buona parte delle sue ricerche degli ultimi vent’anni.
Proprio nella fedeltà alla cultura europea e nel riconoscimento delle nostre radici (che sono le radici zappiane), a partire dagli anni Ottanta nacque per gradi la “Scuola del valore” bocconiana, i cui punti di riferimento furono (dal 1983) la rivista Finanza Marketing e Produzione e dal 1996 la rivista La Valutazione delle Aziende, oltre alla collana di libri di Egea e di Università Bocconi Editore.
E nacque, specialmente nell’area delle cosiddette “garanzie societarie”, il sostegno alla nostra cultura e l’affermazione di alcune peculiarità del nostro ambiente: con in prima linea la ferma opposizione, durata 25 anni, ad alcuni eccessi e stravaganze, quali l’affermazione della dominanza dei “flussi di cassa attesi” sui “flussi di reddito attesi”, l’uso di moltiplicatori “casuali” (anzi, definiti “falsi”) che vengono dal mondo anglosassone e che sono stati per lungo tempo acriticamente (e supinamente) accolti.
Come scrive Rita Levi Montalcini, «la modestia si addice allo scienziato, ma non alle idee che sono in lui e che egli ha il dovere di difendere».
Questo è il sentimento e la convinzione che mi hanno sempre sostenuto; e il cui punto di partenza storico sono state le idee che con il “valore del capitale economico” provengono (fin dagli anni Venti) dal Maestro.
Il pensiero di Gino Zappa ha avuto un grande impatto sul mondo accademico. L’ha avuto anche sul mondo professionale e aziendale?
Ha avuto un impatto enorme. Già lo ricordavo in una nota del 1982: “La perdurante validità del pensiero di Gino Zappa nella soluzione dei problemi professionali”. Ne cito alcuni brani, che è doveroso (per tutti, anche per gli immemori, oltre che per i giovani) siano ricordati e scolpiti nella mente. Mi riferisco, a titolo di esempio, al tema del conto profitti e perdite analitico.
Sul punto della “chiarezza” del bilancio, va in primo luogo ricordato il peso che Zappa attribuisce alla struttura del conto “Profitti e Perdite”. Nella nostra legislazione si deve attendere fino al 1974, con l’introduzione nel codice civile dell’art. 2425 bis, affinché si affermi la struttura del conto “Profitti e Perdite” a costi, ricavi e rimanenze. Non dimentichiamo che tale struttura era senza ombra di dubbio presentata come “la più appropriata configurazione” nell’opera Il Reddito. Rispetto alle altre configurazioni del “conto economico”, e in particolare rispetto alla forma “a risultati lordi”, che ha imperversato fino a pochi anni or sono nella pratica del nostro Paese, il conto Profitti e Perdite “a costi, ricavi e rimanenze” rappresenta un sostanziale, deciso progresso. Esso concorre, più d’ogni altro elemento, ad offrire indispensabili informazioni al lettore del bilancio.
(omissis)
L’idea zappiana del Profitti e Perdite analitico, che per molti decenni fu confinata nel regno della teoria perché non richiesta dalla Legge e quindi negletta dalla pratica per un mal inteso senso di riservatezza, è il perno attorno al quale ruota l’informativa delle società in ordine all’andamento della gestione.
Un aspetto particolare di questo discorso è l’omogeneità dei valori classificati nel “conto economico”, con la conseguenza dell’esclusione di compensazioni tra valori non omogenei: divieto che la nostra più recente legislazione ha pure accolto. Anche questo discorso, confinato per decenni nel limbo delle teorie giudicate inapplicabili, alla lunga si è affermato con la forza della convinzione: tanto che oggi appare quasi inspiegabile perché esso sia per tanto tempo rimasto inapplicato. La verità è – come da oltre mezzo secolo ha avvertito Gino Zappa – che senza un conto Profitti e Perdite analitico e redatto con valori omogenei manca anche il primo, elementare presupposto dell’informazione societaria.
Tra le grandi riforme del bilancio abbiamo negli ultimi anni sentito esaltare l’internazionalizzazione dei principi contabili (con gli IAS-IRFS). Essa risponde a una profonda esigenza del mondo odierno.
L’adozione degli IAS è paragonabile, per importanza, all’introduzione del conto economico analitico avvenuto in Italia nel 1974, dopo che l’Accademia ne aveva trattato per oltre 40 anni (Il Reddito di Gino Zappa lo proponeva fin dagli anni Venti nel secolo scorso)[8].
Ma riflettendo oggi, mentre gli IAS-IRFS stanno dominando (per le società quotate) la scena, viene anche da chiedersi se la (molto più semplice) idea zappiana del Conto economico analitico e senza compensazioni non sia stata una scoperta ben più rilevante, anche se non ha sollevato molto clamore a livello internazionale (solo perché l’idea non è venuta dal mondo anglosassone...).
Mi risulta che l’Istituto Javotte Bocconi – Amici della Bocconi (la Fondazione che da ottant’anni regge le sorti dell’Università) abbia di recente presentato una collana dedicata ai “Grandi Maestri” della Bocconi e che il primo volume sia stato dedicato a Gino Zappa. Ce ne vuol dire qual cosa?
È stata un’idea eccellente, proposta dal carissimo amico Gavino Manca e alla quale abbiamo collaborato – oltre a Mario Monti –, sotto il controllo, dal punto di vista storico, di Marzio A. Romani, io stesso e Tancredi Bianchi, i due diretti allievi del Maestro tuttora in vita, scrivendo le prefazioni.
La figura di Zappa, nel pieno delle sue forze e del suo magistero, è trattata da più testi pubblicati dall’Università Bocconi e da altri editori. Nel Riquadro 1 vengono riprodotti alcuni passi (tra i molti) di due opere fondamentali: Storia di una libera Università di M. Cattini, E. Decleva, A. De Maddalena, M.A. Romani, vol. II (Egea, Milano, 1997), e Le radici del tempo, passato al presente futuro, di L. Lenti (Franco Angeli, Milano, 1983). Tra gli storici bocconiani, Marzio A. Romani è, in particolare, divenuto il più acuto conoscitore della storia zappiana, alla quale ha riservato ricerche, entusiasmo, capacità interpretativa. Il Riquadro 2 presenta, nel ricordo di Pietro Onida, una breve sintesi della vita e della carriera del Maestro. Il Riquadro 3 lo presenta nel ricordo di altri tra i suoi antichi allievi (Giordano Dell’Amore e Aldo Amaduzzi). Il Riquadro 4, ancora nel ricordo di Pietro Onida, nei suoi rapporti con gli allievi di tutte le epoche.
P. Onida, “Gino Zappa, il Maestro”, in Saggi in memoria di Gino Zappa, Giuffrè, Milano, 1961, p. 1575.
Vale la pena di leggere quanto Gino Zappa scrive da Valdobbiadene (la sua casa estiva) a Girolamo Palazzina l’11 giugno 1943.
«Caro Dott. Palazzina, stamane, alle 4, inciampando in una valigia posta dalla domestica sul limitare di casa, sono malamente caduto; una dolorosa contusione al polso sinistro, molto enfiato, mi impedisce di vestirmi etc. e mi impedirà di salire in treno e di venire a Milano per il I appello. Voglia negli esami farmi sostituire da Pivato e Rossi, o da Pivato e Borroni – senza intervento di altri commissari – perché non si ripetano gli incidenti dell’anno passato.
Si intende che, se appena mi sarà possibile, interverrò io stesso agli esami. Presenti le mie scuse al Sig. Rettore. Ma, forse, se si tiene celata la notizia della mia assenza, pochi allievi si presenteranno al I appello».
Debbo aggiungere, per correttezza, che da questa regola vanno ovviamente esclusi gli studiosi di materie (quali la matematica, la statistica ecc.) che vivono di pura astrazione. Vi è un esempio, nella mia storia, che non dimenticherò mai. Nel 1979 fui chiamato dall’ingegner Carlo Pesenti a definire il rapporto di cambio nella fusione tra Bastogi e Beni Stabili. Dai calcoli condotti il rapporto tra i valori “fondamentali” risultava compreso tra 1:12,27 e 1:13,48; i rapporti tra le quotazioni di borsa degli ultimi 30 mesi conducevano al rapporto 1:4,41. Come mettere insieme questi tanto contrastanti risultati? In quella calda estate del 1979 lavoravo alla stima nella mia casa di Arenzano: qui trascorreva l’estate, nella (allora) mitica pineta affacciata sul mare, anche il massimo statistico bocconiano, Francesco Brambilla. Gli chiesi di collaborare con me per trarre una sintesi concettualmente significativa e dimostrabile. Mi consigliò di comporre una media geometrica ponderata, i cui “pesi” fossero corrispondenti al “contenuto in informazioni indipendenti” di ciascuno dei due metodi (valore “fondamentale” e prezzi di borsa). Alla mia richiesta di come si potesse calcolare il numero delle “informazioni indipendenti”, rispose d’istinto: «Questo è impossibile!». Ci volle del bello e del buono per convincerlo che dovevamo pure, per giungere a un risultato, scegliere due numeri: alla fine si decise per i pesi “3” e “6”. Ma Francesco vedeva tutto questo come una fastidiosa esigenza pratica.
Sullo scopo fondamentale assegnato al calcolo dei costi di prodotto (giudicare attraverso il confronto con il prezzo la convenienza di un prodotto) così ancora Gino Zappa ne Le produzioni (Milano, Giuffrè, 1957, vol. II, p. 841): «Il semplicismo ingenuo di questa costruzione irreale della complessa formazione dei risultati sopprime senz’altro ogni cognizione di costi e ogni connessione di prezzi, annulla i vantaggi massimi conseguiti dalle imprese con le loro molteplici produzioni, coordinate simultaneamente o successivamente, procedenti da negoziazioni in diversi mercati opportunamente scelti e rivolti a mercati accortamente eletti per attenuare, nei limiti del possibile, la connaturata instabilità delle gestioni economiche». Proprio da questa complementarietà delle produzioni, da questi legami che uniscono i vari fenomeni d’impresa rendendo almeno in parte arbitraria la loro separata considerazione, si perviene alla conclusione, senza precedenti nella storia delle discipline economiche, che i costi particolari di un prodotto «anche come costi primi, sono un’astratta configurazione ipotetica utile forse solo quando si sapesse procedere con ulteriori approssimazioni verso costruzioni teoriche meno discoste dalla complessa realtà».
In una relazione da me svolta a un convegno tenuto a Stresa nel 1962 leggo queste espressioni: «La severa critica ai metodi correnti di calcolo dei costi crediamo abbia recato un notevole contributo, sul piano concettuale, alla corretta interpretazione di questo fenomeno. In particolare, ha messo in evidenza l’esattezza solo apparente e formale dei risultati ottenuti nel calcolo dei costi. Quando si vede, come spesso accade, determinato il costo complessivo di un singolo prodotto con una esattezza che giunge alle cifre decimali, si potrebbe essere indotti nell’opinione che tale dato corrisponda a un grado notevole di precisione. Sennonché tale precisione è molto spesso solo apparente e formale, potendo nascondere sotto tale apparenza gravi motivi di errore e di indeterminazione. Così, ad esempio, quando si afferma che il costo di un certo prodotto è di L. 1.203,35, si pone un’affermazione che designa in apparenza una precisione elevatissima, sembrando ammettere un possibile errore non superiore allo 0,001%. Ma in realtà i possibili errori e le varie ipotesi che via via saranno state accolte nell’effettuazione del calcolo, assumono dimensioni che vanno assai al di là di tale apparente precisione. Le precedenti affermazioni, pur nella loro brevità, richiamano l’attenzione sulla necessità di esaminare criticamente ogni calcolo dei costi, per decidere dei limiti e della misura entro i quali si può accordare fede ai risultati da esso espressi. Pur senza accogliere la critica al concetto di costo particolare nelle sue estreme conseguenze, che è negazione di ogni possibilità di calcolo dei costi (a questa conclusione giungono, nelle loro manifestazioni-limite, talune impostazioni successive allo Zappa), si deve escludere anche la opposta affermazione che il calcolo del costo sia sempre possibile e praticamente utile. L’accoglimento, in vista di utili applicazioni concrete, dei risultati espressi dai calcoli di costo deve essere subordinato al contenimento in limiti tollerabili dei motivi di errore e di indeterminazione che a tali calcoli si accompagnano. Pertanto i giudizi sulla fondatezza e sulla possibilità di utilizzare i dati di costo non possono essere giudizi generali, ma sono necessariamente giudizi singolari, da pronunciare caso per caso».
Le citazioni che seguono sono tratte dalla 2a edizione (3a ristampa) del 1947; ma l’opera esce in 1a edizione nel 1929 e in 2a edizione nel 1937. Sull’edizione del 1947 ho studiato alla Bocconi, come allievo di secondo anno, nel 1946/47.
L. Guatri, M. Bini, Nuovo trattato sulla valutazione delle aziende, Università Bocconi Editore, Milano, 2005, p. 805.