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Il mondo di Guatri

2026/6

Ugo Caprara

Vero “Maestro”, alle origini testimone e protagonista dell’Economia aziendale; ebbe sempre la Bocconi nel cuore

Lei professor Guatri, ebbe la ventura, o meglio la fortuna, di avere alcuni grandi maestri. Fra gli altri cita spesso, e con grande rispetto, Ugo Caprara, uno degli artefici dell’Università Bocconi, appassionato docente, del quale molti ricordano con gratitudine (e rimpianto: oggi non è più molto di moda un simile investimento nei e per i giovani) l’impegno che metteva in un paziente lavoro teso a stimolare nei suoi studenti la capacità di usare la testa, di ragionare. Quando lo conobbe?

Ugo Caprara (foto a p. 324) è stato uno dei “veri” maestri della mia vita. E il simbolo del XX secolo: lo ha percorso quasi interamente (nato a Lodi nel 1894, morì a Milano nel 1990). Dalla bella casa di via Castelbarco (nei pressi della Bocconi), dove l’ho sempre visto abitare, percorreva poche centinaia di metri per raggiungere la nuova sede dell’università in via Sarfatti: qui due mattine per settimana teneva le sue tre ore di lezione di Tecnica commerciale.

Pare che proprio da lui fosse giunta a Palazzina la notizia della possibile disponibilità, per scopi edilizi-accademici, dell’area compresa all’angolo delle vie oggi denominate Sarfatti e Bocconi. Si legge in proposito nella Storia di una libera Università[9]:

Nella primavera del 1935, tramontata l’idea di riattare i locali di piazza Cavour [cioè della vecchia sede del Politecnico – NdA] a causa degli elevatissimi costi di ristrutturazione, si affacciò l’eventualità di erigere la sede in un’area di recente urbanizzazione posta a sud della città che, secondo notizie che Ugo Caprara aveva confidenzialmente comunicato a Palazzina, sarebbe stata destinata ad accogliere una nuova città universitaria.

Di fronte all’indecisione del Consiglio direttivo e ai tentennamenti del Comune, il vicepresidente [Giovanni Gentile – NdA; foto a p. 325] decise che era giunto il momento di far valere la sua autorità sugli uni e sugli altri e chiese – e ottenne – un abboccamento con le massime autorità locali. L’incontro ebbe luogo il 28 gennaio 1936 nella sede del Comune.

Il podestà, avvocato Pesenti, e i suoi vice, Carlo Radice Fossati e Franco Marinotti, dopo un iniziale rifiuto ad aderire alle richieste dell’università, si piegarono all’ardore del “tono fascista della perorazione” del filosofo. L’impegno solenne, «suggellato da un minuto di raccoglimento che tutti e quattro facemmo innanzi alla lapide dei caduti della grande guerra», vincolava l’amministrazione a edificare a porta Ludovica, su terreni in precedenza occupati dalla fabbrica del gas di San Celso (foto a p. 325), sulla base di una convenzione da stipularsi una volta che l’ufficio tecnico comunale ne avesse redatto il progetto.

Non solo “scopritore” di via Sarfatti ma, come si direbbe oggi, convinto supporter della Bocconi. Lei lo conobbe, subito, nell’immediato dopoguerra?

Sì, lo conobbi come studente di terzo anno. Frequentai con assiduità il corso di Tecnica commerciale tenuto da Ugo Caprara nel 1949/48, mentre già stavo lavorando alla tesi con Gino Zappa. Era il primo inverno, dopo la fine della guerra (dalla quale l’edificio universitario aveva subito serie ferite), in cui era stato ripreso il riscaldamento ed erano stati rimessi i vetri alle finestre. Finalmente non stavamo più in classe con cappotto, guanti, cappello. Com’era bello e facile assistere alle lezioni a 20 gradi, anziché sotto zero e con davanti il parco Ravizza coperto di neve (ma furono, forse, quei disagi e quelle dure prove che ci diedero la forza di ricostruire in pochi anni il Paese?).

Il suo modo di far lezione era unico. Non si sedeva alla cattedra, ma spostava la sedia a contatto con i banchi degli studenti, con i quali svolgeva una conversazione: partendo quasi sempre da domande che, non ammettendo una risposta breve, conducevano alla costruzione graduale dei concetti che voleva si fissassero nella mente dei suoi allievi: così abituava al ragionamento. Bisognava solo non vergognarsi di ignorare la risposta, che del resto era impossibile, e partecipare alla costruzione dei concetti ch’egli sviluppava, salendo verso l’alto per volute successive. Così teneva sempre viva l’attenzione, senza alcuna sosta.

Con il suo libro sui principi di economia delle aziende di credito Caprara nel 1946 si meritò un pubblico abbraccio dal venerato Gino Zappa, lo abbiamo ricordato parlando appunto del Maestro. Forse, proprio perché consapevole della gratificazione derivante da un pubblico riconoscimento, egli trasferì molti anni dopo il gesto su di Lei, mettendola peraltro in serio imbarazzo?

Sì, è vero. Il punto di partenza è il fatto che Ugo Caprara faceva parte della commissione di laurea che nel luglio 1949 mi laureò alla Bocconi.

Durante una pubblica manifestazione in aula magna del novembre 1988 (aveva 94 anni!), anticipando tutti gli interventi previsti, chiese la parola. Gliela concessi, non senza qualche esitazione: non l’avessi mai fatto! Estrasse un foglietto e lesse ad alta voce queste parole:

Era una mattina di primavera del 1949. Nel palazzo accanto della Bocconi, al tavolino davanti a una commissione di laurea sedeva composto e dall’aria intimidita un giovane dalla sottile corporatura. La commissione, della quale facevo parte anch’io, era presieduta da Gino Zappa.

Per chi non lo sapesse, dirò che Gino Zappa, riverito come maestro fondatore dell’Economia aziendale con il suo famoso discorso del 1927 a Ca’ Foscari: “Tendenze nuove negli Studi di Ragioneria”, era un severissimo docente. Meritarsi un 30 ai suoi esami era cosa da far quasi epoca.

Gino Zappa era anche il relatore della tesi del giovane che sedeva di fronte a noi, e che aveva per titolo L’economia delle imprese cotoniere.

Dopo aver illustrato e brevemente commentato il contenuto della tesi, ecco le parole con le quali il Maestro concluse il suo giudizio e che lasciarono sbalorditi noi della commissione: «Questa tesi di laurea potrebbe essere titolo per partecipare positivamente non dico a un concorso per libera docenza, ma a una cattedra universitaria».

Quel giovane che ascoltava davanti a noi questo giudizio era Luigi Guatri.

Il professor Caprara aveva adottato una sorta di “ruolino di marcia” che regolava piuttosto rigidamente le sue attività quotidiane. S’è mai accorto, professore, che anche Lei segue una regola di vita attentamente divisa fra professione (abbondantemente condita con ricerca, studio, lettura), cura della sua amata Bocconi (costante), impegni sociali (pochi), pasti frugali e riposino pomeridiano, attività fisica?

Il “ruolino di marcia” di Ugo Caprara è stato, invero, inimitabile. Negli anni Cinquanta ebbi occasione di collaborare con lui in alcuni lavori professionali. Questi, di regola (e salvo rare eccezioni), si svolgevano solo a partire dalle 17.

Il mattino aveva infatti tre precise e impegnative incombenze: di buon’ora (dalle 7) leggeva, studiava, scriveva per alcune ore; poi – in giorni stabiliti – si recava per tenere le sue lezioni, due volte per settimana alla Bocconi e qualche volta a Torino (in tal caso partiva presto); verso fine mattina si portava nel suo curatissimo giardino e vi lavorava per ore.

Al pranzo seguiva regolarmente il “riposino”: così da riprendere le forze. Poi iniziava una lunga passeggiata (alcuni chilometri di cammino “di buon passo” lo tenevano in forma) e raggiungeva il posto di lavoro.

Questo era lo schema classico: che solo in via eccezionale poteva essere alterato, ma solo per gravi motivi.

Collaborò spesso con lui?

Nell’attività professionale mi dava fiducia e spesso “carta bianca” quando avevo sì e no 25 anni. Mi lasciava scrivere le relazioni, che poi rivedeva parola per parola, ma sempre accettava in piena convinzione il mio punto di vista. Più avanti vi partecipò anche Giordano (il figlio, l’amico e il collega, con mio fratello Beppe, dello studio di via Massena, che insieme costituimmo, costruendo con altri amici anche il palazzo a metà degli anni Sessanta). Veniva talvolta presso lo studio Antonelli, in via dei Bossi, dove dal febbraio 1952 iniziai la mia esperienza professionale da “iscritto” all’Albo dei commercialisti.

Gli capitò anche – ma “in grande” come meritava – di fare il curatore fallimentare?

Lì, con l’aiuto e il sostegno di Luigi Antonelli, il mio maestro nella professione di commercialista, fece anche (una volta sola!) il curatore del più grande fallimento dell’epoca: il Cotonificio Tavazzani. Per puro caso, il figlio del cotoniere Tavazzani era stato un mio simpatico compagno della Bocconi, noto a tutti per essere l’unico studente degli ultimi anni Quaranta che veniva all’università (non in tram o in bicicletta, come tutti) con un mezzo potente: la motoretta (forse la Lambretta). E per questo potentissimo mezzo era molto invidiato da tutti.

Alti e bassi della vita; dagli altari (della Lambretta) alla polvere della procedura fallimentare! Ma un curatore meno fiscale di Ugo Caprara sarebbe stato difficile trovarlo...

Lei invece ha seguito molte aziende in crisi, sempre traendone motivo di studio e di approfondimento. Così accadde per il fallimento della Caproni, che la portò a scrivere un trattato sui costi fissi che non si adeguano al calare dei ricavi.

Collaborando con Caprara per l’analisi delle cause del dissesto Tavazzani, la mia mente ritornava a pochi anni prima – al 1951 – quando per mesi, venendo giorno per giorno da Treviglio, mi recavo in via Luciano Manara, dov’erano gli uffici centrali della Caproni, l’azienda aeronautica che aveva accompagnato i successi dell’Italia nell’aviazione (foto a p. 325).

Il grande stabilimento di via Mecenate era ormai poco più che un rudere: la Caproni, gloria dell’Italia fascista, era fallita. Quali le cause delle perdite? Per incarico del curatore, il senatore Roda, un vecchio bocconiano al quale mi aveva presentato Palazzina, discussi – e poi tradussi in un volume – la vicenda dei “costi fissi” che non si adeguano al cadere dei ricavi eccetera, eccetera.

Così nascono le perdite e da queste derivano i dissesti. Roda, il senatore socialista, avrebbe anche sperato che tra le scritture trovassi qualche irregolarità, qualche prelievo occulto, qualcosa che facesse scoppiare un caso politico, ma così non era; era solo la cessazione della produzione bellica, per un’azienda senza clienti privati, che aveva ovviamente causato il dissesto. Non c’era davvero bisogno d’altro.

Tornando al professor Caprara, Lei ebbe in lui più che un amico: una sorta di ammirato paterno protettore.

Ricordo come fosse ieri che talvolta, anche di primo mattino, l’ottuagenario professor Caprara mi telefonava raccomandandomi di non esagerare nell’attivismo accademico e professionale: «Tu e Giordano [suo figlio – NdA] siete quarantenni e perciò in un’età delicata, dovete stare attenti alla salute. Siete anche esposti all’infarto, alla vostra età...» (non già lui, che di anni ne aveva il doppio). «Per fortuna – aggiungeva – avete delle brave mogli».

Quando per due anni fui commissario giudiziario alla Rizzoli, con un ulteriore gravoso impegno, per il quale, tra l’altro, finivo tutti i giorni sui giornali, le telefonate si fecero ancora più frequenti.

Da quando nel 1984 divenni Rettore della Bocconi, non mancò mai a un incontro in aula magna che presiedessi: sempre seduto in prima fila, pronto a intervenire non appena gli si presentasse l’occasione. Forse non ebbi mai un ascoltatore tanto assiduo e attento.

E addirittura trovò in lui anche un “allievo”, particolarmente grato per avergli fatto scoprire, sia pure alla rispettabile età di quasi 90 anni, la vera essenza del marketing con un suo libro sull’argomento.

Del marketing (la nuova disciplina che all’inizio degli anni Sessanta importammo dagli Stati Uniti) non volle a lungo sentir parlare: «una americanata», «cose che noi abbiamo già detto e che loro credono di scoprire solo ora...». Scriveva ancora nel 1983:

C’era proprio bisogno che ce lo venissero a dire loro, questi ineffabili trattatisti stranieri, dell’assoluto bisogno per ogni tipo d’impresa di indagare i fatti e i fenomeni di mercato almeno in quel particolare ambito o settore nel quale l’impresa tenta di inserire fruttuosamente la propria iniziativa?

Ah, questi anglosassoni che si atteggiano a maestri della finanza e dell’economia applicata, quando già or sono più di sei secoli banchieri e mercanti di Firenze, Genova e Venezia davano l’avvio ai mercati e ai regolamenti cambiari internazionali; quando creavano la moneta immateriale con l’adattamento del credito alla funzione monetaria, e, con l’invenzione della “partita doppia”, creavano quel mirabile strumento di misurazione dell’economia di vita delle imprese che un acuto economista, il Fischer, non esitò, nel calore della sua ammirazione, a paragonare per importanza alla newtoniana legge della gravitazione universale!

Cambiò completamente idea quando lesse i miei libri di marketing:

Così per lungo tempo ho creduto anch’io che il marketing fosse destinato a rimanere un’ancella dell’economia aziendale; una sofisticata metodologia posta al suo servizio per un potenziamento, in particolare, dell’aspetto commerciale dell’impresa industriale. E posso ben dire che questa persuasione durò a lungo, finché a dissiparla non mi occorse di poter esaminare con agio di tempo l’eccellente volume del carissimo collega e amico Luigi Guatri.

Un volume che rappresenta una vera innovazione nei nostri studi. In questo volume il Guatri mette finalmente un po’ d’ordine in quella selva che rischiava di divenir selvaggia con gli apporti degli estrosi interpreti del concetto di marketing... È dunque riuscito a fare del marketing una branca dell’Economia aziendale.

Nei confronti del suo grande amico e maestro Lei sembra nutrire riconoscenza, soprattutto per il rigore che allora e ancor oggi pare profondamente rimpiangere, con il quale considerava studi e carriere.

In una introduzione che feci sul n. 2/1983 di Finanza Marketing e Produzione, la rivista bocconiana che avevo fondato in quello stesso anno, ho avuto l’onore di presentare l’ultimo scritto pubblicato da Ugo Caprara (già citato nel corso di questo ricordo). Credo sia interessante riprodurlo, anche perché rievoca il “piccolo mondo” in cui è nata, con maestri illuminati, severi e giusti, l’Economia aziendale in Italia. Essa nacque e fiorì in un’epoca in cui ancora contavamo qualcosa nel mondo, prima che la mediocrità diffusa e la caduta della severità e dell’obiettività di giudizio nella selezione dei docenti stendessero su di noi una nebbia che non è ancora svanita. Ma che nel mio innato ottimismo di figlio della rinascita post-bellica ancora credo possa dissolversi.

Ecco come presentai l’articolo di Caprara:

Per i pregi dottrinali che presenta e per l’interesse che suscita con la rievocazione degli anni “bocconiani” che videro la nascita della nostra disciplina, siamo lieti di pubblicare questo articolo di Ugo Caprara pur se non strettamente attinente ai programmi editoriali della nostra Rivista.

Ugo Caprara ha oggi 88 anni, essendo nato a Lodi il 24 ottobre 1894. Egli non è solo, in fatto di età, il testimone più sicuro dei primordi dell’Economia aziendale; ma ne è stato – come è ben noto – uno dei più acuti e vivaci protagonisti.

A Gino Zappa si rivolge chiamandolo “Il Maestro”: esempio di fedeltà intellettuale e di reverente attaccamento che oggi appare inusitato e sorprendente. Egli ci riporta a un mondo accademico di dimensioni limitate, fatto di personaggi e di Scuole, ma anche e soprattutto di impegno severo e di selezione durissima e quasi spietata: quando la Cattedra non era un “posto”, ma il traguardo più significativo e rilevante della vita. È in questo “piccolo mondo” che si sono manifestati i primi travagli dell’Economia aziendale. La testimonianza di Ugo Caprara è in proposito diretta e insostituibile per il quarantennio tra il 1920 e il 1960 (anche se alcuni giudizi sono strettamente personali e alcune elencazioni e graduatorie sono incomplete: ma il nostro Autore scrive d’impulso e non consulta annuali e statistiche). Dopo tale epoca, l’evoluzione delle discipline aziendali avviene in un contesto internazionale, reso possibile dalla facilità delle informazioni; ma i frutti del suo lungo insegnamento sono tuttora manifesti nelle opere degli Autori, che il Nostro elenca in chiusura del suo articolo, e che, già suoi allievi, ora onorano le cattedre universitarie che ricoprono.

A 94 anni Caprara Le scrisse una lettera che Lei conserva come uno dei più cari ricordi. Che le diceva?

L’ultima lettera di Ugo Caprara mi giunse, datata 26 aprile 1988 dalla sua casa via Castelbarco 30 (aveva 94 anni!). Una lettera che, oltre a formularmi una specifica proposta, ripercorreva i tratti essenziali della sua vita accademica e dei rapporti con il “Maestro” (cioè Gino Zappa). Un documento che, a parte la proposta personale della quale dirò tra poco, merita di essere integralmente riprodotta (anche per i significati storici).

Carissimo Luigi,

tu hai scritto un ottimo articolo per il numero 1/1988 della Rivista Finanza Marketing e Produzione e io ti invito affettuosamente e calorosamente ad assumerti l’incarico di comporre una “Breve storia di una nuova disciplina: l’Economia aziendale”. Sei l’unico, tra tutti quelli del passato e del presente, che disponga delle capacità intellettuali, culturali e morali per assolvere un tale incarico. Sin che avrò un’ora di vita io sarò al tuo fianco per consegnarti tutti i miei ricordi, le manifestazioni di tutta la mia attività dottrinale e didattica che sempre ha avuto uno scopo fondamentale: riscuotere l’elogio del Maestro nel procedere con Lui lungo il cammino che avrebbe portato la Ragioneria come Scienza dell’amministrazione (Besta) alla dignità di una nuova dottrina (l’Economia aziendale, appunto) con l’integrazione nelle altre due facce della sua integrale composizione: la tecnica operativa delle imprese (industriali, commerciali, di credito) e la tecnica delle loro organizzazioni.

Era il succo del famoso discorso del Maestro tenuto a Ca’ Foscari nel 1927 dal titolo: “Tendenze nuove negli studi di Ragioneria” (discorso che suscitò tante velenose critiche da parte dei vecchi cattedratici della Ragioneria).

Sciocchi commenti ebbe anche a suscitare il mio libretto manoscritto e ripetuto litograficamente: “La partita doppia nella concezione della nostra Scuola” nel 1923 offerto ai miei allievi della Bocconi in veste di assistente di Gino Zappa e citato dal Maestro nel suo volume Il reddito d’impresa come primo appunto di una nuova teoria della partita doppia.

Ti accludo un esemplare di questo fascicoletto riprodotto a stampa, come contributo mio alle onoranze di Pietro Onida che divenne allievo di Gino Zappa, molti anni dopo di me a Ca’ Foscari e che trovò già in gran parte percorso il cammino intrapreso per portare la Ragioneria a diventare Economia aziendale.

Lo stesso si può dire di tutti gli altri che vennero dopo di me, a cominciare da D’Ippolito, da Dell’Amore, e via dicendo. Io fui il primo a dare al Maestro la gioia di vedere il suo primo allievo salire la cattedra universitaria con il mio volume del 1927 “Le negoziazioni caratteristiche dei vasti mercati. Principi di Tecnica mercantile” seguito, 13 anni dopo, dal volume “La Banca. Principi di Economia delle aziende di credito” che mi meritò il suo plauso con le parole: «Ella ha fatto opera che onora la nostra Scienza!».

Nel tuo bellissimo articolo che traggo a commento, a un certo punto tu dici: «I giovani studiosi si debbono rendere conto che qualificarsi come cultore, in senso esclusivo, di Marketing, o di Finanza, o di Organizzazione, o di Strategia e così via è riduttivo della loro dignità scientifica. Essi debbono aspirare, in primo luogo, a essere Economisti d’azienda: e solo in via subordinata, come manifestazione dell’approfondimento di particolari rami della disciplina, assumere altre qualificazioni».

E più oltre ammonisci, parafrasando alcuni miei fondamentali concetti che ti avevo comunicato – ricordi? – in un foglietto dattiloscritto: «La ricerca di comuni principii di collegamento di un quadro unitario di discipline quali il Marketing, l’Organizzazione, la Finanza, il Controllo e così via può a prima vista apparire compito arduo o addirittura impossibile. Sol che si pensi ai linguaggi ermetici, di specialismo spinto, che ciascuna d’esse ha assunto, in parte anche inconsapevolmente».

Ma a favore della nostra tesi milita un fattore decisivo e che alla lunga prevarrà: la realtà ineluttabile che l’azienda è unità; e che perciò lo studio di sue parti o aspetti particolari assume pienezza di significato e validità concettuale solo se l’unità ne è il Leit-Motiv.

Sono parole che nessun vento – se tu vorrai – potrà mai disperdere.

fto: Aff.tuo Ugo Caprara

La proposta personale consisteva nell’invitarmi «affettuosamente e calorosamente» a comporre una “Storia dell’Economia aziendale” (che egli qualifica ancora, dopo 60 anni, come «una nuova disciplina»). Commovente, anche se sicuramente eccessiva è la motivazione, che cito a conferma della stima, spinta al limite di smarrire il senso della misura, che aveva in me: «Sei l’unico, tra tutti quelli del passato e del presente, che disponga delle capacità intellettuali, culturali e morali per assolvere a tale incarico. Sin che avrò un’ora di vita io sarò al tuo fianco per consegnarti tutti i miei ricordi».

So che non può essere vero; ma quanto emoziona, anche a distanza di due decenni, percepire che un grande Maestro del passato ti faccia una così importante “apertura di credito”!

1

M. Cattini, E. Decleva, A. De Maddalena, M.A. Romani, Storia di una libera Università, op. cit., vol. II, p. 197.