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Il mondo di Guatri

2026/6

Gerolamo Gianni

Quando cambiali fasulle, bancari inetti e avvocati incapaci fecero fallire il “re” dei Piani d’Invrea

Professore, Lei ha passato buona parte della sua vita a studiare dissesti e a progettare risanamenti. Chiamato (ovviamente) quasi sempre all’ultimo, quando la situazione si faceva disperatamente vicina al fallimento (o, peggio, alla bancarotta), ha sempre coscienziosamente cercato – come le impone la sua professione – di capire se rimaneva qualcosa di utilizzabile per risanare i bilanci e salvare le aziende; o, quantomeno, per ridurre o limitare i danni. Ha avuto modo in questi frangenti di conoscere personaggi di tutti i tipi: onesti ma non all’altezza, cialtroni, derubati dai collaboratori o dai parenti, intelligenti o sciocchi. Qual è stato il caso più clamorosamente condizionato dall’incapacità di comprendere il proprio interesse e che le ha impedito di “salvare il salvabile”?

Nella Milano degli anni Settanta la più nota tra le società edili di “alta qualità” era senza dubbio la Facchin e Gianni SpA. Possedeva edifici costruiti in punti strategici e centrali che presentavano soluzioni architettoniche di alto livello per cui i suoi palazzi si distinguevano come realizzazioni o “ristrutturazioni” di eccellenza. La qualità tecnologica si riverberava sul marchio dell’azienda, creando nei clienti e in tutti gli operatori il massimo di fiducia.

In quegli anni l’ingegnere Gianni (Gerolamo per gli amici) era il più brillante anfitrione degli appena nati Piani d’Invrea, un agglomerato di ville a picco sul mar Ligure tra Varazze e Cogoleto. Villa Gianni era la perla di quel luogo.

Nell’adiacente hotel L’Orizzonte, una delle attrazioni dei tempi, Gianni ogni estate ospitava legioni di amici e di vicini per feste “da mille e una notte” delle quali l’estroversa ed esotica moglie, l’ex attrice bulgara Zora, era l’animatrice. Al successo delle serate contribuiva anche il mio vecchio amico Michele Burnengo, noto commercialista di Genova e uomo d’affari (che per pura passione co-gestiva, da lontano, l’hotel L’Orizzonte) e che alla passione dell’ospitalità univa quella della buona cucina cosicché si divertiva un mondo quando poteva realizzare cene pantagrueliche.

Ciò che avveniva (le feste, le cene, i balli) in quelle notti estive era esattamente ciò che io aborrivo. Dalla mia villa di Arenzano, dove amavo trascorrere le vacanze scrivendo e praticando qualche partita di golf, non mi sarei mai mosso neanche a peso d’oro: di notte, in modo particolare (non ho mai gradito ritirarmi dopo le 23).

Invece a L’Orizzonte la serata alle 23 era appena cominciata. Ma qui mi trascinava, facendo pressioni anche su mia moglie, Michele Burnengo. «Almeno una volta all’anno, devi venire per un’oretta e per un pranzo leggero con pochi amici...». Ci trovavamo sempre di fronte a un centinaio di persone, pronte a qualsiasi eccesso gastronomico e a balli sfrenati con un’orchestra assordante.

Regolarmente ogni anno quando, dopo almeno un’ora, credevo che il pranzo fosse terminato, mi sentivo dire che erano finiti gli aperitivi; e che il pranzo stava per cominciare. Il mio sgomento doveva, per forza e un poco alla volta, placarsi.

Gianni in quell’ambiente era il “re”: il signore degli immobili milanesi, l’ospite generoso venerato dagli amanti delle feste notturne al chiar di luna sul mare, elettrizzati dalle fantasiose “trovate” con cui “la Zora” animava le feste. Insomma, un miliardario generoso dietro al quale ben volentieri si nascondevano gli altrettanto (e più) miliardari suoi amici genovesi dei Piani d’Invrea.

Che cosa accadde di tanto grave da sconvolgere un quadretto così allegramente dorato?

Fu verso la fine di una di queste estati che Gianni mi telefonò ad Arenzano per chiedermi un appuntamento; con il tono, peraltro, di chi non desidera organizzare un’altra “festa”. Venne nella mia casa al Quadrifoglio della Pineta, accompagnato da Michele Burnengo. Lo ricevetti in giardino, gli offrii un caffè. Ma non aspettò neppure che arrivasse: «Gigi, sono rovinato, sto per fallire». Un attimo di sgomento, poi gliene chiesi le ragioni, che mi espose confusamente. Capii soltanto: «Stiamo seduti su di una montagna di cambiali false» (“fasulle”, come si diceva nel linguaggio dei tempi).

La società, sotto la spinta di un enigmatico esperto di finanza e di banca (sarebbe stato il “ragionier Tonna” di oggi) aveva creato una vera e propria fabbrica di cambiali di supposti clienti, frutto di inesistenti vendite, cambiali che, appena “prodotte” (ovviamente con nomi di clienti immaginari, ma con indirizzi, cifre, scadenze precise), venivano avviate alle banche per lo “sconto”, la regina delle operazioni bancarie di quei tempi. Alla scadenza le cambiali venivano puntualmente pagate dalla stessa società, procurando i mezzi con altri sconti di altrettante cambiali false, più gli interessi. Si creava così (anche per via degli interessi al 20% e oltre) una vera e propria valanga, che andava ingrossandosi e stava per travolgere tutto. Questione di poche settimane, ormai.

Naturalmente per prima cosa bisognò capire come si era formato e quanto era grave il dissesto?

Mobilitai una squadra di esperti: con me, oltre a Burnengo, l’avvocato Mario Adornato, con un gruppo affiatato di collaboratori. Passammo giorni e giorni (e anche serate) per capire e ricostruire le situazioni di decine e decine di società, cercando di separare (con la partecipazione anche degli autori dei misfatti) il grano dal loglio.

Alla fine tutto venne in chiaro: erano bastati 8 giorni (così si lavorava a Milano in quei tempi. Oggi non sarebbero stati sufficienti legioni di advisor e molti milioni di euro. Noi ci accontentavamo di pochi milioni di lire).

Furono convocate tutte le banche, ovviamente le massime creditrici, quanto inconsapevoli portatrici di “garanzie” cambiarie in massima parte inesistenti. L’incredulità, fin dal primo incontro, si disegnò sui visi dei legali che le rappresentavano. E fioccarono domande ingenue: «Ma come può essere accaduto, se il portafoglio da anni è andato per il 100 per cento a buon fine?».

«Già, ma proprio da questo 100 per cento le banche avrebbero dovuto rendersi conto che qualcosa non andava...». «Perché allora sempre nuovi acquisti di aree e di imponenti edifici da ristrutturare?». «Perché la valanga andava alimentata... In questi casi, chi si ferma è perduto...».

Alle banche, in sostanza, si chiedeva, con dati ormai chiari (e cioè iscrivendo al passivo tutti gli effetti “falsi”, che erano solo debiti verso di loro, e cancellandoli dall’attivo) di accettare un rimborso graduato nel tempo e senza interessi, o con interessi simbolici.

Una soluzione, date le premesse, sin troppo favorevole, da cogliere al volo.

Ma qui cominciò una schermaglia defatigante, come non di rado accadeva, tra gli uffici legali: chi accettava, chi accettava a date condizioni (l’una diversa dall’altra), chi non aveva i poteri, chi invocava qualche posizione di privilegio, chi ne faceva (per accrescere il prezzo, come se fosse possibile trattarlo) una questione di principio...

Una scena desolante, una vera incapacità di capire che occorreva, senza perdere tempo, salvare il salvabile... Si giunse al 95 per cento delle adesioni: ma non bastò.

Alla fine, ci stancammo e ci rassegnammo. Lasciai al collega Mario Adornato, che più di tutti si era battuto per spiegare l’errore che si stava commettendo, di concludere. Disse che nei giorni successivi l’ottimo collega Cuneo (uno specialista indiscusso di procedure concorsuali) avrebbe cominciato, società per società, a presentare al tribunale le domande d’amministrazione controllata o di concordato preventivo.

Ora capisco bene la sua desolata indignazione: l’episodio denunciava un provincialismo e una povertà di preparazione professionale davvero allarmante. Fu uno dei massimi errori, osservati nella mia vita, in cui il sistema bancario (sia pure per il comportamento dubbioso di pochi) sembrò cercare a tutti i costi di perdere il massimo possibile. E, come dimostrarono i tumultuosi eventi successivi, vi riuscì pienamente; e perse gran parte dei crediti senza alcuna ragione sostanziale. Oggi non sarebbe accaduto.

La sua nota finale inclina, forse un po’ troppo, all’ottimismo?

Certamente no. Il sistema bancario attuale, oltre a molte complessità, ha pure maggiore professionalità e più realistica attenzione a questo tipo di problemi.

Quanto all’ottimismo vorrei completare il racconto di questa dolorosa vicenda (che distrusse l’ingegnere Gianni, provocò perdite senza senso alle banche e infine arricchì altri), ricordando come all’epoca lavorava il commercialista Cuneo. Egli partecipava di giorno a riunioni informative, raccoglieva i dati che gli fornivamo, sentiva i nostri consigli, contattava quando ne era il caso il presidente del tribunale fallimentare; a sera inoltrata, dopo le 21, cominciava a stendere un’ampia e documentata istanza per il tribunale per questa o quella società: per le 7 del mattino successivo il documento era pronto e alle 9 ci veniva sottoposto; ed era perfetto. E così per settimane...

Povero, grande amico Cuneo: aveva poco più di cinquant’anni quando apprendemmo che era stato colpito da un infarto e che non c’era più. Milano perse il suo più grande fallimentarista.

Così come, da poco, aveva perduto (e in modo inglorioso) uno degli immobiliaristi più famosi del tempo. E su L’Orizzonte, un poco alla volta, scese l’oblio: non vi sono mai più tornato.