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Il mondo di Guatri

2026/6

Bruno Tassan Din

Le plusvalenze dei valori intangibili delle testate giornalistiche premessa dell’inatteso successo dell’amministrazione controllata

Il Corriere della Sera, e per esso la società editoriale che ne detiene la proprietà, è sempre stato – e da molti – considerato un appetibile obiettivo: da conquistare e/o da utilizzare per veicolare idee o simpatie politiche; o da sfruttare in base a un calcolo meramente economico-finanziario a causa dei volumi di denaro che quotidianamente movimenta per vendita di copie e di spazi pubblicitari.

Negli anni Settanta piombò in una crisi di bilancio che poteva sfociare in un fallimento; nonché in uno scandalo che mise in drammatica difficoltà i suoi proprietari/amministratori: in particolare l’amministratore delegato Bruno Tassan Din (foto a p. 348) e Angelo Rizzoli (detto Angelone, figlio di Andrea e nipote del “grande” Angelo; foto a p. 348). Entrambi in odore di P2.

Raccontare in poche righe quanto accadde in quegli anni è impossibile. Per tentare di comprendere alcuni punti fondamentali della complessa vicenda conviene, se Lei professor Guatri è d’accordo, dividerla in sei momenti:

  1. l’acquisto del Corriere da parte di Andrea Rizzoli;
  1. la storia del capitale della Rizzoli;
  2. l’evidenziazione di un ragguardevole “capitale netto positivo”;
  3. le vicende penali di Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din e altri amministratori della società editoriale;
  4. il successo dell’amministrazione controllata;
  5. il prezzo di cessione a Gemina.

Procediamo pure così, anche se sul primo punto, che non fu da me direttamente vissuto, lascerò la parola ai personaggi che di quel periodo furono testimoni diretti. Infatti, la parte travagliata della vita della Rizzoli inizia nel 1974. Nell’estate di quell’anno (il 24 luglio) l’accordo per l’acquisto del Corriere della Sera trova la conclusione finale con un verbale di conciliazione per il ricorso sindacale contro la S.a.S. Corriere della Sera davanti al pretore Ezio Siniscalchi (sembra una predestinazione: si comincia con un atto giudiziario!).

Su questa fase iniziale delle sventure della Rizzoli lascio la parola a Franco Di Bella, che del Corriere – dov’era entrato cronista nel 1952 – fu direttore nel quadriennio 1977/81, cioè nell’epoca immediatamente precedente all’amministrazione controllata. Dell’ampio libro, Corriere Segreto, di Di Bella (di ben 433 pagine; foto a p. 348) segnalo alcuni passaggi che mi sembrano importanti.

Citando confidenze di Lorenzo Jorio, scrive Di Bella[57]:

Penso proprio che i Rizzoli avrebbero potuto salvarsi se all’inizio del 1980 avessero preso talune decisioni. L’Occhio di Costanzo era un colabrodo editoriale e finanziario, il Corriere d’Informazione andava chiuso affrontando una ristrutturazione produttiva all’interno dello stabilimento di via Solferino, si doveva cedere Il Lavoro e chiudere l’Eco di Padova. Quando proposi il “pacchetto” ad Angelo Rizzoli mi sentii rispondere: «Io sto trattando la ricapitalizzazione del gruppo e quindi la cessione di una parte della mia proprietà. Non posso consentirmi di trattare con un Vietnam in azienda. Veda di chiudere l’Eco di Padova con i minori contraccolpi possibili». È quello che feci. Dopo fui tra i dissenzienti e uscii dal gruppo a fine ottobre del 1981.

E ancora[58]:

Gli elementi psicologici che giocarono sulla decisione di Andrea Rizzoli di acquistare il Corriere furono diversi: era spaventato da Edilio Rusconi che si diceva volesse comperare Il Tempo e contemporaneamente si era buttato a rincorrere, nella sfida che s’è detta, la grande figura di manager del padre Angelo. Era una sfida contro il padre, nella tomba, un tentativo di dimostrare nel confronto la propria superiorità. Così decise di comperare il Corriere e l’errore gli fu fatale: si imbarcò verso questa avventura in un modo talmente leggero e commettendo una tale catena di sbagli che alla fine pregiudicò persino l’unità della famiglia, un’unità che era stata fino ad allora il patrimonio più prezioso della dinastia. Andrea aveva ereditato il ruolo del patriarca, cercò di gestirlo come aveva visto fare al padre, ma non aveva la personalità di Angelo il vecchio.

Di Bella passa infine la parola a un testimone di grande successo: Edilio Rusconi (foto a p. 348), lo storico inventore di Oggi e poi di Gente[59]:

Ma forse il primo errore lo compì proprio Andrea, soggiunge Rusconi. Morto il vecchio Angelo, quell’Angelo che per tutta la vita aveva sognato di avere un quotidiano, che per tutta la vita in alternativa al quotidiano creato da lui stesso sognava solo di entrare al Corriere, che odiava a morte i Crespi per ragioni miserrime, magari perché una volta non l’avevano invitato a pranzo a Montercarlo, ragioni probabilmente amplificate dalla sua condizione di ex martinitt, morto il vecchio Angelo, Andrea decise di dare una lezione al padre. E comprò il Corriere. Quando firmò l’accordo per l’acquisizione della prima quota, una persona presente disse: «Con questa firma i Rizzoli hanno iniziato la demolizione di ciò che il loro padre costruì in una vita».

Lei, professore, ebbe modo di conoscere direttamente e a fondo le cinque fasi successive, poiché fu nominato commissario giudiziale della Società Editoriale Rizzoli. Da quali radici si sviluppa uno dei periodi più avventurosi e difficili del maggior quotidiano italiano e del grande gruppo che lo possiede?

Come abbiamo appena visto, il punto di partenza è l’acquisizione nel 1974 dalla famiglia Crespi, dal Gruppo Moratti e dal Gruppo Agnelli del 100 per cento dell’Editoriale del Corsera: questo solo fatto raddoppia le dimensioni del gruppo, che passa da 4.400 a 8.100 addetti; anche le testate periodiche raddoppiano, pur collocate spesso negli stessi segmenti di mercato. Negli anni 1974/77 continua lo sviluppo dimensionale, parallelamente accrescendo il fabbisogno finanziario: quasi tutto coperto direttamente o indirettamente (a mezzo della Banca Rothschild o altri) dal Banco Ambrosiano di Calvi (foto a p. 346).

La pagina più oscura è rappresentata dai due aumenti di capitale del 1977 e del 1981, che così descrissi nella mia veste di commissario giudiziale il 20 gennaio 2003:

Nel 1977, per sostenere lo sforzo finanziario collegato alla politica di acquisizione delle partecipazioni (in particolare con riferimento al pagamento della Viburnum SpA) il capitale della Rizzoli viene aumentato da 5.100 a 25.500 milioni, mediante l’emissione di 2.400.000 azioni, al valore nominale di L. 8.500 (in opzione, nel rapporto 4:1). Sempre per la necessità di consolidare l’indebitamento a breve termine, a fine 1978 viene deliberata l’emissione di un prestito obbligazionario dell’importo complessivo di 24.990 milioni, la cui sottoscrizione verrà completata nel 1980[60]. Queste due operazioni finanziarie segnano un momento di grande rilievo ai fini del controllo del Gruppo Rizzoli.

Secondo informazioni attendibili, la prima operazione avrebbe determinato il trasferimento (non registrato sul libro soci) dell’80 per cento del capitale della società (pari all’aumento di capitale) a terzi non identificati, che di fatto sarebbero stati i finanziatori dell’operazione.

Ai Rizzoli sarebbe rimasto il diritto di riscatto (a condizioni onerose e crescenti nel tempo), che di fatto sarebbe stato esercitato nel 1981. Per circa quattro anni, in sostanza, il controllo azionario del gruppo sarebbe rimasto nelle mani degli sconosciuti finanziatori. Il prestito obbligazionario, a sua volta, viene in parte prevalente collocato presso il Gruppo Fabbri, che – dagli atti di cause pendenti all’epoca dell’amministrazione controllata – assume di avere compiuto tale operazione come prestanome del Banco Ambrosiano.

Ancor oggi desta effettivamente impressione pensare che per quattro anni (dal 1977 al 1981) l’80 per cento del capitale sociale della Rizzoli sia stato intestato (“trasferito”) a «terzi non identificati». Secondo la sua esperienza diretta, durante quei quattro anni chi sarebbero stati i veri “padroni” del Corsera?

Ricordo con chiarezza che nel mio periodo rizzoliano mi furono mostrati i certificati azionari della Rizzoli: sul retro riservato alle “girate” non ve ne erano, a prima vista, di “strane”: ma, guardate in trasparenza (a una delle finestre di via Civitavecchia) vi appariva – quasi completamente cancellata – la nota «trasferito allo IOR», la Banca Vaticana. Non vi è dunque dubbio che Calvi o suoi sostenitori (come lo IOR di Marcinkus) fossero in quel momento gli intestatari dei certificati (non è chiaro se per garanzia, o per altre ragioni).

L’entrata “ufficiale” del Gruppo Banco Ambrosiano in Rizzoli avvenne solo nel 1981, con il 40 per cento acquisito dalla sua controllata, La Centrale Finanziaria.

Alle mie stesse conclusioni arrivò l’indagine del Garante dell’Editoria, Mario Sinopoli, come rivelò, nell’agosto del 1983 – ancora durante l’amministrazione controllata – un’inchiesta de Il Mondo (direttore era Paolo Panerai) dal titolo “Corriere Vaticano” (nel Riquadro 1, la parte testualmente riprodotta dell’inchiesta dal periodico su questo punto).

Era un ambiente che sembrava senza più regole, non solo finanziarie; era pieno di misteri, di paure, di manovre le più strane. Ad esempio, le famose nonché insistenti incursioni che Bruno Tassan Din faceva nell’ufficio di Pier Domenico Gallo, primo direttore generale del Nuovo Banco Ambrosiano.

In questo caso fu lo stesso Gallo a raccontare di queste visite, addirittura notturne. Ecco cosa ne scrisse[61]:

Bruno Tassan Din, amministratore delegato della Rizzoli, per un certo periodo venne spesso a trovarmi in ufficio, di notte: voleva convincermi, senza successo, a evitare che la casa editrice fosse mandata in amministrazione controllata. Una volta mi raccontò che nel momento in cui Calvi appose la firma sulla girata delle azioni Rizzoli, rivolgendosi a lui, aveva chiesto: «Questo mi salverà dalla galera?». E Tassan Din, con l’atteggiamento cinico che gli era proprio, mi ricordò che in quel momento scattarono i provvedimenti di custodia cautelare nei confronti del banchiere. Come dire: chi tocca i fili muore.

E ancora[62]:

La decisione di adire la procedura d’amministrazione controllata fu preceduta da vari incontri con Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din che, ovviamente, fecero di tutto per evitarla. Nel frattempo il Nuovo Banco aveva messo a revoca i fidi al Gruppo Rizzoli per motivi tecnici relativi alle sue disastrose perdite e al mancato pagamento degli interessi.

Riquadro 1 “Corriere Vaticano”

(omissis)

È proprio nella cassaforte della banca vaticana che finì l’80 per cento delle azioni della Rizzoli, regolarmente girate da Giammei allo IOR secondo quanto riferisce alle pagine 8 e 9 il rapporto della Guardia di Finanza. Marcinkus, attraverso il Credito Commerciale, versò nelle casse del gruppo editoriale i 20,4 miliardi dell’aumento in cambio delle azioni, dando però ai Rizzoli la possibilità di ricomprarle nel luglio del 1981, versando all’Istituto per le Opere di Religione 35 miliardi.

Scrive testualmente Sinopoli: «Si trattò di un finanziamento da parte dello IOR a favore della Rizzoli con l’obbligo di restituzione nel luglio 1981» (Allegato A al rapporto della Guardia di Finanza). Un tale finanziamento avvenne con una serie di operazioni che portarono alla disponibilità da parte della commissionaria di borsa Giammei e, per questa, da parte dello IOR, di 2.400.000 azioni da lire 8.505 per un ammontare di lire 20.415 miliardi. Ma perché i Rizzoli, che ancora potevano disporre delle loro azioni, ricorsero a questo strano meccanismo invece di rivolgersi a un banchiere italiano? E a che cosa mirava lo IOR? Gli editori milanesi hanno sempre sostenuto di avere saputo che le azioni erano destinate allo IOR solo nel 1981, dopo che Roberto Calvi attraverso La Centrale aveva fornito ad Angelo Rizzoli, il superstite della famiglia in azienda, i miliardi necessari per ricomprare i titoli. «Che alle spalle della Rizzoli ci fosse lo IOR è una cosa che ho scoperto di recente», disse Andrea Rizzoli alla giornalista Camilla Cederna di Panorama nel febbraio scorso, tre mesi prima di morire all’ospedale Saint George di Nizza.

La stessa tesi è sempre stata sostenuta da suo figlio Angelo, che ha raccontato di aver visto la stampigliatura dello IOR per la prima volta proprio nell’aprile del 1981, quando nello studio milanese del notaio Giovanni Ripamonti rientrò in possesso dei titoli ricomprati. Era mercoledì 29 aprile e già da dieci giorni l’accordo per il riacquisto delle azioni ad Angelo Rizzoli (con il contestuale passaggio del 40% alla Centrale) era stato concluso e attendeva di essere concretizzato. E per farlo si era dovuto attendere l’uscita da San Vittore del delegato dello IOR Luigi Mennini, l’uomo che, nonostante fosse finito in carcere il 5 febbraio precedente per il crack Sindona, restava l’unico a disporre materialmente dell’80 per cento della Rizzoli essendo il solo ad avere la chiave di quella speciale cassaforte in cui erano custodite. La stampigliatura della banca vaticana, secondo quanto hanno riferito Rizzoli e l’allora amministratore delegato Bruno Tassan Din, era stata cancellata con un pennarello nero e solo controluce fu possibile vedere l’intestazione, prima che gli imbarazzanti titoli venissero bruciati e sostituiti con altri nuovi.

(Il Mondo, 8 agosto 1983)

(...) La tesi di Tassan Din – che negli incontri era il più combattivo, mentre Angelo Rizzoli aveva un atteggiamento silenzioso e talora assente – si basava su una logica formale: visto che era una banca (tramite La Centrale) a controllare di fatto la Rizzoli, come poteva questa non garantire la liquidità dell’azienda? Dal punto di vista tecnico il discorso non era privo di senso: bastava che il Nuovo Banco Ambrosiano, attraverso La Centrale, deliberasse un aumento di capitale a sé riservato e poi procedesse, con un nuovo management, a risanarla.

Capisco bene che Tassan Din avesse qualche dubbio: non a caso, l’anno seguente si scatenò sulla sua testa (e su quella di Angelo Rizzoli e di altri, anche se ormai lontani dall’azienda) un turbine infernale: l’arresto con l’accusa di bancarotta fraudolenta.

A proposito dello stato d’insolvenza dell’Editoriale Rizzoli Lei ebbe modo di dimostrare – innovando radicalmente il meccanismo dei giudizi valutativi – l’infondatezza della tesi che voleva un capitale netto contabile negativo, automatica prova di dissesto, con conseguente irreversibilità dell’insolvenza, epperciò l’impossibilità – per una società in queste condizioni – d’essere ammessa all’amministrazione controllata. Come si stabilisce, appunto ai fini dell’amministrazione controllata, se esiste o meno un “capitale netto” positivo?

Il caso della Rizzoli è stato emblematico, sul piano tecnico, del modo come debba essere dimostrata l’esistenza di un “capitale netto positivo”, ai fini della conferma che lo stato di insolvenza di una società non sia irreversibile. Una tesi diffusa, quanto infondata, spesso assunta dai tribunali (e in modo particolare dai loro “esperti” più o meno improvvisati) sostiene che un capitale netto contabile negativo sia la prova di un dissesto e quindi della “irreversibilità” dell’insolvenza. Da ciò l’impossibilità di ammettere all’amministrazione controllata una società in tali condizioni.

La Rizzoli, al 30 giugno 1982 (ultima situazione disponibile all’atto della richiesta al tribunale dell’amministrazione controllata), aveva bensì un capitale netto contabile di 52,1 miliardi di lire: ma poiché perdeva da tre anni in media 100 miliardi l’anno (e nel 1982 perdeva ancora di più), era ovvio – secondo questa tesi – che nel momento in cui il commissario giudiziale nel gennaio 1983 presentava il suo parere, tale capitale netto contabile non poteva che essere sfumato.

Nulla di più infondato! Specialmente in tempi di grande inflazione (che negli anni Ottanta raggiunse il 20%) questa tesi era semplicemente assurda. Ad esempio: la Rizzoli, nel suo bilancio consolidato, aveva a valore nullo testate come il Corriere della Sera e varie altre; aveva immobili a valori contabili lontani da valori correnti eccetera.

Sembrano assurdità. In realtà, Lei dovette organizzare la caccia ai valori nascosti nei beni tangibili e, soprattutto, in quelli intangibili?

Una seria ricognizione in questo senso effettivamente si imponeva, perciò disposi (con l’assenso del giudice delegato) stime sui valori correnti di beni tangibili e intangibili (testate di quotidiani e periodici): oggi si direbbe del loro fair value. Ne derivò la prova che esistevano, in termini reali (e non solo nominali contabili), plusvalenze per 294 miliardi di lire, che portavano il “capitale netto” (inteso in senso appropriato) a 346,1 miliardi di lire: un “cuscinetto” consistente per la sopportazione di ulteriori possibili perdite (che poi cessarono totalmente dal 1984). Questo bastò per consentire che il “salvataggio” potesse continuare.

Si tratta di concetti elementari: ma erano (e spesso sono ancora oggi) una stranezza per il formalismo contabile, che non sa distinguere tra mere convenzioni e valori reali. Si fissò, con l’appoggio del giudice delegato e del Tribunale di Milano, un principio fondamentale, mettendo una volta per tutte in chiaro che altro è il capitale netto contabile, altro è il valore corrente del capitale proprio!

Segnalo, in particolare che la stima Brugger-Jovenitti valutò le testate facenti capo all’Editoriale del Corriere della Sera in 267 miliardi di lire; e quelle della Rizzoli in 168 miliardi.

Ma che pensavano gli azionisti de La Centrale di simili provvedimenti contabili?

I giornali dell’epoca si sbizzarrirono in controverse considerazioni. Scriveva, ad esempio, Alberto Mazzucca su Il Giornale (all’epoca diretto da Indro Montanelli):

A questo punto c’è da chiedersi cosa farà un altro azionista della Rizzoli, e cioè La Centrale. La posizione della finanziaria del Banco Ambrosiano, proprietaria di un 40 per cento della Rizzoli, è ambigua. Svolge infatti un triplice ruolo: è azionista della Rizzoli con l’obbligo di cedere il suo 40 per cento; è principale creditrice della società editoriale attraverso le banche del Nuovo Ambrosiano; ha l’incarico di vendere tutto o parte della Rizzoli, comprese quindi le quote di Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din.

Inoltre La Centrale ha sempre fatto capire di ritenere il periodo d’amministrazione controllata concesso alla Rizzoli solo una perdita di tempo; tanto è vero che si dice che Schelesinger, il presidente della finanziaria, avrebbe visto di buon occhio un azzeramento del capitale. Una voce con ogni probabilità campata in aria, perché in questo modo La Centrale avrebbe danneggiato i propri azionisti.

Ricordo nitidamente che fui invitato a contenere le rivalutazioni nei limiti consentiti della legge 19 marzo 1983 (“Visentini bis”). Perciò, assorbite le perdite, il capitale si ridusse a soli 443 milioni di lire[63]: si era lasciato nella bombola il minimo dell’ossigeno per consentire al malato di respirare!

Gli ex amministratori della Rizzoli – Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din e altri – si trovarono impantanati in pesanti vicende penali: l’accusa fu di bancarotta fraudolenta in ambiente di amministrazione controllata. I magistrati furono particolarmente severi nei loro confronti: li arrestarono. Come mai?

L’arresto, avvenuto il 19 febbraio 1983, di Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din e altri ex amministratori è un caso, più unico che raro, di arresto con l’accusa di bancarotta fraudolenta nel corso di un’amministrazione controllata. Va premesso che l’articolo 136 della legge fallimentare prevede questa possibilità, nel nostro Paese peraltro (per quello che mi consta) mai applicata. Dunque, un atto “fortissimo”, quanto inatteso, della magistratura.

All’origine di quello che fu da molti (non solo dai protagonistivittime) giudicato uno spiacevole episodio (per il quale, ricordo con un po’ di amarezza, il difensore di uno degli arrestati durante il Consiglio di una grande società mi chiese il perché di tanta severità...) ci fu il meccanismo della legge in base al quale, quando il giudice ha notizia di un reato, scattano automatici adempimenti.

Debbo subito dire che in nessun modo dipese da me. Pochi giorni dopo la mia entrata nel “bunker” di via Civitavecchia, trovai sul mio tavolo un esposto che descriveva puntualmente i “falsi in bilancio” degli anni 1976/79. Era del Collegio sindacale della Rizzoli il quale, ove l’amministrazione controllata fosse precipitata nel fallimento, temeva di trovarsi imputato di negligenze. Scattò così un meccanismo automatico e inarrestabile, che portò la notizia del reato (attraverso il giudice delegato) alla procura della Repubblica.

In altre parole si trovò sulla scrivania un testo esplosivo, nella sua eloquenza affidata alla cifre, che dovette trasmettere all’autorità giudiziaria?

Come commissario giudiziale ho dovuto descrivere, in un documento presentato il 20 gennaio 1983, il contenuto dell’esposto e lo feci in questi precisi termini:

Una relazione in data 5 novembre 1982 del Collegio sindacale della Rizzoli Editore ha messo in evidenza che, a partire dal 1976, un complesso di uscite finanziarie dell’importo di lire 29.624.371.215 non trova spiegazioni nei libri sociali (si veda Allegato 11.2). Precisamente, quest’importo si può scindere in due parti:

-           quanto a L. 11.359.100.000 ha determinato, da parte del Dott. Angelo Rizzoli, un riconoscimento di debito;

-           quanto a L. 18.265.271.215 ha originato – senza idonee giustificazioni – imputazioni ai conti economici della Società dal 1976 al 1979.

Sull’argomento è stata aperta un’indagine contabile, affidata – su nostra richiesta – alla società di revisione Coopers & Lybrand (provvedimento del giudice delegato in data 16 novembre 1982).

In data 4 gennaio 1983 la Coopers & Lybrand ha presentato la propria relazione, dalla quale sostanzialmente emerge che, oltre all’importo di L. 11.359.100.000 corrispondenti a uscite del periodo 1976/81 che il Dott. Angelo Rizzoli ha riconosciuto a suo debito, anche le altre uscite, per L. 18.265.271.215, appaiono non documentate. Dalle annotazioni espresse sulle schede contabili, una parte di tale importo (per circa L. 1.032 milioni) appare “assimilabile a spese generali” (affitti, integrazioni stipendi, collaborazioni) e quindi – verosimilmente – di competenza della gestione. Per tutto il residuo (pari a L. 17.233 milioni circa) non vi è – almeno allo stato – alcun elemento, neppure a livello di annotazione contabile, che dimostri l’inerenza alla gestione. Le uscite in questione riguardano il periodo 1976/79 (e sono quasi tutte concentrate nel 1976 e nel 1979). I consiglieri d’amministrazione, invitati sull’argomento a esprimere eventuali osservazioni (con lettera in data 17 novembre 1982), non hanno finora presentato note o memorie.

A seguito di ciò, con nostra istanza al giudice delegato in data 5 gennaio 1983, abbiamo chiesto quanto segue: «A parte l’ulteriore esame che dovrà essere svolto e a parte ogni altra iniziativa o comportamento che la S.V. potrà disporre, sul piano patrimoniale appare urgente l’esame di eventuali atti da intraprendere a carico di terzi beneficiari apparenti delle operazioni in discorso. È a tal fine necessario che la società sia – per il tema specifico – tutelata da un legale, la cui scelta spetta bensì al Consiglio d’Amministrazione della Rizzoli Editore, ma sul quale – per eliminare qualsiasi dubbio (anche per conflitti d’interesse) – dovrebbe essere espresso il gradimento degli organi della procedura.

In data 11 gennaio 1983 il giudice delegato ha assunto il seguente provvedimento:

Esaminata la relazione allegata; sentito il Commissario Giudiziale; visti gli artt. 188 e 167 R.D. 16 marzo 1942 n. 267, invita la società controllata a intraprendere le iniziative anche giudiziali necessarie per il recupero delle somme spese per cause non inerenti alla gestione imprenditoriale; dispone che il conferimento dell’incarico di assistenza legale per le azioni conseguenti sia subordinato alla segnalazione agli organi della procedura dei nominativi tra cui si propone la scelta, per l’espressione delle più opportune indicazioni, prima del 31 gennaio 1983.

È stato successivamente designato, per lo scopo, l’avvocato Antonio Leonini.

Bilanci quindi non corretti. Che fine fecero i circa 30 miliardi di lire (degli anni Settanta) usciti dalle casse dell’Editoriale senza giustificazione alcuna?

Da quanto risultò da queste prime indagini, si desume che, dal 1976 al 1980, i bilanci della Rizzoli Editore siano stati alterati sotto un duplice profilo:

  • in quanto i loro risultati economici, come già si è detto, tengono conto di costi non documentati e quindi – fino a prova contraria – non attinenti alla gestione della società per i seguenti importi:

 

L./Mil.

Bilancio 1976

5.242,4

Bilancio 1977

185,6

Bilancio 1978

996,3

Bilancio 1979

11.840,4

  • in quanto, anche a prescindere da tale circostanza, gli stati patrimoniali non enunciano all’attivo il saldo dei “crediti verso azionisti” (rectius: verso il dottor Angelo Rizzoli), almeno in base al suo successivo riconoscimento. Gli importi di tali crediti (oscillanti nei vari anni dal minimo di L. 8.719 milioni al massimo di L. 22.061 milioni) vengono, in chiusura di ciascun esercizio, fino al 1980, compensati artificiosamente con altre poste dello stato patrimoniale. Da ciò la conseguenza che non appare il credito e che non appaiono, di riflesso, le poste passive con esso compensate.

Le somme appaiono particolarmente importanti (anche se bersagliate da un’inflazione a due cifre, si tratta pur sempre di lire di trent’anni fa): ma si può dire che fosse cosa eccezionale il prelievo personale dalle casse dell’azienda di famiglia?

In una società a base familiare, com’era all’epoca la Rizzoli, fatti di questo genere non sono poi tanto sorprendenti; secondo diffuse (anche se non raccomandabili) usanze del nostro Paese. Interpretarli (in sede di amministrazione controllata!) come bancarotta fraudolenta induce a pensare che i pubblici ministeri siano stati molto duri. Infatti, credo non sia mai accaduto in casi analoghi (ma qui incombevano, contro Tassan Din e Angelo Rizzoli, le ombre del dissesto del Banco Ambrosiano e della P2!)[64].

Al termine di due anni di intenso lavoro l’amministrazione controllata chiuse il suo intervento avendo risanato l’Editoriale Rizzoli. Quali furono, in sostanza, gli obiettivi raggiunti?

L’amministrazione controllata della Rizzoli completò il suo lavoro nell’ottobre 1984. Allorché, il 17 ottobre 2004, conclusi la mia relazione con queste parole:

(...) il sottoscritto Commissario Giudiziale esprime parere favorevole alla richiesta di cessazione della procedura d’amministrazione controllata, in quanto la Rizzoli Editore SpA appare in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni.

Il successo della procedura si basò:

  • sull’equilibrio tra debiti con “scadenze immediate” e “disponibilità liquide”;
  • sull’equilibrio “finanziario del prossimo futuro” (degli anni 1985/88);
  • sul recupero, soprattutto, dell’equilibrio economico.

A proposito di quest’ultimo punto, debbo rilevare che la positiva conclusione è stata resa possibile dal largo successo ottenuto dal Piano di risanamento economico, sviluppato con gradualità e fermezza durante il biennio di amministrazione controllata. Il Gruppo Rizzoli è passato da un livello di perdite stimabili in 100 miliardi di lire all’anno nel periodo 1979/82, a un risultato positivo nel 1984.

Sotto molti aspetti un risultato eccezionalmente positivo, che non può essere esclusivamente attribuito al commissario giudiziale. O mi sbaglio?

Certo che no. Così come, in tutta evidenza, non si tratta di un risultato dovuto al caso. Esso deriva da una somma di sacrifici e di sforzi – come ebbi modo anche allora di sottolineare – dei quali va dato merito in primo luogo al personale e al management delle aziende del gruppo.

Va dato il giusto riconoscimento alle organizzazioni sindacali, che hanno seguito con comprensione le vicende e hanno accettato con consapevolezza alcuni dolorosi ma inevitabili interventi di ristrutturazione.

Intensa ed efficace è stata l’opera dei rinnovati Consigli d’Amministrazione e in primo luogo dei presidenti succedutisi nel tempo: il professor Carlo Scognamiglio e il professor Roberto Poli, cui va aggiunta la presidenza del professor Angelo Provasoli nella Editoriale del Corriere della Sera SpA dal novembre 1983.

Aver tratto dalle sabbie mobili, che sembravano sul punto di inghiottirlo, il gruppo editoriale più importante d’Italia è stato considerato da molti poco meno d’un miracolo. Quali sono state le reazioni più eclatanti che ancor oggi ricorda con piacere?

Il successo del risanamento della Rizzoli scatenò su di me un’ondata di approvazioni. La rivista americana International Management nel dicembre 1984 scrisse addirittura e con evidente esagerazione che: «(...) Guatri’s rescue mission was equivalent to scaling the west face of mt. Everest».

Alcune riviste scrissero che il «caso Rizzoli aveva riconciliato gli specialisti con il tanto criticato istituto dell’amministrazione controllata».

Nella premessa a un articolo di A. Renoldi su “Il caso Rizzoli 1982-84” in Finanza Maketing e Produzione (n. 3, 1985) scrissi:

Il caso Rizzoli è stato scelto come esempio significativo di ciò che potrebbe essere l’amministrazione controllata (e spesso non è), per le seguenti ragioni. La prima è di natura personale. A questa procedura ho dedicato due anni della mia vita, passati nel “bunker” di via Civitavecchia a Milano a seguire quale commissario giudiziale un’avventura tanto affascinante quanto impegnativa. Un lavoro condiviso da eccellenti colleghi e manager, che vi operarono in varie vesti: Carlo Scognamiglio, Roberto Poli, Angelo Provasoli, Luigi Della Rocca, Giordano Caprara, Giancarlo Mondovì, Maria Martellini, Gualtiero Brugger, Sergio Pivato, Mario Massari e altri ancora.

Tra i nomi ricordati vi è anche quello di Giancarlo Mondovì, bocconiano e coetaneo di Tassan Din, che è stato l’efficace direttore generale della Rizzoli nel periodo 1983/84, quello del risanamento. E il nome della professoressa Maria Martellini, pure bocconiana, che fu l’instancabile e intelligente collaboratrice quotidiana, sempre pronta e lucida.

Non potrò poi mai dimenticare un “Contro-corrente” che Indro Montanelli dedicò su Il Giornale alla vicenda Rizzoli: dopo aver menzionato i molti illustri bocconiani che al capezzale della Rizzoli si erano affannati per due anni, ricordava che un altro un bocconiano (Tassan Din) l’aveva messa K.O. Cioè appunto, Bocconi.

Conclusa l’operazione risanamento, si verificò un altro fatto a dir poco misterioso: malgrado le eccellenti prospettive economico-finanziarie riacquistate dal gruppo, la Rizzoli venne ceduta a un prezzo evidentemente fuori mercato. Molto più basso di quello che ci si poteva aspettare. È possibile dare, oggi, una risposta alla domanda che moltissimi allora si posero: come mai?

Una volta che la Rizzoli era stata di fatto risanata nel biennio d’amministrazione controllata, il suo soggetto economico (cioè La Centrale, controllata dal Nuovo Banco Ambrosiano) non potendo per l’opposizione di Banca d’Italia continuarne la detenzione, secondo gli schemi finanziari consueti, avrebbe dovuto organizzarne la cessione alle migliori condizioni.

Un versamento di 60 miliardi di lire era giudicato necessario e sufficiente affinché le condizioni di “uscita” dell’amministrazione controllata fossero soddisfatte (l’importo di fatto era corrispondente al debito verso il Gruppo Nuovo Banco Ambrosiano). Quindi, un prezzo-aumento di capitale per tale importo sarebbe stato sufficiente.

Su questo tema gli organi dell’amministrazione controllata non potevano in alcun modo intervenire, né intervennero: il tema riguardava gli azionisti (anche se, fra questi, ve ne erano alcuni minoritari, tra l’altro messi sotto accusa).

Una spiegazione di questo fatto (perché mai, nonostante la presenza di soci minoritari, non sia stato perseguito l’obiettivo del massimo prezzo o almeno del fair market value, come si direbbe oggi) fu nel tempo e a più riprese offerta dagli articoli di Paolo Panerai su Milano Finanza. Sottolineo nuovamente che Panerai conosceva a fondo la Rizzoli, dove all’epoca dell’amministrazione controllata era il direttore di due periodici di grande successo (Il Mondo e Capital), ben noti come produttori di utili importanti, vero supporto del conto economico.

Eppure Panerai ebbe a scrivere frasi come queste:

La Gemina ha tirato fuori per comprare la Rizzoli-Corriere della Sera non più di 60 miliardi e ora l’azienda, al prezzo di alcune transazioni per quote minori, ne vale almeno 1.200: un capital gain assolutamente irripetibile, oltre al potere che deriva da essere i controllori del grande gruppo editoriale (“Orsi & Tori”, 11 novembre 1989).

La Gemina sbaragliò il campo e con un pugno di lire acquistò la larga maggioranza del primo raggruppamento editoriale colpito due anni prima dal morbo P2 (“Orsi & Tori”, 14 maggio 1988).

Con maggior dettaglio, Panerai così raccontò la sofferta strategia del presidente del Nuovo Banco Ambrosiano in “Orsi & Tori” del 18 aprile 1987:

Sul suo tavolo, fra i tanti problemi ce n’era uno più scottante degli altri, che stava avvelenando di settimana in settimana i rapporti economici e politici nazionali: la sistemazione del Gruppo RizzoliCorriere della Sera, di cui il Nuovo Banco era il maggior creditore e al tempo stesso il maggior azionista attraverso La Centrale. Il primo gruppo editoriale italiano era in amministrazione controllata da quasi due anni e nell’imminenza della scadenza della procedura speciale si faceva più aspra la lotta per conquistarne il controllo. All’interno della stessa banca c’erano fazioni differenti e contrapposte, sulla base dei diversi schieramenti rappresentati nella compagine azionaria. Bazoli era continuamente sollecitato da destra e da sinistra.

Assumendosi tutte le responsabilità di un presidente, chiese pieni poteri per trattare in solitudine la sistemazione dell’affare economico-politico-editoriale. La sua idea, differente da quella del collega Piero Schlesinger, anch’egli cattolico e rappresentante in Consiglio del maggior azionista del Nuovo Banco, la Popolare di Milano, era che la banca dovesse uscire al più presto dal gruppo editoriale così come prescriveva la Banca d’Italia. Ma a chi doveva essere passato il controllo di un gruppo che, pur scosso dalle vicende P2, dissanguato da anni di gestione avventurosa, presentava pur sempre brillanti prospettive di ripresa e soprattutto possedeva un pacchetto di giornali in grado di orientare come pochi l’opinione pubblica del Paese? In corsa, apparentemente, c’erano due cordate: una, formata da editori e comprendente Rusconi, Mondadori e Caracciolo; l’altra, capitanata dal professor Victor Uckmar (foto a p. 341), dietro la quale si intravedeva il benevolo appoggio di forze vicine al Psi. In realtà, i pretendenti erano assai di più e in quei giorni ai direttori delle testate poteva anche capitare di essere chiamati al telefono da questo o da quel finanziere e imprenditore per essere informati che c’era un’offerta per il loro giornale.

Con l’accortezza di un gesuita, Bazoli fece in modo di eclissarsi e per alcune settimane non si seppe più nulla della sua missione solitaria. Poi, in occasione dell’annuale assemblea del Fondo Monetario a Washington, dove i banchieri italiani amano recarsi in massa, cominciarono a filtrare le prime indiscrezioni.

Mentre tutti si attendevano che il giovane banchiere avesse indirizzato la sua scelta verso editori o imprenditori vicini all’area cattolica, Bazoli aveva compiuto una mossa da grande scacchista: aveva allacciato trattative serrate con quella che fu subito definita la cordata nobile capitanata di fatto dagli Agnelli, anche se per abile mediazione politica ne facevano parte anche il Gruppo Montedison (gradito ai socialisti), l’imprenditore siderurgico Giovanni Arvedi, tanto accanito nel voler entrare nell’affare da aver conquistato la simpatia dell’avvocato Giovanni Agnelli, e la finanziaria Mittel, nella quale il mondo cattolico di Bazoli ha una posizione di controllo.

Riquadro 2 Bruno Tassan Din, otto anni di finanza allegra

Alla Rizzoli l’avevano soprannominato “il contabile” ma c’era pure qualcuno che preferiva indicarlo come “il diavolo di via Solferino”. Anche se poi non si capisce bene chi potesse rappresentare il ruolo dell’“acqua santa”. Al palazzo di giustizia, dove lo conoscono sufficientemente bene visto che ha qualche conto aperto, lo avevano ribattezzato “Scassan Din” per via delle querele con le quali inondava, nei momenti di forte irritazione, un po’ tutti i giornali. Nell’entourage di Roberto Calvi, quando Calvi era ancora vivo, temuto e potente, era invece definito semplicemente come “Cric” in contrapposizione a “Croc”, Angelo Rizzoli.

Il massimo era stato raggiunto con Franco Di Bella: l’ex direttore del Corriere l’aveva paragonato ad Abramo Lincoln.

Bruno Tassan Din, 48 anni, faccia di bronzo e capelli argentati, può essere anche ricordato per le sue frasi celebri. Tipo questa: «Ho la coscienza a posto. Senza di me, la Rizzoli sarebbe andata in sfacelo». Oppure questa: «Gelli ci ha aiutato e per questo l’abbiamo pagato. Con i soldi, ho scoperto, si riesce a ottenere tutto». Oppure anche questa, che risale al novembre del 1981: «Checché se ne dica, noi oggi non siamo allo sfascio, l’azienda è sana». Undici mesi dopo la Rizzoli era in amministrazione controllata.

Magrissimo, naso a punta, fino a ieri riverito da molti e oggi contestato da tutti, Tassan Din è tutt’altro che uno stupido. Si è laureato alla Bocconi con 110 e lode quando ancora non era scoppiato il ‘68, quando ancora cioè una laurea doveva essere sudata.

Poi comincia a lavorare alla Chatillon. E la segue anche quando la Chatillon finisce nel grande calderone di Montefibre. Ci rimane fino a quando non si scontra, per qualche motivo, con Carlo Massimiliano Gritti, il manager che gestiva Montefibre su incarico di Eugenio Cefis, allora presidente della Montedison. E a quel punto eccolo in esilio alla Fidenza Vetraria. Poi, nel 1973, il gran salto alla Rizzoli.

La Rizzoli compra il Corriere e lui è lì pronto a fare il contabile. Non piace ad Andrea Rizzoli, il quale anche recentemente ha dichiarato come preferisca parlare ai suoi cani piuttosto che con lui. Piace poco ad Alberto Rizzoli, fila invece in perfetto amore con Angelo Rizzoli, Angelone. Un tandem di ferro che durerà fino a non molto tempo fa.

Tassan Din si definisce un esperto di cose economiche. E dal momento che si è formato in società dove la finanza è sempre appendice del potere politico, eccolo applicare alla Rizzoli-Corriere tutto quello che ha imparato. Si muove seguendo due strategie parallele. La prima è trovare padrini politici che inducano chi ha quattrini ad allentare i cordoni della borsa. Ed ecco l’incontro con Gelli, Ortolani, Calvi e l’abbraccio alla P2. Seconda strategia: creare un polmone bancario-assicurativo che dia al gruppo una cons stente liquidità. Ed ecco partire tutta una serie di acquisizioni: Finrex, Savoia, Banca Mercantile, Banca Italo-Israeliana.

In aggiunta, l’espansione a macchia d’olio nel campo dell’editoria, con l’acquisto di quotidiani, il lancio di nuovi giornali (tipo l’Occhio) e il varo di una rete televisiva. Tutto in base al principio, sbagliato ma largamente applicato, che in tempi d’inflazione vince chi ha più debiti; e questo perché sarà il costo della vita a pagarli.

Resta il fatto che Tassan Din aumenta il suo potere. Diventa prima direttore generale, poi amministratore delegato, infine anche proprietario di oltre il 10 per cento della Rizzoli.

Dirà: «Rizzoli me l’ha regalato in cambio di servizi resi, come premio per la mia abilità di manager». Sosterrà invece Angelo Rizzoli: «Al massimo, gli avrei potuto regalare un portachiavi d’oro...». Molto probabilmente fu una condizione imposta da Calvi quando venne varato il piano di ricapitalizzazione dell’azienda. Ma anche questo particolare, tutto sommato, ha ben poca importanza. Il fatto importante è che, in otto anni di finanza allegra, Tassan Din ha portato il maggior gruppo editoriale italiano allo sfascio.

(Alberto Mazzucca, Il Giornale, 16 febbraio 1983)

La modestia del prezzo pagato da Gemina (foto a p. 349) è stata, del resto, confermata da uno dei protagonisti della vicenda, Pier Domenico Gallo, direttore generale del Nuovo Banco Ambrosiano all’epoca: egli attribuiva soprattutto alla Banca d’Italia gli ostacoli alla ricerca della soluzione economicamente più conveniente nella cessione della Rizzoli. Così affermò[65]:

Quando nel 1984 La Centrale uscì dalla Rizzoli con la vendita a Gemina, il conto finale sull’operazione – a soli tre anni dall’acquisto – fu una perdita di 170 miliardi. Paradossalmente, ai valori di oggi in borsa, si trattava dell’asset di maggior valore potenziale del nostro portafoglio di partecipazioni.

Sarebbero, a ben vedere, bastate le valutazioni “fondamentali” condotte, con il ricorso a validi esperti, dall’amministrazione controllata: dove già si parlava, nel corso del risanamento, di un capitale netto di 346,1 miliardi di lire. Non avrebbe significato nulla, per la Banca d’Italia, conoscere che già gli organi giudiziari avevano espresso grandezze di valore superiore di 5-6 volte al prezzo di cessione che veniva proposto? Gli azionisti di minoranza de La Centrale (e ovviamente della Rizzoli) contavano così poco? Oppure gli interessi superiori del Paese furono decisivi per sacrificare la possibilità di un maggiore ricavo?

Ma le cose umane sono spesso effimere: il valore attribuito alla Rizzoli Editore, dopo essersi effettivamente moltiplicato per 5-6 volte in un quinquennio, dieci anni dopo subì una crisi imprevedibile e sconvolgente. La società fu scossa, nel 1994, da una perdita di 440 miliardi di lire (in parte riferibile a esercizi precedenti).

La partecipazione perciò fu massicciamente svalutata nel portafoglio di Gemina; e costrinse la controllata a una pesante ricapitalizzazione. Vi furono casi in cui azionisti non in grado di partecipare alla ricapitalizzazione persero anche l’investimento iniziale (si veda il “caso Ratti” di cui abbiamo già parlato nel libro). Per quanto i due fatti (valore del 1984 e perdita del 1994) non siano tra di loro connessi, quel valore del 1984 forse non era proprio tanto facile da stimare...

1

F. Di Bella, Corriere Segreto, Rizzoli, Milano, 1982, p. 268.

2

Ivi, p. 265.

3

Ivi, p. 270.

4

Le obbligazioni fruttano un interesse variabile, con un minimo del 6% semestrale. All’atto del rimborso è prevista una maggiorazione sul valore nominale, pari al 75% dell’incremento dell’indice generale dei prezzi all’ingrosso intervenuto tra il mese di emissione delle obbligazioni e il mese precedente il rimborso.

5

P.D. Gallo, Intesa Sanpaolo: c’era una volta un “fantasma inesistente”, Baldini, Castoldi, Dalai, Milano, 2007, p. 62.

6

Ivi, pp. 133-134.

7

I dati sono desunti dalla relazione del commissario giudiziale all’adunanza del creditori dell’11 gennaio 1984.

8

Proprio mentre la correzione delle bozze del testo volge al termine, giunge la notizia del definitivo proscioglimento dall’accusa di bancarotta di Angelo Rizzoli: sono passati 26 anni dall’arresto inopinato del febbraio 1983. Ho casualmente ascoltato in una trasmissione di La7 un’intervista di Angelo Rizzoli, che racconta la sua triste (e non breve) vicenda carceraria a Bergamo e post carcere a Milano. Confesso che mi sono commosso: solo pochissime persone (tra le quali Montanelli e Spadolini) gli inviarono lettere di conforto.

Angelo Rizzoli ha affermato inoltre: a) che il direttore generale Bruno Tassan Din gli fu imposto da Roberto Calvi, circostanza che non conoscevo; b) che il Tribunale di Milano valutò, a quei tempi, la Rizzoli per circa 400 miliardi di lire. Il dato è sostanzialmente corretto: come risulta nel testo, con i miei esperti (nominati dal tribunale) stimai il capitale netto (effettivo, s’intende, non solo “contabile”) in 346,2 miliardi di lire nel 1983.

9

P.D. Gallo, op. cit., p. 158.