Vai al contenuto principale Vai in fondo alla pagina

Il mondo di Guatri

2026/6

Fausto Pagliari

Ricordo con nostalgia l’oretta meravigliosa alla mensa: al freddo, con il risotto scotto ma con un gruppo di cari amici fra i quali l’enciclopedico bibliotecario

Come si viveva in Bocconi nell’immediato dopoguerra? Il clima umano risentiva ancora della guerra? Chi erano e com’erano i personaggi di allora? Ho posto questa inusuale e un po’ aggressiva raffica di domande al professor Luigi Guatri che, prima come studente, poi come assistente, docente, Rettore, amministratore delegato vicepresidente, ha costantemente frequentato – e frequenta – l’ateneo di via Sarfatti.

L’espressione del mio interlocutore, come al solito leggermente aggrottata, distaccata, di chi è intento a riordinare le idee, si è addolcita come d’incanto sino a un accenno di sorriso (in tutta evidenza rivolto ai suoi ricordi) ed ecco come mi ha risposto.

Da quando, a fine 1949, divenni assistente di Gino Zappa (e prima che la professione mi impegnasse) passavo molte giornate in università e alle 12.30 sedevo nella mensa al pianterreno, quasi sempre a un tavolo con gli amici e i colleghi più cari; fra di essi era presente anche Fausto Pagliari (foto a p. 338). Solo qualche volta, invitato dal Rettore Giovanni Demaria (foto a p. 336), mi sedevo al suo tavolo: era un onore, ma in realtà un disagio al quale aderivo proprio quando risultava inevitabile (e l’ora anticipata alle 12.30 serviva anche a tal fine). Con me ricordo più volte Francesco Brambilla (foto a p. 338), Aldo De Maddalena (foto a p. 339), Tullio Bagiotti (foto a p. 339): devo dire che la mensa (la povera mensa post bellica, quella con i “bollini” della tessera annonaria) era da anni per me un ritrovo importante. Fin da quando, dall’inverno del 1946 (ancora senza il riscaldamento) le amiche di Treviglio neostudentesse di lingue (Lidia, Elsa e altre), dalle 11 (e anche prima, se del caso) si recavano in mensa per occupare un tavolo nei pressi dell’unica stufa allora funzionante, per se stesse e per i colleghi. E questi giungevano appunto al termine delle lezioni, alle 12.30. Un apporto essenziale alla sopravvivenza degli amici studiosi.

L’oretta trascorsa al tavolo per consumarvi il risotto troppo cotto (e fino al 1947 anche spesso freddo) era meravigliosa. Dopo la nomina ad assistente, con Pagliari e alcuni amici docenti era anche un godimento intellettuale.

Chi teneva banco era quasi sempre Francesco Brambilla: togliergli la parola fu sempre impresa difficile. Egli esponeva le sue teorie su tutti i problemi del mondo (dall’imminente guerra nucleare all’esaurimento del petrolio, alla visita sulla Luna ecc.) sempre interessanti quanto mirabolanti. «Ti te set un geni, ma anca un grand confüsiunari...» (“Sei un genio, ma anche un gran confusionario”), gli diceva al termine Pagliari, che conosceva tutte le principali lingue, ma che eleggeva il milanese-cremonese a “lingua per gli amici”. Così, quando si ricordava di un libro che avrei dovuto consultare, cominciava: «Ti te düvereset vardà ...» (“Dovresti guardare...”).

Qualche volta, il sabato, quando lo vedevo avviarsi verso casa, ovviamente a piedi, con un fagottello di libri legati con una funicella a tracolla (da catalogare nel fine settimana: questo era il suo weekend), mi offrivo di accompagnarlo, per sollevarlo dal peso. E lui qualche volta mi diceva: «Lo fai perché sono vecchio: ma guarda che dopo i 75 anni non si è più vecchi, perché comincia la “decrepitezza”». Frase che talvolta mi ritorna alla mente oggi, che i 75 anni li ho passati da più un lustro, e non amo essere considerato vecchio, mentre in realtà – nel linguaggio di Pagliari – sarei più che decrepito. Ma forse, mi dico, erano altri tempi... (o almeno spero).

Oggi, abituati come siamo ormai a sprecare le iperboli, diremmo il “mitico bibliotecario” della Bocconi, Fausto Pagliari, ha lasciato di sé, della sua sensibilità, della sua solida cultura, un ricordo eccezionale. Com’era, visto da vicino?

Chi fosse Pagliari emerge da alcuni “quadretti” scritti da bocconiani. Molto significativo è quanto riportato da Aldo De Maddalena[29]:

Fausto Pagliari, l’impareggiabile bibliotecario, con il ritorno della pace aveva riacquistato appieno la sua vitalità e il suo buonumore. Con i suoi “clienti” (così egli chiamava i frequentatori della biblioteca) indugiava in lunghe conversazioni che non erano solo una ragionata esposizione di preziosi consigli bibliografici o, più in generale, biblioteconomici. Esse debordavano nel variegato terreno della storia recente e in quello della storia futura, nelle lusinganti prospettive politiche che il suo cuore di ex turatiano gli suggeriva. Un affascinante, spiritoso resoconto di una historia facta miscelato con quello di una possibile historia in fieri, raccontate in un sapido, stupendo vernacolo, italiano, ambrosiano e cremonese, di cui mi sarei giornalmente saziato quando, di lì a poco, nella seconda metà del 1946, entrai a far parte della biblioteca bocconiana, perché l’entità e l’utilizzazione del materiale librario andavano crescendo senza soste e il caro, zelante professor Pagliari non era più in grado di dirigere da solo l’attività della biblioteca in continuo sviluppo.

Dev’essere stato un lavoro tutt’altro che semplice e per niente facile raccogliere libri in quegli anni, ancora condizionati dalle distruzioni e dalle limitazioni imposte dal conflitto nonché dalle condizioni tutt’altro che floride del bilancio d’ateneo.

Infatti, lo ricorda molto bene Aldo De Maddalena nel già più volte citato libro Storia di una libera Università[30]:

Maxima de nihilo nascitur historia, non ci sembra quindi inadeguato cogliere questa atmosfera di alacre inventiva, con cui si riuscì spesso a supplire ad alcuni bisogni fondamentali dell’attività scientifica, nella giocosa lettera che il bibliotecario di allora, il professor Fausto Pagliari – uno tra i grandi artefici di quell’inestimabile patrimonio librario e documentario costituito dalla nostra biblioteca – inviava a Paolo Baffi, altro celebre bocconiano già presso la Banca d’Italia:

«Caro dottor Baffi, [...] quel bibliotecario fenomeno, come il fanciullo grasso del circolo Pickwick, ha appreso solo ora che ci sarebbe la possibilità per gli istituti culturali e persino privati studiosi di fare pagamenti in Inghilterra e negli Stati Uniti per acquisti di pubblicazioni o abbonamenti a periodici a condizioni di cambio di favore, dopo essersi finora grattato la pera per non sapere come avere pubblicazioni da quei lontani Paesi, salvo attraverso i librai e a mezzo di cambio con il “Giornale degli Economisti” che sono stati per noi una vera cuccagna. [...] 28 dollari per Econometrica e sterline 12 e 12 scellini per il Journal of the Royal Statistical Society: una bella sommetta, almeno per noi che non siamo la Banca d’Italia, con tutto quel suo oro e quella carta. Vorrebbe lei illuminare questo “principe della biblioteconomia”, vero pulcino nella stoppa, facendogli sapere [...] cosa si deve fare per raggiungere l’onesto intento di pagare i debiti con il minor sacrificio?».

Molti grandi bocconiani furono amici di Pagliari. Ne vuol ricordare qualcuno?

Di lui scrisse l’indimenticato storico (e Rettore) Armando Sapori[31] (foto a pp. 333 e 339).

Il secondo che incontrai [all’Università Bocconi] fu Fausto Pagliari. Anche la biblioteca vive per lui, il bibliotecario, che padrone di tutte le materie, scorre la bibliografia, dai catologhi di antiquariato alle notizie delle riviste in tutte le lingue, e segnala volumi e articoli a ciascun insegnante. Con Pagliari, poi, chi abbia l’abbonamento con quell’agenzia di informazioni che procura tutti i ritagli delle recensioni delle opere, può risparmiare la spesa. Sa tutto, e quando capiti da lui ti fa trovare tutto pronto e magari copiato a macchina o a mano con la sua calligrafia netta e intelligente. Se sei in vacanza ti manda copie e riassunti fino a domicilio, e li accompagna con lettere piene di gusto umanistico, a parte la grande dottrina.

È cremonese, parla in dialetto, e inciampa, direi meglio, accavalla le parole perché le idee si affollano troppo rapide, e da principio chi non ci ha pratica non ci capisce niente. Per me, ora, è come se fossi nato nella città di Farinacci; ma della fatica ce ne è durata, e mi sono aiutato con la sua mimica espressiva, e con la sua faccia aperta nella quale si legge animo e mente. Memoria di ferro come Palazzina, per lui le schede sono un di più, e se si cerca qualche cosa si fa prima a chiedergliela che ad andare agli schedari: ti porta sul posto e ti trova anche il punto che ti fa comodo. Con me ha fatto lega forse più che con ogni altro, perché nato archivista, sono anche un po’ bibliotecario: nel senso che sento il valore e la funzione della biblioteca e il rispetto per il libro. Per questo, rigoroso com’è con tutti, con me non tiene conto del regolamento, e se invece che tre opere ne porto a casa sei chiude gli occhi, o almeno volta la faccia di là. Ma guai però a non rendergliele alla prima richiesta: seccherei la fonte e guasterei l’amicizia.

Quando il 15 dicembre 1952 (anch’io ero presente tra i più giovani docenti) il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi presenziò in aula magna alla celebrazione del primo cinquantennio di vita della Bocconi (foto a p. 333), si preoccupò di cercare tra la folla Pagliari, che egli conobbe come bibliotecario ai tempi del suo insegnamento bocconiano in piazza Statuto, in anni ormai lontani. Non lo vide e in una lettera a Palazzina (del 17/12/1952) scrisse: «(...) Nella ressa non vidi Pagliari. Gli faccia i miei migliori auguri».

Lei, professore ebbe qualche particolare esperienza di lavoro con l’eccellente bibliotecario?

Quando nel 1953 scrissi un impegnativo libro sui “costi di azienda” (un tema serio, perché dovevo cercare di superare, ma senza contraddirli, gli insegnamenti della mia Scuola), dovetti fare incetta di tutti i libri in argomento della biblioteca della Bocconi (foto a p. 340). Allora il numero di prestiti consentiti era di tre libri (per volta). Io avevo bisogno di tutti: circa un centinaio, in massima parte stranieri (americani e tedeschi, perlopiù). Quasi tutti risalenti all’anteguerra: dopo il 1945 il flusso non era ancora ricominciato, o accadeva per pochissimi casi.

Pagliari cominciò ad accordarmi permessi di 4-5 libri per volta; ma dopo qualche mese li avevo quasi tutti. Gliene parlai con franchezza: «Nessuno li può sfruttare meglio di te – fu la sentenza – e se ci fosse qualche specifica richiesta, ne riparleremo». Non se ne riparlò fino alla fine del libro.

Quando gli dissi quanto mi fossero stati utili, anzi indispensabili, per capire a fondo la posizione di isolamento in cui la Scuola zappiana si era posta e per cercare, in punta di penna, di apportarvi le integrazioni richieste dai tempi, ne fu felice, come se gli avessi fatto un regalo (che in realtà lui aveva fatto a me).

Un altro suo grande “cliente” era Bagiotti, che in biblioteca stazionava intere giornate (anche perché, all’epoca, era da escludere che un assistente potesse disporre non dico di un proprio ufficio, ma anche di una scrivania). Sennonché Pagliari, pur rispettandolo pienamente, non lo filava. «Ti te set püse a la man» (“Tu sei più alla mano”), mi diceva.

C’è un altro aspetto del carattere di Pagliari, poco noto, che pure merita attenzione e apprezzamento: la sua assoluta riservatezza sui fatti personali; il suo pudore nel mostrarsi uomo di carattere, diciamo pure il suo coraggio.

Nell’Italia dell’immediato dopoguerra era una diffusa abitudine per coloro che erano stati oppositori del fascismo ricordare (e per taluni celebrare) il loro coraggio. Pagliari era stato un perseguitato dal fascismo, ma non gliel’ho mai sentito ricordare. Eppure i fatti sono ben noti. Scrive Marzio A. Romani[32]:

La fede socialista di Pagliari era ben nota; ma dopo il dicembre 1921, costretto a lasciare l’Umanitaria e assunto in Bocconi grazie all’interessamento di Carlo Rosselli e di Piero Sraffa, pur non nascondendo la sua avversione al fascismo, si era ritirato nel suo particulare, dedicandosi esclusivamente alla cura della sua amata biblioteca e di quanti la frequentavano.

La sua pacata opposizione al regime e i suoi trascorsi non erano però stati dimenticati; prova ne sia che, a un mese dall’entrata in guerra, egli fu convocato in prefettura assieme ad altri oppositori del regime e, dopo essere stato trattenuto alcuni giorni in carcere, «con la biblioteca ridotta a Dante e Manzoni» (lettera del 11 luglio 1940), fu spedito al confino a Istonio Marina (l’attuale Vasto).

Informato della cosa da Palazzina, Gentile in un primo momento fu molto cauto, adducendo la scarsa conoscenza che aveva del bibliotecario e consigliando di rivolgersi alle autorità locali: «Il caso è doloroso e non so come si possa intervenire. Non potrebbe “V”[33] parlarne a voce al Questore o al Prefetto? Io poco posso fare, anche perché ho appena visto una volta Pagliari e non saprei cosa dire di lui. E ancora: «Aveva la tessera fascista? E come usava parlare della Guerra e della politica attuale? Certi discorsi oggi possono compromettere gravemente e purtroppo se ne fanno tanti senza riflettere» (lettera del 9 luglio 1940). Prudenza e imbarazzo furono però ben presto superati dalle informazioni ricevute e dall’accertamento che il provvedimento aveva carattere generale, avendo interessato numerosi antifascisti non particolarmente invisi al regime.

Il meno preoccupato di quanto stava capitando, almeno a giudicare dalle sue lettere, era proprio Pagliari, che, dopo le apprensioni dovute all’arresto e alla carcerazione, viveva il confino come una sorta di vacanza non programmata, godendo di piaceri che da tempo non provava e convinto che, probabilmente, era il frutto di un eccesso di zelo di qualche ignoto burocrate (lettera del 15 luglio 1940).

Il 9 luglio 1940 Palazzina scriveva a Gentile: «Eccellenza – stamane alle 7 un agente si è presentato all’abitazione del ns. ottimo bibliotecario – Prof. Fausto Pagliari. Via Lamarmora 14 – invitandolo in Prefettura. Per tutta la giornata non si è riusciti a saper nulla di lui e V.E. comprende con quali ansie della famiglia. Si può affermare con sicurezza che dacché egli è all’università ha diviso il suo tempo fra la casa e la biblioteca a cui ha dato l’appassionata sua direzione, senza minimamente occuparsi di politica, cattivandosi simpatia unanime di professori ed ex studenti, a cui è sempre stato largo di preziosi consigli nella preparazione delle tesi laurea specialmente (il Segretario politico del GUF lo conosce bene).

Egli era socialista riformista. Crede V.E. opportuno intervenire presso il Prefetto in suo favore?

Per unanime giudizio l’opera del Pagliari per la ns. biblioteca è impareggiabile.

Con i migliori ossequi aff. Dr. G. Palazzina

Ps. dalla figlia del Pagliari si sa che il padre è al cellulare, senza conoscere il motivo: la pratica è di conseguenza all’Ufficio Politico della Questura.

Tra i nomi, proposti dal pro-Rettore dell’epoca (in assenza temporanea del Rettore), il comandante del governo militare alleato di Milano, colonnello Charles Poletti, ne scelse alcuni per formare il Comitato per l’Epurazione del Personale Universitario. La scelta cadde su questi cinque commissari: Ugo Borroni, Giovanni Demaria, Remo Francescelli, Fausto Pagliari e Girolamo Palazzina.

Di quanta poca voglia i commissari, che pure avevano dovuto subire talvolta pesantemente (come Pagliari e Demaria) le vessazioni del fascismo (e che comunque furono sicuramente antifascisti), avessero di epurare docenti e dipendenti dimostra una sofferta lettera indirizzata in agosto 1945 al Comando alleato. La lettera (nel Riquadro 1 è riprodotto un brano) oltre a limitarsi ad accettare solo due proposte di epurazione, conteneva (anche se poi solcati da un rigo ma non cancellati) argomenti per rendere solo temporanea la sospensione.

Riquadro 1 Dalla lettera del Comitato di Epurazione

< <Milano, 27 luglio 1945 2 agosto

Al Signor AA. Vessello

Maggiore A.M.O. Ufficiale Regionale per l’Educazione

Palazzo Montecatini – Stanza n. 55. Milano

Si fa seguito alle comunicazioni del Rettore prof. Greco in merito ai lavori della Commissione di epurazione di questa università, per trasmetterle copia del verbale della seduta del 2 corrente della Commissione stessa.

La Commissione ha concluso – dopo aver esaminato le opposizioni al notificato progetto di sospensione – di confermare le proposte di sospensione per i professori De Magistris e Martinotti; ma tenuto conto della tarda età di entrambi, delle situazione di famiglia del De Magistris, nonché della particolare forma mentis del Martinotti (matematica, astratta, avulsa della realtà pratica) la commissione ha ritenuto che sarebbe sufficiente sanzione una sospensione per un tempo limitato.

Ripresi in esame i quattro casi precedentemente apparsi dubbi, ha ritenuto non passibili di epurazione il prof. G. C. Colli e l’assistente Madia,

...............................

 

(Storia di una libera università, op. cit., vol. III, p. 9)

1

M. Cattini, E. Decleva, A. De Maddalena, M.A. Romani, Storia di una libera Università, vol. III, Egea, Milano, 1997, p. 162.

2

Ivi, pp. XI-XII.

3

A. Sapori, «Sapeva tutto», in Critica Sociale, 24 dicembre 1960, p. 18; numero interamente dedicato a Fausto Pagliari.

4

M.A. Romani, Da ieri ho l’inferno nel cuore, Egea, Milano, 2000, pp. 12 e ss.

5

“V” è un’abbreviazione del nome del consigliere delegato del tempo, il dottor Venino.