Il mondo di Guatri
2026/6
Antonio Ratti
Creativo, artista della seta, industriale integerrimo, fondò la sua azienda nel 1945 con 10.000 lire ereditate dal padre
Il commendator Antonio Ratti era una sua vecchia conoscenza. Come fu che Lei divenne presidente del Collegio sindacale della Ratti SpA, azienda del Comasco famosa per il suo modo di lavorare e utilizzare le sete?
Verso la fine degli anni Ottanta fui ufficialmente invitato dal commendatore Antonio Ratti (foto a p. 346) a fargli visita nel “cuore” della sua società, a villa Socota: una splendida villa del Settecento, a picco sul lago di Como poco prima di Cernobbio. Nelle belle giornate tutto splendeva: bastava affacciarsi a una qualsiasi finestra per essere inondati dal sole.
A villa Socota (la piccola sede centrale, ma soprattutto il “centro” delle idee di prodotto, di colori, di disegni, di stile, alle quali Antonio Ratti soprintendeva circondato dai suoi collaboratori e specialisti) il commendatore mi attendeva in cima alla scala, sorridente. Mi chiese d’un fiato: «Il dottor Cuccia e Mediobanca vogliono portare in borsa la mia società e me ne hanno convinto; debbo ora mettere in ordine gli organi collegiali; vuol essere il presidente del Collegio sindacale? Per me sarebbe un onore...». «Caro commendatore, e chi non sarebbe onorato di svolgere un simile ruolo, lavorando al suo fianco? Sono con lei...».
Già da alcuni anni conoscevo in altra veste il commendatore Ratti: era azionista della RCS e membro del Consiglio dell’Editoriale Corriere della Sera. C’incontravamo quattro, cinque volte all’anno a Milano in via Solferino, nelle mitiche stanze della direzione del Corriere. Ma in quelle occasioni era di pochissime parole. Non lo udii mai parlare della Rizzoli e del Corriere: solo quando, spinto dalla curiosità di conoscere il personaggio, gli chiedevo qualche informazione su Como e sulla seta, allora il suo viso si illuminava e quasi si trasfigurava. Il suo investimento in Rizzoli era peraltro non trascurabile: all’inizio di 4 miliardi di lire (il 2,25% del capitale).
Professore, era finalmente capitato in un’azienda che non aveva particolari problemi, ben gestita, che operava in un settore interessante, che adornava la produzione industriale con una forte connotazione artistica. Si è trovato a suo agio in un simile ambiente?
Villa Socota era la sede dei Consigli d’Amministrazione: più volte all’anno, in religioso ordine, si tenevano le riunioni trimestrali, durante le quali i documenti ufficiali venivano ordinatamente discussi e approvati. Ma il momento di maggior interesse dell’incontro era la visita che, subito dopo, Antonio Ratti mi faceva compiere attraverso le sale della villa, dove venivano studiati i nuovi prodotti.
Lì la sua espressione mutava; e in luogo del mite presidente del Consiglio d’Amministrazione appariva il genio della seta e dei suoi multiformi prodotti: anch’io, che non ho mai capito nulla di arte e di moda, mi sentivo rapito. Non mi sono però mai lasciato tentare dall’indossare una di quelle sgargianti cravatte, che tutti anche a casa mia lodavano.
Mentre passeggiavamo per le stanze, il commendatore mi faceva i suoi commenti riservati: «Caro professore, cosa mi dice, questi grandi manager devo lasciarli fare? Forse saranno bravi, ma non hanno lo slancio che io sento in me, non hanno il fuoco sacro...»; «Qui ci vogliono uomini d’ordine, caro commendatore, i geni non sono sostituibili...».
Professore, allora anche il commendator Ratti, mi par di capire, aveva qualche preoccupazione e, soprattutto, mal sopportava le formalità, i passaggi obbligati della burocrazia, persino la mancanza di entusiasmi in qualche pur necessario collaboratore?
Così riassunta la situazione appare molto più problematica di quanto fosse in realtà. In ogni caso, l’ottimo carattere del commendatore, la sua eccezionale vena creativa, il suo carisma, lo rendevano ben accetto, si potrebbe dire amato dai soci e dai collaboratori.
Le assemblee annuali avvenivano presso il grande, luminoso, ordinatissimo stabilimento di Guanzate, l’unità produttiva più grande della Ratti e uno dei più fantastici stabilimenti tessili al mondo. Lì convenivano – secondo gli usi del tempo – alcune decine di azionisti. Una grande sala li accoglieva (avrebbe potuto accogliere un numero decine di volte maggiore di soci); di anno in anno, era distribuito un bilancio-strenna costruito con fantasia. Qualche volta era tanto bello, stravagante e complesso che gli azionisti, pur felici, avevano problemi a portarlo con sé: era il “vero” dono di Antonio Ratti, una serie di “bilanci” a stampa che credo nessuna società al mondo abbia mai prodotto.
Il commendatore Ratti non desiderava presiedere l’assemblea, ai cui formalismi mal si adattava: lo sostituiva nel compito, con piacere ed entusiasmo, il suo coetaneo ingegnere Eugenio Radice Fossati, che sbrigava celermente le formalità. I soci erano peraltro sempre attenti a che nessuno desse ad Antonio Ratti, da tutti osannato, il benché minimo fastidio... Nella mia lunga esperienza di assemblee, credo di non avere mai visto nulla di simile. Era un omaggio alla genialità e contemporaneamente alla simpatia che l’uomo ispirava.
Un quadro sereno, rassicurante. Che cosa avrebbe potuto incrinarlo?
Nell’anno 1992, dopo un decennio di buoni risultati, il Gruppo RCS ricadde in una seconda crisi (dopo esserne uscito a vele spiegate nel 1984), per complesse ragioni, che indussero i suoi grandi azionisti (da Mediobanca a Fiat, a Pirelli ecc.) a decidere l’integrale svalutazione del capitale sociale e la sua ricostituzione (la perdita della Rizzoli Editore nel 1994 fu di 440 miliardi). Nei conti di tutti gli azionisti (Ratti compreso) la partecipazione in RCS dovette essere azzerata (e solo chi versò un eguale importo poté ripristinarla...) (Si veda il Riquadro 1).
La Ratti SpA non aveva le forze (né i motivi, dopo tale inattesa e quasi incredibile perdita, velata da ragioni che non furono mai esaurientemente spiegate, se non da seri errori gestionali, dovuti ad alcuni manager) per ripristinarla. Da ciò, nel 1994, l’ineluttabile perdita di 4,8 miliardi, più dell’intero utile della prima semestrale 1994 della società. Ma così non fu. Il commendatore Ratti si presentò al Consiglio di bilancio dicendo molto semplicemente, come fosse la cosa più naturale del mondo:
Cari amici, la perdita della partecipazione in RCS è un fatto del tutto personale, che nulla a che vedere con la seta e con il tessile; è stata una mia idea e un mio sogno, nel quale credevo d’incontrare un investimento di grande interesse. Mi sono sbagliato: ma per ciò stesso diventa un fatto mio, del quale devo tenere esente la società e i suoi azionisti.
Riquadro 1 Le due crisi della Rizzoli
Il “caso Rizzoli” è una significativa conferma della teoria del valore come importante strumento concettuale per la spiegazione e la soluzione delle crisi (dei primi anni Ottanta – NdA).
Il ritorno all’utile prima della chiusura dell’amministrazione controllata [nel 1984 – NdA] consentì di considerare la ricapitalizzazione del gruppo come una buona operazione di investimento. Le prospettive trovarono conferme negli anni successivi: il valore inizialmente investito da un “pool” di società industriali e finanziarie si moltiplicò per almeno 5-6 volte nell’arco di lustro.
In negativo, il “caso Rizzoli” è emblematico anche per un’altra ragione. Dopo quasi un decennio di buoni risultati, quando la crisi del 1982/84 è ormai un lontano ricordo, il gruppo imbocca nel 1993 una fase di declino, chiudendo il bilancio in perdita. Nel 1994 una perdita di 440 miliardi (sia pure in parte riferibile a esercizi precedenti) scuote la Rizzoli Editore. È grazie all’azionista di controllo Gemina che il declino non diventa pesante crisi (anche espresse in lire aggiornate, le perdite annuali del 1980/82 non raggiungevano il livello del 1994!); la partecipazione nella Rizzoli viene comunque massicciamente svalutata nel portafoglio di Gemina. Il declino e le crisi sono fenomeni sempre incombenti: quale migliore dimostrazione di ciò?
(L. Guatri, Turnaround, Egea, Milano, 1995)
Acquistò perciò dalla società a prezzo pieno nel 1° semestre 1994 le azioni ormai svalutate al 100 per cento.
Dal bilancio della Ratti la perdita scomparve. Quando ne vennero a conoscenza, gli azionisti in assemblea tributarono al commendatore Ratti un grande applauso. «Era mio dovere», mi disse quel giorno, seduto al mio fianco a Guanzate. «Forse, ma quanti l’avrebbero fatto?», pensai.
Un uomo vero, che ha vissuto con grande senso di responsabilità il suo rapporto con coloro che avevano riposto in lui la loro fiducia. Un uomo dalla grande correttezza d’animo, che lei sarà stato ben lieto di frequentare.
Lasciai con vero dispiacere e rimpianto la Ratti S.p.A. quando da un lato mi stancai di vedere il mio nome sempre citato in testa o nelle prime posizioni delle speciali classifiche che i giornali finanziari del Paese riportano ogni anno con il numero degli incarichi in società quotate (come se ciò sottintendesse una possibile trascuratezza nell’esercizio di tali impegni); e dall’altro nacque in me il desiderio di dare impulso all’attività di ricerca (il che significò anche allontanarmi dal Paese per alcuni mesi ogni anno).
Uscii dalla Ratti S.p.A. quasi contemporaneamente allo stesso fondatore, che nel 1996 lasciò le cariche operative divenendo presidente onorario della società (lasciando peraltro il timone in buone mani: quelle della figlia Donatella).
Quali sono le cose che oggi ricorda del commendatore comasco?
Da allora non lo vidi più: ma il mio ricordo di lui non è mai venuto meno. E ho sempre pensato che un giorno lo avrei ricordato nei miei scritti. Come Lei ricorda nella prefazione, proprio parlando di lui nel mio buen retiro a Casa de Campo è addirittura nata l’idea di questo libro.
Tra i molti articoli che alla sua morte (avvenuta nel 2002, quando aveva 86 anni) ne descrissero la vita, le opere, il carattere, mi sembra esemplarmente puntuale l’articolo che gli dedicò Gaetano Afeltra sul Corriere della Sera (si veda il Riquadro 2), ricordando che il suo punto di partenza furono 10.000 lire lasciategli dal padre: con quella piccola somma, il 25 aprile 1945 fondò la Tessitura Serica Antonio Ratti. La stessa società che, su consiglio del dottor Cuccia, portò in borsa nel 1989.
Antonio Ratti fu anche un grande mecenate. Con un’importante e raffinata collezione di tessuti storici, istituì, nel 1985 a Como, il Museo Tessile della Fondazione Ratti (oggi guidata dalla figlia Anny). E nel 1995 il Metropolitan Museum of Modern Art di New York gli dedicò una sezione di storia del tessile, l’Antonio Ratti Textile Center. Una vera gloria per il nostro Paese.
Una sintesi felice della storia del successo della Ratti SpA, vista con l’occhio di un comasco (di origine) che ha grandi capacità di analisi storica come Marco Vitale, è riportata nel Riquadro 3.
Antonio Ratti fu un personaggio per molti versi inimitabile, ma non crede che si possa stabilire un interessante parallelo con un altro industriale lombardo – quasi, dal punto di vista imprenditoriale, un suo sosia –, ovvero il famoso “re dei frigoriferi” Giovanni Borghi?
Di certo sono stati due creativi, con molti punti in comune: entrambi erano lombardi; tutti e due cominciarono la loro avventura industriale, destinata a grandi successi, nel 1945 (al termine della guerra); entrambi partirono da zero, realizzando tutto con le sole loro capacità, il loro ingegno e il loro impegno nel lavoro; tutti e due avevano straordinarie capacità imprenditoriali basate soprattutto su un eccezionale intuito; per ambedue i bilanci non erano “tutto”; entrambi ispiravano una naturale simpatia; furono amati dai loro dipendenti; furono personaggi straordinari, che fecero onore al Paese. In più, Antonio Ratti non ebbe nessuna delle debolezze umane di Giovanni Borghi.
Riquadro 2 In ricordo di Antonio Ratti
Fra i suoi astri sorgenti, Como ha avuto Antonio Ratti, l’industriale della seta recentemente scomparso. Nel 1931, quando aveva appena sedici anni, mise a frutto il suo disegno e tessitura cominciando a lavorare come apprendista disegnatore. Alla morte del padre, custode in una seteria, ereditò un lascito di diecimila lire. Con quella piccola somma, il 25 aprile 1945, data che ne presagiva un destino di grandezza, Ratti teneva a battesimo l’attività che avrebbe contribuito a dare lustro alla città di Como nel mondo: nasceva la Tessitura Serica Antonio Ratti, azienda commerciale intorno alla quale sarebbero fiorite le iniziative future.
Il passaggio più importante avvenne nel 1958, quando nel nuovo stabilimento di Guanzate si impiantarono le attività di fotoincisione, tintura, stampa e finissaggio, in altre parole le fasi conclusive del ciclo di produzione di quei prodotti italiani di qualità che il mondo ci invidia: morbide, fruscianti, preziose sete.
Alla fine degli anni Ottanta, la Ratti contava oltre 1.200 dipendenti: «la mia orchestra», la chiamava lui con orgoglio. Ma per Antonio Ratti, che l’amore per l’arte l’aveva nell’anima, limitarsi a produrre manufatti tessili, sia pure di altissima qualità, non poteva essere sufficiente.
Mecenate dei tempi moderni, trent’anni fa apriva il suo stabilimento a spettacoli teatrali e musicali: nacquero così gli “Incontri Ratti”, momenti culturali di grande rilievo nazionale e internazionale.
Consigliere d’amministrazione di Mediobanca e di RCS-Corriere della Sera, nel 1995 ottenne quello che forse fu il più gradito tra i tanti riconoscimenti fino ad allora tributatigli: il Metropolitan Museum of Modern Art di New York, la massima istituzione artistica mondiale, lo nominava membro onorario, dedicandogli una sezione speciale di storia dell’industria tessile, l’Antonio Ratti Textile Center.
Con la sua ricchissima collezione di tessuti storici, nel 1985, aprì a Como il museo tessile della Fondazione che porta il suo nome: reperti tessili dell’antico Egitto, broccati e velluti rinascimentali, moderni e contemporanei provenienti da tutto il mondo, lussuosi scialli di cachemire e stoffe trapunte in oro e argento, in tutto circa 400.000 pezzi messi gratuitamente in mostra in un percorso espositivo che si avvale delle più sofisticate tecnologie informatiche.
(G. Afeltra, Corriere della Sera, 2 marzo 2002)
Riquadro 3 La Ratti vista da Marco Vitale
La Ratti, per quell’impasto straordinario che realizza di tecnologia avanzata e bellezza, talento creativo e antica sapienza manuale, profonde radici locali e spiccata vocazione internazionale, rappresenta qualcosa di più di un’industria: un simbolo delle migliori tradizioni lombarde.
Un mio bisnonno era un piccolo industriale serico, fallito. Le nostre valli sono piene di storie di piccoli industriali serici sviluppatisi all’ombra del gelso (“l’ombra del gelso è l’ombra dell’oro” diceva un detto del tempo, quando la produzione serica lombarda superava, per usare le parole di Carlo Cattaneo, «ogni anno le 440.000 pezze, ovvero ben 25 milioni di metri, una sterminata tela lunga due volte il diametro del globo terracqueo») e falliti quando le evoluzioni internazionali portarono a una progressiva perdita di terreno della seta lombarda sul mercato internazionale sempre più dominato, sul piano commerciale-finanziario, da Londra (di grande interesse su questo travaglio gli scritti di Cattaneo sul Monte delle sete).
Dietro a Ratti c’è tutto questo travaglio, ci sono tutti questi bisnonni falliti. Ma non fallito né sparito è il talento, l’esperienza, la sapienza tecnica e creativa che processi di così lungo respiro accumulano e diffondono e nei quali un imprenditore di razza trova la materia prima ideale per esercitare la propria capacità creativa e imprenditoriale.
(Fabio Magrino (a cura di), I nuovi imprenditori, Il Sole 24 Ore, Milano, 1984)
Per contro mi sono spesso chiesto come sia potuto accadere che tra Antonio Ratti e Enrico Cuccia nascesse un rapporto di simpatia e di stima spinto a tal punto che l’artista geniale divenisse membro del Consiglio di Mediobanca. Lui che tra le sue qualità non possedeva certamente quelle di uomo di finanza... Il fatto è che essi, pur avendo ben poco in comune (salvo la genialità, seppure in campi del tutto diversi, e la profonda correttezza morale) vicendevolmente si ammiravano.