Il mondo di Guatri
2026/6
Giordano Dell’Amore
Successore di Zappa, maestro di una grande Scuola, banchiere potente e disinteressato, “conserve nel suo animo d’economista un bagliore evangelico”
A suo giudizio, professor Guatri, il suo illustre collega Giordano Dell’Amore può essere considerato il successore di Zappa, fondatore dell’Economia aziendale?
Quando Gino Zappa, l’indiscusso fondatore in Italia dell’Economia aziendale, lascia nel 1951 la Bocconi, a succedergli – con il consenso generale – è Giordano Dell’Amore (foto a p. 326), bocconiano “di ferro”, ma che aveva trascorso a Venezia i suoi primi anni dopo il successo nel concorso a cattedra (1938). Egli non è soltanto in quel momento l’unico ordinario di materie aziendali in Bocconi, ma uno degli allievi prediletti del Maestro e uno studioso di alta qualità; ed è un personaggio rilevante nel mondo politico e presto (con la presidenza della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde) diverrà un banchiere potente. Alle capacità indiscusse di studioso e all’impegno assiduo nella ricerca (con una lunga serie di pubblicazioni che si susseguono per decenni senza sosta) e nella docenza (non mancò mai alle lezioni, alle 8 del mattino) univa indiscusse capacità di guida degli uomini. Chi meglio di lui poteva succedere a Zappa?
Diventò infatti il leader indiscusso degli aziendalisti bocconiani; e a lui – come tale – guardarono tutto il corpo docente e il Consiglio della Bocconi, oltre naturalmente all’onnipresente Palazzina. Nella forma, divenne il direttore dell’Istituto di Economia Aziendale (l’unico, all’epoca, nel mondo aziendalistico), nonché il direttore delle pubblicazioni dello storico Istituto di Ricerche Tecnico-Commerciali, di cui mutò la denominazione in Collana dell’Istituto di Ricerche Aziendali (recando in copertina il nome di Gino Zappa come fondatore).
Dopo il doloroso ritiro di Zappa, a ciò costretto dalla cecità, divenne per quasi trent’anni il sostenitore e il punto di riferimento di tutti gli aziendalisti della Bocconi (come di tutti gli aziendalisti bocconiani sparsi in molte sedi universitarie, dal Nord al Sud del Paese).
Una posizione che ha sempre mantenuto affermando attivamente, nella linea del Maestro, i concetti di severità degli studi (e della selezione nelle prove d’esame), di riconoscimento del solo merito nei giudizi di nomina e di carriera dei docenti (battendosi anche duramente contro le ingiustizie e i favoritismi nei concorsi, specialmente contro le cosiddette “mafie” universitarie). Inoltre giunse (grazie anche alla sua posizione di forza a difesa della cultura aziendalistica e del “peso” delle materie aziendali in Bocconi) con Sapori e Gasparini a definire la regola del fifty-fifty nella divisione dei posti di ruolo, con la creazione di due dipartimenti. Tale regola, sopravvissuta fino al 2007, cioè per circa mezzo secolo, con il consenso generale, si è rivelata nel complesso efficace e ha accompagnato lo sviluppo e i progressi della nostra università sopendo i conflitti che in tempi precedenti non erano mancati.
Ricordo benissimo come nei 25 anni in cui fui consigliere delegato (e nei 5 in cui fui Rettore) questa regola consentì di procedere senza intoppi. E spero che la sua eliminazione, nel 2007, non debba farla rimpiangere, riaprendo conflitti da mezzo secolo scomparsi.
Come e quando ebbe luogo il suo primo incontro con Dell’Amore? Avvenne prima o dopo il suo arrivo in Bocconi?
Il mio primo incontro con Dell’Amore avvenne agli inizi del 1950, quando ancora non era entrato come professore ordinario in Bocconi; e avvenne in circostanze inconsuete.
Mi telefonò chiedendomi di raggiungerlo in via Vivaio, presso la sede della Provincia di Milano (della quale, all’epoca era presidente): mi ricevette in una sala solenne, con grande affabilità. Disse che di me gli aveva parlato Gino Zappa, esprimendogli un giudizio che l’aveva colpito: e pertanto desiderava conoscermi. Mi chiese delle mie pubblicazioni e, con fare paterno, m’incoraggiò a continuare con lo stesso fervore nella ricerca. Fu l’inizio di un rapporto che durò trent’anni.
È noto che la produzione scientifica di Dell’Amore si è sviluppata per quasi mezzo secolo e che ha dato alle stampe ben 61 libri. Fu quindi non solo estremamente prolifico ma produsse fino a tarda età?
Le pubblicazioni di Giordano Dell’Amore coprono un periodo di 44 anni: dal 1934 (con La Lana. Caratteristiche di impresa della produzione e del commercio laniero) al 1978 (con il terzo volume dell’Economia delle aziende di credito). Tutti pubblicati nelle collane della Bocconi, dirette da Gino Zappa fino al 1951 e poi da lui stesso.
La sua intensissima produzione scientifica (come Lei dice, di ben 61 libri, senza contare numerosissime relazioni a convegni ecc.) si suddivide sostanzialmente in due periodi: fino a tutti gli anni Quaranta verte su temi di economia del commercio e dell’industria (nel filone, come si chiamava all’epoca, della Tecnica industriale e commerciale; di questa materia tenne la cattedra a Venezia fino al passaggio in Bocconi del 1951). A partire dagli anni Cinquanta il tema dominante è quello della banca e dei mercati finanziari.
Quali sono le opere più significative del primo periodo?
Il primo periodo corrisponde allo studioso giovane, poi maturo ma non ancora “potente”, allievo (tra i prediletti) di Gino Zappa, al cui fianco per anni insegnò a Venezia.
Di quelle opere ricordo, come particolarmente rilevanti, quelle dedicate allo studio dei mercati a termine delle merci (lana, prodotti agrari ecc.), e forse ancor più, per l’interesse diretto che portavo al tema, quella sul Valore degli impianti industriali (1944).
Scriveva in una forma ordinata, chiara, abbandonando il linguaggio ancora un po’ ottocentesco: solenne, paludato, talvolta di non immediata comprensione, che a lungo caratterizzò la Scuola di Zappa. In questo innanzitutto, egli è un innovatore: e non è poco! Del resto è la strada sulla quale anch’io subito mi indirizzai e che via via tutti (con pochissime eccezioni) seguirono.
Quale fu, secondo lei, il lavoro più importante di questo periodo?
Il libro sul valore degli impianti ha, in un certo senso, fatto epoca. Richiamando con forza l’attenzione sul fatto che il criterio del costo (via via depurato dagli ammortamenti per il deterioramento e l’obsolescenza) non dice tutto, e spesso dice ben poco, sul valore.
E che bisogna guardare anche alla capacità che gli impianti hanno di contribuire a generare reddito per l’azienda.
Un argomento, tra l’altro, che nel dopoguerra – a causa dell’inflazione – diventa di grande rilievo anche professionale per affrontare i modi e le misure delle “rivalutazioni monetarie”, cioè per correggere bilanci che non dicono più nulla – se non corretti – né sui valori patrimoniali né sui risultati economici annuali.
La misura della “rivalutazione”, in sintesi, non può essere il frutto di un puro automatismo di calcolo (una serie di coefficienti applicati ai costi formatisi nei singoli anni da un lato e degli ammortamenti storici annuali dall’altro), ma va decisa guardando anche alle attese (di risultati) per il futuro. Concetto che, sia pure genericamente, fu ripreso dalle varie leggi di rivalutazione adottate in Italia negli anni successivi.
Dell’Amore è tuttavia più noto per le opere sulle banche e sui mercati finanziari, attorno ai quali ha costruito una sua Scuola. È così?
A partire dagli anni Cinquanta Dell’Amore ha proposto una ricchissima serie di opere, alcune delle quali hanno lasciato tracce durature negli studi sulle banche e sui mercati finanziari (tra le più note: L’economia della aziende di credito in 3 volumi, 1965-1974-1978; I depositi, 1967; Le funzioni delle banche centrali, 1968; I mercati monetari, 1969; Economia dei saggi attivi bancari, 1971; Economia del risparmio familiare, 1972). Alcuni di questi lavori hanno avuto grande successo: l’autore fondava le proprie ricerche, oltre che sul rigore del metodo, su un’immensa esperienza professionale e manageriale. Cui va aggiunto l’impegno e lo spirito di sacrificio, senza i quali non si fa nulla.
Le opere di Dell’Amore, come quelle di tutti gli studiosi della sua generazione, sono a carattere descrittivo; evitano le formule e il ricorso a simbologie astratte. Ma di ciò non possiamo certo sorprenderci.
Questa esclusività di studi sulle banche e sui mercati finanziari non fu tuttavia assoluta: una quarantina d’anni or sono Dell’Amore fece una “incursione” nel mercato della floricoltura, che si stava lentamente industrializzando?
S’interruppe solo nel 1968, con la presentazione del volume La carta dell’ortofloricultura italiana (un campo nel quale le Casse di Risparmio appoggiavano investimenti rilevanti nel Paese), al quale anch’io contribuii con uno studio sui costi di distribuzione in quel settore.
Di quella ricerca mi ricordo molto bene, in quanto al termine del viaggio per il convegno conclusivo tenutosi a Palermo l’aereo sul quale viaggiavamo fu costretto a un atterraggio di fortuna, che ci fece rischiare la vita. Ma quasi dimenticai il fatto nei magnifici due giorni successivi passati nello splendore di Villa Egea, dove le nostre relazioni ebbero un grande successo. Dell’Amore ne era felice.
Corrisponde al vero che Dell’Amore ha creato una grande Scuola, con un rilevante numero di allievi, forse più numerosi di quelli dello stesso Zappa, il massimo Maestro dell’Economia aziendale? Ma com’è stato possibile? È stato anche grazie al suo fascino e alla sua potenza di banchiere?
Dell’Amore è stato un Maestro (con la M maiuscola!) in quanto, all’intensità e qualità delle sue ricerche lungo l’intero arco della vita, ha aggiunto la capacità di scoprire e crescere moltissimi allievi, tutti di alto o altissimo livello, che hanno per vari decenni dominato l’economia delle aziende bancarie (e le materie derivate) nell’intero Paese, portando il loro insegnamento nelle maggiori università. Di tutti leggeva e discuteva le opere (come faceva Zappa!), a tutti ha dato suggerimenti e consigli, a tutti ha reso possibile dedicarsi alla ricerca e all’insegnamento appoggiandoli altresì sul piano economico (grazie anche alla sua forza nel mondo bancario e professionale); infine ha accompagnato tutti i meritevoli fino alla cattedra, battendosi anche duramente affinché nei concorsi il merito prevalesse sul nepotismo.
Ricordo bene che qualche volta, dopo il 1960, si rivolse anche a me affinché entrassi (per elezione, come allora si usava) nelle commissioni giudicatrici, per assicurare – mi diceva – la prevalenza di «commissari attenti solo al merito». Infatti, anche se aveva idee precise sull’ordine di merito dei suoi allievi e di tutti gli altri, ascoltava con grande attenzione le mie osservazioni e, quando le nostre graduatorie non erano coincidenti, tornava con scrupolo a rivedere i propri giudizi, disponibile a cambiarli se si convinceva di avere commesso qualche svista.
Vennero così alla luce professori di grande merito (e taluni poi di grande fama), che sempre onorarono la sua Scuola. Da Tancredi Bianchi ad Arnaldo Mauri, da Roberto Ruozi a Paolo Mottura, da Alberto Bertoni a Claudio Demattè, da Franco Onado a Mario Masini, da Stefano Preda a Giancarlo Forestieri, da Matteo Mattei Gentile a Sergio Bortolani, da Pier Luigi Fabrizi a Sergio Paci (e l’elenco potrebbe continuare con altri nomi di valore). Quale altro Maestro – almeno nel campo aziendale – ha prodotto una serie così numerosa di allievi di alto livello? Che io sappia proprio nessuno.
Ma, forse, quanto vi è di più stupefacente è che i superstiti (dopo che molti, forse troppi, sono usciti dai ruoli anche anticipatamente, o sono disgraziatamente scomparsi, o sono emigrati in altre università) sembrano negli ultimi anni aver abbandonato la via indicata dal Maestro, che assume l’Economia aziendale come stella polare. Consentendo ad alcuni loro allievi (o non opponendosi a essi con il necessario vigore), nel nome di obiettivi spesso illusori, di dimenticare le gloriose origini della Scuola che fece grande (anche nel campo bancario) il nome della Bocconi. Solo se sapranno fare altrettanto, dimostrando che l’oblio delle loro radici non fu personalismo, ma vero progresso, la mia preoccupazione si dimostrerà priva di fondamento. E spero che così possa avvenire, anche se mi sento assalito da molti dubbi. Forse se Bianchi, Ruozi, Demattè fossero stati presenti, di tutto ciò non saremmo qui a discutere...
Nei concorsi a cattedra, o in altri concorsi, si è mai trovato in disaccordo con Dell’Amore? Se sì, come ha potuto contrapporre il suo punto di vista a una persona tanto autorevole, ma (come qualcuno dice) anche autoritaria?
Ricordo un solo caso in cui i nostri giudizi non poterono comporsi. Fu in occasione della prima chiamata di un suo allievo in Bocconi, dove in contesa erano due studiosi eccellenti come Tancredi Bianchi e Roberto Ruozi (foto a p. 327). Prima di proporre al Consiglio di facoltà il nome da lui scelto (che avrebbe avuto senza alcun dubbio l’adesione generale), convocò tutti gli aziendalisti ordinari (non eravamo più di mezza dozzina) presso la presidenza della Cassa di Risparmio in via Monte di Pietà per sottoporre loro la sua opinione (che era, sia pure soffertamente, per Ruozi; ma anche di Bianchi aveva un altissimo concetto).
Alla sua proposta, che forse sorprese un po’ tutti, nessuno replicò. Ma io non mi sentii di tacere, anche se ben sapevo che la decisione era ormai irreversibile. Dissi che, pur avendo di Ruozi (più giovane di Bianchi) un concetto molto positivo e che avrebbe fatto molto bene alla Bocconi (come poi avvenne puntualmente), non mi sentivo in coscienza di vedere scavalcato Tancredi Bianchi (foto a p. 327). E gli chiesi – almeno in quella sede privata – di annotare la mia astensione dal giudizio. Acconsentì immediatamente, apprezzando la mia franchezza.
Non ebbe, per quanto accaduto, risentimento. Dunque non fu, mi sembra, autoritario, ma impose la sua autorevolezza. Del resto, non motivò la sua (pur discutibile) scelta con argomenti di tipo scientifico, ma di tipo funzionale (scelgo colui che oggi serve di più alla Bocconi). L’autoritario avrebbe imposto la sua scelta e non avrebbe avvertito il bisogno di motivarla.
Tra i grandi meriti di Dell’Amore viene sempre segnalata la fondazione della SDA, oggi una delle prime business school europee e nota a livello mondiale. Ma è vero che, in forma ridotta, partì addirittura dal 1954? E che in quella prima fase Lei vi ha insegnato per più di 15 anni?
Prima ancora di assumere con il rettorato (1967/73) le redini della Bocconi, Dell’Amore si segnalò per le più importanti innovazioni degli anni Cinquanta, dopo la sua chiamata da Ca’ Foscari per la cattedra (come ai tempi si chiamava) di Tecnica bancaria e professionale. Già nel 1954 aprì, con il pieno consenso del Consiglio d’Amministrazione (presidente Furio Cicogna) il Corso biennale di specializzazione per la preparazione dei quadri direttivi d’azienda (brevemente detto Corso biennale per dirigenti). Era la prima scuola universitaria di management in Italia, anche se più vicina alle forme tradizionali di insegnamento ex cathedra che non alle business school anglosassoni (alle quali si avvicinò dopo la riforma del 1969, dalla quale emerse la SDA, posta sotto la guida di Claudio Demattè, un giovane – all’epoca – allievo di Dell’Amore, che dimostrò subito straordinarie doti manageriali).
Fin dal primo anno partecipai al biennale per dirigenti tenendo il corso sui Costi di produzione e di distribuzione. Proprio nel 1954 avevo infatti pubblicato nella collana dell’Istituto di Ricerche Aziendali il volume I costi di azienda che in quelle lezioni (tenute a giovani laureati di varia estrazione – da Economia, da Legge, da Ingegneria in particolare – già impegnati nelle aziende e quindi dotati di esperienze di lavoro) trovò importanti riscontri e verifiche.
Sostenuto dal vigore di Dell’Amore e grazie alla possibilità – ch’egli possedeva – di chiamare a raccolta i più noti esperti dei vari settori del management italiano, il Corso per dirigenti si resse con successo per molti anni. Divenne tuttavia gradualmente obsoleto durante gli anni Sessanta, malgrado la presenza di ottimi docenti. Più per problemi di modalità e di strumenti d’insegnamento che non di contenuti: mancava una didattica interattiva e partecipativa, mancava la discussione dei casi, secondo le regole ormai affermatesi nelle business school anglosassoni: da ciò il riesame del progetto e la fondazione della Scuola di Direzione Aziendale (SDA), che trovò in Claudio Demattè il primo straordinariamente valido direttore nel 1971.
Ma ebbe sempre in Dell’Amore il più convinto e tenace sostenitore nel Consiglio della Bocconi. Da quando nel 1974 divenni consigliere delegato, ricordo che Dell’Amore non perdeva occasione per sottolineare al Consiglio i successi e i meriti della SDA, anche negli anni in cui problemi ben più pesanti gravavano su di noi. La sentiva come la sua creatura prediletta.
È anche vero che Dell’Amore fondò il primo grande centro di ricerca bocconiano, l’IEFE, attivo nel campo dell’energia – con grande preveggenza sui problemi che le fonti di energia avrebbero creato in tutto il mondo, ma in particolare modo in Italia, nei decenni successivi? E che Lei ne diventò subito il segretario generale e poi il direttore? Come riusciva Dell’Amore a occuparsi di tante cose?
La fondazione dell’IEFE (Istituto di Economia delle Fonti di Energia) nel 1957 fu effettivamente iniziativa di grande risonanza. Era un problema centrale del mondo moderno, quello dell’energia, che la Bocconi aveva percepito con grande anticipo sui tempi; e al quale fu dedicato il primo centro di ricerca bocconiano: un archétipo dal quale proliferarono nei decenni successivi numerosi centri (foto a p. 328).
Dell’Amore e Cicogna erano stati gli ideatori dell’iniziativa, alla quale furono dedicati mezzi, spazi e dotazioni straordinarie per quell’epoca di ristrettezze (il centro era peraltro supportato finanziariamente dai massimi operatori dell’energia, in particolare società elettriche e petrolifere.
In quegli anni in Europa esisteva un solo istituto di questo genere: l’Energiewirtschaft Institute di Colonia, diretto dal professor Theodor Wessels, che ebbi occasione di visitare nel 1958 e dal quale traemmo ispirazione per l’organizzazione della nostra iniziativa. Conoscevo il tedesco, che peraltro avevo abbandonato nella pratica da alcuni anni: e perciò intendersi con Wessels non fu proprio facile. Ma alla fine riuscii a ottenere le informazioni e i consigli essenziali, che Wessels ci profuse a piene mani.
Deduco da quanto mi sta dicendo che a gestire l’IEFE fu sostanzialmente Lei.
Fui chiamato dal duo Dell’Amore-Cicogna prima come segretario generale e poi come direttore (agli inizi il direttore era lo stesso Dell’Amore). Ricordo come fosse ieri il duro impegno che dedicai nella calda estate del 1957 (mentre ero in vacanza in Versilia) a preparare un articolo per il numero di esordio della rivista bimestrale (di cui assunsi la direzione) Economia delle fonti di energia. Il tema, per me e per tutti allora sconosciuto, era il costo dell’energia nucleare. Quando apparve nell’autunno 1957 il primo numero della rivista, Cicogna così lo commentò: «È un’opera seria». Nel suo linguaggio era il massimo elogio. Dell’Amore era raggiante: la sua nuova creatura aveva mosso con successo i primi passi!
Ancora oggi l’IEFE, dopo più di cinquant’anni d’attività e soprattutto grazie all’opera del successore da me proposto, Sergio Vaccà, rimane il più importante centro di ricerca della Bocconi.
Dell’Amore diviene Rettore nel 1967. Proprio alla vigilia del ’68. Come reagì alla contestazione studentesca? Come cercò di affrontarla?
Il Consiglio della Bocconi del 27 ottobre 1967 nominò Dell’Amore Rettore. Il presidente Cicogna informò che «l’Ufficio di Presidenza avendo lungamente esaminato, sotto ogni profilo, la pratica relativa alla nomina del nuovo Rettore per l’anno accademico 1967/68 è venuto alla conclusione di proporre a tale carica l’on. Prof. Giordano Dell’Amore che ha assicurato di potere dare (...) le assidue cure che essa [carica] comporta e delle quali è pienamente consapevole». La proposta fu accolta da un lungo applauso.
I sei anni (1967/73) del suo rettorato furono proficui, ma anche i più difficili che la storia della Bocconi ricordi: caddero proprio, a partire dal ’68, nel pieno della contestazione studentesca, che in Italia, com’è noto, si protrasse a lungo anche negli anni Settanta e che lasciò indelebili tracce (negative) sulla qualità dell’insegnamento e della selezione accademica, abbassandone il livello.
Certo, fu per la Bocconi una fortuna che in quel periodo il rettorato fosse ricoperto da una figura “forte” come Dell’Amore: ma per lui significò un’infinità di noie...
Ricordo che, credendo che con loro si potesse sostenere un ragionevole colloquio, si recò alla cosiddetta “assemblea” di Lingue (di gran lunga la più facinorosa delle nostre due facoltà). Fu travolto dai fischi e ne uscì disgustato. Capì che se non si fosse estirpato quel bubbone, la sua università poteva uscirne travolta. Tanto più che a Lingue (come non accadde mai nella facoltà di Economia) gli assistenti e non pochi docenti erano parte attiva di questa supposta “rivoluzione”.
Per qualche tempo cercò di resistere e di temporeggiare. Un giorno mi telefonò chiedendomi di correre in via Sarfatti per assistere agli esami di matematica del professor Ricci. Qui, alcuni (pochi, in verità) studenti contestavano la regolarità della commissione d’esame di Matematica generale, presieduta da quell’eccelso matematico (ordinario alla Statale) che era il professor Giovanni Ricci, in quanto in quella commissione... non era presente un ordinario della Bocconi. Accorsi e mi sedetti a fianco di Ricci: volutamente non dissi mai una parola. Quella stravaganza assurda naufragò nel ridicolo.
Ma giunse il momento in cui non si poté più temporeggiare. Nell’estate del 1968 il Rettore Dell’Amore e il presidente Furio Cicogna capirono che occorrevano decisioni drastiche: da ciò la decisione, di cui si assunsero la piena responsabilità davanti al Consiglio, di sopprimere gradualmente la facoltà di Lingue, comunicando la chiusura delle iscrizioni al primo corso dell’anno accademico 1968/69: entro il 31 ottobre 1972 la facoltà sarebbe stata soppressa.
Il Consiglio, sul piano formale (sia pure con motivazioni che rispondevano ai fatti), così motivò la decisione in quell’estate del 1968:
Il vasto programma enunciato [dal Rettore] impone alla Bocconi di concentrare tutti i propri mezzi organizzativi per il potenziamento della facoltà predetta [di Economia]. Il Consiglio d’Amministrazione, pertanto, decide di sospendere gradualmente i corsi della facoltà di Lingue e Letterature straniere sino al loro esaurimento impegnandosi a garantire agli attuali iscritti la conclusione degli studi intrapresi [...] Da quando venne istituita, nell’anno accademico 1946/47, tale facoltà ha avuto incessanti sviluppi, i quali hanno ormai raggiunto limiti patologici. Basti ricordare che negli ultimi 5 anni il numero degli studenti iscritti è raddoppiato e si avvicina alle 5.000 unità. Da questa pletorica espansione sono derivate difficoltà che la Bocconi ha tuttavia affrontato senza lesinare i mezzi necessari. Fra queste difficoltà va particolarmente rilevata la scarsa disponibilità di docenti disposti a insegnare a tempo pieno in una facoltà superaffollata.
Il Consiglio d’Amministrazione ritiene la propria decisione, oltre che legittima, opportuna dal punto di vista dell’interesse generale, perché numerosissime facoltà italiane rilasciano lauree in Lingue e Letterature straniere, e agli iscritti a tali facoltà non è possibile assicurare un adeguato collocamento, mentre per altre facoltà i laureati sono insufficienti rispetto ai bisogni attuali e prevedibili per il prossimo futuro.
Molti bocconiani rimpiangono, ancor oggi, la decisione di eliminare la facoltà di Lingue, assunta dal duo Dell’Amore-Cicogna senza informare i docenti dell’università e portandola direttamente al Consiglio d’Amministrazione. Molti ricordano che questo fece nascere veementi proteste anche da parte del preside di Economia, Innocenzo Gasparini, che apprese la notizia dai giornali.
Furio Cicogna aveva informato a fine luglio 1968 Giovanni Spadolini, all’epoca direttore del Corriere della Sera, delle decisioni assunte, che ne diede notizia immediata (in termini tutt’altro che negativi, “La Bocconi sarà potenziata”, con allusione alle nuove iniziative nel campo economico pure decise dallo stesso Consiglio).
Come Lei ricorda, chi ebbe a dolersene fu il preside della facoltà di Economia, Innocenzo Gasparini, che solo dal Corriere aveva appreso la notizia. Egli scrisse al Rettore che avrebbe gradito un dibattito preventivo davanti al Senato Accademico. Forse sul piano formale aveva ragione: ma non si rendeva conto che le decisioni che comportano “tagli netti” debbono essere assunte da pochi e con prontezza (in caso contrario ci si invischia in discussioni infinite e non si decide più).
A ben vedere, in quel momento occorreva salvare la Bocconi. E Dell’Amore e Cicogna si assunsero tutte le responsabilità. Anche a distanza di decenni, sono convinto che la decisione fosse necessaria. In sintesi: un comportamento insolito, ma preso in una situazione di emergenza, che non consentiva di aprire un dibattito.
Ricordo comunque benissimo che la gran parte degli aziendalisti (quanto meno) erano del tutto solidali con Dell’Amore, apprezzandone il coraggio (il che, in quei tempi, non era da tutti).
Come faceva Dell’Amore, così oberato da impegni pubblici (la presidenza della Cassa di Risparmio e delle associazioni di categoria delle Casse, per dirne una: ma ne aveva molti altri), così assiduo nella ricerca e nell’insegnamento, con una Scuola così rilevante, a svolgere anche la funzione di Rettore? Dove trovava il tempo?
Dell’Amore sapeva organizzare con rigidezza prussiana le sue giornate, suddividendo sistematicamente il tempo, in modo da sfruttarlo in massimo grado. Inoltre sapeva lavorare molte ore al giorno, con grande resistenza; e aveva costumi estremamente morigerati (era perfino rigorosissimo nelle scelte del tipo e della misura dei pasti). Credo non sia mai andato al cinema.
Ricordo bene che, salvo che nei periodi “di punta” della contestazione, tre giorni per settimana si presentava in Bocconi per tenere dalle 8 (in punto) alle 9 la sua lezione; e dalle 9 alle 10 si dedicava al Rettorato. Un’ora, nei periodi di normalità, gli bastava.
Per incontri sia singoli che collegiali riguardanti i problemi della Bocconi la “succursale” (nel corso della giornata) era la presidenza della Cassa di Risparmio in via Monte di Pietà, dove anch’io ero divenuto “di casa”. Tanto che gli occhiuti portieri all’ingresso non mi chiedevano neppure più da chi dovessi andare, anzi aprivano il cancello alla mia macchina per consentirmi di posteggiarla nel cortile interno (privilegio riservato a pochi).
Si dice che Dell’Amore abbia portato la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde a grandi traguardi. È vero?
Nel 1952 Dell’Amore venne nominato presidente della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde: una carica che tenne per 27 anni, durante i quali portò la banca a grandi traguardi e a indiscussi successi, pur dovendo attraversare alcuni periodi difficili per il nostro Paese (compresa un’inflazione “a due cifre” per molti anni). Ma non siamo qui per ricordare il Dell’Amore banchiere (tema sul quale, tra l’altro, sono stati scritti libri), ma come io ho visto e vissuto questo suo impegno.
Ma com’era il Dell’Amore banchiere, oltre che autorevole e di grande prestigio?
Dell’Amore, come io lo ricordo, è stato un banchiere di grande impegno (al lavoro senza soste, salvo la pausa trisettimanale alla Bocconi); di grande capacità e innovatività; di grande rigore morale; lontanissimo da qualsiasi interesse personale. Di lui, come banchiere, posso ricordare solo lo stile.
Proprio il rigore morale e il distacco dagli interessi personali (o degli amici, o degli allievi) mi indussero sempre, nelle mie attività professionali, a tenere rapporti con altre banche; a non assumere dalla Cassa incarichi di contenuto economico (solo di ricerca accademica senza interessi di sorta), a non proporre candidature. Capivo bene che questo era il suo desiderio, era il suo “stile”. Quando, nel corso della vita, mi propose per qualche incarico, si riferiva a soggetti diversi dalla sua Cassa di Risparmio. E così faceva con tutti i bocconiani, anche i suoi prediletti.
La sua relazione annuale all’assemblea della Banca d’Italia (dove fui sindaco per dieci anni e dov’egli rappresentava il maggiore azionista: le Casse di Risparmio), che seguiva quella del governatore, era una lezione di altissimo livello e densa di proposte per il bene del Paese e del sistema bancario italiano. Sempre seguita con attenzione e applaudita da tutta l’assemblea. Anche in quella sede conservava il suo stile.
Una notazione strettamente personale: quando all’Hotel Mediterraneo di Roma, al quale ambedue facevamo base nelle nostre visite romane, ci si incontrava qualche sera nella sala da pranzo, non gli chiesi mai di pranzare insieme. Il suo pranzo frugale (una minestrina e una mela cotta) durava pochi minuti: e capivo che preferiva, pur salutandomi con affetto, passarli in silenzio. Anche questo era il suo stile!
Ciò malgrado Lei era uno dei suoi preferiti. Si racconta che nel 1952 Dell’Amore – che in un concorso a cattedra di Tecnica industriale e commerciale la voleva al primo posto della terna – si scatenò con una durissima “Relazione di minoranza”, contro un candidato ch’egli giudicava “non meritevole” (e perché uno solo, e non gli altri?).
Va premesso che fin dal primo incontro (1950) alla presidenza della Provincia di Milano mi dimostrò una stima di cui gli sarò sempre grato. In quel decennio mi chiamò in posizioni rilevanti in tutte le iniziative di ricerca che assumeva; e mi seguì nella carriera accademica, sostituendosi con impegno al mio Maestro, forzatamente ormai lontano. Per arrivare al punto, mi chiese già nel 1952 (avevo 25 anni) di partecipare a un concorso a cattedra (di Tecnica industriale e commerciale), nel quale come commissario (anche se in minoranza) mi votò per il primo posto della “terna”. Impegnandosi anche in una durissima “Relazione di minoranza”, che suscitò scalpore nell’ambiente accademico. Quella Relazione, che impegnò Dell’Amore fino allo spasimo, non riguardava gli altri due “ternati”, in quanto anche da lui giudicati meritevoli. Si trattava, infatti, di Salvatore Sassi e di Domenico Amodeo, due eccellenti studiosi di quell’“isola felice” che era nel Sud la facoltà di Economia di Napoli.
Professore parliamo ancora di Lei: corrisponde al vero che dal 1952 Lei entrò decisamente e quasi “a tempo pieno” nell’attività professionale? Molti, che la conoscono bene, affermano che la sua capacità di lavoro (contemporaneamente nei due campi) era, all’epoca, da tutti considerata straordinaria. Frequentandola per queste interviste, ho constatato con i miei occhi come, a 80 anni compiuti, i suoi ritmi di lavoro siano serrati e inesorabili. Non ho dubbi che a 25 lei corresse come un treno. Come è riuscito a conciliare tanto impegno “privato” con l’attività accademica?
È vero che proprio nello stesso 1952 avevo iniziato, con Luigi Antonelli, la professione di commercialista a Milano, nello studio di via dei Bossi. Mi resi subito conto che vivere “sul campo” la vita delle aziende (oltre ai vantaggi economici) risultava fondamentale per integrare le mie conoscenze. Andai così rallentando la produzione “scientifica” (che forse nei primi anni era stata perfino frenetica) e mi impegnai in modo via via crescente nella professione: dalla quale ottenni subito risultati rilevanti. Decisi pertanto di prendermi un periodo di 4-5 anni di respiro nella vita accademica (pur continuando in diversi incarichi universitari: oltre che in Bocconi, a Genova e al Politecnico di Milano, dove affiancavo quel grande politico e galantuomo che fu il ministro Roberto Tremelloni; foto a p. 326) e mi gettai “a corpo morto” nella professione.
Colui che, in quegli anni Cinquanta, mi tenne avvinto all’Accademia fu proprio Giordano Dell’Amore. Oltre alla conduzione dell’IEFE e della sua rivista (1957), mi chiese una collaborazione continua alla nuova rivista Il risparmio (da lui fondata e di cui era direttore). Qui scrissi, tra l’altro, una serie di articoli sul tema dell’avviamento (all’epoca ancora trattato a livello meramente descrittivo), che poi tradussi nel libretto L’avviamento d’impresa. Un modello quantitativo per l’analisi e la misurazione del fenomeno (1957), che fu assunto per lungo tempo come unico riferimento nella professione dai commercialisti italiani.
Dell’Amore, in sostanza, fece di tutto affinché mantenessi i contatti con l’Accademia e non mi facessi trascinare dal successo, forse troppo importante per i miei anni, nel “gorgo” inebriante della professione. E credo, sinceramente, di dovere proprio a lui se così avvenne; mi riuscì di mantenermi, in quel decennio, in un certo equilibrio. Mi nasce da ciò un debito di riconoscenza che non ho mai dimenticato.
Dopo quanto mi ha detto appare ancor meno chiara la ragione per cui Dell’Amore si oppose tanto tenacemente, verso la metà degli anni Sessanta, al suo trasferimento dall’Università di Parma (dove era ordinario dal 1960) all’Università Cattolica di Milano. Dell’Amore, tra l’altro, non era cattolicissimo?
Si tratta di un episodio di apparente durezza, ma che fu in realtà di grande affetto e considerazione.
I fatti si svolsero in questo modo. Nei primi anni Sessanta assunsi su sollecitazione del professor Tommaso Zerbi (foto a p. 328) l’incarico in Cattolica (mentre ero ordinario a Parma) di Tecnica industriale e commerciale. Subito dopo Zerbi cercò di farmi chiamare all’Università Cattolica e fece bandire il “trasferimento” della cattedra, che fu celermente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Questo mi avrebbe consentito il trasferimento da Parma a Milano.
Andai allora da Dell’Amore a chiedergli il permesso di ricoprire per qualche anno la cattedra alla Cattolica e lui me lo rifiutò: «Se vai alla Cattolica – mi disse – ti si chiude la strada per la Bocconi. Tieni pure l’incarico per qualche tempo, questa è una cortesia che possiamo fare, ma, se tu accetti la cattedra, allora...». E mi salutò assicurandomi che m’avrebbe chiamato in Bocconi al più presto. Non presentai la domanda in Cattolica. Appena gli fu possibile (nel 1969) mantenne l’impegno: e mi chiamò alla Bocconi.
Non si trattava di essere più o meno “cattolici”. Dell’Amore lo era pienamente anche in Bocconi; nel caso specifico, aveva chiaramente un proposito: intendeva difendere la “sua” università dalla “concorrenza”.
Dove non era riuscito il “potente” Dell’Amore, riuscì il professor Giorgio Pivato, che nel 1960 la portò a pieni voti a vincere il concorso a cattedra. Come fu possibile?
Sì, è vero. Infatti nel 1959 decisi, sempre sollecitato da Dell’Amore, di tornare a presentarmi a un concorso a cattedra: avevo 32 anni, un’età che mi pareva più ragionevole per entrare nel difficile (e nel nostro Paese non sempre “trasparente”, per usare un eufemismo) agone della “terna”.
Questa volta come commissario i bocconiani riuscirono a far eleggere Giorgio Pivato (foto a p. 324). Il quale dimostrò, bisogna pure riconoscerlo, più abilità del “potente” Dell’Amore, che con la sua rigorosa intransigenza si trovava ormai contraria la gran parte degli accademici del Centro-Sud del Paese. Giorgio Pivato mi portò infatti al successo con voto unanime. Lo stesso Pivato mi disse, dopo alcuni anni, che Dell’Amore, pur felice dell’ottimo risultato che aveva conseguito (a mio favore), ne era rimasto nell’intimo anche un po’ dispiaciuto, per non esserne stato il diretto protagonista.
Quest’uomo tanto rigido, autorevole, impegnato non aveva un lato “privato”?
Ho sempre fatto parte della ristretta cerchia di amici che periodicamente si riuniva in casa Dell’Amore (dove la moglie Jolanda, la prima donna laureata della Bocconi, dominava la scena da impeccabile “padrona di casa”). Vi partecipavano, di regola, i professori Pietro Onida, Ugo Caprara, Giorgio Pivato, Carlo Masini, Napoleone Rossi, Ettore Lorusso, Tommaso Zerbi, oltre al dottor Luigi Antonelli (presidente dei dottori commercialisti; foto a p. 327) con le consorti. Secondo convenzioni stabili, gli uomini in una sala, le mogli in un’altra: in modo che la conversazione fosse possibile su temi interessanti per tutti.
Ricordo bene che mia moglie Lina, che pure gradiva molto di partecipare, mi diceva sempre che gli argomenti trattati dalle signore non potevano interessarla: lei aveva bambini di pochi anni, le altre signore avevano figli già all’università, o sposati (e quindi nipoti) eccetera. Non trovava il modo di intervenire in argomenti che non conosceva. Questo, ovviamente, derivava dal fatto che io appartenevo a un’altra generazione rispetto agli altri membri della piccola comunità.
Le riunioni avvenivano perlopiù nella magnifica casa di Dell’Amore in piazza Tommaseo (e solo le prime volte nella casa di via Saffi); nel periodo estivo a Brunate, sopra il lago di Como, alternativamente nella villa di Dell’Amore o di Antonelli.
Era in queste occasioni che (qualche volta e solo a Brunate) si rivelava, per così dire, il Dell’Amore privato: quando partecipava a partite a “scopone”, quando giocava a bocce nella villa di Antonelli (togliendo perfino la giacca!), quando incredibilmente Ugo Caprara portò a Brunate la sua personale orchestrina e lo indusse a qualche cenno di ballo. In quelle occasioni lo vedevo sorridente e felice, lontano dalla severità tradizionale, sia pure per poche ore.
Come venne a conoscenza che Dell’Amore era stato non solo accusato, ma addirittura arrestato, da magistrati romani, per un’indagine in corso sull’ICCRI? Nella quale, a quanto poi risultò, il direttore generale (Arcaini), legato alla politica, avrebbe di sua iniziativa elargito qualche finanziamento facile ad aziende “raccomandate” e gestito “fondi riservati” senza informarne il Consiglio, dal quale Dell’Amore era uscito sdegnato già nel dicembre 1977.
Il mattino del 5 marzo 1980 (all’epoca ero consigliere delegato), vidi Tancredi Bianchi rincorrermi nell’atrio della Bocconi trafelato e sgomento per dirmi: «Hanno arrestato Dell’Amore!». Mi accennò concitato che l’arresto riguardava tutto il Consiglio dell’ICCRI (l’Istituto di Credito delle Casse di Risparmio Italiane), con sede a Roma, da dove proveniva l’ordine di cattura che riguardava anche l’eccellente direttore generale della Cariplo, avvocato Luigi Falaguerra, altro manager “al di sopra di ogni sospetto”, nel sentire comune del mondo milanese.
Ambedue (Bianchi e io) sentivamo un groppo alla gola: «Ma com’è mai possibile?», «Come può essere?».
Salii di corsa nel mio ufficio e con il dottor Enrico Resti (foto a p. 325) cercammo di verificare la notizia, che purtroppo venne confermata. D’istinto chiamai subito al telefono la signora Jolanda che, affranta, mi diede conferma del fatto, aggiungendo con voce ferma: «È un grave errore, il professore Dell’Amore (sic) è una persona retta e non ha commesso reati di sorta». Balbettai a fatica qualche parola per consolarla e per garantirle che tutta la Bocconi era al suo fianco.
Come si comportò la stampa in questo frangente?
Dopo poche ore il fatto era su tutta la stampa nazionale a caratteri cubitali; e molti giornali esprimevano cautamente i loro dubbi contro il provvedimento giudiziario; solo Il Giornale di Montanelli si schierò senza riserve e con estrema chiarezza a favore di Dell’Amore. Atteggiamento che nei giorni successivi, quando Dell’Amore fu sottoposto a un trattamento persecutorio e perfino pericoloso per una persona della sua età, salì nei toni. Fino a tradursi in un durissimo (verso il magistrato inquirente) “Contro-Corrente” nello stile tipico del grande Indro.
Quali conseguenze ebbe su Dell’Amore l’inaudito trattamento subito?
Nell’immediato, dal nostro dirigente Salvatore Grillo – che teneva, nella sua attività quotidiana di assistenza ai diseredati, compresi i carcerati, rapporti con il cappellano di San Vittore – venimmo a conoscenza che, grazie anche alla sua fede incrollabile, Dell’Amore passava sereno le sue ore. Dopo l’interrogatorio a Roma fu finalmente scarcerato. Ma nel tempo le conseguenze furono terrificanti.
Tutto si era basato sull’assunto al quale alcuni magistrati talvolta ricorrono: “non poteva non sapere”. Ma come ben scrive Ada Ferrari in un ottimo libro[10]:
non esiste alcun fondato motivo per ritenere che Dell’Amore “sapesse” e che, pur sapendo, avesse taciuto offrendo copertura autorevole alla gestione del direttore di Italcasse; mentre tale fu, come è noto, la tesi oppostagli dal magistrato Aliprandi. Resta il fatto che aveva potuto non sapere.
Le conseguenze furono terrificanti. Cito ancora Ada Ferrari[11]:
Quest’esperienza fu, in tutti i sensi, un punto di non ritorno che parve inghiottire la vicenda umana di Dell’Amore sotto il segno di un inquietante non-senso. I pochi mesi successivi, segnati dalla perdita della sua amatissima Jolanda e dall’aggravarsi della malattia, un tumore al cervello che lo stava consumando, scivolano ormai in un cono d’ombra che ha poco senso tentar di varcare.
Nel corso dei poco più di nove mesi che intercorrono tra la scarcerazione e la morte (6 gennaio 1989) lo rividi solo due volte.
Intervenne in quei mesi a un Consiglio della Bocconi e chiese la parola. Quando i presenti si resero conto che intendeva offrire una spiegazione della propria innocenza, il presidente insorse gridandogli: «Tu non hai bisogno di spiegare proprio nulla! Non vorrai credere che qualcuno di noi abbia un minimo dubbio!». Alcuni dei presenti avevano le lacrime agli occhi...
Lo rividi poi in occasione della cerimonia funebre di donna Jolanda: era sorretto dai parenti, muoveva a fatica piccoli passi, era disfatto. Ebbi una stretta al cuore.
Scrive ancora Ada Ferrari[12]:
(...) l’ultimo Dell’Amore incalza la figlia per avere notizie della sua Banca, al centro di un polverone giornalistico e di una ridda di assurde candidature palesemente volte a mortificare il prestigio dell’Istituto. Gli è stato dato un successore? E questo successore è un tecnico al di sopra delle parti e delle faziosità della politica?
Era destino che almeno questo desiderio fosse esaudito. Giordano Dell’Amore si spense a Milano il 6 gennaio 1981, pochi giorni dopo avere appreso che alla presidenza della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde era stato chiamato uno degli uomini che stimava di più: il professore Antonio Confalonieri. Ancora un cattolico, ancora un docente di tecnica bancaria.
Giovanni Spadolini, nel decennale della scomparsa, gli dedicò pagine commoventi (Riquadro 1), che si chiudono con espressioni altissime:
Ma il giudizio della storia riparerà quest’uomo tanto devoto alla vita universitaria e alla vita degli studi dalle infinite amarezze degli ultimi anni, dagli abbandoni, dalle diserzioni e dai tradimenti cui dovette assistere. Egli conservò sempre, nel fondo del suo animo di economista, un bagliore evangelico. Anche per lui come per San Paolo “charitas omnia solvit”.
Che cosa accadde quando i coimputati sopravvissuti furono assolti con formula piena, provando così con assoluta certezza che si era trattato di una vera persecuzione?
Dopo alcuni anni incontrai al Consiglio superiore della Banca d’Italia l’avvocato Luigi Falaguerra, che mi avvicinò e mi disse: «Professore, ha saputo che siamo stati tutti assolti con formula piena? Però, “Lui” [Dell’Amore] ormai non c’è più!». Anch’egli aveva le lacrime agli occhi e io mi commossi con lui.
Riquadro 1 Il ricordo di Giovanni Spadolini su Dell’Amore nel decennale della scomparsa
Dieci anni fa, proprio in questi giorni, ci stringevamo intorno al feretro di Giordano Dell’Amore, l’antico Rettore e animatore della Bocconi che aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita operosa in mezzo a tormenti e a sofferenze indicibili, riflesso di un momento di travaglio e di lacerazione della vita italiana di cui aveva pagato interamente le spese.
In realtà Giordano Dell’Amore aveva già cominciato a morire da alcuni anni, da quando aveva lasciato il rettorato della Bocconi – tenuto con grande dignità e fermezza in anni difficili e tempestosi – e più ancora aveva lasciato la presidenza della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, in cui aveva profuso tutta la sua esperienza e la sua sterminata passione per il risparmio, giudicato fondamento e caposaldo di ogni economia moderna. Nato dal nulla, formatosi quasi da autodidatta, impiegato in una piccola banca oggi scomparsa, situata in via Verdi, proprio di fronte alla gloriosa Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, quando era in vena di ricordi soleva dire: «Ho lavorato tutta una vita per attraversare via Verdi». E cioè per assumere fin dal 1952, in piena età degasperiana, al di là della strada, la presidenza della “Ca de Sass”, come dicono i milanesi.
Ma il giudizio della storia riparerà quest’uomo, tanto devoto alla vita universitaria e alla vita degli studi, dalle infinite amarezze degli ultimi anni, dagli abbandoni, dalle diserzioni e dai tradimenti cui dovette assistere. Egli conservò sempre, nel fondo del suo animo di economista, un bagliore evangelico. Anche per lui come per San Paolo “charitas omnia solvit”. (G. Spadolini, “Il Giudizio della storia”, in Tendenze nuove della intermediazione finanziaria, Egea, Milano, 2001, pp. 5 e ss.)
«Pochi anni dopo (1988), alcuni magistrati di alto rango di Milano proposero, sostenuti dalla Cariplo, dal Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa Sociale (fondato da Adolfo Beria d’Argentine, procuratore generale della Repubblica a Milano) e dall’Università Bocconi, la fondazione dell’Osservatorio Giordano Dell’Amore, nel quale fui chiamato con la carica di vicepresidente (quella di presidente fu a lungo ricoperta dal Governatore e poi Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi).
Uno di questi grandi magistrati (che ricopriva al tempo la carica di presidente della Corte d’Appello) mi disse che, partecipando a quell’iniziativa, sentiva di adempiere a un obbligo morale («Sento che la nostra “Corporazione” [quella dei magistrati – NdA] deve riparare a quanto a Dell’Amore è stato fatto»).
In un suo libro recente (La qualità delle valutazioni, Egea, 2007) che reca come sottotitolo “Una metodologia per riconoscere e misurare l’errore”, Lei, professor Guatri, richiama l’attenzione sul fatto che il rischio di cadere in giudizi fallaci «non sapendo individuare né misurare gli errori veri è certamente grave in ogni campo: ma lo è in massimo grado nella giurisdizione». Queste idee sono ovviamente applicabili anche alla persecuzione giudiziaria del professor Dell’Amore. Non le sembra proprio un caso esemplare?
Confermo pienamente. Il trattamento giudiziario inflitto a Dell’Amore, per un grave errore, è assolutamente esemplare; anzi è il più pesante in assoluto che la nostra storia ricordi nel campo delle banche. Anche se altri casi non sono affatto mancati. Quante volte è infatti accaduto, nel nostro Paese, che i docenti migliori e più rappresentativi di Economia aziendale, una volta o l’altra lungo l’arco della vita, si siano sentiti rimproverare da critici superficiali o malevoli di essere caduti in errore?
O addirittura di essere aggrediti da magistrati inetti o male informati da “esperti” incapaci (si pensi al caso di Antonio Confalonieri tra i grandi studiosi di banca, condannato solo perché a tal punto capace ed esperto che «non poteva non sapere»: mentre è oggi dimostrato – ma ahimé troppo tardi! – che proprio non sapeva nulla. In proposito si veda il capitolo dedicato a Roberto Calvi).
E molti altri casi potrei citare, se non temessi di riaprire ferite dolorose e ormai chiuse; e di quelle ancora aperte non posso parlare per non arrecare danno a coloro che ne sono vittime.
Queste critiche (che quando si spostano sul piano della giurisdizione mettono a repentaglio l’onore, la libertà e anche la vita delle persone) in molti, in troppi casi non corrisposero affatto al vero!
Perfino il più grande, Gino Zappa, si sentì rimproverare, come lui stesso ricorda, «da un critico allora giovane, aspro e sempre ostile, già mio allievo al Magistero di Venezia, di avere plagiato un’opera di un autore tedesco». Un’affermazione inaudita e soprattutto “falsa”, come il Maestro ebbe puntualmente a dimostrare (a distanza di molti decenni non se n’era ancora dimenticato!).
Egli così scrisse sulla “critica trascurata”, prendendo spunto da quei fatti nelle ispirate pagine della prefazione a Le produzioni, la sua ultima opera[13]: «Abbiamo tuttavia trascurato i giudizi avventati della critica inetta e di proposito malevola, “a garrir pronta, invalida a generare”».
A. Ferrari, Giordano Dell’Amore. L’uomo e il banchiere, Rusconi, Milano 1989, p. 204.
Ivi, p. 205.
Ivi, p. 206.
Le produzioni nell’economia delle imprese, vol. I, Giuffrè, Milano, 1956.