Vai al contenuto principale Vai in fondo alla pagina

Il mondo di Guatri

2026/6

Girolamo Palazzina

Silenzioso, onnipresente, insostituibile custode dell’eccellenza della Bocconi

Fra i bocconiani, soprattutto quelli meno giovani, aleggia il mito di un uomo che si identificava con l’università, della quale resse le sorti organizzative e gestionali per ben 63 anni: Girolamo Palazzina. Lei professore ha avuto la fortuna – come spesso ha pubblicamente affermato – di averlo conosciuto e di aver potuto con lui collaborare. Era potente e non di rado brusco nel tratto; accentratore ma anche grande organizzatore; faceva marciare il suo striminzito apparato amministrativo come un orologio svizzero; era rispettato; amato. Era davvero un personaggio eccezionale?

Girolamo Palazzina (foto a p. 333) è stato in Bocconi per 51 anni (1907/58) come direttore della segreteria, incarico che comprendeva anche la segreteria del Consiglio d’Amministrazione; e per altri 12 anni (1958/70) come segretario del Consiglio. In totale appunto 63 anni. Quando m’iscrissi come studente al primo anno vi aveva già trascorso, dunque, 38 anni.

Sempre con cariche volutamente tenute di basso profilo, di fatto con grandi responsabilità e con grandi poteri, anche in tempi difficilissimi. Compresi 10 anni di guerre e 22 di fascismo. Era effettivamente un forte accentratore e riversava sulla Bocconi (sui suoi studenti, laureati, professori) un affetto senza limiti e senza condizioni; ma sapeva anche fustigare coloro che non davano il loro impegno.

Forse chi non ha incontrato Palazzina non ha conosciuto l’anima autentica della Bocconi primigenia. Io ebbi la fortuna di conoscerlo, avendolo visto in azione per almeno 13 anni (1945/58) e avendo avuto con lui rapporti per circa 25 anni.

Nato a Cortemaggiore (Piacenza) nel 1880, laureato in giurisprudenza, cominciò la propria attività come vicesegretario della Camera di commercio di Brescia. Lì fu contattato da Leopoldo Sabbatini – l’ideatore del progetto Bocconi, in quel momento segretario generale della Camera di commercio di Milano – che, avendone apprezzate le qualità, lo volle come suo braccio destro alla Bocconi. Una scelta straordinariamente fortunata.

Anche quando, per l’età avanzata, non poté più ricoprire alcun incarico, non uscì mai dall’edificio di via Sarfatti (dove abitava un piccolo appartamento all’ultimo piano) e tenne sempre vivi i rapporti con i laureati bocconiani.

Del mitico direttore della segreteria sono stati scritti molti ritratti, alcuni dei quali – ad esempio quelli di Armando Sapori – ne colgono davvero l’anima. Qual è, secondo Lei, quello che più coincide con i suoi ricordi?

Direi di sfruttare proprio quello di Armando Sapori, che lo ricorda con queste parole[17]:

Il primo che vidi alla Bocconi fu il Segretario, il dottor Palazzina, un’istituzione più che un uomo, che migliaia di studenti ricordano e ricorderanno per tutta la vita e forse lo tramanderanno ai figlioli. Piccolo e proporzionato, non sta fermo un istante e tiene in movimento tutto il personale.

Lavora per dieci perché è del tipo degli accentratori, per scrupolo e non per gelosia, e si lamenta per venti del gran daffare; ma a tutto quel tremenìo ci ha un gusto tale che a stare un giorno a letto con il raffreddore ci farebbe una malattia sul serio, e a levarlo dall’università sarebbe finito in ventiquattr’ore. Il giorno, Dio voglia lontano, che morirà, l’università cambierà aspetto: perché è di quelli che confonde la propria vita con quella delle cose, e, una volta scomparsi, le cose sopravvivono ma non le riconosci più.

Sa a memoria i nomi degli scolari e ricorda il libretto di tutti; e risale ai genitori e si estende ai parenti in quanto la Bocconi è così amata e stimata che uno che ci ha studiato ci manda il suo ragazzo, e il nipote e il cugino. Con i professori è quello che si dice un dittatore, lui così antifascista; ma un dittatore con i guanti, che ti costringe a far quel che vuole a furia di cortesie (...). Cartoline, lettere, telegrammi (...): a stampare il suo carteggio si farebbe una biblioteca.

All’inaugurazione dell’anno accademico 1959/60, consegnandogli la medaglia d’oro dei “benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte”, Sapori disse:

Se un Istituto potesse assumere l’aspetto di una persona fisica, vorrei dire che questo è avvenuto nel caso dell’Università Bocconi e del dottor Palazzina, tanto compenetrati sono uno nell’altro. Palazzina ha preso le redini amministrative dell’ente fin dall’inizio, e le ha tenute con mano ferma, con un impegno che ha assorbito tutta la sua giornata. La sua competenza, la sua sensibilità, la sua dedizione lo hanno elevato, di fatto, dal grado di funzionario a collaboratore della presidenza e dei rettori. Gli hanno guadagnato la stima del corpo insegnante. Gli hanno assicurato il rispetto e l’affetto degli studenti.

Se la Bocconi è, come è, un grande istituto di cultura, il dottor Palazzina è stato un grande artefice del suo prestigio. Palazzina può portare con fierezza la medaglia dei benemeriti della scuola e della cultura. Chi gli è stato, come me, vicino negli anni del lavoro fecondo plaude alla saggezza di un riconoscimento pienamente meritato[18].

Riconoscimenti commossi e riconoscenti gli sono stati tributati in moltissime occasioni e gli sono giunti non solo dai dirigenti e dagli amici, ma da tutte le componenti dell’ateneo di via Sarfatti.

Da moltissime persone. Gli studenti, ad esempio, sul loro periodico Il bocconiano (settembre-ottobre 1958), gli dedicarono un articolo dal titolo “Addio Palazzina, 52 bolli ma sempre in corso”, nel quale così lo salutavano nel momento in cui lasciava l’incarico[19]:

Ti abbiamo incontrato tante volte per i corridoi dell’università e per ciascuno di noi hai avuto sempre una parola di affetto o di incoraggiamento o di rimprovero. Ed è per questo che non possiamo adoperare la terza persona, salutandoti. Perché tu sei stato il papà della nostra università e di tutti quegli studenti che in tanti anni hai visto passare davanti agli occhi. Penso che tu ci abbia anche perdonato se ogni tanto ti abbiamo fatto disperare.

Il presidente Luigi Einaudi, dopo la visita del 15 dicembre 1952 in occasione del primo cinquantennio della Bocconi (foto a p. 333), così gli scrisse:

Caro Palazzina, vedendola così commosso per le ovazioni degli studenti di oggi e di ieri e per il ricordo della sua mamma, compresi che la giornata del cinquantennio della sua università era una giusta ricompensa per l’opera sua così tenace e così feconda. E quest’onere duri ancora molti anni.

Citando quell’evento, Marzio A. Romani[20] ricorda che gli oratori evocarono Palazzina come «il silenzioso, insostituibile e onnipresente custode dell’eccellenza dell’università». E ancora Romani descrisse il modo in cui Palazzina lavorava in un quadretto, che io so bene quanto risponda alla realtà:

Il dottor Palazzina, singolare e ineguagliabile nostromo, sospinto quasi da una ritrovata giovinezza, si installava quotidianamente, alle nove in punto, dietro la sua larga scrivania, al primo piano del palazzo di via Sarfatti. Di là gettava di tanto in tanto una rapida occhiata alla via sottostante, non prima però di essersi ritagliato un cantuccio nella montagna di carte, dietro la quale amava rifugiarsi per meditare e per scrivere – in uno stile asciutto, che conosceva però l’importanza dei sentimenti e dell’arguzia – una delle sue tante lettere quotidiane, nelle quali la storia della Bocconi s’andava ogni giorno di più dipanando e cristallizzando. Sempre disponibile a ricevere un professore, uno studente, un impiegato, un importante personaggio o una timida madre preoccupata per gli esiti non troppo brillanti degli esami del figliolo, Girolamo Palazzina incuteva una certa soggezione, che però si dissolveva non appena si cominciava a dialogare con lui.

Quando ha cominciato, Lei, a frequentare il direttore della segreteria?

Ho vissuto quell’epoca e mi ricordo bene del lavoro intenso e senza sosta di Palazzina, che viveva solo per la “sua” Bocconi. Talvolta i dipendenti se ne lamentavano anche con me, che pure in quel periodo ero solo un giovane docente. Mi raccontava Italo Munari il suo vice (che aveva con me particolare confidenza) che, quando in alcuni giorni invernali si aprivano per l’influenza larghi vuoti nel personale (che allora era ridotto all’osso), si rivolgeva a Palazzina per informarlo che negli uffici mancavano, ad esempio, 10 impiegati su 20, questi così immancabilmente gli rispondeva «Ma non siamo qui noi?».

Nel 1932 ebbe inizio in Bocconi l’epoca di Giovanni Gentile, i difficili anni del fascismo trionfante e quelli bui della guerra. Le risulta che con il “filosofo” (cui la presidente Javotte affidò la carica di vicepresidente, con funzioni operative) Palazzina, che fascista non era per nulla, fosse riuscito a instaurare un rapporto ferreo, che consentì – in sostanza – alla Bocconi di sopravvivere?

Il periodo 1932/44 è precedente al mio primo incontro con Palazzina, che avvenne nell’anno seguente, a guerra finita. E debbo per chiarezza aggiungere che di queste vicende, alcune positive (come la costruzione in via Sarfatti della nuova sede) ma molte altre negative, tristi e perfino drammatiche, io non vidi direttamente nulla. Anche come studente, nel 1945/46, l’eco di questi avvenimenti mi giunse attenuato, talvolta appena percepibile.

Noi diciotto-diciannovenni, iscritti del 1945, non avevamo vissuto sulla nostra pelle le vicende della guerra; e quelle del fascismo solo per qualche manifestazione folcloristica (anche se la guerra ci aveva sottratto alcuni anni della nostra giovinezza).

Del contrasto tra fascismo e antifascismo, che ancora infuriava nei mesi precedenti, già alla fine del 1945 in Bocconi quasi non si parlava più. Da Palazzina di quelle passate vicende, che tanto avevano pesato sulle sue spalle, non sentii mai una parola. L’epoca di Gentile era per noi solo un’eco, che si stava ormai spegnendo.

Ma la “figura” di Palazzina uscirebbe del tutto incompiuta e il suo peso sulla storia della Bocconi sarebbe falsato se queste vicende fossero trascurate. Vale perciò la pena di riassumerle, in quanto si tratta di aspetti essenziali della sua opera.

Partiamo dagli inizi degli anni Trenta, quando nel rinnovato Consiglio dell’università entrò (unitamente a Marcello Visconti di Modrone, podestà di Milano, Emilio Falck e Alfredo Rocco) il filosofo Giovanni Gentile (foto a p. 325). In quel momento, dopo essere stato ministro dell’Educazione nazionale e l’autore della riforma della scuola che durerà per decenni (e che qualcuno ancora rimpiange), Gentile ricopriva importanti incarichi: era, tra l’altro, presidente dell’Istituto Fascista di Cultura, dell’Istituto Italiano di Studi Germanici; direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa; proprietario della editrice Sansoni.

Un insieme di cariche di alto prestigio che derivava (e ai tempi non poteva essere diversamente) anche «da un saldo rapporto con Mussolini, assicurando al suo detentore un peso politico rilevante»[21]. Quel peso che l’abile Palazzina seppe molte volte, per quasi tre lustri, utilizzare a favore della Bocconi; e che Gentile offrì sempre generosamente.

Quando nel 1932 scompare Ettore Bocconi, la presidenza dell’università passò alla vedova, donna Javotte Manca di Villahermosa. Una signora intelligente e bellissima (il cui quadro, magnifica opera dell’Alciati, da 34 anni sovrasta, simbolo di grazia e nel contempo di un legame duraturo con l’università, la mia scrivania alla Bocconi; foto a p. 335).

Di fatto donna Javotte delegò tutte le sue funzioni a Giovanni Gentile, quale vicepresidente. Scrive M.A. Romani[22]:

E Palazzina che conosceva gli uomini e sapeva scegliere i capi, ne avrebbe fatto l’interlocutore privilegiato, l’erede ideale di Leopoldo Sabbatini e di Angelo Sraffa, riversando su di lui il fiume della sua corrispondenza e trovando nel filosofo un attento lettore e un sagace e avveduto consigliere, capace di affrontare e risolvere anche i problemi più spinosi e delicati, avvalendosi delle sue non comuni competenze tecniche e politiche, della sua autorità e delle sue relazioni con i vertici del regime. Ai due sarebbe toccato il difficile compito di realizzare uno stabile assetto scientifico e didattico dell’università; di avviare, istruire e concludere le pratiche necessarie per dotarsi di una nuova sede, in sostituzione del vecchio edificio di largo Notari, ormai inadatto alle necessità di un ateneo in espansione; di cercare di bloccare le velleità espansionistiche dell’Università Cattolica; di ergersi a inflessibili tutori di una politica di rigido contenimento dei costi, in un momento in cui le risorse dell’università a causa della “grande crisi” erano drasticamente ridotte.

Dei rapporti Palazzina-Gentile è rimasto il fittissimo scambio di corrispondenza durato 12 anni (1932/44), attraverso il quale vengono assunte tutte le decisioni (anche le più minute) dell’amministrazione dell’università[23]. E spesso Gentile si adoperò, con le cautele che i tempi imponevano, ma con determinazione e non di rado ottenendo risultati positivi, per sostenere davanti alle autorità fasciste (o a singoli gerarchi, in varie posizioni di potere) le richieste della Bocconi, o per difendere le posizioni a rischio di singoli docenti o funzionari.

È successo, se comprendo bene, che un gerarca fascista, membro del governo Mussolini, curasse i legittimi ma certo non prioritari interessi della Bocconi e addirittura proteggesse degli antifascisti?

Esatto. Cito solo alcuni esempi. L’intervento presso il podestà di Milano per ottenere che l’area di via Sarfatti, il vecchio gasometro di San Celso, fosse destinata alla nuova sede bocconiana. Gentile si occupò anche della designazione di Giuseppe Pagano a “direttore artistico” dei nuovi edifici (foto a p. 335) e poi perfino dei problemi connessi al suo richiamo alle armi, nel pieno della progettazione; come pure di garantire l’approvvigionamento dei materiali di costruzione che la guerra imminente aveva tolto dal mercato; e infine (gli uomini non cambiano mai!) delle beghe tra il corpo docente per la divisione degli spazi.

I ripetuti interventi presso il ministero (retto da Bottai) per ottenere la conferma dell’incarico annuale di Diritto privato all’insigne giurista professor Mario Rotondi (ordinario all’Università Cattolica), che veniva regolarmente cassata dal ministro a causa del suo rifiuto di prestare il giuramento di fedeltà al regime: il puntuale intervento a Roma del vicepresidente fece sì che il ministro tornasse sulla sua decisione.

La difesa di Demaria, allora unico professore ordinario della Bocconi (foto a p. 336), e del Giornale degli Economisti da lui diretto: situazioni che si fecero pesantissime nel 1942 quando – a seguito di una relazione al convegno tenuto a Pisa sui problemi dell’Ordine Nuovo (che mise in discussione le basi del corporativismo) – Demaria venne privato della tessera del partito «per scarsa sensibilità fascista»; e il Giornale venne sequestrato «per propaganda antipatriottica americana» (per la pubblicazione di un articolo di Epicarmo Corbino che sosteneva l’inferiorità della marina dell’Asse rispetto a quella alleata). Scrive Romani[24]:

Il filosofo, pur non accogliendo appieno le giustificazioni dell’economista (in una lettera del 24 settembre 1942 scrisse: «Nella sua relazione di Pisa e nelle parole di risposta da lui pronunziate in fine, in contraddittorio con gli economisti ortodossi, c’è la rigidezza dell’ingenuo [...]. Credo che le stesse cose avrebbe potuto dirle in altro tono e altro garbo»), prometteva a Palazzina che non avrebbe lasciato nulla d’intentato per scagionarlo e salvare il Giornale degli Economisti. Allo scopo avrebbe ripreso le sue peregrinazioni, spendendo tutta la sua influenza presso Pavolini e Bottai (lettere del 8, 10, 11 e 12 ottobre 1942); arrivando sino al duce per tutelare Demaria e preservare la rivista.

Quando Palazzina venne informato, nel 1944 da padre Agostino Gemelli (Rettore della Cattolica), che il ministro Biggini aveva in progetto di statizzare la Bocconi, trasformandola in una facoltà dell’Università Statale di Milano, invocò disperatamente l’aiuto di Gentile: ed egli si adoperò per «la difesa dell’autonomia e della libertà della Bocconi attuata con il proporsi come Rettore al posto di Paolo Greco, definitivamente squalificato agli occhi dei “repubblichini” (lettere del 24, 25 e 30 marzo 1944), parando così la tempesta che si addensava sull’Ateneo»[25]. E poco dopo, quando Biggini (ex

Rettore di Pisa, con il quale Gentile era in grande dimestichezza) decise di sostituire il Rettore Paolo Greco da poco scaduto con un commissario governativo, gli riuscì di convincerlo a nominarlo “commissario”, con a fianco Demaria come “subcommissario”[26].

Purtroppo l’assassinio di Gentile (15 aprile 1944) vanificò tutto ciò; e gettò Palazzina in gravi angustie: la Bocconi si trovava senza «l’autorevole padrino e protettore proprio in uno dei momenti più tormentati dell’esistenza sua e del Paese»[27]. Ma Palazzina, senza perdersi d’animo (malgrado fosse l’ultimo rimasto sulla breccia), dopo pochi giorni era già alla ricerca della soluzione. E scrisse al consigliere delegato, senatore Venino, preoccupandosi della successione a Gentile di un nuovo commissario. Il senatore Venino fece il nome del professor Ranelletti, «che il Ministro avrebbe approvato». Ma, scrive Romani, «a questo punto il ministro aveva ben altri problemi che quello del Commissario della Bocconi». E così della “statizzazione” non si parlò più.

Si racconta che Palazzina governasse l’università con poche decine di persone e senza alcun dirigente. A quali considerazioni indurrebbe il confronto con l’amministrazione di oggi?

Il tratto che a nessuno, sull’arco di oltre 50 anni, può sfuggire dell’amministrazione Palazzina fu la cura estrema nel contenimento dei costi, con comportamenti che sembrano talvolta spinti al parossismo.

Naturalmente applicando questa “politica della lésina” per primo a se stesso: lavoro senza soste, al punto che scriveva da sé tutta la sua corrispondenza (lo ricordo scrivere le lettere con due dita sulla sua Olivetti con righe disallineate, utilizzando più volte le stesse buste ecc.). Pochissimi erano i dipendenti: quando entrai in Bocconi nel 1945 Cavazza era l’unico bidello di tutto l’edificio di via Sarfatti; Pagliari aveva in biblioteca due, tre collaboratori e inservienti; la signora Galli teneva da sola i rapporti con gli studenti e gestiva i movimenti di cassa; non più di 10 persone operavano in tutta l’amministrazione, diretta dal dottor Munari; giorno e notte un unico portiere; nessun dirigente e così via. Sembrerebbe quasi incredibile, rispetto ai 600 dipendenti amministrativi e ai 22 dirigenti di oggi!

La politica della lésina si applicava anche ai docenti: un unico ordinario nel 1945; per il resto solo professori incaricati (sia pure di alto livello, scelti tra i più affermati ordinari delle altre università, che alla chiamata della Bocconi rispondevano con entusiasmo); pochissimi (5-6) assistenti “effettivi” (gli altri “volontari”, cioè senza alcuna remunerazione).

Un esempio è rimasto nella memoria di Zappa. Quando chiese, nel 1931, di affiancare al professor Caprara, già “aiuto” dell’Istituto di Economia Aziendale, un secondo “aiuto” nella persona di Pietro Onida (con un compenso di 12.000 lire) Gentile manifestò «forte perplessità»; e Palazzina operò per un compromesso che ridusse sia tale compenso quanto quello del dottor Lorusso – così Palazzina scrisse a Gentile – «con una economia, nel gruppo Zappa, di 11.000 lire, che mi pare rappresentare un risultato notevole». Ma che peraltro mandò Zappa su tutte le furie[28].

La scure della lésina si abbatté anche su di lei?

Ovviamente. Quando, nel novembre 1949, lasciai l’Ufficio Studi Economici della Montecatini per divenire assistente effettivo di Gino Zappa (al primo anno di Ragioneria), feci presente a Palazzina che il mio trattamento economico (che era in Montecatini di 55-60.000 lire al mese) si sarebbe ridotto a 19.000 lire. Lui mi disse – con grande affetto ma con fermezza – che questa cifra era il massimo possibile, ma che, d’altro lato, io non avrei avuto difficoltà a integrare i miei compensi con attività professionali (alla ricerca delle quali, agli inizi, egli stesso si adoperò).

Quando, nell’anno successivo – a seguito della tragica morte di un collega – dovetti raddoppiare il mio impegno, estendendolo anche al corso di secondo anno, mi disse che il mio stipendio, a causa delle ristrettezze di bilancio, non poteva aumentare.

Nell’anno ancora successivo, quando si poté sostituire il collega scomparso e io tornai a svolgere le lezioni di un solo anno (il secondo), mi disse che le difficoltà di bilancio lo costringevano a suddividere il compenso di 19.000 lire tra ambedue: aggiungendo amabilmente di essere felice che mia attività professionale si svolgesse ormai con esiti molto positivi (sottinteso: questo compenso è diventato un fatto marginale).

Palazzina assisteva (dedicandovi intere giornate) a parecchi esami e a tutte le tesi di laurea (foto a pp. 333-336-337). Certamente perché amava seguire i “suoi” studenti, che così conosceva uno per uno; ma, secondo quanto alcuni professori “maldicenti” raccontavano, il vero motivo era da ricercare nel fatto che in tal modo (aggiungendo il proprio nome alle commissioni e sottoscrivendo i verbali) poteva risparmiare le poche lire delle “propine d’esame” (così un tempo si chiamavano) che sarebbero spettate al membro che sostituiva (e che egli non aveva perciò convocato). Credo che, in realtà, mirasse ad ambedue gli obiettivi.

Memorabile, nelle sedute d’esame e di laurea, era il suo silenzioso agitarsi per attenuare o spegnere le luci, al fine di ridurre i consumi, quando si operava nella penombra (il che a Milano, in certe stagioni, può avvenire anche in pieno giorno).

Tuttavia da questo rigore, quasi maniacale, faceva spesso capolino una palese simpatia nei suoi confronti?

Palazzina fu sempre un mio “tifoso” e lo dimostrò in molte occasioni. Perciò lo ricordo, oltre che con affetto, anche con riconoscenza.

Cercava sempre di seguirmi negli esami e conosceva a memoria i miei voti. Lo vedevo con qualche imbarazzo quando mi sedevo davanti all’esaminatore (specialmente per esami minori) mostrargli, quasi per chiedergli di evitare errori di giudizio, le pagine del mio “libretto”. Le poche volte in cui non mi veniva assegnata la “lode”, o comunque un voto all’altezza, esprimeva in modo palese il suo stupore (ma non era ben chiaro se diretto a me o al docente). Dal secondo anno in avanti mi propose (lui così attento ai costi!) per l’unica borsa di studio assegnata in quegli anni dalla Bocconi.

Quando il professor Ferdinando Di Fenizio (foto a p. 337) gli richiese un giovane laureato da assumere all’Ufficio Studi Economici della Montecatini (un posto all’epoca molto ambito), nell’aprile del 1949 fece il mio nome, anche se ero ancora studente di quarto anno e perciò non laureato. Nell’aprile di quell’anno entrai infatti alla Montecatini.

Nell’autunno dello stesso anno, quando Zappa gli chiese di creare per me un posto di assistente effettivo (che all’epoca erano in tutta la Bocconi, come già detto, 5 o 6), non esitò un momento a far assumere la delibera al Consiglio d’Amministrazione. E quando si rese conto del sacrificio economico che avrei dovuto sopportare per passare dalla Montecatini alla Bocconi, s’impegnò per procurarmi un incarico professionale.

Così, non appena il senatore Roda, all’epoca (1950) curatore del fallimento Caproni, gli fece richiesta di un giovane docente per redigere le relazioni fallimentari, gli propose il mio nome: e in modo tale che il senatore venne personalmente a pregarmi di passare mezza giornata, per alcuni mesi, negli uffici della Caproni in via Manara. Lì trascorsi i miei pomeriggi per 3-4 mesi, analizzando le cause del dissesto; e nel contempo ponendo le basi empiriche del comportamento dei costi “costanti” per i libri che stavo preparando.

Nello stesso anno m’indusse a presentare domanda per la Borsa Stringher della Banca d’Italia (che poi vinsi); e quando fui sollecitato a presentare a Roma i tre libri che avevo pubblicato, nel timore (fondato) che le poste non funzionassero e che i termini scadessero, scrisse direttamente al professor Baffi per pregarlo che fossero prelevati dalla biblioteca della Banca d’Italia.

Quando nel 1952/53 (Zappa ormai cieco si era ritirato a Venezia) fui chiamato all’Università di Genova da Aldo Amaduzzi per il mio primo incarico ufficiale (di Tecnica industriale e commerciale), mi disse che ne era felice, ma che non avrei mai dovuto lasciare la Bocconi, aprendo le pratiche per assegnarmi l’incarico di una delle poche materie (all’epoca) complementari. Per ogni mia affermazione, accademica o professionale, mi inviava una delle sue tipiche lettere scritte con due dita e disallineate, in cui esprimeva la sua gioia. E questo ogni volta mi commuoveva.

Oggi si direbbe che Palazzina aveva assunto nei suoi confronti il ruolo di tutor a tempo pieno: in realtà vegliava sulla sua carriera e sulle sue fortune come un padre?

Palazzina fu sempre, anche in casi difficili, il primo difensore di tutti i laureati bocconiani. Quando assunsi posti di responsabilità, varie delle sue famose lettere mi raggiunsero.

Ancora nel ’68, già uscito di scena e vicino alla morte, mi telefonò (ero al tempo commissario giudiziale della Salamini di Parma) per presentarmi un industriale napoletano che nei decenni successivi divenne un mio caro amico: Carlo Dessy. Mi disse: «Il dottor Carlo Dessy desidera incontrarla a Parma. È un bocconiano; e questo credo che possa bastare».

Questo, ancora negli ultimi tempi, era lo spirito che lo animava!

1

Mondo finito, Leonardo, Roma, 1946, pp. 223 e ss.

2

M. Cattini, E. Decleva, A. De Maddalena, M.A. Romani, Storia di una libera Università, vol. III, Egea, Milano, 1997, p. 65.

3

Ivi, p. 65.

4

Ivi, p. 45.

5

G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, Utet, Torino, 2006, p. 407.

6

Storia di una libera Università, op. cit., vol II, pp. 123 e ss.

7

Sul periodo più difficile (1939/44), Marzio A. Romani ha pubblicato Da ieri ho l’inferno nel cuore (Egea, Milano, 2000), che riproduce l’intera corrispondenza tra Palazzina e Gentile.

8

M.A. Romani, op. cit., p. 16.

9

Ivi, p. 18.

10

Il 30 marzo 1944 Gentile scrive a Palazzina: «Caro Palazzina, ho tentato in tutti i modi di comunicare per telefono; ma non mi è stato possibile. Ieri fu qui Biggini e per amore di lei mi sono indotto a proporgli – per quest’anno – la mia nomina a commissario della Bocconi; e la nomina di Demaria a subcommissario. Demaria potrà firmare le carte di ordinaria amministrazione e sostituirmi, occorrendo, in casi urgenti. La mia proposta è stata accettata e avrà subito attuazione. Ricevuto poi ieri sera la sua lettera relativa al suo giuramento, ho fatto in tempo a telefonare al ministro – ripartito oggi per Padova – e posso assicurarla che l’obbligo del giuramento è imposto soltanto agli impiegati dello Stato; e non riguarda perciò nessuno dei bocconiani. Dunque torni tranquillo. Spero che la presente le giunga presto».

11

M.A. Romani, op. cit., p. 18.

12

Storia di una libera Università, op. cit., vol. II, p. 185.