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Il mondo di Guatri

2026/6

Giovanni Spadolini

“Presidente della rinascita” perseguì quattro obiettivi: università aperta, libera, pluralistica ed autonoma

Professore l’ho sempre sentita parlare con emozione dei quasi vent’anni passati a fianco del presidente della Bocconi Giovanni Spadolini, che a tale incarico fu chiamato da Libero Lenti, all’epoca presidente dell’Istituto Javotte Bocconi – Amici della Bocconi. Quanto durò esattamente il binomio Spadolini-presidente–Guatri-consigliere delegato?

Ho effettivamente passato vent’anni al fianco di Giovanni Spadolini (foto a pp. 330-331) nel Consiglio d’Amministrazione dell’Università Bocconi, in cui contemporaneamente entrammo il 1° novembre 1974 (Spadolini in qualità di rappresentante del ministero della Pubblica Istruzione). Egli fu subito nominato vicepresidente (io consigliere delegato).

Dopo la morte di Furio Cicogna, il 22 gennaio 1976 fu nominato presidente (a tale carica designato dall’Istituto Javotte Bocconi – Amici della Bocconi, all’epoca presieduto dal professor Libero Lenti).

Al telegramma di comunicazione dell’Istituto rispose accettando e dichiarando:

L’unanime designazione mi onora altamente quale testimonianza di stima da parte dell’organismo che vigila sulle sorti di questo glorioso Istituto Universitario, che è riuscito a salvaguardare la sua insostituibile libertà nel corso del nostro secolo, esempio altissimo di quel pluralismo universitario troppo poco diffuso nel nostro Paese.

In tale carica rimase fino alla morte, prematura, avvenuta a Roma il 4 agosto 1994.

Ricordo ancora con commozione che il nostro direttore amministrativo, il dottor Enrico Resti (foto a p. 325), mi teneva giorno per giorno informato dell’andamento, che volgeva al peggio, della malattia; finché quel 4 agosto mi telefonò a Seefeld, in Austria, dove mi trovavo in vacanza, per comunicarmi, con la voce rotta dall’emozione: «Il presidente è deceduto». Anch’io fui preso da un groppo alla gola: era la fine di un’epoca, per la nostra Bocconi, che era appunto durata quasi vent’anni.

Ricorda come Paolo Baffi, all’epoca governatore della Banca d’Italia, sottolineò il “coraggio” dimostrato da Spadolini nell’accettare la carica di presidente?

Il 26 gennaio 1976 Spadolini presiedette il suo primo Consiglio bocconiano. La situazione che trovava (me ne ricordo bene, poiché da un anno circa avevo assunto la carica di consigliere delegato) non era facile: alla tradizionale serietà e al riconosciuto valore delle attività didattiche e di ricerca non si accompagnava, infatti, un’equilibrata situazione economica. Tanto che il dottor Paolo Baffi – il non dimenticato governatore della Banca d’Italia di quei tempi (foto a p. 332) – in quella seduta del Consiglio d’Amministrazione del 26 gennaio 1976 prese la parola

per rivolgere espressioni non solo di rallegramento, ma soprattutto di ringraziamento al professor Spadolini per la prova di sensibilità, di coraggio e di dedizione dimostrata nell’accettare la presidenza dell’Ateneo... Indubbiamente la Bocconi si trova in un periodo storico difficile per una serie di ragioni e di circostanze a essa estranee, ma sono certo che il nuovo presidente designato sarà all’altezza dei suoi compiti e saprà tenere alti i valori dell’economia privata, in cui i maggiori esponenti della Bocconi hanno sempre creduto e che purtroppo negli ultimi anni si sono indeboliti.

Furono quattro i “sacri” principi cui Spadolini ispirò tutti i suoi interventi pubblici sull’Università Bocconi, precisandoli nel tempo con crescente chiarezza e convinzione. Fra questi, non le sembra che sul principio dell’autonomia abbia più spesso insistito e con particolare forza, attribuendo a Lei grande parte del merito per averla conseguita in pochi anni?

L’opera di Spadolini presidente fu sempre improntata ad alcuni fondamentali principi, quali risultano con chiarezza nei pubblici interventi che coprono a cadenza almeno annuale l’intero periodo. Il primo è del 14 marzo 1977 in occasione della cosiddetta Conferenza d’Ateneo, che poi diventerà la Giornata Bocconiana d’inaugurazione dell’anno accademico; l’ultimo è del 25 ottobre 1993.

Quei principi ritornano in tutti i suoi interventi: con chiarezza fin dall’inizio, sempre ribaditi e poi verificati nella loro applicazione e nelle conseguenze che portano nei comportamenti e nello sviluppo della nostra università. Si tratta di principi che si ricollegano alle idee che avevano animato all’inizio del secolo i fondatori della Bocconi, che egli rielaborava e precisava nel corso del tempo. Lasciava poi a noi di tradurli in strategie operative: ma tutti sanno quanto sia rilevante, in qualsiasi organismo pubblico o privato, specialmente se destinato a produrre servizi di alta qualità, definire correttamente la “missione” da svolgere, gli obiettivi da realizzare, i criteri generali da seguire per tale scopo. Il magistero di Giovanni Spadolini in questo campo è stato esemplare e lascerà una traccia non effimera nella storia della nostra Bocconi.

Tra le varie enunciazioni che ne fece, scelgo l’esposizione all’inaugurazione dell’anno accademico 1984/85: l’ultima cui partecipò Innocenzo Gasparini (foto a p. 331), che dopo pochi giorni fu costretto a lasciare il rettorato e dopo pochi mesi scomparve:

Lo sapete meglio di me che il futuro di questa università è legato a pochi punti fondamentali; che rimanga un’Istituzione aperta, aperta a tutte le esperienze e capace anche di correggere i propri errori, perché nulla nella storia è mai compiuto e definitivo, e la storia è fatta proprio per correggere i propri errori.

Libera nel senso che è formalmente e sostanzialmente non sottoposta ai condizionamenti centralistici e burocratici dello Stato e nel senso che la sua impostazione culturale non è dipendente da alcun orientamento ideologico, ma mantiene invece un atteggiamento essenzialmente critico verso qualsiasi tipo di credenze aprioristiche.

Inoltre pluralistica proprio in quanto esprime una varietà di posizioni culturali e scientifiche e una varietà di iniziative attraverso le quali si può manifestare l’impegno professionale delle sue forze didattiche e di ricerca. Infine, autonoma.

Autonoma nel senso che il finanziamento delle sue attività avviene soprattutto cedendo servizi a utenti e sottoponendosi quindi anche a precise valutazioni di mercato. In ciò, e nella capacità di corrispondere con prestazioni giudicate utili dalla società civile, sta la legittimazione dell’Università Bocconi e la sua stessa capacità autonoma di sopravvivenza.

E ancora così si espresse sul tema:

Di tutte le iniziative del periodo della mia presidenza alla Bocconi, devo dire che io saluto sempre come la più significativa e la più degna di attenzione quella che ci ha permesso di realizzare l’autosufficienza economica, attraverso il graduale adeguamento dei contributi accademici.

Io giudico questo capitolo il più importante nella storia della Bocconi contemporanea: l’aver riportato il rapporto fra le spese complessive dell’Università e i contributi accademici al livello di venti, trent’anni fa, sottraendosi quindi in parte al ricorso al mecenatismo privato, e muovendosi sul piano di quell’orgoglio che sempre deriva dal sapere trarre dalle proprie fonti di vita il sostegno principale.

Concetto che ribadì con forza ancor maggiore nella Prefazione al primo volume della Storia di una libera Università (1992) ove scrisse:

Mi sia consentita una riflessione finale. Quando assunsi la presidenza dell’Università Commerciale Luigi Bocconi, a metà degli anni Settanta, il mecenatismo privato costituiva il maggiore gettito del libero Ateneo, che era sempre vissuto, nelle sue migliori stagioni, sui contributi degli studenti.

Le cosiddette “tasse scolastiche” coprivano appena il 17 per cento dei costi, rispetto al 60-65, che era la regola della vecchia Bocconi. Un fenomeno allarmante: perché dietro il mecenatismo privato – un termine più adatto al Rinascimento che a oggi – si annidano spesso interessi che possono essere alla lunga corruttori e inquinanti.

All’inaugurazione dell’anno accademico 1993/94 (il 25 ottobre 1993: l’ultima cui partecipò) ribadì con parole di Libero Lenti lo sforzo compiuto dalla Bocconi in quel ventennio per trasformarsi da «una specie di salotto della borghesia milanese in un crogiuolo dove si fondono e si mescolano giovani d’ogni provenienza sociale». Un risultato (aggiunse) conseguito grazie alla graduazione delle tasse e ai sacrifici che la Bocconi aveva saputo imporre con equità per restare un’università libera, «sottratta a tutti i condizionamenti e a tutte le pericolose sponsorizzazioni».

Quest’idea delle «pericolose sponsorizzazioni» o anche «degli eccessi del mecenatismo privato» si richiamava, è quasi inutile dirlo, ai primi anni, quando i bilanci bocconiani erano in larga parte sostenuti dai contributi del Banco Ambrosiano di Calvi (argomento trattato nell’intervista sui miei rapporti con Roberto Calvi). Certo, tra il 1975 e il 1980 il comune sforzo fu fondamentalmente dedicato proprio a rendere “non necessarie” le «pericolose sponsorizzazioni»: e ci riuscimmo con assoluto tempismo.

Si dice che della “vecchia” Bocconi di piazza Statuto (foto a p. 340) il presidente abbia sempre conservato un vivo ricordo.

Spadolini partecipava e appoggiava l’evoluzione in senso moderno della nostra università. Ma il suo ricordo per la piccola e gloriosa Bocconi dei primi quarant’anni del secolo, quella di piazza Statuto, è sempre stato presente. Egli la identificò più di una volta con la figura di Luigi Einaudi che (così lo ricordava Libero Lenti) al termine di una lezione rivide sulla cattedra l’articolo scritto per il Corriere, che portò poi di persona in redazione percorrendo i cento metri che separavano la sede della Bocconi da quella del giornale di via Solferino. E che plasticamente così riassunse nel 1987:

Bocconi. Milano. Ottantacinque anni di vita. Una parabola che riassume intera la parabola della città, i suoi orgogli, le sue ambizioni, le sue conquiste. Un’università libera, sullo sfondo di un ordinamento centralistico e integralmente napoleonico. Un’università laica, nell’ispirazione dei fondatori e nella scelta delle stesse discipline. Un’università destinata a vivere di vita propria, con il principio – quasi americano e quindi per i tempi anticipatore – della fondazione. Facoltà di élite, che comprendeva poche decine di iscritti all’inizio ed è arrivata a cinquemila aspiranti o quasi nell’ultimo anno; di cui solo milleottocento possono seguire gli studi. Una storia indipendente dalle mode e dalle passioni politiche.

Vorrei idealmente sottolineare quest’ultima frase.

Leggendo i discorsi di Spadolini risulta con chiarezza come l’Università Bocconi debba innovarsi, guardare al futuro, ma sempre «nella coscienza della tradizione». Si dice che, negli ultimi anni, l’aspirazione a “internazionalizzarsi”, nel malinteso senso di “americanizzarsi”, l’abbia più volte vista contrario. Corrisponde al vero, o vi è in questo un po’ d’esagerazione?

Tra i concetti basilari che più e più volte vennero da Spadolini vi fu l’auspicio che la Bocconi, protesa all’innovazione, sapesse sì innovarsi sempre, ma «nella coscienza della tradizione». Lo spirito che ci ha sempre animato è di continuare la tradizione nel solco dei fondatori: volta a tramandare – nel fare cultura economica – i caratteri sui quali da sempre si è basata la nostra università: che furono e restano caratteri di innovazione, di coraggio, di intraprendenza. L’innovazione ha sempre significato per noi crescere e confrontarci con le migliori istituzioni didattiche e di ricerca, anche a livello internazionale.

Obiettivo della Bocconi, non era per Spadolini e non è per noi, soltanto quello di formare lo specialista, che possiede ricette valide solo in particolari condizioni, ma soprattutto è quello di formare l’uomo, nel senso più ampio del termine, con capacità e voglia di affrontare la vita, disponibile sempre a imparare, a confrontarsi e a crescere.

Lo sforzo di coniugare innovazione e tradizione, come Spadolini raccomandava anche con l’esempio, ha sempre ispirato i docenti bocconiani (almeno quelli dei miei tempi). Anche quando le costruzioni teoriche dei nostri Maestri sono state da noi stessi superate, abbiamo sempre fatto tesoro dei loro insegnamenti; e ciò che abbiamo saputo costruire lo riconosciamo innanzitutto come dovuto a quanto essi hanno prodotto e ci hanno insegnato. È pur vero che, a 15-20 anni di distanza da quei tempi, oggi il peso dell’internazionalizzazione è diverso: ma “internazionalizzarsi” deve proprio e solo significare omologarsi alla cultura dominante (quella anglosassone), fino al punto da trascurare la propria cultura e la propria storia?

Questo non potrebbe significare (uso un’espressione forte del nostro storico più accreditato, Marzio A. Romani) «perdere la nostra anima»? Mi scrisse una volta Romani:

Ma noi l’anima ce l’avevamo. Quando abbiamo cominciato a perderla? Forse quando l’università si è fatta sempre più portatrice di tecniche (sia pure sempre più raffinate) piuttosto che fucina di saperi critici.

Quali le ragioni di tutto questo; che cosa ha spinto discipline con statuto e tradizioni molto diverse a omologarsi a un unico modello? Come spiegare la graduale metamorfosi verso una sterilizzazione delle solide tradizioni disciplinari autoctone, fondate e alimentate da grandi maestri quali Gino Zappa, Giovanni Demaria, Giordano Dell’Amore?

Che cosa ha spinto giovani studiosi di discipline con statuti e tradizioni bocconiane internazionalmente accreditate a omologarsi sempre più remissivamente a modelli elaborati a partire da contesti socio-culturali e ambientali i cui caratteri fondanti sono idealmente ed empiricamente irriducibili ai nostri?

E vero che Spadolini, fiorentino puro sangue, tanto che ha costruito al Pian dei Giullari la Fondazione Nuova Antologia, da lui promossa, amava non solo la Bocconi, ma anche Milano?

Spadolini ha amato la Bocconi, e ha amato Milano. Della nostra città menziona più volte il primato in campo universitario. Così si espresse nel 1991:

Lasciatemi dire come omaggio alla mia Milano, che solo Milano offre un grande spaccato europeo nel momento in cui, accanto alla sua Università Statale giovane di anni ma ricca di esperienze e di successi, accanto al suo glorioso ed efficiente Politecnico, unisce le due massime università libere della Repubblica, l’Università Cattolica e l’Università Bocconi, le due espressioni diverse e diversamente atteggiate di quel pluralismo universitario che è condizione per l’avanzamento degli studi e per l’affinamento della ricerca, che sempre guadagna dall’emulazione e dal confronto, mai dalla stasi e dal monopolio, che sempre trae nuovo alimento dal fatto di potersi cimentare in esperienze diverse e diversificate.

Il presidente Spadolini era un ottimista?

Il 25 ottobre 1993, nell’ultimo intervento all’inaugurazione dell’anno accademico (una manifestazione alla quale ha partecipato sempre, anche quando gli impegni politici lo ponevano in primo piano nella guida del Paese) così si espresse:

Certo nell’università si riflettono in maniera evidente tutti i problemi che caratterizzano la fase di transizione che stiamo vivendo. Ma noi sappiamo che proprio i periodi di transizione offrono grandi opportunità di cambiamenti positivi e che i cicli economici sono per l’appunto cicli. Per una libera università, come la nostra, fondata sui valori di emulazione e di concorrenza, si tratta di non rinunciare all’ottimismo e alla volontà di fare che ne costituiscono il patrimonio caratterizzante.

Parliamo anche dei rapporti privati. So che ve ne furono e di grande cordialità e apertura. Ne vuole ricordare qualcuno?

Ne ricorderò alcuni, partendo dalla visita annuale alla mia famiglia. Una volta all’anno Spadolini accettava un invito a pranzo con la mia famiglia a Milano, nella casa di via Massena. All’epoca stavano ancora con noi i cinque figli: gli piaceva molto che, con mia moglie Lina, fossero tutti presenti. Ma anche per loro la visita annuale del “presidente” era un avvenimento cui non avrebbero mai rinunziato.

Nelle due ore passate a tavola (oltre a dimostrare di gradire, anche con i fatti, i piatti che venivano serviti, sui quali mia moglie aveva studiato per giorni, chiamando anche un cuoco dall’esterno per realizzarli) teneva sempre la parola. Ammetteva, di fatto, solo domande; gradiva in modo particolare che a rivolgergliele fossero i ragazzi e le ragazze.

Nelle risposte spaziava su tutti i fatti della politica e dell’economia: i miei figli ne rimanevano affascinati. Io e mia moglie potevamo, sì e no, infilarci nei discorsi per qualche minuto, o anche meno (del resto, i ragazzi amavano sentire lui). Ne ricordava, anche a distanza di un anno i nomi; e quando mia figlia Anna sfilò, nell’anno della laurea in Bocconi, per ritirare dalle mani delle autorità accademiche la “medaglia d’oro” del 110 e lode (foto a p. 332), la riconobbe e volle essere lui a premiarla, sussurrandomi scherzosamente (io in quel momento ero Rettore): «Tu saresti in conflitto d’interesse».

A mia moglie Lina nelle dediche che sottoscriveva per l’omaggio che recava (ad esempio: una litografia di una vignetta di Forattini che lo ritraeva) si rivolgeva sempre utilizzando il suo vero nome anagrafico: «Alla cara signora Italia», o similmente. E sempre commentava che doveva essere orgogliosa di portare quel nome. In quelle ore passate con noi (dopo la tavola seguiva un’oretta per il caffè) appariva felice; si sentiva “in famiglia” (e lo diceva). Per me e per tutti i miei familiari sono ricordi che ancora non si sono cancellati dalle nostre menti; e diverse di quelle litografie di Forattini sono ancora appese nelle nostre case. Ve n’è una proprio all’ingresso della mia camera a Casa de Campo (dove mi documento per queste interviste) e spesso, quando vi passo davanti, mi torna il ricordo delle visite annuali in via Massena (foto a p. 330).

Tra i rapporti “privati” va forse annoverato anche quello, addirittura rivoluzionario, instaurato con l’Unione Sovietica alla fine degli anni Ottanta per creare il LIMI (Leningrad International Management Institute) mediante un singolare contratto che la pregò assolutamente di sottoscrivere con quella università?

Deriva da ciò il fatto che il 21 luglio 1989 tutti i giornali italiani inneggiarono alla firma, avvenuta il giorno precedente, dell’accordo tra l’Università di Leningrado e la Bocconi per far nascere nell’URSS, con una joint venture paritetica, il LIMI, cioè il Leningrad International Management Institute. Ecco i titoli coniati per l’occasione dai maggiori quotidiani: “E la Bocconi esporta il capitalismo in URSS” (la Repubblica); “Bocconi, lezioni di capitalismo in URSS” (Corriere della Sera); “Leningrado avrà dirigenti con il marchio della Bocconi” (Il Sole 24 Ore);   “Quel bocconiano dell’Est” (Il Giorno); “Accordo tra Bocconi e Università di Leningrado” (L’Unità): quest’ultima con una nota più breve e meno entusiastica.

Quel 20 luglio 1989 avevo sottoscritto (come Rettore e consigliere delegato) con il professor Stanislav P. Merkuriev, un quarantaduenne fisico-matematico, Rettore dell’Università di Leningrado, l’accordo per il LIMI, cui si assegnavano obiettivi di ricerca e di organizzazione di corsi di management e di contabilità (in URSS, dopo 70 anni, era stata dimenticata anche la “partita doppia”!).

Spadolini mi aveva chiesto di definire positivamente quella trattativa, anche quando gli avevo detto «guarda che la bozza di contratto che i russi ci hanno sottoposto consiste, negli aspetti economici, in questa curiosa combinazione: tutti i costi sono nostri e tutti i ricavi sono loro!». «Ma dobbiamo pur aiutare Gorbaciov», fu la sua risposta.

Nell’anno seguente Gorbaciov, in visita in Italia, volle incontrarsi con l’intero corpo accademico bocconiano, riunito in toga al Castello Sforzesco di Milano (foto a p. 334), per ringraziare della nostra collaborazione. Spadolini era raggiante.

Un fatto privato fu anche il modo scelto per regolare, in caso di sua forzata assenza al Consiglio, la presidenza della riunione, negli anni in cui Roberto Calvi era vicepresidente.

È ben noto che negli anni fra il 1976 e il 1982 Spadolini ebbe più incarichi ministeriali (Beni Culturali e Ambiente; Pubblica Istruzione; nel 1981/82 presidenza del Consiglio). Diverse volte non fu perciò in grado di presiedere i Consigli d’Amministrazione bocconiani. Ogni volta mi inviava una lettera formale con la quale mi chiedeva di scusare l’assenza presso i consiglieri, concludendo che in sua vece dovevo presiedere io, come consigliere delegato, la riunione (anche se vi era un vicepresidente...).

Sempre leggevo diligentemente la lettera, sperando che il vicepresidente Calvi non se ne avesse a male; ma ciò non accadde mai.

Un rapporto privatissimo Spadolini ebbe con la comunicazione istituzionale: nella sua concezione, se non erro, era necessaria la massima brevità nella stesura della relazione annuale al bilancio.

Se Spadolini potesse vedere le ponderose relazioni di varie centinaia di pagine, che, da qualche anno, i consiglieri delegati della Bocconi presentano al Consiglio e al pubblico (oltre ad altrettanto voluminose relazioni semestrali, per le quali non esiste alcun obbligo, e alle relazioni al budget: tutte di centinaia di pagine), sobbalzerebbe e ne sarebbe, a dir poco, sconcertato.

Quando, dopo alcuni anni di intenso lavoro, tra il 1976 e il 1977, raggiunse la tranquillità che il nostro bilancio fosse tornato in equilibrio (e che tale situazione fosse ormai stabile), i suoi interessi sul bilancio si attenuarono fortemente: gli bastava la mia assicurazione che avremmo potuto reggere senza difficoltà anche in assenza del “mecenatismo privato” (quello “pubblico” lo considerava invece necessario, anche per ragioni di solidarietà con le altre grandi università libere; e lo dichiarava).

Da quel momento mi chiese sempre di contenere nella minima dimensione possibile ogni relazione al bilancio e il tempo dedicato in Consiglio all’argomento. Gli piacque inoltre molto l’idea che il bilancio si chiudesse formalmente ogni anno in pareggio, accantonando a “fondi prudenziali” variamente denominati (ma tuttavia chiaramente “facoltativi” e come tali dichiarati) gli avanzi di gestione.

È noto che Spadolini improvvisava i suoi discorsi, abbozzandoli a mano e a grandissimi caratteri pochi momenti prima di pronunciarli. Lo ricorda in simili atteggiamenti?

Nelle manifestazioni pubbliche ho sempre ammirato il modo in cui riusciva a guidare le assemblee ascoltando i relatori e controllando tutto quanto accadeva nell’aula, scrivendo nel contempo a grandi caratteri e su molti fogli il testo dell’intervento che avrebbe poi pronunziato. Dice, sul Corriere della Sera il 1° agosto 2004, con la consueta bravura, Giovanni Sartori, che gli fu grande amico e collega al Cesare Alfieri di Firenze:

Aveva anche una memoria e una capacità di lavoro strepitose. Riusciva tutt’insieme a telefonare, scrivere un pezzo, e seguire un dibattito. In televisione lo abbiamo spesso visto così, “trifacente”, quando presiedeva una seduta al Senato.

La scomparsa prematura di Spadolini fu traumatica. Dopo la mancata rielezione al Senato, qualcuno scrisse che sembrò gradualmente spegnersi. Come viveste, voi suoi amici, quei mesi penosi?

Li vivemmo con crescente ansietà, anche se non ci rendemmo subito conto della gravità della situazione, sulla quale egli lasciava trasparire ben poco. Eppure gli ultimi mesi di vita furono particolarmente penosi per Spadolini, anche se fino all’ultimo li visse con serenità, con indomabile tenacia, con alto senso del dovere.

Il momento che ricordo con profondo dolore è la mancata rielezione alla presidenza del Senato (che aveva tenuto per due legislature) dopo le elezioni politiche del marzo 1994. Credo che la ricostruzione che ne ha fatto il Presidente Giorgio Napolitano sul Corriere della Sera del 4 agosto 2004 (nel decennale della scomparsa) sia la più commovente:

Non gli fu risparmiata però l’amarezza di una ricandidatura a presidente del Senato, che egli pensò potesse essere sostenuta da entrambi gli opposti schieramenti politici e che si risolse invece in una contesa, fino all’ultimo voto.

L’epilogo fu, anche umanamente, traumatico: l’annuncio, per un errore della conta, della vittoria prima e della sconfitta subito dopo. Corsi al Senato, per dirgli una parola di solidarietà, e lo trovai inebriato e fiero – lui così poco propenso a scontri frontali – per la battaglia combattuta ancorché perduta.

Ostentava tranquillità. Ma era stato colpito a morte.

Durante un pubblico convegno in aula magna del giugno di quel 1994, dopo avere diretto con apparente disinvoltura, come sempre, la manifestazione, mi confidò che in quelle ore aveva avuto gravi sofferenze. Ricordo che ne fui sconvolto e rattristato, anche se – confesso – non colsi un presagio di morte. Poco dopo sapemmo che si trattava di un cancro e che gli restavano pochi mesi di vita. Ricordo che con il dottor Enrico Resti, il fedelissimo collaboratore di entrambi, ci confidammo i nostri foschi presagi: ma non così presto!

Sempre nell’articolo sopracitato, Giovanni Sartori così descrisse le ultime due telefonate che gli fece da New York:

Nella sua penultima settimana di vita, in sul finire di luglio, sentii Giovannone vispo e contento. Sai, mi disse, sto molto meglio, forse riesco ad andare a fare i bagni a Castiglioncello.

Lo chiamai la domenica dopo, e sentii un filo di voce che non era più la sua. Mi disse: sai, sono peggiorato, faccio anche fatica a parlare. Io non capii che stava morendo, ma mi spaventai molto. Cosimo Ceccuti, che è stato al suo fianco fino all’ultimo, mi ha poi raccontato che la mia era stata l’ultima telefonata che aveva preso.

Da come la sento ricordare Spadolini, deduco che ha lasciato in tutti voi bocconiani un grande rimpianto e un immenso affetto. Anche i giovani docenti conservano il ricordo di quanto la Bocconi gli deve?

Lo ricordano certamente i docenti e i dirigenti della mia generazione e di quella a noi successiva. Dubito che sia altrettanto per i docenti dell’ultima generazione: ma questa è la vita...

Certo la sua scomparsa fu celebrata in più occasioni con grande solennità. Di almeno due di queste occasioni conservo un ricordo chiarissimo.

In primo luogo, la commemorazione che si svolse in aula magna nell’autunno del 1999, con la presenza del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel quinquennio della scomparsa. Mario Monti volle che fossi io ad affiancare Indro Montanelli nell’occasione: per quanto mi pesasse parecchio questo impossibile affiancamento al grande Indro, accettai per senso del dovere e per non perdere l’occasione importante di ricordare (avendone con lui condiviso per vent’anni la guida) quanto egli aveva fatto per la Bocconi.

Indro pronunciò, secondo il suo stile, una relazione “a braccio”. Fu allo stesso tempo magistrale, spiritosa e commovente (nel Riquadro 1 sono riportati, riproducendo fedelmente le parole pronunciate, alcuni passi del suo memorabile intervento).

Il 17 ottobre 1994, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1994/95 avvenuta pochi mesi dopo la sua scomparsa, mi rivolsi al presidente-amico con una promessa che sento ancora viva in me:

Caro presidente Spadolini, caro amico Giovanni, Ti assicuriamo che ottimismo e volontà non verranno mai meno in noi. Ti assicuriamo che i principi che hai trasmesso in noi saranno per lungo tempo la nostra guida.

Mi sembra giusto concludere, per il suo altissimo significato, con la citazione dell’omelia che il cardinale Carlo Maria Martini pronunziò lo stesso 17 ottobre 1994 nella celebrazione eucaristica nella chiesa di San Ferdinando.

La speranza, che ha superato la morte, che è andata al di là con lo sguardo, oltre la vita, riesce ad apprezzare a fondo la vita e a stimolare l’azione, la produzione, la giustizia, l’equità. Tale pensiero ci consola anche nella memoria di Giovanni Spadolini. Egli ha saputo guardare oltre: lo ha fatto con discrezione e con umiltà. E invita tutti noi ad allargare lo sguardo il più possibile, al di là dei nostri confini, per trovare quell’orizzonte che ci permette di operare, che vi permetterà di operare in questo anno accademico con verità e speranza.

Riquadro 1 Indro Montanelli in ricordo di Giovanni Spadolini

Io penso che debba parlare soprattutto, anzi esclusivamente, di Spadolini giornalista e non posso farlo senza prima chiedere scusa al Presidente Ciampi se sarò costretto a fare l’elogio di un fiorentino (abbia pazienza). Cercherò di contenerlo questo elogio proprio nelle cose... L’altro giorno il collega Afeltra ha rievocato sul Corriere Spadolini, dicendo che Spadolini ha avuto tre amori: Milano, la Bocconi e il Corriere della Sera. Io ce ne avrei aggiunto anche un quarto, l’amore per la politica, ma quello non mi riguarda.

E debbo dire che Spadolini veramente verso il giornalismo ebbe un rapporto curioso; il suo rapporto con il giornalismo non fu del tutto facile. Per vari motivi. Prima di tutto, per il passo napoleonico con cui lui aveva battuto i gradi della carriera giornalistica (ammesso che il giornalismo possa mai essere una carriera). A 32 anni, a 33, non mi ricordo, già direttore del Resto del Carlino e, dopo non molti anni, addirittura direttore del Corriere della Sera, cioè il massimo della gerarchia, come allora era considerata quella giornalistica.

Spadolini arrivò, di forza propria, al Corriere e anche al Corriere non ebbe rapporti facili con la redazione; prima di tutto perché la redazione lo vide un po’ come un corpo estraneo (non veniva dalla gavetta, non aveva mai fatto il redattore): Spadolini era entrato come una specie di uragano nel mondo del giornalismo. Ripeto, era arrivato alla vetta “senza pagare dazio” (diciamo così) ai gradi intermedi (e questo lo doveva al suo talento).

Ma questo era difficilmente accettabile da parte degli altri e, intendiamoci bene, come direttore qualche difetto lo aveva perché, ad esempio, Spadolini si curava, anzi fissava la propria attenzione, solo sulla politica, sulla politica interna, il resto – la cronaca, le altre pagine, eccetera, le guardava poco perché non lo interessavano – e anche della politica gli interessava non tutto, ma soltanto la politica italiana. Mi ricordo che io allora viaggiavo un po’ in tutto il mondo, quando ritornavo lui non mi chiedeva mai che cosa avevo visto perché (io ero stato in Indocina, in Thailandia, in America) questo lo interessava poco. Lui voleva sapere le cose italiane, quindi era già destinato al passo che poi fece, grazie a La Malfa, cioè a dire all’entrata nella politica. E mi dispiace, signor Presidente, che non ci sia ancora Spadolini, che sarebbe stato anche per lei un interlocutore molto utile. Molto utile.

Lui aveva anche la passione politica. La passione politica comportava anche, fatalmente, la passione del potere (perché non si può far politica senza amare il potere). Ma il potere di Spadolini era nobile, cioè non era fine a se stesso: lo strumento per poter fare qualcosa, per poter fare qualcosa di buono.

Una volta, mi ricordo, che chiesi a Spadolini – il quale, come sapete, passava la vita nel famedio del Risorgimento, della politica risorgimentale, quindi i suoi modelli erano lì. Gli chiesi: «Senti, ma tu chi ti saresti scelto come modello di questi personaggi, in mezzo a cui ti aggiri, e purtroppo qualche volta fai troppo aggirare anche noi?» (gli potevo dire queste cose, le accettava volentieri). E mi aspettavo dicesse, non so: Cavour, Giolitti, De Gasperi. Lui mi disse, invece «De Pretis». Dico: «Come De Pretis? De Pretis, si va be’, fu abile politico, siamo perfettamente d’accordo, ma non mi pare che possa essere preso a modello di un personaggio come te, che di te stesso hai un’opinione non modesta». Lo sapevamo tutti. E lui mi disse: «Sì, forse in questo hai ragione, ma ricordati bene che l’Italia non consentirebbe mai un Cavour, un Giolitti. Perfino De Gasperi le andava largo». E chissà che forse non avesse avuto ragione lui? Chi lo sa? Lei non mi deve credere, signor Presidente, mi raccomando. Lei non mi deve credere.

Spadolini aveva anche un’altra virtù, quella di non aversi mai a male delle cose che dicevano di lui, purché di lui si dicesse qualcosa! Questa fu sempre la sua regola. Lui ad esempio aveva collezionato tutte le vignette che erano state fatte su di lui.

Lui collezionava tutto! Non so, se avesse avuto dei calli avrebbe collezionato anche i calli, perché quello che apparteneva a Spadolini era appartenuto a Spadolini; cioè a dire, faceva parte del “patrimonio” della storia d’Italia. Questa sua concezione fu una grande forza per Spadolini. Fu un enorme forza, ed effettivamente lui voleva essere pari all’immagine che lui aveva di Spadolini. E che non era modesta. Non era modesta. Era uno degli uomini più divertenti che ci fosse al mondo per le sue battute, per la sua cultura e uno degli uomini anche che più mi hanno fatto credere quel poco che credo, mi scusi Presidente, nella politica. Perché è stato un modello anche di pulizia morale, oltre che di altezza intellettuale. Magari ce ne fossero ancora di Spadolini.