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Il mondo di Guatri

2026/6

Roberto Calvi

Obiettivo: affrancarsi dal mecenatismo privato (ma la Bocconi superò le sue difficoltà grazie all’Ambrosiano)

Il mecenatismo, a Milano, ha una notevole tradizione. Alcuni enti, e privati, offrono concreti sostegni economici, ad esempio all’Università Bocconi. Famoso rimane l’apporto, negli anni Settanta, del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi (foto a p. 346). Come nacque questo rapporto con il banchiere che movimentò così drammaticamente le cronache economiche, politiche, giudiziarie, poliziesche di un paio di decenni?

All’inizio del 1974 Furio Cicogna, allora presidente dell’Università Bocconi, convocò presso la sede del Banco Lariano (di cui pure era presidente) il piccolo gruppo, una dozzina di persone, che costituivano il Consiglio di facoltà (compreso il rettore Giordano Dell’Amore, e il preside Innocenzo Gasparini). Cicogna c’informò che il bilancio dell’università andava male, anzi malissimo.

Aveva perciò pensato a una soluzione radicale. Occorreva che i docenti ordinari approvassero un “prodotto” di grande qualità e di sicuro richiamo (il DES, corso in Discipline Economico-Sociali, un corso full time con contenuti e regole proprie e di alto livello); anche perché, aveva sottolineato, il DES era una delle vie (o degli stimoli) per ottenere dal Gruppo Banco Ambrosiano un rilevante contributo annuale: ben 500 milioni di lire, ossia tre volte gli introiti delle tasse accademiche dell’epoca. Questo straordinario “prodotto” accademico sarebbe stato il mezzo (a fianco del contributo di 500 milioni) per ottenere il rilancio della Bocconi. Il gruppo dei presenti fu colpito dalla pesante situazione del bilancio (che quasi tutti, io compreso, non conoscevamo): una premessa che non consentiva di discutere molto sulla proposta. Neppure Giordano Dell’Amore (il mitico presidente della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, che pure si faceva carico ogni anno di un rilevante contributo di circa 100 milioni) ebbe da obiettare. Innocenzo Gasparini manifestò un’adesione piena: il DES era il “prodotto” da lui proposto, nel quale credeva con entusiasmo...

Un sì quasi unanime, dunque, al mecenatismo privato?

Si alzò solo un’esile voce in opposizione, del più giovane e inesperto dei presenti, l’ultimo arrivato: ero io. Dissi che, visto il programma del DES, di alta qualità ma destinato certamente a produrre nuove perdite, la debolezza economica strutturale della nostra Bocconi non ne avrebbe tratto alcun giovamento; e rimediando solo una grande contribuzione privata (sia pure concessa senza alcuna condizione) avremmo messo a rischio la nostra indipendenza.

Quello del DES era un grande sogno, ma solo un sogno (nell’aspetto degli equilibri di bilancio, il vero obiettivo di Cicogna); il contributo dell’Ambrosiano risolveva i problemi immediati “di cassa”, ma l’università avrebbe nel lungo termine peggiorato e non migliorato le sue prospettive.

Fui ascoltato da Furio Cicogna (foto a p. 327) con grande attenzione: ma alla fine mi disse che non si poteva fare altro. E tutto fu approvato. Nacque così il nostro rapporto con Roberto Calvi e con quelli che, anni dopo, Spadolini definì «gli eccessi del mecenatismo privato».

Come reagì Furio Cicogna alle sue obiezioni: si offese?

Credetti che Cicogna si fosse un poco offeso. Ma così non era: nel settembre dello stesso anno, cioè pochi mesi dopo, ricevetti da lui la richiesta di un incontro urgente. Mi recai di nuovo alla presidenza del Banco Lariano: Cicogna mi propose di accettare la nomina nel Consiglio della Bocconi e di assumere la carica di consigliere delegato, con tutti i poteri.

Chiesi 15 giorni per riflettere (allora avevo già molti impegni professionali oltre a quelli accademici); mi concesse 48 ore. Il giorno dopo accettai e in quella carica rimasi per 25 anni.

Che cosa chiese Calvi in cambio del davvero sostanzioso contributo annuale offerto per sostenere le finanze dell’università?

Fu nella veste di importante mecenate che conobbi Roberto Calvi, che entrò come vicepresidente nel Consiglio dell’università (era l’unica condizione che pose), sia pure senza alcun potere, che del resto non richiese mai. Dopo poco tempo Furio Cicogna morì (eravamo nel gennaio del 1976) e al suo posto fu nominato il senatore Giovanni Spadolini. Da quel momento si creò questa curiosa triade: Spadolini, presidente; Calvi, vicepresidente; Guatri, consigliere delegato (a me furono di fatto delegati tutti i poteri amministrativi e finanziari).

Con Spadolini ebbi subito un discorso franco: gli illustrai un piano di quattro, cinque anni (che discussi, con incontri riservati in casa mia, con alcuni più giovani colleghi, tra i quali ricordo Ruozi, Coda, Demattè). La linea strategica che proposi fu: ripristinare, con graduale ma sensibile aumento dei contributi accademici richiesti agli studenti (con il supporto di un’adeguata comunicazione, di un miglioramento di tutti i nostri “prodotti culturali”, dell’introduzione del “numero chiuso” di iscrizione ecc.) l’equilibrio del bilancio; conservare i contributi dei privati, ma renderli in quattro, cinque anni “non più necessari”.

Come fu accolto dal presidente Spadolini il suo piano quinquennale?

Il presidente Spadolini accettò con entusiasmo: non vedeva l’ora che potessimo “contare solo su noi stessi”.

La presenza in Consiglio di Roberto Calvi (che pure in diversi anni ben poche volte prese la parola; e soprattutto non chiese mai nulla per sé, pur continuando nella contribuzione che suddivise pro quota tra le sue numerose controllate – La Centrale, la Toro, il Varesino, la Banca Cattolica del Veneto ecc.) divenne nel tempo, per Spadolini, un vero incubo. Fin dall’inizio mi disse che Calvi, nel caso di sua assenza (i suoi impegni politici divennero sempre più importanti, fino alla presidenza del Consiglio dei ministri), non avrebbe mai dovuto presiedere il Consiglio.

In altre parole Spadolini prendeva le distanze dal banchiere?

Infatti, in tali occasioni mi spediva una lettera in cui, motivando l’assenza, mi chiedeva di presiedere in sua vece il Consiglio. Il che feci più e più volte; senza, invero, che Calvi mai eccepisse alcunché; anzi come fosse cosa naturale.

Da Roberto Calvi ci giunse, dopo alcuni anni, solo una richiesta: mi invitò con il dottor Enrico Resti (il fidatissimo direttore amministrativo della mia epoca) presso la presidenza del Banco Ambrosiano, dove accennò all’eventualità di una laurea honoris causa. Gli facemmo presente che non era nella tradizione della Bocconi, che non era mai accaduto prima e che l’orientamento unanime era di continuare su questa strada: non eccepì nulla; non ne parlò mai più.

Va bene, Calvi non chiese e non ottenne mai niente dall’università, ma partecipando ai Consigli della Bocconi aveva l’opportunità di incontrare personaggi di grande prestigio e magari di far valere, nei suoi contatti privati, frequentazioni di così alto livello: poteva essere questa la contropartita alla quale tendeva?

I dubbi in questo senso di Spadolini non erano del tutto immotivati. Qualcuno all’epoca mi riferì (vero o non vero che fosse) che Calvi andava dicendo: «Con 500 milioni all’anno ho acquisito la Bocconi».

Del resto anche Panerai ebbe qualche anno dopo a scrivere di Calvi e del suo “salvataggio” della Bocconi (Milano Finanza, “Orsi e Tori”, 29 luglio 1995):

Sechi mi faceva sedere sempre vicino a Calvi perché riuscissi a carpirgli qualche segreto negli anni in cui era portato in palmo di mano, anche per aver salvato la Bocconi con un generoso finanziamento che, prima dell’era di Luigi Guatri e della trasformazione dell’università in un’efficiente azienda, gli valse la poltrona di vicepresidente. Nonostante i miei stimoli, Calvi non parlava mai. Al massimo raccontava dei suoi polli e dei suoi vitelli che allevava a Drezzo vicino al confine con la Svizzera.

Contemporaneamente a Calvi (che entrò a partire da fine 1974) nel Consiglio della Bocconi sedeva un bocconiano a piena ragione considerato una gloria della nostra università: il governatore Paolo Baffi[50] (foto a p. 332). Una figura severa e solenne, di indiscussa capacità e moralmente ineccepibile. In quegli anni (forse nel 1978, mentre si svolgeva presso il Banco Ambrosiano l’ispezione condotta da Giulio Padalino, che intuì per primo l’esistenza dell’area “occulta” all’estero) assistetti qualche volta con sorpresa (che poi i fatti avrebbero in parte spiegato) al tentativo di Calvi di scambiare qualche parola con Baffi: talvolta, quando quest’ultimo usciva dalla sala del Consiglio, seguendolo nel corridoio. Notai anche la ritrosia di Baffi a tali approcci.

Nel 1979, a seguito di un’ingiusta inchiesta giudiziaria romana (Alibrandi-Infelisi) il capo della vigilanza di Banca d’Italia Sarcinelli fu arrestato e Baffi costretto alle dimissioni da governatore; si dimise allora anche dal Consiglio della Bocconi, con sommo dispiacere di tutti noi.

Solo in anni successivi, quando le vicende Calvi-Rizzoli-P2 divennero note, qualche organo di stampa suppose collegamenti tra l’attacco feroce a Baffi-Sarcinelli e l’avvicinarsi (con l’ispezione Padalino) della deflagrazione della vicenda Banco Ambrosiano. Forse nelle nostre (inconsapevoli) sedute si era svolto un dramma silente...

Calvi di certo non veniva a raccontare in Bocconi che cosa combinava, ma è possibile che tra i grandi professionisti che componevano i consigli e gli organi di controllo del Banco Ambrosiano nessuno avesse avuto sentore di quanto stava accadendo?

Alcuni stimati professionisti (avvocati, commercialisti, anche accademici) ebbero la sventura di essere chiamati dal presidente del Banco Ambrosiano a ricoprire cariche societarie nel gruppo: ne furono travolti e la loro vita ne uscì segnata (cito per tutti l’avvocato Giuseppe Prisco e il professore Antonio Confalonieri); uno ne morì.

Eppure io, che li conoscevo bene, potrei mettere la “mano sul fuoco” che non furono consapevoli di nulla. Non si resero conto del fatto che Calvi – per il tramite di società off-shore alle Bahamas e in altri paradisi fiscali – aveva acquisito con i mezzi del Banco le azioni dello stesso Banco. Così Calvi finì per controllare se stesso. Nel 1981 il “rischio” complessivo raggiunse la cifra di 1.400 miliardi di lire; una voragine, la radice del dissesto (si veda il Riquadro 1).

Tuttavia qualche voce allarmata cominciò a circolare prima che scoppiasse la bufera.

Ho il ricordo di un episodio accadutomi nel giugno 1982. Al campo di golf La Pinetina di Appiano Gentile (quello creato da Moratti), dove ogni fine settimana mi recavo per la mia partita di golf, mi venne incontro, evidentemente in affanno, un bravo e serio commercialista, che di quel golf era membro e mi chiese: «Luigi, dammi una tua opinione: Calvi non si trova più, si dice che il Banco Ambrosiano sia qualcosa di simile alle banche di Sindona: è mai possibile?». «Non credo proprio – fu la mia risposta – anche se quanto sta accadendo è sconvolgente...». Questo amico era un del tutto inconsapevole sindaco del Banco Ambrosiano. La sua vita, professionale e non solo, ne fu sconvolta.

Riquadro 1 La vicenda del Banco Ambrosiano

Il Banco Ambrosiano (di cui Calvi divenne presidente e capo assoluto nel 1975) era, nell’opinione di Pier Domenico Gallo, che fu il primo direttore generale del Nuovo Banco Ambrosiano, «un gruppo di tutto rispetto: forse, nella sua articolazione operativa, il più moderno d’Italia. Il Banco Ambrosiano possedeva una rete di sportelli nelle più ricche regioni italiane: Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto. Se si volesse attribuire un valore specifico all’avviamento del suo network, si dovrebbe concludere che il valore unitario di questi sportelli era due o tre volte superiore a quello degli sportelli di altre regioni.

Mentre il Banco presidiava efficacemente Milano, la Lombardia, il Piemonte e la Liguria, il Credito Varesino rappresentava la realtà più attiva nella fascia nord-ovest della regione. La sua presenza frontaliera si integrava in modo perfetto con quella ticinese della Banca del Gottardo. La Banca Cattolica del Veneto costituiva invece un istituto tra i più presenti non solo nell’area tra Vicenza, Venezia e Treviso, ma anche nell’operosissimo Friuli.

Le tre banche del Gruppo Ambrosiano non erano soltanto organizzazioni retail dedite ai conti dei privati come le casse di risparmio e le banche popolari, ma vantavano una presenza significativa nel mondo imprenditoriale, soprattutto della piccola e media impresa, quella che si era fatta le ossa durante gli anni Sessanta e Settanta, lo splendido periodo della grande ripresa economica italiana.

Il secondo punto di forza del vecchio Banco era la sua presenza nel settore del credito a medio termine all’industria: ancorché la proprietà di Interbanca fosse suddivisa con altre banche private, l’Ambrosiano rappresentò la vera istanza propulsiva della clientela di Interbanca e della sua affermazione, accanto agli altri istituti a medio termine concorrenti e coevi (Mediobanca ed Efibanca)». (P.D. Gallo, Intesa Sanpaolo: c’era una volta un “fantasma inesistente”, Baldini, Castoldi, Dalai, Milano, 2007, pp. 37-38)

«L’articolazione finanziaria del Gruppo Ambrosiano era completata dalla presenza nel settore assicurativo, dove la Toro Assicurazioni – a quel tempo controllata dalla Centrale Finanziaria Generale, appartenente al Banco Ambrosiano – era una delle migliori compagnie italiane.

La Centrale doveva avere, secondo le strategie di Roberto Calvi, una vocazione al merchant banking: pur muovendo allora i primi passi, si era mostrata innovativa nell’ambito della finanza strutturata d’impresa. Non era difficile immaginare che, con una rete così potente di sportelli, di strumenti di credito a medio termine e di private banking, la Centrale potesse in futuro lanciare la sfida a Mediobanca.

Completava la struttura dei servizi del gruppo del vecchio Banco la Fiscambi Holding, ereditata dal Gruppo Toro e attivissima protagonista nel settore parabancario; in particolare attraverso la grande società di leasing, che più tardi sarebbe diventata la grande società di leasing del Gruppo Intesa». (Ivi, pp. 39-40)

Esisteva, per contro, una “parte estera occulta” nei suoi reali contenuti. I commissari di Banca d’Italia, nell’agosto 1982, valutarono il “buco estero” in circa 1.000 miliardi di lire. Esso era esploso in gran parte nell’ultimo quadriennio. Ma già nel 1978 gli ispettori di Banca d’Italia scrivevano: «All’estero, in particolare, il Banco ha consolidato una rete finanziaria che gli consente di gestire notevoli flussi di fondi al riparo dai controlli delle autorità valutarie italiane. I giudizi sulla situazione tecnica del Banco Ambrosiano prescindono dalla valutazione delle imprese del gruppo operanti all’estero, e in modo particolare della holding lussemburghese e della Cisalpine Overseas di Nassau, le cui attività di bilancio sono rimaste del tutto sconosciute non avendo l’azienda fornito alcun riferimento utile al riguardo. Naturalmente, tenuto conto della notevole entità di siffatte poste patrimoniali, un’eventuale divergenza rispetto alle apparenze ufficiali di bilancio, o un andamento irregolare di tali componenti attive, potrebbe alterare le considerazioni tecniche appresso formulate.

L’impossibilità di acquisire una completa informativa sulle partecipazioni detenute dalla ripetuta holding non può fugare il dubbio che, dietro alle varie società estere acquirenti di cospicui pacchetti di azioni del Banco Ambrosiano, vi possa essere la stessa azienda ispezionata, con ovvie conseguenze sulla situazione patrimoniale del Banco, atteso che i cennati collocamenti all’estero sono stati effettuati a prezzi sensibilmente superiori alle quotazioni correnti».

«Dal 1973 si sono verificate modifiche nella situazione patrimoniale del Banco, determinate principalmente dal trasferimento di considerevoli partite di azioni a società estere di gradimento del “Gruppo” Ambrosiano dietro le quali potrebbero celarsi interessi diretti del gruppo stesso o dello IOR e che palesano l’avvio di un processo di concentrazione proseguito nel corso degli accertamenti». (Ivi, pp. 42-43)

«Probabilmente al momento dell’ispezione Padalino una ricapitalizzazione del Banco di mille miliardi (cinquecento milioni di euro di oggi), previo azzeramento delle perdite, sarebbe stata sufficiente: l’azionariato del Banco era molto fidelizzato, come aveva dimostrato l’adesione plebiscitaria all’aumento di capitale dell’anno prima, fatto con un sovrapprezzo rilevantissimo.

Oltretutto, con un nuovo management e una conseguente pulizia delle partite nascoste, anche le azioni proprie detenute indirettamente attraverso i portage dello IOR (vicine al 10% allora e al 20% nel 1982) si sarebbero in qualche modo valorizzate, diminuendo il “buco” estero a livelli meno esplosivi». (Ivi, p. 49)

* * *

Di recente, in occasione del 25° anniversario della nascita del Nuovo Banco Ambrosiano, il governatore Draghi ha riconosciuto che «per parecchio tempo la Banca d’Italia non riuscì a incidere nella gestione della banca pur rilevandone aree oscure».

E il Presidente ed ex governatore Ciampi ricorda: «Noi stringemmo d’assedio il Banco ma non potevamo avere accesso alle informazioni sulle sue controllate estere, dove stava gran parte del marcio». E ancora «Due dirigenti della Banca d’Italia furono inviati in Perù per poter indagare sul Banco Andino controllato dall’Ambrosiano. Arrivarono in un albergo a Lima e subito ricevettero l’ordine dalle autorità di polizia locali di lasciare il Paese in ventiquattro ore... Il potere della P2 in America Latina era forte e diffuso».

* * *

Rileva ancora P.D. Gallo (Ivi, p. 86) come, alla conclusione della liquidazione del Banco Ambrosiano Holding, in un bilancio consolidato Italia-estero, il buco “complessivo”, cioè il vero disavanzo patrimoniale, risultasse di circa 500 miliardi di lire. Ma egli ricorda anche come una buona parte delle partecipazioni detenute da La Centrale (oltre alla Rizzoli, la Toro ceduta alla Fiat, il Credito Varesino ceduto alla Banca Popolare di Bergamo, Interbanca ceduta a Banca Nazionale Agricoltura ecc.) sia stata venduta senza un vero sforzo di massimizzare i ricavi... Va peraltro ricordato che il Nuovo Banco Ambrosiano dovette accollarsi un “avviamento” di 600 miliardi di lire, pari al 15 per cento dei depositi: un peso non lieve, per l’ammortamento che avrebbe generato.

In realtà, mi dice l’esperienza, quando in una grande società una persona e una sua più o meno ristretta “cricca” opera con lucidità in modi fraudolenti (ed è abbastanza abile da tenerlo nascosto), né gli amministratori né i sindaci (né i revisori) se ne possono rendere conto. Non fu questo il primo né l’ultimo caso.

Tuttavia ci furono condanne, numerose, di dirigenti e amministratori del Banco che «non potevano non sapere».

Infatti varie persone, proprio per la loro sicura competenza professionale, furono condannate: in tutti i gradi di giudizio, quando pure vi giunsero. La formula tipica fu proprio: «non potevano non sapere». Come dire: più uno è colto, più è in mala fede(!). Ma in realtà molti di essi non sapevano proprio nulla.

Una parola definitiva su questo argomento venne da una fonte indiscutibile, che univa esperienza diretta, informazione completa e specifica competenza. Pier Domenico Gallo fu, nella ricostruzione di questa vicenda, la fonte più affidabile e completa.

Il fatto che il Banco fosse posseduto da se stesso “attraverso una rete di portage

era nota all’interno del Banco Ambrosiano a pochissime persone: a Roberto Calvi, al direttore generale Roberto Rosone e ai quattro direttori dell’estero – che io licenziai in tronco al momento del mio ingresso in banca e per i quali la magistratura, a cui avevano fatto ricorso per il reintegro sul posto di lavoro, confermò il nostro provvedimento. Non era sicuramente a conoscenza di questo network la direzione della contabilità generale del Banco, che si limitava a recepire, come era uso allora, le situazioni contabili preparate dalle consociate estere.

Quando mi convinsi dell’estraneità della contabilità generale ai falsi dei bilanci arrivati dall’estero, proposi a Bazoli di nominare il capo del settore, Ferrucio Codeluppi, vicedirettore generale del Nuovo Banco, carica nella quale negli anni successivi diede un contributo decisivo...[51].

Affermazioni precise e inequivocabili che inducono a un’altrettanto precisa domanda: se il direttore della contabilità «non sapeva», come potevano sapere i sindaci, i revisori, gli amministratori non operativi?

Anche Lei, professore, ebbe qualche rapporto professionale con il Banco Ambrosiano?

Io ero considerato all’epoca (vero o non vero che fosse) il massimo esperto di valutazioni aziendali in Italia. Calvi mi chiese qualche volta di fornirgli consulenze sui rapporti di cambio attinenti a fusioni di banche, sui valori di possibili acquisizioni eccetera. Ma quella che mi è rimasta indelebile nella mente fu la richiesta che mi fece (circa 20-25 giorni prima della sua scomparsa) di modificare, capovolgendola, l’impostazione complessiva del Gruppo Ambrosiano.

Chiamò, oltre a me (che avrei dovuto occuparmi dei valori delle società) due illustri specialisti: il professor Ariberto Mignoli, il grande studioso di diritto commerciale, e il professor Victor Uckmar, il massimo fiscalista in Italia e a livello internazionale. Ci chiese, in sintesi, di studiare in 15 giorni una nuova organizzazione del gruppo, che vedesse ai vertici la Toro Assicurazioni e il Banco Ambrosiano come società controllata, come tutte le altre. Ci diede appuntamento dopo due o tre settimane, raccomandando vivamente di essere puntuali e indicando che i suoi collaboratori sarebbero sempre stati disponibili per qualsiasi informazione.

Fu quello il suo ultimo incontro con Roberto Calvi?

Quando si alzò e già aveva aperto la porta per uscire, si voltò e mi chiese: «Professore, i 500 milioni di quest’anno sono arrivati alla Bocconi?». «Sì, grazie, presidente».

Scomparve e non lo rivedemmo mai più. Dopo due giorni una valanga di carte ufficiali (con tonnellate di bilanci) invase i nostri studi: ma le nostre cure per la riorganizzazione (in articulo mor tis) del Gruppo Banco Ambrosiano sarebbero state vane, oltre che fuori tempo massimo. Nessuna riorganizzazione avrebbe potuto chiudere i “buchi”, che noi non conoscevamo (e dei quali non ci aveva detto nulla).

Riquadro 2 Roberto Calvi visto da Enzo Biagi

Da grigio impiegato, che non è arrivato alla laurea, a capo supremo e indiscusso (almeno all’interno) della più forte banca privata italiana.

Mi sembrò come fuori dal mondo: neppure parlare dei figli sembrava rianimarlo. Gli chiesi che cosa insegnasse loro e mi rispose freddo: «Niente, perché li vedo poco».

A certi argomenti non volle, era stata una premessa, neppure alludere: niente Gelli, niente P2, niente “quel gesto”.

Quando accennai agli estimatori, al professore Francesco Forte, che trovava del tutto normale la sua presenza in quel posto di comando, e a Craxi, che considerava arbitrario il suo arresto, liquidò l’argomento con una battuta: «Non mi occupo di politica».

Mi fece l’impressione di un uomo solo, eppure qualche mese prima monsignor Marcinkus aveva detto a un intervistatore: «Abbiamo fiducia in questo banchiere».

Anche Calvi mi confidò che, pur non essendo un ingenuo, era sempre portato a concedere credito al prossimo: lo ha fatto perfino con il Corriere di allora, e con scarsi risultati.

Si arrabbiò soltanto quando allusi a un finanziamento che, attraverso gli Stati Uniti o la Germania, sarebbe arrivato a un partito italiano. «Non rispondo a domande del genere», troncò gelido.

Non ebbi la sensazione di trovarmi di fronte a un forte carattere; con i baffi e i capelli tinti, il volto pallido, una specie di angoscia nelle parole, nonostante la presenza rassicurante della moglie che cercava quasi di spingerlo, di animarlo, portava già addosso i segni della sconfitta.

Al grande giocoliere, che era riuscito a intrecciare i suoi “numeri” con preti e massoni, onorevoli e servizi segreti, che aveva dato soldi al Gazzettino (Dc) e a Paese Sera (Pci), che con Marcinkus aveva cercato le pecorelle smarrite, per poi tosarle assieme, ed era stato in società con Sindona e con Pesenti, al vecchio prestigiatore, dicevo, ormai cominciava a cadere per terra qualche pallina.

Il devoto funzionario che concludeva la stesura dei bilanci con un pensiero mistico («Invochiamo la protezione della Provvidenza») probabilmente intuiva che Dio non paga soltanto il sabato, ma tiene gli sportelli aperti per tutta la settimana.

(E. Biagi, La disfatta, Rizzoli, Milano, 1993, pp. 62-63)

Mi sono più volte chiesto: perché mai nel lasciare quella seduta (che per lui avrebbe dovuto – forse – essere un atto importante) l’ultima parola che mi rivolse riguardò i contributi alla Bocconi? Sono i misteri insondabili della psiche umana.

1

Paolo Baffi, laureato bocconiano del 1932, fu assistente di statistica economica del professor Giorgio Mortara, uno dei grandi docenti bocconiani degli anni Venti e Trenta. La Bocconi gli ha dedicato il Centro di Economia Monetaria e Finanziaria Paolo Baffi.

2

P.D. Gallo, op. cit., pp. 60 e ss.