Il mondo di Guatri
2026/6
Domenico La Cavera
I soldi dello Stato per lo sviluppo industriale “investiti” in Sicilia con i “singolari” criteri adottati dalla So.Fi.S
Professor Guatri, non sono state moltissime, se non vado errato, le sue puntate professionali nel Meridione. Le è tuttavia capitato di spingersi sino a Palermo e di ritornarne alquanto frastornato. Accadde quasi mezzo secolo fa ma – tenuto conto di quanto avviene tuttora, ad esempio, nel Corpo delle Guardie Forestali – l’episodio mantiene una sua simbolica validità. Vuol raccontare che cosa successe?
Nei primi anni Sessanta conobbi la SO.FI.S (Società Finanziaria Siciliana), società a prevalente capitale regionale con sede a Palermo. Vi fui invitato, per il tramite del professor Dell’Amore, dal suo presidente, il messinese professor Stagno d’Alcontres (noto anche come presidente della Cassa di Risparmio locale). Si doveva approvare il bilancio annuale e il presidente – malgrado la legione di esperti, dirigenti, sindaci eccetera di cui disponeva – preferiva un’opinione di un docente della Bocconi (misteri di Sicilia...).
Con la mia piccola squadra prendemmo posto a Villa Egea, di fronte al mare azzurro, nella quale si svolgevano l’assemblea e la maggior parte delle riunioni preparatorie. Nella sontuosa sede della So.Fi.S nel centro della città incontrai, per scambi di idee, il direttore generale, il potente e simpatico ingegnere Domenico La Cavera (Mimì per gli amici), un siciliano purosangue. Via via che, con i miei più fidati collaboratori, esaminavamo i bilanci della capogruppo e delle società controllate, ci assaliva un senso di sbalordimento.
Ma com’era mai possibile? Società con molte centinaia o migliaia di addetti, con costi 100 e ricavi 10: questo è forse uno degli esempi-limite, ma gran parte delle controllate non vi andavano lontane. Dov’erano le aziende?
Trasferimmo il nostro sbalordimento al direttore generale, che accolse l’osservazione con tutta calma: «Caro professore, queste migliaia di addetti fino a poco tempo fa pascolavano le capre; come vuole che possano produrre? E per di più produrre utili».
«Scusi, ma un’azienda senza ricavi, non le sembra qualcosa di singolare?». «Lo è all’apparenza; ma qui bisogna investire per anni e anni prima di ottenere risultati. È già un risultato che migliaia di caprai stiano divenendo operai».
La figura signorile, simpatica, intelligentissima (quanto enigmatica per un povero aziendalista che viene dal Nord) di Mimì La Cavera è rimasta come un emblema di un mondo per me incomprensibile, quello della Sicilia di allora.
Si tratta dello stesso ingegner Mimì che nel 1970 sposò Eleonora Rossi Drago, la bellissima e mitica attrice del cinema italiano, che per lui abbandonò le scene e si ritirò, per la seconda parte della sua vita (dal 1970 al 2007), a Palermo (foto a p. 350).
Feci visita al Collegio sindacale, che si riuniva quotidianamente: solo in quell’anno aveva scritto volumi e volumi di verbali: con una fantasia straordinaria, al di sopra di ogni immaginazione; migliaia di pagine per non dire nulla (oh, se queste intelligenze così fervide e immaginifiche – pensai – si fossero dedicate, anziché a cose puramente formali, a qualche cosa di sostanziale, quanto ne avremmo guadagnato tutti!).
Incontrai gli azionisti di minoranza (Fiat, Edison, Pirelli e altri, divenuti tali per richieste della politica), alcuni rappresentati da persone che conoscevo bene. Mi dissero della loro ormai totale rassegnazione e del desiderio, ormai vivissimo, di fuggire lontano. Qualcuno di loro mi avvertì anche di prepararmi alle più stravaganti assemblee della mia vita.
Un approccio davvero poco brillante; lei sicuramente s’attendeva chiarimenti dall’assemblea prevista per l’indomani?
L’assemblea era convocata (a Villa Egea) per le 10 del mattino. Alle 9 cominciarono gli incontri privati per discutere del bilancio, delle partecipazioni (la principale voce attiva), delle modalità per coprire le perdite. La discussione, formalmente corretta, divenne via via un vero rompicapo, specialmente per i “poveri” azionisti di minoranza. I quali esprimevano argomenti ragionevoli, che io non potevo che condividere; ma tutto veniva analizzato, sminuzzato, tradotto in sofismi. Le ore passavano, ma non ci si capiva. Per una mezz’ora passeggiai lungo i viali del giardino sul mare, scambiando amare considerazioni con il rappresentante di Edison.
L’assemblea cominciò, infine, verso le 13 (con “solo” tre ore di ritardo) e proseguì per l’intero pomeriggio. Naturalmente l’azionista di controllo approvò tutto. Ma i soci di minoranza, con grande sorpresa per il Consiglio e per i sindaci, chiesero dopo pochi mesi che le loro azioni fossero ricomprate. La richiesta fu accolta. Il pagamento avvenne con cambiali frazionate nel tempo: che alla scadenza andarono tutte protestate (e si trattava di miliardi). Ma credo che i miei amici di Milano e di Torino abbiano considerato questa una “uscita” morbida.
Che fine fece un ente pubblico così brillantemente gestito?
In un importante parere del CNEL sulle “Società finanziarie di sviluppo” del 27 giugno 1973, trattando dell’ESPI (che nel 1967 era succeduto alla So.Fi.S, continuandone le “glorie”) si leggono frasi di questo genere:
Per quanto concerne più in particolare l’ESPI (di gran lunga la maggiore fra le finanziarie operanti in Italia), dall’esame delle 36 aziende del gruppo in effettivo esercizio alla data del 1968 e con concreta ingerenza dell’ente nella loro gestione, emergerebbe che esse avevano realizzato un totale di investimenti per circa 70 miliardi, con un fatturato globale di 19,6 miliardi e un’occupazione di circa 4.700 dipendenti. Le aziende in esame hanno chiuso gli esercizi 1967 e 1968 con un “deficit” rispettivamente di 8,6 e 8,4 miliardi, pari al 51 e al 39 per cento della produzione. Questo andamento a dir poco sconfortante può farsi risalire a disfunzioni sul piano tecnico, organizzativo, commerciale, che, a loro volta, si ricollegano all’eccessiva sensibilità riscontrata nel corrispondere a sollecitazioni locali non rispondenti a rigorosi criteri di economicità di conduzione. I risultati, comunque, anche sul piano dello sviluppo economico regionale possono definirsi insoddisfacenti. Infatti il limitato numero di nuove iniziative – 15 su 36 – cui si è dato vita non avrebbe determinato, come è ovvio, conseguenze di rilievo. E inoltre, l’occupazione di soli 4.700 addetti pari a poco più dell’1 per cento di quella dell’intera industria siciliana, induce a riflettere, soprattutto se si considera che ogni dipendente, a parte le retribuzioni percepite e le altre spese, è costato annualmente all’ente, per sole perdite (quali risultano dai bilanci ufficiali) circa 2 milioni.
(...) L’ESPI – Ente Siciliano per la Promozione Industriale – che succede alla So.Fi.S costituita come società per azioni dalla legge regionale 5 agosto 1957, n. 51, è stato istituito con legge regionale 7 marzo 1967, n. 18, come ente dotato di personalità giuridica di diritto pubblico. L’ente ha come finalità la promozione (anche in concorso con enti pubblici economici o con società in cui questi abbiano posizione maggioritaria), lo sviluppo e il potenziamento della Regione siciliana mediante la costituzione di società aventi per scopo l’impianto, l’ammodernamento, la riconversione di stabilimenti industriali, la partecipazione e il finanziamento di società esistenti aventi le caratteristiche e gli scopi di cui sopra; ogni altro compito che gli sia demandato da leggi regionali o statuti.
Nelle società di cui promuove la costituzione o a cui partecipa, l’ente assume posizione maggioritaria ove ciò si riveli opportuno in rapporto alle esigenze dello sviluppo industriale della Regione. L’ESPI ha un fondo di dotazione di 108 miliardi e 859 milioni, sottoscritto per il 98,8 per cento dalla Regione; per lo 0,12 per cento del Banco di Sicilia, dalla Cassa di Risparmio e dall’IRFIS con quote paritarie. Le quote di partecipazione di enti e istituti di diritto pubblico nazionale e regionali non possono superare complessivamente l’80 per cento dell’ammontare delle quote sottoscritte dalla Regione e degli altri apporti provenienti dalla liquidazione della So.Fi.S e dagli utili. L’ente è autorizzato a emettere obbligazioni entro il limite di consistenza del quintuplo dei fondi di dotazione.
(...) Attualmente l’ESPI (ex So.Fi.S) e in parte la SFIRS hanno finito con l’assumere le caratteristiche proprie di “holding” a prevalente capitale pubblico, le quali gestiscono direttamente le aziende di cui detengono la maggioranza del capitale.
Corrisponde al vero che le fu proposto di redigere la relazione di stima del valore delle società che passavano da So.Fi.S a ESPI?
Sì, fui avvicinato con molte cautele in quanto, immaginando che accettassi la proposta, si supponeva che avrei richiesto un compenso ingente (forse era nell’uso del luogo). In realtà, la supposta cifra conteneva almeno uno zero in più di quanto avrei immaginato.
Ma, con le premesse che ho prima esposto, è agevole rendersi conto di quanto fosse per me difficile appoggiare tecnicamente quel passaggio (da So.Fi.S a ESPI) con una valutazione delle partecipazioni che SO.FI.S controllava. Tornai almeno due volte a Palermo, nella sede della So.Fi.S-ESPI, per studiare un progetto e per analizzare i valori. L’ultima volta si ebbe perfino una scossa d’assestamento del terremoto del Belice (avvenuto tra il 14 e il 15 gennaio 1968).
Ma neppure la scossa, pur violenta, mi convinse a condividere quella valutazione. Salvo pochissime società (tra le quali la sempre citata partecipazione nella Corvo di Salaparuta, rara avis, infatti, tutte presentavano risultati economici in perdita di oltre il 50 per cento del valore della produzione (e ancor più del fatturato). E le prospettive erano pure fantasie. Nessuna possibilità ragionevole di attribuire loro un valore; declinai con molte cautele l’invito, tra lo stupore generale. Com’è evidente, nessuno pareva rendersi conto della dura realtà.
Una gestione a dir poco singolare di patrimoni pubblici così rilevanti ha mai provocato – a correzione di una certamente malintesa autonomia amministrativa – controlli e interventi?
Nella seduta della Camera dei deputati dell’11 dicembre 1969 l’onorevole D’Aquino ebbe a dire:
Arriviamo adesso alla So.Fi.S. Era questa una società finanziaria siciliana con compiti di spinta e di aiuto per le industrie della regione; era l’ente che doveva incrementare l’industria in Sicilia. Si limitò, nel suo vero compito – a parte la burocratizzazione massiccia, con decine di consiglieri d’amministrazione tutti pagati, segretari generali e vicesegretari, direttori generali e centrali e centinaia di ruotanti negli impieghi – a finanziare tutta una serie di piccole industrie in via di fallimento.
(...) Venite un poco in Sicilia a vedere quanti insediamenti industriali sono emblematicamente rappresentati dai cancelli contorti, arrugginiti e non più in uso! Queste sono le imprese messe su con i soldi della regione attraverso la So.Fi.S e l’IRFIS.
A suo parere, e come molti sostengono, questa era la Sicilia (o la Palermo) dell’epoca?
Dall’esperienza So.Fi.S uscii, in quegli ormai lontani anni, sconvolto. Per decenni non misi più piede a Palermo. Solo a metà degli anni Ottanta, quando una mia allieva – la professoressa Maria Martellini – divenne ordinaria alla facoltà di Economia a Palermo, vi tornai per una relazione a un convegno.
E lì vidi un’altra faccia della medaglia: giovani studenti intelligenti e vogliosi d’imparare, case di gente perbene e genitori che volevano parlarmi dei loro figli in Bocconi, che erano entusiasti dei loro studi a Milano, persone disposte a qualsiasi sacrificio per conquistare ai loro figli un posto decente nella vita.