Il mondo di Guatri
2026/6
Virgilio Degiovanni
Freedomland: un archétipo delle (a dir poco) “stravaganti quotazioni” delle aziende via Internet
Professore, Lei ha dovuto occuparsi delle disavventure di Freedomland e del suo ideatore, Virgilio Degiovanni: un “creativo” senza dubbio, che ha confezionato quello che per qualche mese, nella primavera del 2000, è stato presentato – ed è apparso – come uno dei più promettenti “affari virtuali” della “bolla” di Internet. Perché lo considera un caso emblematico?
Credo che Virgilio Degiovanni sia stato, con la “sua” Freedomland, il solo caso in Italia in cui gli enormi errori delle quotazioni iniziali (Initial Public Offering) delle società di Internet in Italia vennero, in modo clamoroso, alla luce e posti dai media all’attenzione dell’opinione pubblica. Anche se in realtà il fenomeno fu diffusissimo, non solo in Italia, ma in tutto il mondo (con gli Stati Uniti in prima linea). Per questa ragione il “caso Degiovanni” (e questo è l’unico nome di persona vivente che cito in queste interviste) è in realtà da intendere come archetipo di una pratica che fu diffusissima ovunque nella seconda metà degli anni Novanta, giungendo al culmine nella primavera del 2000.
Quali furono gli ingredienti base necessari per organizzare la colossale “bolla” speculativa?
La verità, che il tempo ha ormai consentito di accertare con chiarezza, è che le aziende di Internet furono un simbolo di come gli errori da “input” (cioè legati alle informazioni quantitative immesse nelle formule di valutazione) possano essere spinti oltre ogni limite in presenza di aziende “senza utili e senza storia”.
In tal caso, infatti, la mera “potenzialità” dei valori è stata esasperata sul piano tecnico da alcune circostanze precise e di tutta evidenza:
- mancanza di una storia alle spalle. In realtà, non sono state rare le situazioni in cui il “quadro storico dei risultati” era una pagina assolutamente bianca. Per chi doveva redigere un piano, perdipiù proiettato a lungo e lunghissimo termine, senza disporre di una minima traccia derivante dall’esperienza del passato, è ovvio che le difficoltà si moltiplicassero, fino al punto di rendere ingiudicabile qualsiasi tentativo di proiezione;
- dubbi sulle capacità di implementazione di “piani”. La mancanza di una storia alle spalle rendeva difficile giudicare la capacità del management di realizzare effettivamente i piani formulati e assunti a base delle previsioni a medio, lungo o lunghissimo termine. Il rapporto strategia-pianificazione diventava, come oggi scrivono gli esperti, assai problematico.
Per creare enormi, e redditizie, aspettative era sufficiente un’organizzazione abbastanza semplice: in sostanza bastava assicurarsi la collaborazione di un team di “esperti” disposti ad approfittare della loro posizione professionale per gonfiare talune quotazioni. In pratica, pronte a sfruttare il nome delle grandi merchant bank per le quali lavoravano per avallare potenzialità tutte da provare. Ma i dirigenti delle banche coinvolte in questi giochi potevano non comprendere cosa avveniva?
In questo quadro, il caso Freedomland diventa emblematico: su di esso si sono svolte indagini civili e penali, sono state condotte inchieste giornalistiche, sono state prodotte molte opinioni di esperti; ma non si è mai detto chiaramente che, in modo analogo, se non proprio identico, si sono svolte, nel nostro come in altri Paesi, numerose altre IPO, anzi la maggior parte delle operazioni di quel periodo riguardanti le aziende di Internet (in generale della new economy). E ciò con il consenso (o senza contrasti) di tutti gli organi regolatori.
I suoi, professore, sono rilievi molto precisi e molto pesanti. Vanno ben al di là del caso Freedomland, poiché dal particolare Lei risale al generale e fa intravedere un mondo di abusi del quale nessuna autorità sinora ha avvertito l’esigenza di occuparsi. Malgrado l’enorme dimensione che il fenomeno assumeva; e malgrado emerga prepotentemente il sospetto dell’esistenza di un “parco buoi” deliberatamente preso di mira dalle incontrollate sirene della new economy. Qual è il meccanismo che permette di creare un valore che non esiste?
Su Freedomland si è detto e scritto ormai tutto; potremmo quindi partire da questo caso per descriverne molti altri simili, talvolta sconvolgenti, che costituiscono una delle pagine più oscure del capitalismo moderno.
Potremmo ricordare, ad esempio, a quali errori può portare un’operazione che preveda da un lato un uso disinvolto di alcuni metodi valutativi, dall’altro l’opera di “esperti” in palese conflitto d’interesse!
Ma chi era, innanzitutto, questo Virgilio Degiovanni, trascinatore, fino al delirio di folle di advisor?
Era un giovane di buona famiglia, di bell’aspetto, dai modi cortesi; ma soprattutto con una capacità straordinaria di affascinare i suoi adepti: un gruppo di advisor (una qualifica in inglese fa sempre effetto!), in realtà di venditori/consulenti, legati in una specie di “catena di S. Antonio”. Più trovavano clienti per questo o quel prodotto, acquistandolo e poi vendendolo ad amici e clienti (che potevano diventare advisor a loro volta), più guadagnavano.
Il mezzo giuridico che organizzava la “catena” era la I&T SpA, di cui Degiovanni (familiarmente Degiò) era il dominus. Alle periodiche convention della società, centinaia e centinaia di advisor gli tributavano – mi raccontarono – manifestazioni di entusiasmo, al limite del delirio collettivo. Degiò era il loro idolo. Certo, un giovane così non poteva essere privo di capacità e soprattutto di fascino. Inoltre possedeva straordinarie capacità di marketing; riuscì perfino a indurre un accademico di una grande università a scrivere un articolo (o un libretto) sugli straordinari meriti operativi e concettuali della “catena di S. Antonio”!
Una persona di così vivace intelletto e di straordinaria prontezza di riflessi (e di certo non oppressa da troppi scrupoli) non poteva perdere l’eccezionale occasione di suscitare dal nulla una società di Internet, con un proprio specialistico business model (la televisione legata a Internet!), vendendo una certa quantità del “nuovo” prodotto (foto a p. 352) a mezzo della “catena di S. Antonio”.
A tal fine creò un’apposita società (Freedomland SpA), in modo da quotarla in borsa a mezzo di un’IPO sostenuta da diverse importanti merchant bank per un valore spropositato sotto tutti i profili (per circa un quarto del capitale della società, furono raccolti circa 350 miliardi di lire). Per una società il cui fatturato, a tre anni dalla quotazione, non era arrivato neppure a un miliardo di lire grandi merchant bank prevedevano dunque (ma qui Degiovanni entra personalmente sempre meno, i tecnicismi sono il frutto di altri) che al decimo anno il fatturato avrebbe raggiunto la cifra astronomica di 3.076 miliardi di lire e che, pur partendo da sottozero, al decimo anno l’utile netto sarebbe stato di 488 miliardi di lire (in realtà a tre anni dalla quotazione non si era ancora vista una lira di utile).
Com’è stato possibile che il prezzo di emissione di un’azione sostanzialmente “vuota” sia stato fissato in ben 105 euro per azione? Come fu mai possibile supporre un valore così elevato per una società che non aveva nessuna storia e incertissime prospettive?
Il prezzo di offerta dell’azione Freedomland è semplicemente un’invenzione delle grandi merchant bank nazionali e internazionali: sono state loro a spingere a valutare l’azione (che non valeva praticamente nulla) a ben 105 euro. Eppure nei giudizi elargiti (Tabella 1) questo prezzo sarebbe già largamente “scontato” rispetto al range dimostrato dalle loro stime (116,1/156,6 € per azione). Un grande affare, dunque! Non a caso le sottoscrizioni superarono di 3-4 volte l’offerta: molti sottoscrittori rimasero delusi per non essere riusciti a parteciparvi[71].
Tabella 1 Valutazioni da parte di merchant bank dell’azione di Freedomland in occasione della quotazione: riepilogo dei dati essenziali
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Risultati |
Banca Leonardo |
ING Barings |
Cazenove & Co. |
Commerz Bank |
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Valore con free cash flow (€ per azione) di cui: |
156,6 |
131 |
116,1 |
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• % del periodo analitico* |
25,2% (8 anni) |
45,6% (10 anni) |
19% (10 anni) |
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• % del valore terminale |
74,8%54,4% |
81,0% |
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Valore con analisi EVA (€ per azione) di cui: |
146 |
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• % del periodo analitico* • % valore terminale |
30,4% (8 anni) 69,6% |
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Valori con moltiplicatori (€ per azione) |
162-1.075 |
118-153 |
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* Tra parentesi il numero di anni considerati.
Quanto vi è di certo è che il prezzo dell’IPO non resistette neppure un giorno: la quotazione di Borsa cominciò subito una forte discesa, che in circa tre mesi la portò sotto la metà del prezzo d’emissione.
È ben vero, tuttavia, che sorte negativa toccò nel 2001 alla massima parte delle IPO dell’anno precedente in tutto il mondo; e che, considerando tutte le IPO italiane del Nuovo Mercato, quelle che nel 2001 recavano segni positivi erano ben poche (e perlopiù avvenute nei primi tempi, ad esempio nel 1999, quando ancora la “bolla” non si era gonfiata).
Secondo una statistica pubblicata dal Corriere della Sera il 19 luglio 2001, delle 44 IPO del Nuovo Mercato a tale data risultava che:
- quelle con variazione positiva all’epoca sul prezzo di collocamento erano 8 (tutte o quasi tutte risalenti al periodo ante 2000);
- quelle che registravano variazioni negative oltre il 50 per cento erano 17, delle quali 7 avevano perso due terzi e oltre del valore iniziale (perfino una grande operazione come e-Biscom aveva perso il 67,1%);
- quelle con oltre l’80 per cento di perdita erano 3. Fra di esse, al secondo posto, si collocava Freedomland (con l’86,48%).
Lei ha scritto più volte che alla base delle speculazioni e degli errori riguardanti le società della cosiddetta new economy (e in particolare le società di Internet) vi era il modo in cui le merchant bank anglosassoni avevano proceduto nelle valutazioni. In particolare, disattendendo completamente gli ammonimenti che da tempo provenivano da alcune Scuole europee, tra cui quella bocconiana del valore, che richiamavano continuamente la necessità di distinguere tra valori dimostrabili (i cosiddetti “valori di capitale economico”) e sostanzialmente indimostrabili. È un giudizio tuttora valido?
È proprio così. Nell’aspetto dei metodi valutativi, il punto di partenza è stata l’applicazione esasperata e unica alle IPO delle società Internet del paradigma valutativo dominante nel mondo anglosassone: quello, per intenderci, che definisce il valore dell’impresa con la formula dell’attualizzazione dei flussi finanziari attesi per il futuro, anche a lungo termine; affiancata da controlli e da integrazioni basati sui moltiplicatori dedotti dai mercati.
I rischi di questa visione erano da tempo nell’aria, specie per la ragione che, basandosi sempre più largamente sui flussi attesi e successivi al periodo di “valutazione analitica” (da 4 a 10 anni), cioè sul cosiddetto “valore terminale”, erano valori “potenziali” e non valori “di capitale economico”.
In realtà, il mondo anglosassone non ha mai prestato particolare attenzione alla distinzione, in sede valutativa, tra “valore di capitale economico” e “valore potenziale”. Il primo legato a capacità reddituali già dimostrate e perciò a flussi reddituali attesi di raggiungimento molto probabile, se proprio non certo. Il secondo, legato a capacità reddituali future, di previsione molto incerta, che spesso si traducono in complesse scommesse sul lungo e lunghissimo termine, là dove le previsioni analitiche non ardiscono giungere (proprio la mancata accettazione di questa distinzione può avere avuto una larga parte di responsabilità nel determinare la “bolla” di Internet).
La situazione viene completata dall’osservazione che l’analisi dei moltiplicatori di società omogenee è andata nel tempo complicandosi e divenendo di difficile lettura.
I rischi e le debolezze del metodo si accentuano nelle applicazioni alla new economy, e in ispecie alle aziende di Internet, divenendo una miscela assai pericolosa dei flussi attesi nel lunghissimo termine, con una storia brevissima o inesistente e comunque fatta solo di perdite, e di moltiplicatori privi di supporti causali.
Ma perché il paradigma valutativo dominante, criticabile ma raramente giunto fino al punto di generare errori clamorosi quando applicato alle società della cosiddetta old economy (e più in generale delle società che hanno alle spalle una storia nota e dispongono di un’adeguata analisi fondamentale), diventa una miscela tanto pericolosa per le aziende di Internet?
In breve le ragioni sono queste. Mancavano, innanzitutto poiché impossibili o perché evitati a causa dei risultati troppo modesti che avrebbero espresso, riferimenti a valori di “capitale economico”. Condizione di poco rilievo per il mondo anglosassone, che non dà credito e comunque non dà importanza a tale concetto; anzi lo ha sempre ignorato. Rilevante per la cultura europea, per la quale il concetto è ben noto e accreditato. Il mondo anglosassone si rendeva dunque complice di una dimenticanza che non poteva essere casuale: il fatto che i valori assunti ai fini delle IPO fossero solo “potenziali puri”, il che vuol dire equivalenti a speranze legate anche a eventi lontani e difficilmente prevedibili, quindi a una sorta di scommessa il cui grado di rischio non è predeterminabile, era evidente per gli operatori competenti e doveva essere reso evidente anche per il pubblico.
Tanto più che, nel caso delle aziende di Internet, la mera “potenzialità” dei valori è esasperata sul piano tecnico da alcune circostanze precise e di tutta evidenza. Ne ricordo due fondamentali.
- La previsione dei flussi attesi doveva essere condotta sul lungo e lunghissimo termine, poiché i flussi successivi al periodo di “prevedibilità analitica” (4-10 anni) erano di peso dominante (e talvolta esclusivo); e spesso si assumevano, dopo tale periodo, ipotesi indimostrabili sui tassi di crescita a lunghissimo termine (il fattore “g”, perdipiù assunto con grandezze molto elevate).
- La previsione si svolgeva in condizioni tali da non rendere possibile, di solito, l’applicazione delle regole dell’analisi fondamentale, per la mancanza di una significativa storia e per la frequenza di una serie di carenze conoscitive che rendevano assai incerta la formazione dei piani. Circostanza della quale gran parte delle merchant bank valutatrici e degli analisti pareva non volersi rendere conto.
Ricordo un caso-limite del quale (ma solo dopo!) si parlò in tutto il mondo, quello della società americana e.Toys: quotata nel maggio 1999 a 20 dollari per azione; salita nel primo giorno di negoziazione a 76,56 dollari e pervenuta nell’ottobre a 86 dollari; scesa, il 17 aprile 2000, a 4,75 dollari. Ebbene questa società nel Registration Statement per l’IPO elencava tra i propri rischi il seguente: «I nostri risultati operativi futuri sono imprevedibili». Una verità che tutti, o quasi, avrebbero potuto ammettere (ciò non toglie che anche e.Toys abbia avuto le stesse vicende degli altri titoli).
Lei ha scritto che l’errore più pesante consisteva soprattutto nell’estrema debolezza (al limite della pura invenzione) del business plan.
È vero. Quanto emerse poi in molti casi, dal raffronto tra vari esempi di business model e di business plan, fu la debolezza dei rapporti causali tra gli ampi e circostanziati contenuti del primo e le deduzioni quantitative espresse nel secondo.
Ciò va detto in particolare per la componente “ricavi”, per la quale il collegamento causale con il business model appariva troppo spesso indimostrato. Sembrava dal più al meno fondato su un atteggiamento di generica fiducia nei confronti di chi decideva (soggettivamente) in qual modo le informazioni descritte si potessero tradurre in quantità (numero di clienti, tempi e modi d’utilizzo dei servizi, prezzi e tariffe, quote di mercato, e così via). La vera cesura concettuale si formava su questo punto: la difficoltà, in sostanza, di prevedere senza gravi rischi e serie arbitrarietà la misura e le modalità quantitative del “successo” (oppure dell’insuccesso).
Se però si trascura questa cesura tra il qualitativo e il quantitativo, dal più al meno presente, se non se ne apprezzano le inevitabili alee, le deduzioni quantitative assumono connotazioni di apparente certezza che non hanno e non possono avere. È forse questo il concetto basilare che, nell’euforia della “bolla” di Internet, non è stato adeguatamente considerato e trasmesso agli investitori.
È vero che le merchant bank abitualmente prolungavano esse stesse i piani aziendali da 4-5 anni a 8-10. E perché mai?
Per quanto strano, è stato proprio così, come del resto non di rado avviene anche oggi in molti casi e non solo per le società della new economy.
Rischi e arbitrarietà si esaltavano ovviamente quanto più si prolungava nel tempo il periodo di proiezione esprimente la traduzione quantitativa nel business plan dell’informazione prevalentemente qualitativa/descrittiva del business model.
Il passaggio delle proiezioni da 4-5 a 8-10 anni, tipico per alcune merchant bank, ad esempio, si è dimostrato drammaticamente incidente in termini di rischi e arbitrarietà: la seconda parte del lungo periodo finiva per esprimere grandezze finali per le quali più che difficile era impossibile trovare un collegamento causale con le premesse contenute nel business model.
Per l’investitore ciò equivaleva concettualmente ad acquistare un’azione non per l’importo dei dividendi attesi, o semplicemente degli utili attesi, ma per la stima di un lontano e del tutto “potenziale” valore terminale.
Insomma, l’investitore acquistava un “valore terminale”. Del resto, ha osservato uno studio di Robert Eccles e altri, delle 506 società che si erano quotate al Nasdaq dall’inizio del 1999, due anni dopo «il 75 per cento non aveva ancora nessun utile».
Mi pare che ci fossero anche di mezzo quelli che Lei ha chiamato, in uno studio con Mauro Bini, i “falsi” multipli?
Sì, l’uso, a titolo diretto di stima, o per fini di verifica, di moltiplicatori dedotti dalla Borsa o da negoziazioni del controllo di società, doveva quasi sempre affidarsi a performance “non causali”, per mancanza appunto di riferimenti “causali” (utile, flusso di cassa, EBIT, EBITDA ecc.).
Erano i moltiplicatori “casuali” o “falsi” e la cosiddetta web metrics. Osservava ancora in proposito Robert Eccles che gli analisti che si dedicavano alla “nuova metrica”, ad esempio i moltiplicatori prezzo/vendite, prezzo/numero di clienti, eccetera, si scordavano spesso della logica: «Anziché consigliare gli investitori sul valore di società, questi analisti razionalizzano ciò che investitori sono disposti a pagare, anche se stanno scommettendo d’impulso e non prestano attenzione ai fondamentali».
A quale scopo Lei assunse, nel novembre 2000, la presidenza di Freedomland e con quali obiettivi?
Su richiesta di un illustre collega e amico (il dottor Piero Gnudi; foto a p. 352) assunsi, nel novembre del 2000, la presidenza del Consiglio di Freedomland (e con me tutto il Consiglio fu rinnovato, con persone di alto livello)[72]. Gli scopi del mio intervento furono così spiegati alla prima riunione del nuovo Consiglio da una mia dichiarazione programmatica:
Desidero premettere che ho accettato lo scorso 9 novembre 2000 la presidenza del Consiglio di Freedomland con l’obiettivo di concorrere a ripristinare, con le misure e nei tempi possibili e in massima trasparenza, la “credibilità strategica” della società e la fiducia dei mercati, scosse da una serie di eventi. I dubbi di credibilità strategica di Freedomland vertono sostanzialmente sulla validità e applicabilità del suo disegno strategico, anche se sono stati scatenati da fatti d’altro genere, come la supposta non veridicità di alcune comunicazioni fatte all’atto dell’IPO. Su quest’ultimo tema non mi intrattengo qui, anche perché accertamenti sono in corso in altre sedi.
Mi limito a rilevare che il business plan originario risulta superato dagli eventi, che in parte si ricollegano a fenomeni d’ordine generale, che infatti si sono ripercossi su tutti i mercati della new economy. Oggi, tra l’altro, vengono in tutto il mondo rimessi in discussione i modelli valutativi con i quali gran parte delle società della new economy, senza una storia alle loro spalle, si sono presentate sui mercati.
Quale ne possa essere la spiegazione, la crisi di fiducia e credibilità del progetto strategico di Freedomland e delle modalità per la sua realizzazione (poiché qualsiasi piano strategico non solo dev’essere razionale, ma dev’essere realizzabile) esige una serie urgente di interventi.
(omissis)
Considerando che, per fatti di varia natura, la credibilità della società è oggi significativamente compromessa, crediamo che – al di là dei correttivi proponibili – sia comunque non solo utile, ma necessario, esaminare le possibilità di interventi di altre società del settore o di settori contigui.
Società capaci di apportare a Freedomland nuove capacità tecnologiche, di marketing e anche imprenditoriali, assumendone sostanzialmente il controllo.
A quest’ultimo fine il Consiglio di Freedomland potrà precisare e integrare l’incarico professionale al dottor Piero Gnudi, affidandogli il compito, con l’ausilio di esperti di sua scelta, di un’esplorazione degli interessi di partecipazione espressi o esprimibili da parte di terzi potenziali interessati. Alcune prime manifestazioni d’interesse si stanno verificando. Tendenzialmente tutti gli interessati debbono essere sentiti.
Tale esplorazione consentirà di vedere se e a quali condizioni possono essere avviate e condotte trattative, sperabilmente da concludere in pochi mesi (3-4), tra le quali il Consiglio di Freedomland prima e gli azionisti poi potranno identificare la migliore proposta.
Dalle prime informazioni disponibili, non vi è da farsi illusioni che il “valore” del progetto Freedomland possa collocarsi su livelli prossimi a quello del collocamento dello scorso aprile. Ciò anche in relazione, ovviamente, al crollo dei valori dei titoli tecnologici (Nasdaq -50% circa; Nuovo Mercato -70% circa dal 10 marzo 2000).
In considerazione dell’ultimo aspetto citato, dovremo vedere in qual modo, con il necessario consenso dell’azionista di controllo, sarà possibile favorire (nei concambi, o in altre forme tecniche) gli azionisti estranei al controllo. Obiettivo che consideriamo altamente auspicabile.
Il nuovo Consiglio d’Amministrazione di Freedomland ha potuto fare qualcosa?
La sintesi dell’opera del nuovo Consiglio è così riassunta nel libro che dedicai al “caso”[73].
A fine novembre-inizio dicembre 2000, quando fui in grado di rendermi conto dall’interno della situazione di Freedomland, la trovai, se non si vogliono usare eufemismi, estremamente difficile. In breve:
- la procura della Repubblica di Milano aveva in corso indagini per varie ipotesi di reato, delle quali il 5 ottobre era stata data notizia al mercato;
- la società di revisione non aveva rilasciato la certificazione al bilancio al 30 giugno 2000 (tanto che l’assemblea convocata per il 26 ottobre dovette rinviare la trattazione dell’argomento);
- la società, nata da poco e troppo in fretta quotata in Borsa, mancava di un efficace sistema di controllo interno; il che, anche per i molti rapporti commerciali con “parti correlate”, era fonte di continui sospetti;
- i rapporti con Consob erano molto difficili per la società, sottoposta a richieste e contestazioni molteplici (esse sfociarono il 4 dicembre 2000 nell’istanza al Tribunale di Milano di revoca del Collegio sindacale ex art. 152, comma 2 del D.lgs 58/1998. Ciò aprì la procedura ex art. 2409 Codice civile, vera spada di Damocle per tutti gli organi societari, Consiglio compreso);
- i risultati via via pubblicati rendevano evidente che il business plan iniziale era stato disatteso già nel primo anno;
- da tutto ciò una situazione di grave discredito per Freedomland, in cui tra l’altro la stampa nazionale e perfino internazionale aveva data un’eco altissima, che ne fece un “caso” emblematico degli errori della New Economy.
Tutto ciò è comprensibile; lo stesso è del resto avvenuto negli Stati Uniti per diversi casi, anche di ben altra dimensione. Un po’ meno comprensibile, di fronte a tante IPO, che anche in Italia hanno dato risultati molto negativi e non lontani da quelli di Freedomland, che tale risonanza sia stata – specie da alcuni organi di stampa – riservata in esclusiva a Freedomland. Ma questo è un altro discorso.
È vero che nell’aprile 2001 la situazione pareva risolta?
Sì, ma era un’illusione. All’inizio di aprile 2001, dopo circa 5 mesi, la situazione sembrava infatti rovesciata e risolta. La stampa riservò questa volta a Freedomland (e forse ancor più alla cessione del suo “controllo”) toni quasi trionfalistici. Ecco alcuni titoli del 6-7 aprile: “Freedomland cambia pelle” (La Stampa), “Internet, la ristrutturazione italiana” (L’Unità), “Benfatti: Freedomland rilancio entro il 2003” (L’Arena/Il Giornale di Vicenza), “Freedomland volta pagina” (Italia Oggi), “Freedomland diventa tv interattiva. Addio a Internet per raggiungere il pareggio entro il 2003” (Libero), “Freedomland si rifà il trucco” (bloomberg.com), “Freedomland, il cantiere riapre” (XXX. com), “Freedomland, chiusa l’operazione” (Milano Finanza), “Cairo, Cuneo e Benfatti entrano nel capitale di Freedomland.
Passa alla nuova cordata il 29,8% della società di Degiovanni, il titolo sale in borsa” (Il Sole 24 Ore).
In quegli stessi giorni, il Tribunale di Milano archiviò il procedimento ex articolo 2409 Codice civile: si trattava della più importante condizione che teneva in sospeso il contratto di cessione. Ma era anche l’indicazione di un processo di riordino e riorganizzazione amministrativa avvenuto. I rapporti con gli enti di controllo e con i revisori nel frattempo si erano normalizzati; le gravi tensioni e incomprensioni iniziali non esistevano più. L’efficienza del controllo interno era rapidamente migliorata ed erano state poste le basi per il suo graduale perfezionamento; i rapporti con le “parti correlate” erano tenuti sotto rigoroso controllo. La borsa reagiva positivamente alla notizia della cessione e il 5 aprile il prezzo tornava sopra i 31 euro.
Tutto finito dunque? Così sembrava, confermando la personale speranza di concludere la “missione” Freedomland entro il 15 maggio. Ma non fu così. Poco tempo dopo la magistratura penale, che stava indagando su Degiovanni e altri, sequestrò le azioni, nominò un sequestratario (al quale passò il diritto di voto), che a sua volta nominò un nuovo Consiglio. Tutti gli interessamenti acquisiti svanirono.
La società verrà poi ceduta a prezzi inevitabilmente inferiori: infatti una cosa è condurre una trattativa quanto la borsa quota sopra 30 euro per azione, altro è svolgerla quando la quotazione si è ancora una volta dimezzata.
Risponde al vero che all’assemblea degli azionisti dell’ottobre 2001 si presentò ai soci con un libro dedicato a Freedomland? Un libro scritto d’impulso nella vacanza estiva di agosto a Casa de Campo a Santo Domingo?
È vero e credo sia stato un caso più unico che raro: all’ingresso della sala assembleare i soci, oltre ai documenti formali, ricevettero in regalo il libro. Non potevo distribuire dividendi, né dare notizie confortanti, ma spiegavo agli azionisti puntualmente in che cosa era consistita la start-up IPO di Freedomland (la quotazione di un’azienda in fase di avviamento, senza nessuna storia alle spalle, valutata da grandi merchant bank ecc.) e le vicende dei tentativi, svolti fino al sequestro giudiziale delle azioni di maggioranza, di salvare il salvabile.
Quel libretto (accompagnato da un saggio con Mauro Bini “Una teoria del valore per le imprese di Internet”) mi occupò interamente in quell’agosto nel mio buen retiro al Naranjos 8 di Casa de Campo. Fino alle 16 scrivevo ogni giorno rapidamente, e la fidata Anna Gigante traduceva il testo nel computer e lo trasmetteva il giorno dopo in Italia ai responsabili di Egea (la casa editrice dell’Università Bocconi).
Pregai il dottor Mariani di rinviare le ferie (in ciò spalleggiato dalle pressioni del consigliere delegato Mirka Giacoletto) e si ottenne dalla tipografia Mori di Varese di stamparlo in quel mese sacro alle vacanze degli italiani. Quando ritornai ai primi di settembre il libro era pronto.
Mi si potrebbe chiedere perché mai lavoravo al libro solo fino alle 16. Semplice: a quell’ora l’amico professor Nicola Gagliani già mi attendeva per la quotidiana partita di golf: alla quale nessun motivo (neppure Freedomland) poteva sottrarmi.
Si giunse al punto (si veda Milano Finanza del 6 aprile 2000, p. 17) che nell’imminenza dell’emissione sul grey market a Londra il titolo quotasse «con uno spread denaro-lettera tra i 180 e i 220 euro» (dunque all’incirca il doppio dei 105 euro del prezzo di emissione). Vere follie.
Tra queste ricordo, nel corso del 2001, Marco Vitale (vicepresidente dal 29 giugno), Angelo Catapano, Maria Martellini, Giampio Bracchi (dal 29 giugno), Enrico Valdani (dal 29 giugno). Tutti mi furono di grande aiuto, alcuni furono essenziali.
L. Guatri, Freedomland. Un’esperienza sul valore conseguente a uno startup IPO, Egea, Milano, 2001.