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Il mondo di Guatri

2026/6

César Marzagalli

L’amico argentino che portò a Buenos Aires la Scuola bocconiana del valore

Che lei, professor Guatri, non ami viaggiare o addirittura spostarsi nel nostro Paese è noto. Ed è risaputo che difficilmente accetta di uscire da Milano anche per impegni professionali. La disturba, evidentemente, interrompere il ritmo di lavoro che si è dato e che le permette di seguire da vicino i suoi interessi principali: la professione, la ricerca, la stesura dei suoi libri, la cura della “sua” Bocconi. Ci sono tuttavia due mete che raggiunge senza troppo protestare.

Una è la Repubblica di Santo Domingo, ove ha una sua villa in Casa de Campo, ma soprattutto la sua “oficina”: in realtà il suo studio ove – grazie anche alla presenza della segretaria Anna, che riesce sempre a trovare tutto quello che le serve – può lavorare al suo prossimo libro (ne ha sempre uno in cantiere). Inoltre la villa si trova in una zona circondata da campi da golf e può quindi frequentemente dedicarsi al suo sport preferito. La seconda gradita meta, non molto nota ma che rivela l’esistenza di un saldo legame, è l’Argentina, che ha raggiunto più volte. Come mai?

Quello con l’Argentina è prima di tutto un legame familiare, arricchito da calde amicizie e da un’intensa e proficua collaborazione accademica.

La “colpa” dei miei viaggi, effettivamente numerosi, in America Latina è di César Marzagalli, presidente e poi Rettore per oltre un decennio dell’UADE (Universidad Argentina de la Empresa). Numerose volte mi convinse a lunghi viaggi a Buenos Aires, tra il 1988 e il 1997, per portarvi segni di collaborazione e amicizia della Bocconi, per tenervi seminari, per presentare miei libri in spagnolo; perfino per ricevere onorificenze.

Perché mai solo Marzagalli e solo l’UADE?

Semplice: perché Marzagalli è un amico corretto e simpatico; e perché l’UADE si trova a Buenos Aires. E qui sta un forte ramo della famiglia Guatri.

Quando vi andai per la prima volta nel 1988, per celebrarvi davanti al Presidente della Repubblica Raùl Alfonsin il 25° anniversario dell’UADE, le ragioni della mia presenza furono subito chiare all’aeroporto di Ezeiza: vennero ad accogliermi, appena sceso dall’aereo, il presidente Marzagalli e il Rettore Vergara de Carril, che mi accompagnarono all’uscita facendomi passare la dogana senza alcun controllo (siamo pur sempre in Sud America!).

Ma, appena giunto all’uscita, una quindicina di persone (alcune di media età, altri giovani e perfino bambini) mi attendevano con gioioso calore: erano i Guatri del ramo argentino, capitanati dai miei cugini Franco e Domenico. Che mi abbracciarono e mi baciarono tutti: erano venuti a prendermi. Dovetti scusarmi con le autorità accademiche, dando loro appuntamento più tardi.

Fui profondamente commosso da quella accoglienza; è un ricordo che è rimasto nella mente mia e di mia moglie Lina, che in quell’occasione era con me. Con me vi erano il professor Carlo Secchi (che chiamavo il mio “ministro degli Esteri”; e la dottoressa Mirka Giacoletto, che allo spagnolismo nei rapporti con le signore diede in quel frangente dure lezioni... (si fece fermamente accettare nella sala da pranzo del Jockey Club, da sempre rigorosamente riservata ai soli uomini; foto a p. 341).

Occuparsi di studi accademici, di ricerca, del buon funzionamento dei luoghi (le università) destinati a preparare i cittadini di domani a ben operare per la comunità, è dunque una sua vocazione?

I fatti sono questi. Il 14 settembre 1988 cadeva il 25° anniversario dell’UADE (fondata su iniziativa de la Camera de Sociedades Anònimas nel 1962). Marzagalli, un ex industriale e manager di origini piemontesi, innamorato dell’Argentina (come tutti gli abitanti di origine italiana che vi ho conosciuto, compresi modestamente i Guatri), era impegnato al 100 per cento nella presidenza dell’università, alla quale aveva saputo trasmettere un grande dinamismo.

Questo si era tradotto nella realizzazione di imponenti edifici sulla Calle Lima, in pieno centro della città, a fianco dell’Avenida 9 de Julio, una delle più ampie e lunghe del mondo. Marzagalli aveva però compreso che senza appoggi culturali e riferimenti ad altre grandi università del mondo l’UADE non avrebbe mai raggiunto livelli di eccellenza.

Nella Bocconi aveva, con il suo intuito, visto un importante partner e, incontrandomi a Milano, aveva capito che ero sensibile al problema. E che – in quei tempi – la mia contemporanea posizione di Rettore e consigliere delegato gli avrebbe facilitato gli sforzi. E così fu.

Il primo rilevante compito che mi riservò fu il discorso per il 25° anniversario davanti al Presidente Alfonsin (“El Presidente de la Democràtia” com’egli lo chiamava: era succeduto, infatti, nel 1983 alla giunta militare; e fu uno dei presidenti più amati e rispettati).

Naturalmente mi ero portato il discorso ufficiale, già rivisto a Milano con Secchi e Giacoletto (e che avevamo fatto tradurre dal nostro professore di spagnolo). Marzagalli, da uomo pratico, mi mise subito al fianco il dottor Lisdero, al quale lessi una o due volte il discorso, che egli precisò in qualche punto: concluse che la lettura era buona. Concetto confermato, il giorno seguente, dagli addetti della presidenza della Repubblica, che si complimentarono ma che mi chiesero affabilmente – per ragioni di tempo – di leggerlo in italiano.

All’ora della celebrazione dell’evento, verso le 11 del mattino, quando nell’aula magna entrò Alfonsin, tutti si alzarono intonando a squarciagola l’inno nazionale. Tutti cantavano con forza, pronunciando chiaramente le parole: vedevo dal palco anche mio cugino Franco (che nonostante i suoi pressanti impegni di medico ospedaliero non aveva voluto mancare) cantare con entusiasmo. A tal punto che, pur non conoscendo le parole dell’inno, anch’io mi misi a farfugliare qualcosa.

Mi ero anche commosso; pensavo che questo non accadeva mai in Italia, dove solo l’ipotesi di aprire le cerimonie accademiche, pur in presenza di qualsiasi autorità, intonando l’inno nazionale sarebbe stata ancor peggio di una stravaganza... (ci vorranno gli anni di Ciampi per riportare al rispetto almeno il tricolore). Che emozione!

Il quotidiano La Nación, che dedicò all’avvenimento un articolo (sovrastato da una foto che inquadra Alfonsin tra me e Marzagalli), scrisse tra l’altro:

Alfonsin destacó el aporte de la UADE a la Nación en la formación de jóvenes y en el equipamiento humano de las empresas. Al dirigirse a los estudiantes, el Presidente les señaló algunas responsabilidades: «Cuando la igualdad de oportunidades todavía no es una verdad absoluta en la Argentina, quienes han llegado a la Universidad son privilegiados. Por eso, dijo, deben ser solidarios con el pais, y en tiempo de estudio solidaridad se llama estudiar. Trabajen, tengan sus propias empresas, pero recuerden que la propiedad tiene una hipoteca social que deberá volcarse en beneficio de la sociedad».

Vergara del Carril se refirió a la misión de las universidades privadas en America latina y recordó que hoy la UADE, especializada en la formación de dirigentes de impresa, cuenta con 6000 alumnos, 8000 egresados y un Instituto de Investigación Económica. El presidente de la Fundación, por su parte, habló de la importancia del convenio establecido con la Universidad Bocconi, que permitirá no sólo el intercambio de docentes y estudiantes, sino también la profundización de la investigación en el área de la organización empresarial y la orientación de la politica económica[34]

Il giorno precedente avevo tenuto, con il professor Carlo Secchi, un seminario nell’auditorio dell’UADE gremita di studenti e docenti sul tema: “Los requisitos humanos y técnicos, indispensabiles para el éxito de la empresa en el mundo moderno” (“I requisiti umani e tecnici, indispensabili al successo dell’impresa nel mondo moderno”).

Un buon punto di partenza per stabilire amichevoli rapporti di collaborazione?

Anche per questo divenni il grande amico e, per alcuni anni, il sostenitore dell’UADE. Ma Marzagalli non volle mai che facessimo tra Bocconi e UADE un contratto “tipo Pietroburgo” (cioè con i costi a nostro carico e i ricavi a favore dei russi, come all’epoca di Gorbaciov): disse con chiarezza che avrebbe desiderato ogni nostro aiuto, ma che intendeva “pagare il giusto prezzo”; e così fece (foto a p. 341). Questa è la differenza tra l’avere dignità e il non averla (o non poterla avere).

Perciò ebbe tante occasioni di raggiungere l’Argentina?

A Buenos Aires ho più volte tenuto conferenze e partecipato a tavole rotonde. Sempre parlando in italiano e capendo perfettamente lo spagnolo del luogo. Forse in nessun altra città al mondo l’italiano è la lingua meglio compresa e gli italiani più facilmente comprendono lo spagnolo. Credo non vi sia molto da meravigliarsi: Buenos Aires è la città al mondo con il maggior numero di italiani d’origine, quasi il doppio di Roma e il triplo di Milano.

Mi è rimasta impressa la visita a Buenos Aires di fine agosto 1992 per partecipare a un seminario sui processi di privatizzazione, che in quel tempo in Argentina erano in pieno svolgimento, sia pure tra successi ed errori (come, del resto, dal più al meno, avvenne anche in Europa), e che stavano facendo rinascere in quel Paese l’interesse per la borsa valori. Nell’agosto del 1992 passai a Buenos Aires giornate indimenticabili, per varie ragioni.

Al ritorno, pubblicai su Il Mondo del 14 settembre 1992 un articolo in cui ripercorrevo quell’esperienza, scrivendo:

A Buenos Aires, il 25 e il 26 agosto, si è svolto un incontro internazionale dedicato al confronto tra i processi di privatizzazione delle imprese, oggi in corso in tutto il mondo. E oggetto, in Argentina, di attenzioni e di interesse diffusissimi. Questo Paese ha effettuato, tra l’inizio del 1991 e il luglio 1992, vendite per oltre 6.600 milioni di dollari (per una parte a credito): una cifra imponente (equivale a quasi 7.000 miliardi di lire), che ha concorso, con altri provvedimenti, al ritorno della fiducia da parte degli operatori e dei risparmiatori (questi ultimi hanno talora sottoscritto anche rimpatriando capitali dall’estero). Il capitale internazionale ha ripreso, dopo vari decenni, ad avviarsi verso il Paese.

Ma soprattutto clamoroso è il risveglio d’interesse che ha avuto la borsa. Prima quasi inesistente, la borsa di Buenos Aires è salita dai volumi giornalieri di 20 milioni di dollari nel marzo 1991 a livelli di oltre 100 milioni di dollari (con punte fino a 130 milioni di dollari in alcuni periodi). In termini di prezzi, tale borsa ha avuto performance straordinarie: nel 1991 ha presentato la massima escursione positiva nel mondo; e il fenomeno è continuato per i primi mesi del 1992. Dopo di che, a partire da giugno, la borsa è complessivamente entrata in una fase riflessiva di prezzi. Allora per le due principali imprese privatizzate e quotate è cominciato un dramma, che richiama in questi giorni, per pagine e pagine, l’attenzione della stampa.

Chi ha comprato nel dicembre del 1991 le azioni della Telefonica, investendo ad esempio 5.000 pesos, si è trovato a fine maggio 1992 con un valore di quotazione di 9.930 pesos (quasi il raddoppio in 6 mesi). Oggi, dopo i ribassi di luglio e agosto, si trova ancora con un valore di circa 6.700 pesos.

Molto peggio è andata per chi ha sottoscritto le azioni della seconda grande emissione attinente a una società pubblica privatizzata e quotata: la Telecom. I 5.000 pesos investiti nel marzo 1992 hanno raggiunto un valore massimo di 5.476 a fine maggio; ma a fine agosto valgono purtroppo solo 3.600 pesos. Il guaio maggiore è che le banche hanno in ogni modo invogliato i piccoli risparmiatori a prendere soldi a prestito (naturalmente ai tassi stratosferici che corrono in Argentina) per sottoscrivere le azioni delle società in questione.

Conseguenza ovvia: i forti gravami di interessi su capitali in parte distrutti (almeno nel caso Telecom) dalle quotazioni borsistiche. Si è giunti al punto che il ministro dell’Economia Domingo Cavallo (peraltro smentito dal capo del governo Carlos Menem) ha addirittura proposto un intervento dello Stato a sostegno della borsa, cioè dei piccoli azionisti troppo presto delusi nelle loro illusioni di nuovo capitalismo.

Nello stesso 1992 presentai un mio articolo sui bienes immateriales dal titolo “La diferential fantasma”: che nello stesso anno inaugurò la serie delle Editiones UADE (con altri cinque articoli sul n. 1 –año 1).

Nella prefazione scrive il presidente e Rettore Marzagalli:

Iniciamos la serie con un conjunto de seis artículos del eminente Profesor de la Universidad Luigi Bocconi, de Milán, Italia, Dr. Luigi Guatri, los que, bajo el título genérico de “EVALUACIÓN DE LAS EMPRESAS. Principios y Métodos”, fueron publicados en la revista “Finanza, Marketing e Produzione” de dicha Casa de Altos Estudios y traducidos bajo la supervisión profesional del Dr. Alfredo Lisdero, de nuesta Universidad[35].

A tutto quanto sinora elencato possiamo dunque aggiungere anche la soddisfazione dello studioso e dello scrittore?

Nel n. 6 dell’anno terzo, Editiones UADE pubblica una sintesi dell’edizione 1994 del mio libro La valutazione delle aziende (Egea), sapendo nella premessa cogliere una sintesi efficace:

La creación del valor no puede determinarse por la aplicación de una mera fórmula matemática ya que, además de conceptos prioritarios, cuales son la matemática ya que, además de conceptos prioritarios, cuales son la búsqueda de la rentabilidad y el control de los riesgos, contiene factores no mensurables, cuales son el interés en la compañía come ente capaz de aceptar la creatividad de sus dirigentes estimulados por su profesionalidad y deseo de crecer[36].

Nel 1994 tenni all’UADE anche una prolusione, in occasione del conferimento del titolo di Accademico di cui mi fu fatto l’onore dall’Academia Argentina de las Empresas, che ricevetti contemporaneamente al grande industriale argentino (di origini italiane) Gian Felice Rocca, il capo della Techint.

Nel viaggio successivo, dall’ultimo piano del grattacielo Techint, sul rio de la Plata, da dove si dominava tutta la vastissima città, mi fu illustrata, con giustificato orgoglio, da Sergio Einaudi (uno dei soci, discendente del grande Presidente Luigi Einaudi) la storia del gruppo. Forse uno dei grandi successi imprenditoriali italiani al mondo.

Nel 1992 vi fu anche una visita in Bocconi del Presidente Carlos Menem.

Lo ricordo fin troppo bene. Il Giorno così commentava, il 9 ottobre 1992, la presenza del Presidente argentino nell’aula magna della Bocconi:

Carlos Menem ha conquistato la Bocconi. Applausi e tanta simpatia hanno caratterizzato la puntata milanese della visita in Italia del presidente argentino. Look da yuppie che l’ha fatto entrare nella hit parade degli uomini più eleganti dell’anno, capelli e basette curatissimi come sempre, battute efficaci dette al momento giusto, Menem è riuscito a calamitare l’attenzione della platea che gremiva l’aula magna della Bocconi in ogni ordine di posti. Un vero manager, che si è lasciato alle spalle quell’aria un po’ da cowboy, un po’ da playboy con cui era entrato dall’ingresso principale della casa Rosada, quel giorno del luglio 1989. (...) Zigzagando tra le disavventure familiari (il divorzio dalla moglie Zulema) e le critiche per il suo stile spregiudicato, ha rimesso l’Argentina su una carreggiata che sembra giusta e che fa invidia non solo ad altri sudamericani, ma anche a qualche italiano. «Grazie alle privatizzazioni a tutto campo, dai telefoni alle compagnie aeree, dalle ferrovie alle centrali elettriche – ha detto Menem – abbiamo eliminato in tre anni un’inflazione che si aggirava intorno al 26.000 per cento. Il cambio ora è stabile e il pesos vale un po’ più del dollaro».

Quell’8 ottobre 1992, quando porsi a Menem la medaglia d’oro a ricordo della visita e del suo discorso nell’aula magna della Bocconi, prima che me ne rendessi conto, mi stampò sulle guance due grandi baci. Così era l’uomo: come egli stesso ricordò in quel giorno, figlio di un emigrante siriano. «Mio padre era un venditore ambulante e noi l’aiutavamo. Nonostante molte difficoltà, riuscì a mandare all’università quattro figli. È lui che mi ha insegnato molto». Di lui si potrà dire tutto, ma non che non riuscisse simpatico.

Debbo dire, professore che Lei si è costruito un’eccezionale riserva di ricordi al centro dei quali, al solito, campeggia la Bocconi.

È per tutte queste ragioni che è nato il mio affetto per l’Argentina. In ciò seguendo, seppure in parte, l’affetto che a essa lega il grande amico Victor Uckmar (foto a p. 341). Che, oltre a essere più volte stato consulente di ministri economici per i temi della fiscalità (come, del resto, per vari altri Paesi sudamericani), ha spinto l’attaccamento a questo Paese fino a crearsi una grande azienda agricola al nord, verso la città di Salta: la cui pianta ho più volte visto nella sua villa di Arenzano e che, se il tempo mi darà vita, mi piacerebbe vedere di persona.

Mi sembra, del resto, che tra i genovesi e l’Argentina esistano legami speciali. Alla fine del secolo XIX, con l’affermarsi della vocazione portuale della città, si forma il quartiere della Boca, abitato in larga parte da marinai genovesi immigrati in quell’epoca. Ancora oggi, mi si dice, gli abitanti della Boca sono chiamati xeneizes; e questa stessa scritta appare sulle maglie della nota squadra di calcio del Boca Juniors.

A Buenos Aires ho anche disputato un giorno una partita di golf, che i miei cugini avevano organizzato per farmi vincere. La sfida, un po’ addomesticata, si svolgeva contro un apprezzato notaio della città, che il golf conosceva molto meglio di me. Per quanto s’impegnasse al minimo e nonostante il tifo acceso di tutti i presenti, il risultato dell’incontro andava inesorabilmente a mio sfavore (oltretutto non ero in giornata positiva). La delusione serpeggiava sui volti di tutti... A breve distanza dalla conclusione, una pioggia liberatrice (poche gocce d’acqua) consentirono, per grazia ricevuta, di dichiarare l’incontro chiuso in pareggio. E tutti furono contenti.

Caro Professore, durante questa galoppata nei ricordi d’oltreoceano non si è commosso ma, devo annotare, si è volentieri abbandonato a una liberatoria parentesi sentimentale. Tornerebbe volentieri a Buenos Aires?

Non so dire per quali ragioni, da Buenos Aires sono sempre partito lasciandovi un pezzetto di cuore. Sul piano accademico, a cominciare da César Marzagalli, vi ho sempre trovato dei veri amici, aperti ammiratori della Bocconi (e indirettamente dell’Italia: cosa che altrove mi è successa ben di rado; mai, ad esempio, a Santo Domingo, dove vivo tre mesi all’anno). Gli amici Lisdero, padre e figlio (ambedue anche miei traduttori-amici), mi hanno meglio di chiunque altro fatto comprendere che cosa significhi la contabilità dell’inflazione (il figlio è anche venuto a spiegarcelo in Bocconi); alcuni incontri conviviali tra amici, davanti all’azzurro abbagliante del Rio Paranà, mi sono rimasti negli occhi; il silenzio quasi religioso e la partecipazione con i quali furono seguiti i pochi interventi-seminari che vi ho tenuto sul valore e sui beni intangibili, sulle privatizzazioni eccetera, sono nei miei migliori ricordi di docente; la visita a casa di mio cugino Franco e della carissima Bicia (anche lei medico, come diversi dei figli) per l’asado domenicale in una comunanza familiare è sempre risultato toccante.

Quando Franco (3-4 volte all’anno) mi chiama per salutarmi a Milano o a Casa de Campo gli dico talvolta che, non appena sarò vecchio (...), lo raggiungerò nella clinica geriatrica che egli dirige a Buenos Aires, per farmi visitare da lui. Peccato che, in tal caso, non mi potrà più fare compagnia il mio caro amico Marzagalli. Sarebbe stato bello, guardare in lontananza, ancora una volta tutti in compagnia le azzurre acque del Rio Paranà.

1

Alfonsin ha evidenziato il contributo della UADE alla nazione nella formazione dei giovani nel capitale umano delle imprese. Rivolgendosi agli studenti, il Presidente ha sottolineato alcune loro responsabilità: «L’uguaglianza di opportunità non è ancora una verità assoluta in Argentina; quindi, coloro che sono giunti all’università sono dei privilegiati. Per questo, dico, devono essere solidali con il paese, e nel periodo dello studio solidarietà significa studiare. Lavorate, abbiate le vostre imprese, ma ricordate che la proprietà ha un’ipoteca sociale che dovrà essere versata a beneficio della società».

Vergara del Carril ha parlato della missione delle università private in America Latina e ricordato che oggi la UADE, specializzata nella formazione di dirigenti d’impresa, annovera 6000 allievi, 8000 laureati e un istituto di ricerca economica. Il presidente della Fondazione, da parte sua, ha sottolineato l’importanza dell’accordo stipulato con l’Università Bocconi, che permetterà non solo un interscambio di docenti e studenti, ma anche l’approfondimento della ricerca nel campo dell’organizzazione d’impresa e l’orientamento della politica economica.

2

Iniziamo con un gruppo di sei articoli dell’eminente professore dell’Università Luigi Bocconi di Milano, Italia, il dottor Luigi Guatri, che, con il titolo generico di “VALUTAZIONE DELLE IMPRESE. Principi e Metodi”, sono stati pubblicati dalla rivista Finanza, Marketing e Produzione e tradotti con la supervisione professionale del dottor Alfredo Lisdero, della nostra Università.

3

La creazione del valore non può essere determinata tramite l’applicazione di una mera formula matematica dato che, oltre a concetti primari, quali sono la matematica, la ricerca della redditività e il controllo del rischio, contiene fattori non misurabili, quali l’interesse nella società in quanto ente capace di accettare la creatività dei suoi dirigenti stimolati dalla propria professionalità e desiderio di crescita.