Il mondo di Guatri
2026/6
Angelo Salamini
Inserito fra le voci attive l’avviamento pubblicitario, l’amministrazione controllata passò a vele spiegate
Favorito dall’integrazione, una vera e propria osmosi, che ha saputo sin da giovane creare fra l’insegnamento, la ricerca scientifica e l’attività professionale, Lei professore ha contribuito più volte a introdurre fra le norme, poi accettate dal nostro ordinamento giudiziario, interessanti innovazioni. Alcune addirittura rivoluzionarie. Come quella, in qualche modo codificata a Parma in occasione del suo intervento come commissario giudiziale nella grave crisi che aveva colpito la Elettrodomestici Salamini: una crisi finita – dopo il suo inutile avvertimento dell’impossibilità di risolverla – con il fallimento ancor oggi malamente vissuto dall’intera città che sembra concordemente e fermamente tesa a rimuovere persino il ricordo del crac che una quarantina d’anni or sono duramente la ferì. Fu in quella occasione, credo, che applicò in concreto e su vasta scala la sua teoria in base alla quale si può arrivare a quantificare il valore dei beni intangibili. Come fu coinvolto nella vicenda Salamini?
Nel 1968 ero nell’ultimo anno di permanenza alla cattedra di Tecnica industriale e commerciale all’Università di Parma. Avevo, sino ad allora, trascorso felicemente sette anni: partivo da Milano all’inizio del pomeriggio di mercoledì e alle 16,30 impartivo la mia prima ora di lezione; al giovedì facevo due ore, dalle 9 alle 11, ma alle 16 ero già a Milano.
Per me, ventiquattro ore di tregua. Queste ebbero termine a fine 1967. Il giudice fallimentare di Parma mi telefonò a Milano e mi chiese di diventare il commissario giudiziale della Elettrodomestici Salamini. Era un nome noto, anche per la singolare e aggressiva pubblicità di cui ampiamente si avvaleva all’epoca (tra l’altro sponsorizzando una squadra fortissima nel ciclismo, più volte vincitrice del giro d’Italia; foto a p. 351).
Due stabilimenti, il più grande, anzi grandissimo, alla periferia di Parma, con 1.000 addetti. Era uno di quei fenomeni esplosi negli anni Sessanta quando frigoriferi e lavatrici si erano moltiplicati per centinaia di volte negli acquisti degli italiani. Il giudice, una persona squisita per correttezza e sensibilità, si sentiva in dovere di salvare il salvabile.
Alla mia richiesta del motivo per cui non si fosse rivolto a uno nei numerosi (e bravi) avvocati o commercialisti della sua città rispose: «Sono alla ricerca di chi abbina il massimo di esperienza alla preparazione accademica; mi farebbe un vero favore». Accettai.
Credo che non si sia mai visto che, nell’apprendere che il tribunale aveva chiamato a dirigere un’amministrazione controllata un “non iscritto” negli Albi professionali locali, un intero Ordine (quello degli avvocati) dichiarasse lo sciopero. Come apprese questa singolare decisione, più unica che rara, e come reagì?
Appresi la notizia dalla prima pagina della Gazzetta di Parma (lo storico giornale locale): evidentemente temevano, e si sentivano offesi, di non essere stati considerati all’altezza della situazione. Per parte mia, entrando in un’azienda nella quale ogni operazione costituiva un evidente rischio, per prima cosa istituii controlli ferrei e mi circondai di persone fidate. Fra questi Michele Burnengo, assistente di ruolo all’università, e Francesco Comotti, al quale nulla sfuggiva della contabilità, e diversi altri. Quel “ferreo” controllo gli avvocati di Parma si resero presto conto che non l’avrebbero potuto organizzare: e diventammo amici.
Ma la situazione, più che difficile, rasentava l’impossibilità. Si dovette procedere quasi alla “questua”, presso clienti (per raccogliere “tratte”) e banche (per cercare lo “sconto”), al fine di depositare il pur modesto importo delle “spese giudiziarie”: non c’era una lira! Così cominciò, tra tuoni e fulmini, la vicenda Salamini.
Qualcuno a Parma ricorda ancora la sua relazione all’adunanza dei creditori: per il grande concorso di gente (creditori, dipendenti, politici, curiosi eccetera: non si era mai visto nulla di simile) dovette far installare altoparlanti sulla piazza del Tribunale. I problemi erano veramente pesanti e complicati: come riuscì a far approvare l’amministrazione controllata?
Mi resi ben presto conto che sostenere che l’azienda poteva tornare “in equilibrio” e che l’insolvenza era solo “temporanea” (come la legge voleva) non era agevole. Ma tutta la città era in ansia: dal sindaco all’ultimo operaio.
Studiai a fondo una relazione nella quale – anche anticipando concetti che solo nel tempo sarebbero divenuti familiari (cioè quello di marchio) e misure che dopo alcuni decenni sarebbero divenute consuete – presentai tra le voci attive l’avviamento pubblicitario (ripeto, oggi si direbbe il marchio). Affermando un concetto che solo 15 anni dopo il Tribunale di Milano confermò (per le cosiddette testate giornalistiche) nel caso Rizzoli; ma allora era un “mostro” sconosciuto.
Quando, nel gennaio del 1968, mi presentai per la relazione (e la successiva votazione) al Tribunale di Parma, lo spettacolo superò ogni fantasia. Dato che i partecipanti non potevano essere contenuti, se non in parte, nell’aula maggiore, ai balconi del palazzo erano stati installati gli altoparlanti. Centinaia di persone aspettavano, la piazza era piena. Parlai per due ore; e l’avviamento pubblicitario convinse e affascinò tutti: anche quelli che non ne avevano capito nulla. L’amministrazione controllata passò a vele spiegate.
E tuttavia dovette constatare che l’azienda non disponeva delle risorse necessarie a un autonomo rilancio?
Bastarono pochi mesi per rendersi conto che dall’amministrazione controllata la Salamini non sarebbe mai uscita con le sue forze. Ne parlai a lungo con il giudice: gli spiegai che non saremmo mai giunti all’“equilibrio economico” entro pochi mesi; né mai senza trovare un socio potente che assumesse il controllo della società.
Fui autorizzato a recarmi da Giovanni Borghi, il grande industriale degli elettrodomestici di Comerio, per verificarne la disponibilità. Gli telefonai, qualificandomi; mi disse che mi conosceva, che di me gli aveva parlato il professor Dell’Amore, che mi avrebbe visto con piacere.
Dopo pochi giorni mi recai a Comerio, dove Giovanni Borghi mi ricevette con tutta la sua équipe. Parlammo a lungo; mi spiegò tutto della Ignis, dei suoi successi, dei suoi piani industriali (come fossi un vecchio amico: ma questo era l’uomo). Alla fine, con la stessa cordialità e schiettezza, mi disse che la Salamini «non l’avrebbe presa neppure gratis». Era la sentenza definitiva: da quel momento sapevo che la società non si sarebbe più ripresa.
Preparai con ogni dettaglio la mia relazione finale, ne riparlai con il giudice, con Salamini e con i suoi consulenti, con i sindacati, con le autorità cittadine. Alla fine, pur nella disperazione di molti, tutti si convinsero. Chiesi la chiusura dell’amministrazione controllata.
Il giorno in cui, dopo vari mesi di lavoro, il tribunale mi liquidò (non su mia richiesta) un compenso di 25 milioni di lire, la Gazzetta di Parma dedicò due o tre colonne della prima pagina per darne notizia: come se – oggi – la Borsa di New York fosse caduta del 10 per cento in un giorno.
Quanto durò ancora la fase di decadenza della Salamini?
Alcuni travagliati mesi... anni... Fu inutile, anzi un errore, dopo la chiusura dell’amministrazione controllata (com’era quasi inevitabile) passare a un concordato preventivo. Per acquisire il tutto in moneta concordataria, si presentò al nuovo commissario giudiziale (io avevo rinunciato) un certo avvocato Memmo.
Uno sconosciuto nel campo degli elettrodomestici. Sapevo perfettamente, anche da lontano (ormai ero passato alla Bocconi), che tutto sarebbe finito malamente. Borghi era stato esplicito. Si volle tentare il tutto per tutto. E dopo poco tempo la Salamini fallì. E non si risollevò mai più.
Nella seduta della Camera del 2 luglio 1969 sulla situazione Salamini l’onorevole Eugenio Scalfari (foto a p. 351) presentò un’interrogazione al ministro dell’Industria. Dopo aver premesso che:
il dissesto ha lasciato senza lavoro, fra Parma e Vercelli, 1.000 dipendenti; la fabbrica è occupata dalle maestranze da quattro mesi; nessuna concreta soluzione è stata fino a oggi prospettata, malgrado le sollecitazioni dell’amministrazione comunale, dell’amministrazione provinciale e del comitato di solidarietà costituito fra i rappresentanti degli enti locali e una delegazione degli occupanti
concluse il suo intervento chiedendo
di sapere se e in qual modo il governo intende intervenire, anche alla luce delle risultanze dell’ispezione compiuta recentemente alla fabbrica di Parma da alcuni tecnici incaricati dal ministero dell’Industria di esaminare le possibilità produttive dell’azienda ex Salamini e con riferimento al recente stanziamento in favore della piccola e media industria.
L’onorevole Scalfari non si fermò qui: proseguì il suo intervento attaccando frontalmente il presidente della Camera di commercio, sostenendo che:
(...) risulta dalla relazione del curatore che il presidente della Camera di commercio è stato sindaco in due società costituite dall’avvocato Memmo: la prima persona che si presentò come garante del concordato proposto dall’industriale ora fallito Angelo Salamini; che è poi stato nominato membro del Consiglio d’Amministrazione della Salamini società per azioni, nella fase di concordato preventivo; risulta altresì che sia stato professionista dei successivi garanti.
(...) per conto degli organi giudiziari ha eseguito una perizia per la trasformazione dell’industria Salamini da società in accomandita semplice in società per azioni, nella quale valuta il patrimonio netto della società, alla data del 31 dicembre 1967 in ragione di lire 24.000.000, mentre il commissario giudiziale, valutando la situazione della società tre mesi dopo, accertava l’esistenza di un passivo di lire 2.500.000.
A proposito del garante, avvocato Memmo, l’onorevole Scalfari usa giudizi sferzanti: «personaggi del mondo finanziario squalificati» e financo «condannato per spaccio di monete false». Quasi una farsa, se non fosse stata una tragedia per tante persone.
La fine, purtroppo, è ingloriosa. Borghi aveva assolutamente ragione: avevo fatto bene a convincermene subito. Nessun gioco di equilibrio sarebbe stato sufficiente.
Nonostante tutta questa travagliata vicenda, nei suoi scritti ha più volte ricordato quello di Parma come un periodo felice. Quali sono le vere ragioni?
La prima ragione credo sia la giovinezza, che (specie in ricordi lontani) è sempre felice: ero giunto a Parma (la mia prima “cattedra”) a 33 anni. Agli inizi la nostra piccola facoltà (che ancora si trovava nella sede storica dell’università) era composta di sei cattedratici (foto a p. 351).
Tutti amici e anche bocconiani (Eugenio Levi, il matematico; Carlo Masini, l’economista aziendale; oltre a me stesso). Alla facoltà di Parma, in quell’epoca, noi bocconiani abbiamo dato molto, portandola a livelli di eccellenza (dopo pochi anni arrivò anche Aldo De Maddalena).
Noi stessi, con i nuovi arrivati (Giovanni Ferrero, torinese e allievo di Pietro Onida tra i primi) avevamo progettato – e non solo in senso figurato – la nuova sede della facoltà. Con Ferrero (Carlo Masini era già tornato in Bocconi) avevamo dettato agli architetti la divisione degli spazi (un intero piano) dedicato ai due istituti aziendali.
Mi dice il preside della facoltà di oggi, il professor Gianpiero Lugli (che è un ottimo studioso, allievo di un mio allievo), che il nostro antico Istituto di Tecnica Industriale e delle Ricerche di Mercato, pur fuso nel dipartimento di materie aziendali, conserva viva la vocazione al marketing (campo nel quale per prima in Italia la facoltà ha istituito un corso di laurea triennale); così come dopo quarant’anni conserva ancora i mobili acquistati (vedi il caso!) dalla Salamini.
Ecco come, nelle scelte a volte impensabili della vita, i fatti si ricompongono: sono lieto che della Salamini (e dalla mia dura quanto vana fatica per essa) la facoltà di Economia di oggi conservi un ricordo duraturo. Che, viste anche le odierne ristrettezze economiche delle università, penso possa durare ancora a lungo!
Con questi ancor vivi ricordi, professore, è tornato qualche volta a visitare la sua “antica” facoltà?
Qualche volta mi fu richiesto. Ma non ho trovato né il tempo né l’occasione. Così come solo in anni recentissimi sono tornato a Parma, rimasta pur sempre nel mio cuore, in quello stesso Hotel Jolly Stendhal (anche se oggi ha cambiato nome).
Ma questa è tutt’altra storia.
Ne riparleremo in un prossimo volume trattando di un grande personaggio e, al tempo stesso, di un caso disgraziatissimo: quello del dottor Gianmario Roveraro.