Il mondo di Guatri
2026/13
Prefazione
Luigi Guatri e il sottoscritto siamo, in ordine di tempo, il penultimo e l’ultimo scolaro che: seguirono le lezioni del professor Gino Zappa alla Bocconi; approntarono la dissertazione di laurea con la sua direzione; lo elessero come Maestro per proseguire nella carriera della ricerca scientifica. Siamo gli unici, in tale fortunata condizione, ancora viventi. Potemmo giovarci, nell’investigazione e nell’attività didattica, anche del consiglio di altri discepoli, a noi precedenti, che incontrammo come docenti nei corsi universitari o conoscemmo nella vita accademica. Il professor Zappa guidò verso la cattedra universitaria una ventina di allievi: tutti seppero onorare il Maestro.
È notorio che, ormai circa novant’anni fa, Gino Zappa pose le fondamenta della disciplina «economia aziendale» avanzando – per usare un termine di Leonardo da Vinci – il suo Maestro a Ca’ Foscari, Fabio Besta, di cui riconobbe sempre, tuttavia, l’importanza dell’insegnamento. Pur avendo saputo elevare la ricerca in materia aziendale a un alto livello scientifico, Zappa insegnò sempre che l’allievo avanza il Maestro solo se non dimentica di considerare la propria semenza.
L’idea della presente raccolta di saggi mi fu prospettata da Luigi Guatri qualche tempo fa. Aveva l’impressione che l’economia aziendale fosse considerata una «lingua morta». Capace di indicare un tipo di ricerca ormai «classico», ma non più viva negli atenei italiani e nell’esperienza dell’attività economica delle imprese. Timori che condivisi come fondati, però con disappunto, giacché il mio convincimento era che, invece, la lezione del Maestro fosse ancora viva e da sviluppare.
Certo, ogni gradino della scala dell’investigazione scientifica è proprio del tempo in cui è stato scalato; ma se la scala prosegue, il progresso scientifico non può ignorare i primi gradi dell’ascesa. Questa immagine era presente al Maestro, che io potei incontrare più volte, nella casa di Venezia, sul Canal Grande, ormai cieco, dopo il mio conseguimento della laurea e fino a pochi giorni prima della fine della sua vita terrena. Mi disse che aveva pubblicato poco negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso poiché il compito di un docente, a un certo punto, è di comunicare idee ai «discepoli diletti» e di sospingerli, ricchi delle forze di un’età più giovane e capaci di considerare un contesto in mutamento, a proseguire nel cammino da lui iniziato. Considerazioni che espresse a Vittorio Coda e ad altri scolari del professor Carlo Masini, quando li accolse nell’abitazione di Venezia: essere l’economia d’azienda un grattacielo da costruire, di cui egli aveva posto solo le fondamenta e il piano terreno.
La suggestione di tale opinione sta nel punto della solidità della base della ricerca, capace di reggere una costruzione a più piani, edificati dagli allievi capaci di «avanzare il Maestro». Il che avrebbe significato la bontà della semenza. Il traguardo più gradito di ogni insegnante. La consorte del Maestro mi disse, mentre pregavo presso la salma: «Vi considerava tutti suoi figli, e vi amava come i figli che gli ho dato». Ci chiamava, infatti, i figli nello spirito.
Negli anni Cinquanta del secolo scorso, tuttavia, il professor Zappa cominciò a riordinare il disegno del grattacielo, e pubblicò tre volumi, dettati giacché non vedente, su Le produzioni di impresa. Oltre a indicare, come ricorda ancora Vittorio Coda nel proprio saggio, il piano generale dell’opera, che restò incompiuta. Postumo fu pubblicato il volume concernente Le aziende di consumo.
L’oggetto di studio della disciplina era sempre l’azienda: un istituto economico destinato a perdurare. L’uomo si applica all’attività economica per appagare i propri bisogni. L’economia d’azienda compendia il tutto considerando come i fini di cui sopra possono essere raggiunti. E Zappa offrì alla meditazione due punti di riferimento. Il primo, per appagare i bisogni umani necessita produrre nuovi beni e altri servizi: ciò è compito delle imprese. Il secondo, le risorse delle imprese all’uopo sono di pertinenza, diretta o mediata, delle aziende di consumo, in antico qualificate come aziende di erogazione. Tali ultime possono essere private o organizzazioni economiche pubbliche, la cui espressione di sintesi è l’azienda dello Stato.
È nella natura degli avvenimenti economici e sociali che i bisogni dell’umanità, da appagare, siano crescenti e mutevoli nel corso del tempo. Quindi, la gestione delle imprese è, in un aspetto, un processo dinamico, a cui la contropartita rappresentata dalle aziende di consumo deve corrispondere pure in termini di variabilità.
Il che, mi pare, consenta una risposta alle considerazioni del saggio, eccellente, di Pellegrino Capaldo, in cui ci si interroga se l’economia d’azienda sia soprattutto disciplina che studia l’impresa e di fatto quella del sistema capitalistico. Nei piani da costruire del grattacielo vi è spazio per lo studio della variabilità degli assetti proprietari delle imprese e per ordinamenti socio-economici anche differenti dal capitalismo. L’importante è la consapevolezza della solidità delle fondamenta su cui poggia la costruzione e del perimetro possibile di ogni piano superiore.
Le precedenti considerazioni aprono anche all’approfondimento dei nessi tra le imprese, da un lato, e le vie attraverso cui le aziende di consumo partecipano alle coordinazioni economiche e finanziarie delle imprese medesime. Coordinazioni che debbono essere armoniche, affinché la dinamica delle organizzazioni produttive assicuri, in modo sostenibile nel tempo, l’appagamento di variabili bisogni umani. Al presente, aggiungiamo, in una visione globale.
L’opera degli intermediari, creditizi e finanziari, è quindi certo parte della costruzione del grattacielo, ma grande rilievo va riservato anche al ruolo che le risorse umane e la migliore organizzazione delle medesime possono svolgere nell’intreccio tra imprese e aziende di consumo.
Fra tali ultime va ricordata l’organizzazione economica pubblica, che si compendia nell’azienda dello Stato. È merito dell’economia politica aver chiarito che ai tre fattori produttivi tradizionali – capitale, terra e lavoro – sia necessario e vantaggioso aggiungere l’organizzazione economica dell’impresa e l’organizzazione economica pubblica.
Lo Stato è chiamato a dettare le regole, a disciplinare, a controllare. L’attività economica, l’appagamento di bisogni umani, non si svolgono con efficacia, se non in modo ordinato. Ciò può fare sorgere il dubbio espresso da Paolo Mottura nel suo eccellente saggio: la banca è un’impresa? Paolo è, a mio parere, uno studioso le cui pagine non si possono non meditare. Come del resto è vero per tutti gli studiosi che hanno accolto l’invito di apportare il proprio contributo alla presente raccolta di saggi. Ebbene, confermo il mio convincimento che la banca, come tutti gli intermediari creditizi e finanziari, può qualificarsi come impresa. Certo, un’impresa con compiti particolari, confinata da regole specifiche, che non fruisce sempre di ampi gradi di libertà nella propria politica di prezzi, che ha una specifica responsabilità sociale per il fatto che i propri debiti sovente sono mezzi di pagamento e hanno funzione monetaria, che è chiamata a essere cinghia di trasmissione della politica monetaria dello Stato e anche della politica economica. In sintesi: un’impresa con una specifica responsabilità sociale, ma sempre un’impresa.
E, quanto alla responsabilità sociale delle imprese, offre un saggio di significativo valore il contributo di Lorenzo Caselli.
Non di meno non dobbiamo giudicare l’economia d’azienda come disciplina scientifica e, quanto alla validità delle deduzioni, con lo strabismo del «peso» e del «numero» degli scritti degli studiosi. Non vi è dubbio che le monografie siano soprattutto riferite alle imprese: e fra queste quelle manifatturiere o quelle produttrici di beni di pubblica utilità. Forse a motivo che la prima monografia, di grande rilievo, del Maestro fu Il reddito di impresa.
Il professor Zappa, tuttavia, mai trascurò di ricordare che la ricchezza delle imprese appartiene alle aziende di consumo, per via diretta o mediata. Nell’articolazione e nella complessità delle relazioni tra le dette due categorie di aziende sta la possibilità di erigere, innalzandola via via di piani, la costruzione dell’economia aziendale, disciplina di cui, egli, pose, come sopra ricordato, le fondamenta e approntò, come soleva affermare, il piano terreno.
Si intuisce il valore del grande contributo offerto alla ricerca da parte del coordinatore del presente volume, che sposta l’attenzione dal reddito d’impresa al valore. Nella consapevolezza dell’importanza, al presente assai rilevante, del concorso degli intangibles alle combinazioni produttive delle imprese e nella chiara percezione che l’unità di misura delle grandezze economiche delle aziende di ogni categoria non è stabile né nel tempo né nello spazio.
Salire i piani di un grattacielo induce a ridurre la riflessione sul fatto che l’edificio regge sulla solidità delle fondamenta. Lo sguardo è molto attratto da un panorama e da un orizzonte che appaiono con i propri caratteri di novità.
Spiego così la notevole attrattiva che in una certa stagione indirizzò i cultori di economia aziendale verso gli studi di management. Val dire, l’investigazione dell’economia d’azienda in un percorso di lenta convergenza tra l’accademia italiana e le business school, come si legge nell’ottimo contributo di Giorgio Pelicelli. Un percorso evolutivo, secondo un altro studioso, come Giuseppe Airoldi. Collegate le rilevanti riflessioni di Severino Salvemini e di Lucio Sicca. E poi la riflessione di Salvatore Vicari per un ripensamento, posto che a suo parere le discipline manageriali sono sul banco degli imputati. Tutte pagine da meditare, attesa l’autorevolezza degli autori. E in questa chiave di lettura rimando anche ai saggi di Gualtiero Brugger e di Riccardo Varaldo.
Gli stimoli intellettuali promossi dalle scuole di business non vanno né sottovalutati né trascurati. I tecnicismi viepiù perfezionati, l’analisi e l’interpretazione di articolati e complessi «casi aziendali» sono assai vantaggiosi anche per la ricerca scientifica. Forse, però, sono costruzioni collaterali all’edificazione del grattacielo dell’economia aziendale.
Elio Borgonovi, altro studioso che si distingue per l’acutezza delle riflessioni, titola il proprio saggio, parafrasando le case reali all’annuncio della morte del sovrano: «L’economia aziendale è morta. Viva l’economia aziendale». Il che mi ha riportato con il pensiero a Oscar Wilde, il quale, ancora in vita, lesse sul Times il proprio necrologio ed esclamò: «La notizia è, quanto meno, esagerata». La morte di un grattacielo deriva solo dalla rinuncia a proseguirne la costruzione, lasciando degradare, fino al crollo, quanto finora edificato.
Nel saggio della professoressa Brogi emerge una domanda, espressa da Sua Maestà la Regina del Regno Unito, preoccupata per la crisi economica mondiale iniziata nel 2007, sulla capacità e possibilità delle previsioni in campo economico. Ebbene, nel solco della dottrina economico-aziendale, si è affermata la materia delle analisi di bilancio. E le maggiori banche d’affari elaborano raccolte di dati, desunte dai bilanci pubblicati, volte a dimostrare se gruppi di imprese di varie dimensioni e operanti nei vari rami produttivi tirino a migliorare le proprie condizioni di equilibrio gestionale, ovvero a peggiorarle, o, ancora, siano in una fase statica. La lettura intelligente della serie temporale dei valori di Ebitda richiama l’attenzione dei ricercatori e degli studiosi sulle variazioni di peso dell’organizzazione aziendale e delle risorse umane mobilitate in ordine al mantenimento, o al miglioramento, o al peggioramento delle condizioni di equilibrio economico, finanziario e patrimoniale delle produzioni. Così come l’attento esame della successione dei valori di Ebit dice se le risorse di capitali siano bene proporzionate nella qualità, ossia nella combinazione tra capitali propri e di debito, passando appunto dall’Ebit all’utile netto. I cambiamenti della congiuntura economica possono apparire repentini, ma sono preannunciati se si sanno investigare le mutevoli grandezze delle quantità economiche. Ciò non toglie che, come affermò Per Jacobson: «Nulla è più difficile delle previsioni, soprattutto se riguardano il futuro». L’economia d’azienda, non di meno, può apportare in materia un proprio contributo. Anche tenendo presente, come con acutezza ci richiama Flavio Dezzani, che i numeri considerati nelle rilevazioni di conto e fuori conto sono diversi secondo i principi contabili prescelti. Su questi aspetti si veda anche il contributo di Giovanni Frattini.
La costruzione del grattacielo dell’economia aziendale può, dunque, continuare; Mario Massari, nel proprio contributo a questa raccolta di saggi, considera aspetti per tale fine. Il fatto di trovarci a qualche piano fuori terra di un edificio tuttora in costruzione non deve fare credere che le fondamenta non siano, per l’appunto, «fondamentali». L’essere riusciti a giungere a qualche piano fuori terra è il più grande atto di riconoscenza verso un Maestro indimenticabile; è il dono da Lui più desiderato.